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mercoledì 1 aprile 2026

La Cina vince la guerra Usa Iran


Guangzhou – Quello che colpisce la mattina qui a Canton, mentre si prende il caffè leggendo sul tablet i giornali, è l'assenza di rumore nel traffico di questa città da  15 milioni di abitanti. E' perché, a parte qualche clacson, auto, moto e motorini sono elettrici. La Cina, un miliardo e passa di residenti, non ha il problema della benzina in un Paese che la svolta elettrica (pur se dominata dal fossile) l'ha fatta anni fa investendo sulle rinnovabili e limitando benzina e gasolio e sempre meno mezzi. Con riserve energetiche stimate a sei mesi, è l'unico Paese dell'Asia che per la guerra in Iran registra solo qualche turbolenza. Una cosa ben diversa dalla vicina Thailandia dove eravamo a inizio settimana quando, in previsione del rincaro di mercoledi scorso, che ha aumentato il costo del litro del 18%, la gente è accorsa con taniche e bidoni e nelle province i rubinetti dei benzinai sono stati sigillati. Ben diverso dal Myanmar o dalle Filippine che, dipendendo per il 90% dell'energia dal Golfo, ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. O ancora dalla Corea del Sud, come il Giappone affamata di energia, che sta correndo ai ripari. Paesi che non hanno solo un problema di costi ma che rischiano di rimanere a secco.

L'Asia è in termini globali il continente più penalizzato dalla chiusura di Hormuz e se il pieno dal benzinaio è solo uno dei sintomi di malessere, visto che aumenta tutto dagli alimentari ai fertilizzanti, la Cina tiene. E anzi, se uno volesse chiedersi chi sta vincendo la guerra in Iran – a parte Israele che non vuole mollare l'osso libanese – verrebbe da dire che l'unica capitale che ne esce vittoriosa è Pechino. L'America, che continua rinviare la promessa resa dei conti, è visibilmente impantanata e l'Iran, comunque vadano le cose, dovrà fare i conti con un Paese a pezzi. Ma gli effetti collaterali, i detriti dei missili, piovono ovunque. Molto poco al The Wheele of History, una bettola del quartiere centrale di Canton sempre affollata di giovani e classe media che succhiano da pentoloni di brodo di pollo le prelibate zampe di gallina. Ci sono arrivati col motorino elettrico.... 


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martedì 1 luglio 2025

Il conflitto di frontiera tra Thai e Cambogiani fa la prima vittima politica


I
l breve conflitto di frontiera che è già costato un morto in maggio ai cambogiani fa adesso una vittima politica a Bangkok: la prima ministra Paetongtarn Shinawatra (nell'immagine a sinistra) sospesa oggi dalla carica di premier per 15 giorni dalla Corte costituzionale. Vicenda all'ombra di un altro conflitto che ha nel mirino suo padre Thaksin,a capo di una potente dinastia e che rischia una serie di incriminazioni. Anche grazie a una telefonata di Paetongtarn con un vecchio amico di famiglia. Leggi tutta la storia su Ispionline

giovedì 7 aprile 2022

La logica della guerra gli strumenti della pace. La lezione afgana


L’esperienza della marcia in Ucraina, che si è svolta sabato scorso a Leopoli,non è stata solo il tentativo di portare in quel Paese martoriato la parola pace. E’ stata l’occasione di una riflessione più profonda sulla difficoltà di affermare un principio: quello della superiorità della logica della pace su quella della guerra, l’unica che sembra in queste ore guadagnare sempre più terreno.

A Leopoli non è stato facile. Come si fa a spiegare a un aggredito che per combattere il suo aggressore non è con la logica delle armi che l’Europa può aiutare l’Ucraina? Non soltanto perché regalare armi significa gettare benzina sul fuoco, ma soprattutto perché non è con la guerra che la guerra si può fermare. Concetto difficile da digerire per un aggredito che certo preferirebbe cannoni e non fiori da infilare negli obici. E Concetto difficile da spiegare anche agli italiani che hanno sottoscritto l’invio di armi, apparentemente la cosa più logica da fare e che risponde a una reazione di pancia: ti mando i proiettili così ti potrai difendere. Ma abbandonarsi a questa logica significa rinunciare ad altro e ignorare le lezioni della Storia recente, dai Balcani all’Afghanistan. Una Storia nella quale non abbiamo sempre chiamato le cose con il loro nome e ci siamo, nel caso afgano, abbandonati a figure retoriche come “Enduring Freedom” o “Operazione Nibbio”, anziché usare il termine che ora usiamo per l’Ucraina: invasione, parola in Russia ovviamente vietata come lo era – anche se non con un diktat - per noi. Con la sola differenza che chi l’avesse usata non si sarebbe preso 15 anni di carcere.

Sul piano formale e sostanziale l’Afghanistan fu un’invasione. Con l’obiettivo di difendere la sicurezza nazionale e di cambiare un regime. La ammantammo degli stessi principi con cui un’invasione precedente, quella sovietica del 1979, aveva ammantato la sua: diritti delle donne, distribuzione della ricchezza, istruzione, sviluppo. I sovietici se ne andarono dopo dieci anni con oltre 14mila soldati e circa 800mila mujahedin uccisi e con un bilancio di vittime civili tra gli 800mila e i 2 milioni. Noi ce ne andammo il 15 agosto scorso con un bilancio di oltre 200mila morti: 4mila soldati Usa e alleati, 70mila soldati afgani, 52mila guerriglieri e - tra Afghanistan e Pakistan - almeno 70mila vittime civili, una cifra probabilmente per difetto. Lasciammo inoltre un Paese, è bene ricordarlo, dove sette afgani su dieci vivevano ancora sotto la soglia di povertà proprio a causa del conflitto. Il costo totale di vent’anni di War on terror (Afghanistan, Iraq, Siria) è stato valutato in 900mila morti e 8 trilioni di dollari. Logica (e risultati) della guerra.

Il paradosso è che su questi anni di guerra la riflessione è stata ed è completamente assente e sembra non se ne sia tratta nessuna lezione. Rispondemmo alle crisi investendo in armi e lasciando che i conflitti si propagassero come metastasi. Chi chiamava allora le cose col loro nome e cercava di dimostrare quanto nefasta fosse la logica della guerra, restava una voce nel deserto, sbeffeggiata come si fa ora con chi alza la bandiera della pace.

Il problema è che i governi del pianeta hanno abbandonato la ricerca di strumenti per contenere le guerre ed evitare i conflitti. Non esiste una diplomazia preventiva e l’unico vero strumento che avevamo, l’Onu, è stato svuotato e annichilito, confinato al massimo nel ruolo umanitario di infermiere. L’Europa infine, incapace di darsi una Costituzione condivisa, è andata al seguito di decisioni altrui rinunciando a parlare con una voce sola e in grado tutt’al più di imporre sanzioni ma mai soluzioni. Non lo ha fatto in Iraq né in Afghanistan e non riesce a farlo ora nella guerra ucraina.

Il rischio di scivolare nell’ennesima “guerra giusta” è così vicino che bisogna tentare il tutto per tutto per dichiarare le guerre sempre e comunque illegittime anche se ciò non significa affatto negare agli aggrediti il diritto di difendersi dagli aggressori. Non è questo il punto. Il punto è la necessità di uscire per sempre dalla logica della guerra: una strada in salita fatta di accordi, negoziati, messa al bando di armi distruttive (atomica in primis) ristabilendo la credibilità di forze di interposizione internazionali. Passi che richiedono una riforma dell’Onu, la fine del diritto di veto, l’allargamento del Consiglio di sicurezza. Una strada di saggezza che l’Italia aveva imboccato e che ha poi accantonato.

Senza partire dal ripudio delle guerre, senza costruire gli strumenti per prevenirle e senza esaminare con onestà gli errori del passato, resta solo un’autostrada dove al casello si paga col 2% della nostra ricchezza l'ennesima corsa agli armamenti: l’asfalto per il prossimo conflitto.

Oggi anche su ilmanifesto

mercoledì 6 aprile 2022

La marcia della pace a Leopoli. Un bilancio


  (di ritorno da Leopoli) – La giornata di sabato scorso a Leopoli ha concluso, con una brevemarcia dalla stazione al centro città, l’iniziativa che, partita dall’associazione papa Giovanni XXIII, ha raccolto un fiume di adesioni e fatto partire per l’Ucraina 221 persone. Giornata intensa con l’intento di portare una ventata pacifista in una guerra guerreggiata in Ucraina ma che sembra aver contagiato il mondo intero. Facendolo schierare da una parte o dall’altra in un’escalation di toni che contribuisce, coi missili, a mettere in difficoltà il già fragile processo negoziale.

Ma se venerdi era stato stato il giorno dell’entusiasmo, a marcia finita la riflessione è d’obbligo. Se questa eterogenea congerie di intelligenze e passioni non si interrogasse, avrebbe infatti ragione chi, dal salotto di casa, ha già definito i marciatori di pace degli idioti utili solo al meschino disegno di un nuovo Zar. Così, quel bicchiere coi colori della pace ha i suoi lati oscuri, le domande inevase e il rifiuto di risposte troppo semplici. Giudicata nell’ottica di un bicchiere mezzo vuoto, la marcia è stata utile soprattutto a chi vi ha partecipato. E ha un po’, inevitabilmente, coinvolto più gli italiani – e, chissà, qualche europeo – che non gli ucraini, che guardavano a quel bizzarro corteo di un centinaio di giovani e vecchi attivisti pacifisti senza capire bene cosa rappresentasse.

Nell’incrociare il corteo, il cronista incontra una sola persona che fa il segno della V vedendo i manifestanti. Ma quella V è apprezzamento per la scritta No War – in un Paese dove l’inglese è semi sconosciuto – o è il simbolo della vittoria, parola risuonata più di una volta nei discorsi di rito degli amici ucraini – sacerdoti cattolici in maggioranza – che qui hanno accolto i partecipanti alla marcia StopTheWar?

In quei discorsi, in una riunione del primo pomeriggio, paradossalmente, nessuno degli ucraini che hanno parlato ha nominato la parola pace: mir (o meglio мир), parola che i duecento erano venuti a suggerire. Anche queste sono lezioni. Che possono far male, se anche il sindaco di Leopoli ha preferito glissare e mandare un segretario che ha imbastito un discorso di rito: non bellicista ma non certo pacifista. Unica presenza istituzionale di rilievo (e molto apprezzata), l’ambasciatore italiano Francesco Zazo ma che alla fine ha solo sottolineato un eccesso di italianità.

Bisogna però andare a vedere anche nel bicchiere mezzo pieno: se la laica Carla si dispiace di “questa mancanza di un legame forte col pacifismo ucraino che pur ci dev’essere” e si chiede come altri “che senso ha una marcia di cento italiani?”, il religioso arcivescovo di Bari, Giuseppe Satriano, sottolinea che “intanto ci si è ritrovati, laici e cattolici”, uniti da un obiettivo comune che è il ripudio della guerra: lo dice papa Francesco ma anche la suprema Carta. E se dunque Leopoli – scelta organizzata in due settimane da Apg23 – ha avuto questa forza di coesione (le adesioni su stopthewarnow.eu continuano a crescere) significa che da un primo passo ne può maturare anche un secondo.

Per creare un movimento solidale e a contenuti forti ci vuole tempo, impegno e discussioni perché il secondo passo superi il primo. Significa che, ora, chi ha aderito deve fare la sua parte e portare il suo granello di sapienza nel mare sempre in tempesta dei movimenti della società civile che, proprio perché civile, non ama prendere decisioni a cuor leggero. Il passo di Leopoli dunque – almeno nella testa dei più – andava fatto. Andava, come dice il presule di Bari, “toccato il dolore”: andando alla stazione di Leopoli e dimostrando quella solidarietà che è l’unica empatia da cui partire per combattere un conflitto con altri mezzi che non quelli ormai stantii dell’arte della guerra. Strada in salita ma che vale la pena di percorrere.


mercoledì 9 marzo 2022

Scongelare i fondi degli afgani! Un appello urgente

"Occorre agire immediatamente per evitare ulteriori danni e l'intensificazione del disastro in Afghanistan dove la povertà ha raggiunto livelli senza precedenti da quando le riserve finanziarie sono state congelate nelle banche americane ed europee lo scorso agosto". E’ l’appello urgente che ieri è stato lanciato dal gruppo di advocacy United against Inhumanity (Uai). La Lettera Aperta, firmata da più di 50 persone a lungo legate alle vicende dell'Afghanistan (dagli ex Onu Philip Alston e Carol Bellamy alla parlamentare italiana Laura Boldrini) è stata inviata al presidente Biden, al Cancelliere tedesco Olaf Scholz e ai primi ministri Mario Draghi e Boris Johnson di Italia e Regno Unito.

Si tratta di oltre 9 miliardi di dollari, per la maggior parte congelati in banche americane (ma anche in istituti di credito europei e arabi) bloccati dopo la caduta di Kabul il 15 agosto. Nel dettaglio, si tratta di sette miliardi di dollari “congelati” negli Usa e di altri 2 miliardi congelati altrove mentre il contante “fisico”, stampato su ordine della Banca centrale afgana, si trova invece, congelato anch’esso, in Polonia. L’11 di febbraio il presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo di spezza in due gli asset congelati in America: parte del denaro – 3,5 miliardi che dovrebbero essere affidati a un Trust Fund sempre gestito dal tesoro americano - tornerebbe in Afghanistan ma non nelle casse del regime che ha vinto la guerra, semmai condizionato al rispetto di alcuni punti decisi da Washington. Gli altri 3,5 miliardi resteranno congelati in attesa che la magistratura americana decida sulla richiesta di 150 familiari delle vittime dell’11 settembre (attentato cui gli afgani sono estranei) che vogliono che quel denaro li ripaghi della loro sofferenza.

“C'è un drammatico bisogno di invertire le politiche che hanno precipitato l'Afghanistan in una catastrofica spirale discendente che ha schiacciato l'economia, impoverendo enormi segmenti della popolazione, spingendo un quarto della popolazione sull'orlo della carestia e mettendo in discussione la sopravvivenza di milioni fa loro", sostiene Uai che ha lanciato una petizione (che si può firmare qui) affinché tutti i cittadini indignati dalla decisione di congelare miliardi di dollari in capo alle attività finanziarie afgane nelle banche statunitensi ed europee possano mostrare la loro indignazione.

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La foto è di Giuliano Battiston

giovedì 14 ottobre 2021

Afghanistan tra emergenza e negoziato


In Afghanistan si sta verificando “una catastrofe umanitaria”. All'esito del G20 di ieri pomeriggio “c’è stata sostanzialmente una convergenza di vedute sulla necessità di affrontare l'emergenza. Di fatto questo si è tradotto in un mandato alle Nazioni Unite, un mandato di tipo generale di coordinamento della risposta e ad agire anche direttamente. Sul versante degli impegni, “la presidente della Commissione europea, von der Leyen, ha annunciato uno stanziamento di un miliardo di dollari a finanziare la risposta umanitaria che c’è stata nel corso dell’incontro. Anche il presidente degli Stati Uniti ha annunciato un aumento di circa 300 milioni di dollari, dello stanziamento per rispondere a queste esigenze”. Lo ha detto il presidente del consiglio Mario Draghi nella conferenza stampa convocata ieri al termine del G20 straordinario sull'Afghanistan. Secondo Draghi per affrontare la crisi umanitaria saranno necessari contatti con i talebani, non un loro riconoscimento. “L'errore capitale di tutta la vicenda afghana” ha detto ieri sera il giornalista Emanuele Giordana, ospite all'Arci di San Bernardino “ sta nell'incapacità di instaurare una trattativa. Dal 2001 sono state le ragioni del conflitto a governare la situazione”.... (Leggi tutto su CremaOnline)

 

lunedì 9 agosto 2021

Dove vogliono arrivare i Talebani


S
econdo l’emittente afgana Tolonews,
da domenica sera sono in corso combattimenti tra le forze di sicurezza e i Talebani nelle province settentrionali di Balkh e Takhar e le forze di sicurezza governative - sostenute dalle milizie dei civili armati – avrebbero ripreso il controllo dei distretti di Farkhar e Worsaj a Takhar, dopo essersi ritirate dalla capitale Taluqan. Intanto a Balkh, da domenica notte, sono in corso pesanti scontri nel distretto di Dehdadi così come gli scontri sono vicini alla capitale di Balkh, Mazar-e-Sharif, e all'area di Pul-e-Imam Bukhari. Secondo fonti locali, le linee di difesa si spezzeranno se non verranno inviati rinforzi alla provincia, un elemento già visto e che spesso ha visto cittadine e villaggi abbandonati al loro destino.

I Talebani hanno sequestrato tre importanti città del Nord negli ultimi tre giorni (Sar-e-Pul, Shebergan e in parte Kunduz) e Zaranj nel Sudovest. Le bocce invece si sono fermate nel tentativo di una spallata nelle città chiave del Paese: Herat e Kandahar. Ancora fluida invece la situazione a Lashkargah ma la città resiste. Sul fronte dell’appoggio esterno, si registra invece l’autorizzazione di Joe Biden a utilizzare i bombardieri B-52, resi famosi dalla guerra in Vietnam e già dimostratisi inefficaci nel etatro afgano. Gli effetti collaterali della guerra dal cielo si sono già visti, ad esempio con la distruzione di una scuola e di una clinica a Lashkargah.

A quanto sembra di capire, avendo fallito la presa delle città maggiori, i Talebani sono passati al piano B... Leggi tutto su atlanteguerre

lunedì 3 febbraio 2020

Laos, la memoria della guerra

Nong Khiaw (Nord Laos) – Da Nong Khiaw, attualmente capoluogo di distretto, con un’ora e mezzo di barca si raggiunge Muang Ngoi, risalendo il fiume Ou, un affluente del Mekong. Il paesaggio è incredibile e il fiume si snoda pigramente tra picchi, foreste e rari villaggetti adagiati su sponde sabbiose animate da bufali d’acqua o dai colori dei giardini. Oggi Muang Ngoi, che a breve sarà raggiungibile con una strada asfaltata, è un villaggetto la cui attrazione turistica sono le decine di guesthouse per tutti i prezzi affacciate sull’Ou che hanno rovinato l’immagine bucolica del fiume ma probabilmente riempito le tasche di molti locali che avevano visto distrutto il loro centro – durante la cosiddetta “Seconda guerra d’Indocina” – dai bombardamenti che non risparmiarono i templi per il cui la cittadina, allora capoluogo, era famosa. C’è una bomba lunga quasi due metri all’ingresso di un ristorante (cosa molto comune in questa provincia), cui sono appoggiate sul dorso alcune decine di bombe più piccole. Il ricordo del conflitto è affidato a una data stampigliata sull’ordigno: 1967-1972.

In realtà la guerra americana in Laos – la prima guerra d’Indocina fu quella di liberazione dai francesi – era iniziata ben prima del 1967. Alla fine del 1964 Washington diede il via all’Operazione Barrel Roll, poi seguita da altre tra cui la famigerata Menu, completa di Breakfast e Dessert. Il compito era quello di fiaccare le forze rivoluzionarie laotiane del Pathat Lao che, sostenute dal Nord Vietnam, avevano iniziato ad avanzare da Nordest verso il centro sin dal 1959. Al contempo era necessario spezzare il famoso Sentiero di Ho Chi Minh che, via Laos e Cambogia, riforniva la guerriglia nel Vietnam del Sud. Mentre si procedeva alla formazione degli aviatori laotiani e al rafforzamento dei mercenari Hmong – una popolazione delle montagne sempre fortemente autonomista – La Us Air Foorce dalle sue basi in Thailandia iniziò la “guerra segreta” con bombardamenti leggeri. Poi dal 1964 ebbe inizio un’escalation che portò a un bilancio totale delle missioni di bombardamento, terminate nel 1973, a 580.344. Sganciarono centinaia di milioni di bombe. Secondo Legacies of War: una ogni 8 minuti, 24 ore al giorno, per 9 anni. Nel 2016, durante la sua visita di Stato, Barack Obama, che si guardò però dal chiedere scusa, disse che il Laos aveva il triste primato di essere la nazione più bombardata nella Storia dell’umanità... segue su atlanteguerre

domenica 3 marzo 2019

Imran Khan, una mossa da cricket per gestire la guerra tiepida

Questo articolo è uscito oggi
su il manifesto
La guerra vera tra India e Pakistan, per ora, forse non si farà. Ma la tensione rimane alta e il conflittodi bassa intensità, che da decenni caratterizza ormai la “guerra fredda” tra i due colossi asiatici nati dalla Partition dell’India britannica, continua. Quando nella notte tra venerdi e sabato le autorità pachistane hanno restituito il pilota indiano Abhinandan Varthaman, catturato nell’Azad Kashmir (l’area kashmira controllata da Islamabad), alle autorità indiane di frontiera, la tensione innescata dal raid di Delhi del 26 febbraio si è improvvisamente raffreddata. E il gesto di buona volontà del Pakistan sembra aver offerto una via d’uscita per interrompere l’escalation di botta e risposta che avrebbe (e ancora potrebbe) portare a un conflitto. La prudenza resta d’obbligo.

I due eserciti hanno infatti ricominciato il gioco delle artiglierie dall’una e dall’altra parte della LoC, la Linea di Controllo che divide la regione disputata dai due Paesi: quella più piccola e quasi disabitata del Pakistan, e il fertile giardino del Kashmir sotto amministrazione indiana. Islamabad lamentava ieri pomeriggio due soldati e due civili uccisi e almeno altri tre feriti. Da parte sua l’India accusava il Pakistan di cannoneggiare aree civili del Kashmir indiano da cinque giorni. Pallottole vere con esagerazioni e propaganda? Fuochi d'artificio per far vedere che non si molla? Tutte le cose assieme ma i bollettini di ieri, se possono sembrar una coda delle tensioni dei giorni scorsi o l’avanguardia di nuove, sono anche l’ordinaria amministrazione del Kashmir diviso dalla LoC. Cui vanno aggiunte manifestazioni su base settimanale contro quella che per molti kashmiri (in maggioranza musulmani) è una “occupazione” che produce vittime. Tra cui la verità.

"I due Paesi con l’arma nucleare, armati                           fino ai denti    (da americani, cinesi, israeliani,           europei) si guardano  in cagnesco dal 1947"

Se la guerra calda si allontana, e se la guerra fredda rituale torna a far rullare i suoi tamburi, chi l’ha vinta la “guerra tiepida” che ha tenuto il mondo col fiato sospeso? Due Paesi con l’arma nucleare e armati fino ai denti (da americani, cinesi, israeliani, europei) si guardano dal 1947 in cagnesco. Hanno già combattuto tre guerre (due per il Kashmir e una quando nacque il Bangladesh) e sono stati sull’orlo di una quarta qualche anno fa: mettono paura quando alzano i toni. Quando dal rimpallo diplomatico con mille forme (diplomazia del cricket, della ferrovia o degli autobus transfrontalieri) si passa alle bombe, la preoccupazione è più che motivata. Ma in realtà, sostengono molti osservatori, nessuno la guerra la voleva veramente. E se Narendra Modi – che non poteva tollerare la strage di Pulwama del 14 febbraio con 42 paramilitari indiani uccisi dai terroristi di Jaesh-e Mohamad - ha vinto la partita interna, a un pugno di giorni delle elezioni e accogliendo il pilota come un eroe simbolo della capitolazione pachistana, la guerra vera l’ha vinta Islamabad. O meglio il suo nuovo leader, quell’Imran Khan, ex giocatore di cricket, che sembrava un parvenu della politica ostaggio dei militari. E’ lui che nell’arena internazionale giganteggia. E’ lui che, consegnando il pilota, offre la via d’uscita per evitare l’escalation. E’ stato abile: l’India colpisce in territorio pachistano? Il Pakistan risponde ma solo bombardando oltre la LoC, non nell’India propriamente detta. L’India risponde mandando gli aerei? Il Pakistan risponde e abbatte ma rilascia il prigioniero. Imran Khan ha saputo tenere a freno i suoi generali assai più di Modi che ne rimane forse in parte ostaggio.
 "Imran ha spiazzato con una sorta di imprevedibile reverse swing, o oscillazione inversa, che nel cricket è l'arte di lanciare la palla giocando sulle sue oscillazioni per ingannare il battitore"
Ora si tratta di vedere come va la partita. Ma finora la partita – anche perché resta da dimostrare che l’India abbia davvero colpito i campi di addestramento dei terroristi e non solo capre e pietre - segna un punto per Modi e due per Imran. Un ex diplomatico indiano ha suggerito al corrispondente dall’India della Bbc - Soutik Biswas – che Imran ha spiazzato con una sorta di imprevedibile reverse swing, o oscillazione inversa, che nel cricket è l'arte di lanciare la palla giocando sulle sue oscillazioni per ingannare il battitore. Imran sembra averla lanciata con l’oscillazione giusta.

domenica 11 novembre 2018

Quanto costa la guerra al terrore

Fort Snelling National Cemetery Usa. Costruito
nel 1939. Quanti ne continuano a seguire?
Quanti morti è costata e sta costando la guerra al terrore scatenata dopo l’11 settembre? Se il dolore ha un numero, nel novembre del 2018 questo numero ha superato quota 500mila. E solo in Afghanistan, Pakistan e Irak, i luoghi ormai iconici della guerra infinita. Lo dice un progetto della Brown University, università privata americana, che studia il costo umano delle guerre scatenate contro il terrore. Guerre iniziate e mai finite come se il crollo delle Torri gemelle avesse generato un mostro a più teste. Tra 480 e 507.000 persone – dice l’aggiornamento del novembre di quest’anno - sono state uccise dalle guerre scatenate dopo quella data fatidica in tre soli Paesi: Irak, Pakistan e Afghanistan (147mila nel Paese dell'Hindukush come già riferivamo ieri). Human Cost of the Post-9/11 Wars, curato da Neta C. Crawford, docente del Department of Political Science della Boston University and Co-Director del Costs of War Project della Brown University, non tiene infatti conto delle stime dei decessi della guerra in Siria (oltre 500mila) o di altre guerre (Yemen) o conflitti minori. Il documento, che si basa su fonti aperte, guarda a quanto fatto dagli Stati Uniti nelle sue guerre, per così dire, ufficiali. Cifre che in realtà hanno a che vedere anche con i loro alleati, dunque con l’Italia, ancora partecipe a pieno titolo della guerra afgana con il terzo contingente più importante presente in Afghanistan.

Nelle tre guerre citate i civili conquistano un triste primato: tra 244 e 266mila. Seguono - entrambi con oltre 100mila caduti - militari e forze di polizia locali assieme agli “Opposition Fighters” (per una volta non si usa l’odioso termine “insurgent”). Ma un dato abbastanza impressionante riguarda le forze statunitensi: a fronte di 6.951 caduti con la divisa stellestrisce, 7.820 sono i paramilitari (contractor) uccisi durante l’ingaggio per combattere o lavorare a fianco dei soldati “regolari”. Una novantina sono morti in Pakistan (dove formalmente la guerra non c’è) mentre quasi 4mila sono morti sia in Irak sia in Afghanistan, un Paese dove le compagnie private vorrebbero ora addirittura in appalto tutte le operazioni militari, uno scenario ricorrente e tenuto molto sotto traccia dall’Amministrazione. Gli alleati degli Usa hanno perso 1.464 uomini (tra cui oltre 50 sono soldati italiani) ma un tributo importante è stato pagato anche da operatori umanitari di Onu e Ong: 566 (di cui 409 in Afghanistan) e giornalisti: 362 (di cui 245 nel solo Irak).

Accanto alla fredda e drammatica aritmetica della guerra, non vanno dimenticati gli effetti dei conflitti sugli spostamenti di popolazione: al 2017, risultavano 4 milioni e 780mila gli afgani sfollati interni o con lo status di rifugiati. Tre milioni e 250mila gli iracheni e 12 milioni i siriani per un totale di 20 milioni di individui. Un bilancio inevitabilmente per difetto perché non tiene conto delle migliaia di “clandestini”, senza alcuno status, fuggiti dai conflitti per tentare il viaggio della speranza sulle rotte verso l’Europa.

Vedi le schede coi numeri sull'Atlante delle guerre

venerdì 1 giugno 2018

Il modello Manila contagia Dacca

“Se non si taglia la domanda (di stupefacenti) come si può pensare di fermare lo spaccio”? Se lo chiedono oggi sullo Daily Star, giornale in lingua inglese di Dacca, due opinionisti - Inam Ahmed e Shakhawat Liton – che fanno il punto sull’incapacità di risposta – sanitaria e legislativa – del Bangladesh sul problema della diffusione degli stupefacenti, in particolare della yaba, una metanfetamina molto diffusa in Asia e che crea forte dipendenza psicologica.

In Bangladesh è in corso una vera e propria guerra alla diffusione di droghe che ha ormai assunto i connotati e i numeri di un vero e proprio conflitto interno al paese: a fine maggio – sempre secondo il Daily Star – erano state uccise 108 persone in sole due settimane. La crociata, che utilizza mezzi molto simili a quelli impiegati dal presidente filippino Duterte e per i quali – come nel caso filippino - non si esita a utilizzare la locuzione “esecuzioni extragiudiziarie”, avrebbe portato a questi risultati: l’arresto di circa 10mila individui legati al traffico; 3.276 già in carcere o multati con sentenza del tribunale.

Sarebbero state confiscate oltre 2 tonnellate e mezzo di cannabis, 26 chili di eroina, migliaia di litri di liquore prodotto localmente, 23mila bottiglie di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina) e qualcosa come 23mila tavolette di yaba (detta anche “droga della pazzia”).
La premier Sheikh Hasina ha confermato il pugno di ferro, sostenendo che nessun “padrino” sarà risparmiato, e ha cercato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche nate quando è stato fin troppo chiaro che tra i 10mila arrestati c’erano sia spacciatori sia consumatori e che molto probabilmente tra quegli oltre cento morti vi erano persone addirittura innocenti. Gli osservatori più acuti citano la storia recente e i fallimenti nel mondo delle varie “guerre alla droga” che uccidono e privano della libertà senza risolvere il problema. Molti ritengono infatti che la battaglia contro gli stupefacenti possa essere combattuta più efficacemente sul piano legislativo (con la depenalizzazione di alcune sostanze) e con la creazione di centri di cura, riabilitazione e reinserimento sociale per i consumatori, considerati dei malati e non dei delinquenti.

Il Bangladesh sembra però aver scelto di seguire le orme di Duterte, riuscendo però ad evitare per ora i riflettori della stampa internazionale. Nelle Filippine, a metà 2017, il britannico The Guardian riportava un bilancio – a un anno dall’insediamento del presidente – di quasi 6mila morti tra filippini coinvolti a diverso titolo in vicende legate al narcotraffico. Un bilancio che, secondo le stime riportate dall’articolo di Inam Ahmed e Shakhawat Liton, sarebbe arrivato nel 2018 a 12mila vittime.

Questo articolo è uscito oggi anche su Atlante delle guerre. Nella foto di copertina, un'immagine a corredo di un articolo del Daily Observer che illustra un sequestro di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina)

domenica 1 aprile 2018

Somiglianze repubblicane

La Storia non si ripete ma insegna qualcosa. E ci sono almeno tre elementi in comune tra Donald e Dick: l’ostacolo alla giustizia e il pugno duro per risolvere le crisi, conditi da un fiume di reticenze.
Che il genere umano abbia la memoria corta è risaputo. Eppure non molti anni fa, un presidente repubblicano si comportò esattamente come Donald Trump. Come Trump licenziò chi gli dava fastidio e, come Trump, pensò che mostrare i muscoli in guerra l’avrebbe fatta concludere prima. Benché la Storia non si ripeta mai, le somiglianze tra quanto accadde all’epoca di Richard Nixon e della guerra nel Vietnam, potrebbe insegnare molto rispetto a quanto accade e può accadere nell’era Trump. Sia per le guerre (dall’Afghanistan alla Siria) in cui è impegnata la sua amministrazione, sia per le situazioni di crisi in corso (Siria, Iran, Corea), sia per il futuro stesso della presidenza.

lunedì 19 giugno 2017

Armiamoci e partiamo: anche i nostri stivali nel deserto afgano

Leggendo La Repubblica di domenica scorsa abbiamo saputo che il ministero della Difesa italiano ha in mente di spedire altri cento soldati in Afghanistan. Non contenti di avere il contingente più numeroso dopo quello americano, qualcuno ha già deciso, ancor prima che ne fosse informato il parlamento (che almeno teoricamente deve avere l'ultima parola) che altri cento ragazzi partano per una missione militare che ormai sta per compiere diciott'anni e che, nonostante si sia rivelata un disastro, anziché uscire di scena sceglie di restare e anzi di rilanciarsi. Cosa faranno cento soldati in più non si sa ma par di capire, dall'articolo del giornale, che ci sia anche una necessità di scambio di favori perché ci sono in ballo posti di comando che qualche nostro generale potrebbe occupare. Dove? Nella casa della guerra, quell'Alleanza atlantica sempre in cerca di nemici che ne giustifichino l'esistenza. Fare un favore a Trump in questo momento potrà pure fruttare qualche poltrona ma è anche l'ammissione di un vassallaggio privo di strumenti critici in una guerra che tutti sanno perduta e dove la presenza straniera è un elemento che anziché frenarla continua a gettare benzina sul fuoco. Distratti dal sistema tedesco (a proposito, la Merkel ha risposto picche alla proposta di aumentare i suoi soldati)  i parlamentari e le forze politiche subiscono: dal governo all'opposizione, dalla Sinistra ai Cinque stelle, che tanto si erano vantati di aver reiterato la richiesta di ritiro dei nostri soldati. Il tema è il solito: a furia di guardarci l'ombelico lasciamo che le cose in politica estera vadano come devono andare e come il padrone comanda. Che triste esempio di sovranità nazionale. Chissà se i vari sovranisti nazionali se ne rendono conto

Il “si” italiano seguirebbe quello di altri Paesi che, come Regno Unito e Danimarca, hanno già promesso alla Nato il loro appoggio al surge americano, anche quello per ora affidato solo a indiscrezioni di stampa. Stando al capo del pentagono James Mattis.  i dettagli della nuova missione saranno chiariti definitamente a metà luglio. Il dibattito intanto infuria. E mentre sui giornali ci si chiede a cosa serve il nuovo “surge” americano in un Paese dove la missione militare non sta ottenendo risultati, il massimo teorico del “surge”, il generale in pensione David Petraeus, non solo ha dato il suo appoggio all’invio di nuovi soldati ma ha chiarito, in un'intervista, alcuni dei dettagli che probabilmente Mattis si prepara e mettere nero su bianco: non solo, dice l’ex teorico del surge in Irak e Afghanistan, 3 o 5mila soldati sono un numero “sostenibile”, ma gli Stati Uniti devono “sciogliere le restrizioni" ancora in piedi nell’uso della forza aerea. Se non si dovesse render più conto nemmeno a Kabul di quel che si fa, quello militare diventerebbe uno strapotere che ha già comunque dato un segno nell’aprile scorso col lancio della famosa Moab da 11 tonnellate di esplosivo. Operazioni di cui, ancora una volta, stiamo diventando non solo silenti spettatori ma solerti conniventi.

A seguire per il manifesto un'analisi a 4 mani con G. Battiston

mercoledì 5 ottobre 2016

Un po’ meno poveri ma sempre in guerra

La Conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan promette nuovi aiuti alla ricostruzione. Ma il Paese è a ferro e fuoco e i veri nodi per pacificarlo restano un tabù


Mentre i talebani hanno lanciato una nuova massiccia offensiva proprio alla vigilia della Conferenza sull’Afghanistan che si è aperta ieri a Bruxelles, nella capitale belga arriva il momento delle promesse per un Paese dove – sono dati Ue – il 40% della popolazione vive sotto la linea di povertà e un terzo degli afgani ancora non sa leggere né scrivere. Mentre scriviamo si combatte a Kunduz, nell’Helmand e in altre aree a Nord e a Sud. E si litiga: in parlamento e nel governo, scaricandosi le responsabilità per l’ennesima battaglia in una città - Kunduz – tenuta un anno fa dalla guerriglia per quasi una settimana. C’è chi dice che l’offensiva finirà per favorire l’apertura della borsa dei Paesi amici. E c’è chi invece pensa che sia l’ennesimo colpo basso a un governo in perenne crisi e a una presenza della Nato che, pur ridotta nel numero dei soldati, è rimasta nel Paese a presidiare soltanto le caserme che proteggono i suoi militari.


Sempre in guerra: combattenti anti inglesi
in una stampa del 1800. Sotto la bandiera Nato
Ieri l’Unione Europea ha promesso, in aggiunta al suo programma 2014-2020 (circa 1,4 miliardi di euro) oltre 200 milioni annui per due anni dal 2017 per sostenere l’agenda del governo di Ashraf Ghani, il presidente “dimezzato” insediato due anni fa dopo faticose elezioni presidenziali (ora dovremmo essere alla viglia di una nuova corsa elettorale per il parlamento) che alla fine hanno sancito un governo a due teste: quella di Ghani e quella di Abdullah Abdullah, ex mujaheddin cui, in barba alla Costituzione, gli americani, veri artefici della nascita del nuovo governo, hanno ritagliato – per raffreddare le sue accuse di brogli - un ruolo di primo piano che lo apparenta al presidente. Col risultato che il governo a due teste – si sa ma non si dice – non funziona. Oggi, se tutto va secondo i piani, gli americani dovrebbero annunciare altri 3 miliardi di dollari l’anno cui dovrebbero aggiungersi – oltre ai 200 milioni figli dell’accordo Ue per favorire lo “State building” - il miliardo che l’insieme dei Paesi membri* verserà annualmente a Kabul almeno sino al 2020. Poi ci sono altri attori (a Bruxelles siedono settanta Paesi e venti tra organizzazioni e agenzie internazionali) e quindi il piatto si arricchirà. Ma con molti però e legando l’aiuto futuro a quanto gli afgani sapranno e soprattutto vorranno fare. Non è un assegno in bianco né per gli europei né per gli americani.

mercoledì 28 settembre 2016

La prima guerra angloafgana


Il dottor Brydon, l’uomo che si credeva  l'unico superstite della guerra, 
protagonista del celebre dipinto vittoriano
 Remnants of an Army della pittrice Eizabeth Butler
A metà del 1800 Londra e Calcutta, sede della Compagnia delle Indie, decidono di reinsediare a Kabul Shah Shuja, un re afgano sadozai spodestato anni prima dai rivali barakzai. Lo vogliono a Kabul per controllare il Paese e contenere la Russia di cui temono l'espansione verso l'India, antica ossessione dell'Impero britannico.
Ne uscirono con le ossa rotta. Una lezione che sembra restare valida ancora oggi....

Il 30 settembre 1838 Lord Auckland, governatore generale delle Indie, promulga il “Manifesto di Simla” con cui la Gran Bretagna decide ufficialmente di spodestare il re dell'Afghanistan, che teme alleato dei russi, per sostituirlo con un altro monarca che rientra nelle sue simpatie. E' il punto di partenza della più tragica sconfitta subita dagli inglesi nel Paese dell'Hindukush. Una lezione che, ripetutasi con i sovietici negli anni Ottanta, sembra ricordare in parte anche quanto succede adesso in quel lontano Paese. E’ il vero inizio guerreggiato del “Great Game”, il grande gioco tra l’Impero zarista e quello britannico per la conquista dell’Asia centrale. Un gioco che non è mai finito anche se gli attori sono in parte cambiati. Tutto comincia alla vigilia della prima grande operazione guerreggiata del "Grande Gioco"....


Domani a alle 14 su Rai3

domenica 4 settembre 2016

Guerre moderne al Festival Oriente Occidente di Rovereto

Guerre moderne. Visibili, invisibili, calcolate. Dai talebani a Daesh, dalla guerra al terrore all'abitudine alla guerra

Cos'è cambiato nella guerra? Non si combatte più tra eserciti ma "in mezzo alla gente", tra coalizioni di Stati con mostrine unificate e combattenti senza divisa ma forti in termini ideologici. Alla radici di sono antichi problemi irrisolti: il retaggio neo coloniale, le ingiustizie sociali, una vaga idea di riscatto nazionale che producono lo scoppio di tensioni latenti in cui si inserisce la criminalità organizzata, la devianza ideologica estremista, le manovre di gruppi di potere politico d economico. Le guerre moderne, al contrario di quelle convenzionali, tendono a trascinarsi. A iniziare ma a non terminare. A fingere successi che non sono reali. E a farci abituare alla guerra come a una delle tante forme della quotidianità moderna. La guerra richiede forse dunque un ripensamento: quanto è utile? quanto hanno senso le alleanze regionali? perché abbiamo deciso che l'Onu non serve? perché rinunciamo a priori a studiare strumenti di pacificazione e dialogo?

E ancora dunque. Come prevenirle? quali nuove forme di diplomazia, di coinvolgimento della società civile, di alleanze tra comunità diverse mettere in campo?

E infine: le migrazioni - che tanto ci affannano: non sono, oltre al prodotto della guerra, anche l'esplosione di quelle tensioni irrisolte che alla guerra hanno portato?

Lunedi alle 18  incontro con Raffaele Crocco per parlare di conflitti al Mart di Rovereto

mercoledì 2 marzo 2016

Dentro la guerra oggi a Padova


Oggi alle 17.30 a Padova con Massimiliano Trentin per parlare de “Dentro la guerra. La guerra dentro. Confini, conflitti e resistenze alle porte d’Europa” a Padova via del Santo 24 Aula B1

domenica 21 febbraio 2016

Libia/Italia: un intervento da evitare

Dopo il recentissimo raid americano nel Nord della Libia lo spettro della guerra si avvicina. Ma quali sono gli obiettivi di una missione spacciata per lotta a Daesh e quali i pericoli di un intervento militare? Sono le domande che si è fatto un gruppo di lavoro di ricercatori e analisti che hanno presentato ieri al Centro Balducci di Zugliano (Udine) un dossier al convegno ““Conoscere e spiegare le guerre dei nostri giorni” organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dalla Tavola della pace.

L'Italia – dice in sintesi il documento - corre un grosso rischio in caso di intervento in Libia: il quadro politico locale resta confuso, la catena di comando è incerta, le incognite e le variabili sono numerose, la possibilità di perdita di vite umane sul terreno e tra la forza militare internazionale è molto elevata, le alleanze infine fanno riferimento a obiettivi e agende differenti. Il dossier analizza il quadro attuale e - al di là di considerazioni etiche o ideologiche – cerca di capire in che contesto si muoverebbe un eventuale intervento militare, agitato da mesi come spettro ed elemento di pressione e da molti ritenuto imminente anche attraverso azioni mirate unilaterali (di cui abbiamo appena avuto un assaggio ndr) in un contesto dove non è ancora chiaro né chi avrebbe in mano le redini della catena di comando né quale sarebbe il ruolo dell'Italia.

sabato 20 febbraio 2016

Libia: perché evitare una nuova guerra. Conoscenza, saggezza e buon senso di uno storico

Questa video intervista è stata registrata alla vigilia del seminario nazionale “Conoscere e spiegare le guerre dei nostri giorni” — che si tiene da stamattina al Centro di accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano (Udine) — in cui verrà presentato un documento di analisi sui rischi di un conflitto in Libia frutto della riflessione di un gruppo di lavoro.

Nel video, realizzato col contributo di Alex Rocca per la Tavola della pace, lo storico Angelo Del Boca mette in guardia sul rischio di una “guerra a terra” per cui “non basterebbero 300mila soldati”.



La guerra area per altro – dice Del Boca – si racconta da sola ogni giorno per le vittime innocenti che comporta. Lo storico si augura che prevalga la cautela rispetto a quella che, nel caso di intervento unilaterale, si configurerebbe “come un’aggressione”. Quanto all’Italia, Roma dovrebbe astenersi dal conflitto e semmai sostenere la costruzione di un esercito e polizia nazionali: se ci dev’essere una guerra in Libia, “quella va fatta dai libici non da noi”. Senza contare il fatto che comporterebbe un “costo enorme di vite umane”.

Quanto al quadro politico, è difficile – sostiene lo storico che ha all’attivo 58 libri — che “anche in caso di un accordo tra Tobruk e Tripoli sul piano disegnato dall’Occidente” le cose restino in equilibrio. Nessuno infatti, come aveva fatto Gheddafi (“errore gravissimo abbatterlo”), riesce ora a “tenere unito un Paese con 140 tribù” che il regime tenne assieme per 42 anni. Del Boca ritiene infine che vada recuperato il ruolo del figlio di Gheddafi.

Al seminario di oggi intervengono  tra gli altri:
il missionario comboniano padre Kizito Sesana, il generale Fabio Mini; i giornalisti Eric Salerno, Roberto Savio, Raffaele Crocco (Atlante dei conflitti), Francesco Cavalli, don Pierluigi Di Piazza, Fondatore del Centro Ernesto Balducci di Zugliano; Flavio Lotti, Coordinatore Tavola della pace, Aluisi Tosolini, Coordinatore della Rete Nazionale delle Scuole di Pace; Loredana Panariti, Assessore all’Istruzione della Regione Friuli Venezia Giulia; Pietro Biasiol, Direttore Ufficio Scolastico Regionale FVG, Federico Pirone, Presidente del Coordinamento FVG Enti Locali per la pace e i diritti umani.