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lunedì 31 dicembre 2012

LA BIBLIOTECA DI AMANULLAH

Il 29 maggio del 1929 il governo italiano diede il proprio nulla osta all’arrivo in italia dell’ormai ex sovrano Amanullah Khan d’Afghanistan. Il monarca riformista, qualità che tutti gli hanno in seguito riconosciuto, era in India in attesa che le autorità italiane gli consentissero l’esilio in un Paese dove gli stessi Savoia si erano spesi perché il re, spodestato da una coalizione di mullah e potentati conservatori tra cui membri della sua stessa famiglia, potesse venir accolto nel Belpaese. Del resto Amanullah era uno dei più feroci reggenti asiatici anti britannici. Una cosa che non poteva certo dispiacere a Mussolini anche se in quel frangente, la politica dell'Italia fascista non voleva ancora compromettere i suoi rapporti con Londra.

La casa editrice Le Lettere ha appena mandato alle stampe la bella ricerca di Luciano Monzali sul monarca afgano. Davvero mancava nel Paese che, oltre a dare ospitalità all’ultimo re (Zaher Shah), la offrì anche a un uomo di statura assai superiore al monarca che viveva all’Olgiata e che tornò in Afghanistan dopo la caduta dei talebani. La ricerca di Monzali (Un re afgano in esilio a Roma, Le Lettere, pp. 108, euro 16,00) fornisce un documentato e interessante spaccato di quel che faceva l’Italia fascista, della sua politica verso l’Asia e dei rapporti con gli altri Paesi europei: la potentissima e perfida Albione,che restava saldamente posizionata, e la rampante politica del III Reich che non mancava di reclutare seguaci appoggiando il nazionalismo locale (gli indiani però preferirono al Fuhrer la Regina).

In realtà, la presenza di Amanaullah a Roma si rivelò spesso imbarazzante: metteva in difficoltà l'Italia sia con londra, sia con Kabul per via delle trame ordite dal vecchio monarca prima verso Nader, che gli aveva occupato il trono alla sua dipartita, sia verso Zaher, il figlio di Nader salito allo scranno più alto dopo l'uccisione del padre. Ma tutto sommato a Roma non dispiaceva coccolare Amanullah e persino finanziarlo purché la cosa non fosse ufficiale (sembrasse solo una donazione del re d'Italia). Roma non sapeva bene che farsene del re in esilio e dell'Afghanistan almeno sino alla metà degli anni trenta quando, ringalluzziti dalle vittorie in Africa, gli italiani cominciarono - spiega il saggio - a guardare a Kabul con altri occhi. A capirne il possibile ruolo in Asia, con o senza l'ingombrabte monarca di Via Orazio, dove la famiglia allargata di Amanullah risiedeva ormai stabilmente.

Spicca nel libro la figura di un diplomatico italiano: Pietro Quaroni (l’appendice fotografica allegata proviene dall’album di famiglia dell’ambasciatore), di cui in questo blog abbiamo già ampiamente dato conto (accanto al bel libro di Caspani e Cagnacci che copre anche quel periodo).

Nell'immagine a destra, re Amanullah reinterpretato da Alessandro Ferraro. In alto a sinistra la copertina del saggio

Questa breve recensione appare anche sul numero di dicembre del mensile Terra

giovedì 26 gennaio 2012

AFGHANISTAN, UN VOLUME CHE COPRE UN BUCO IN LIBRERIA

Tra la quantità di roba, robetta e robaccia pubblicata in Italia sull'Afghanistan, c'è qualche rara eccezione che appare doveroso segnalare. A seguire quanto viene pubblicato dall'editoria italiana infatti, non si capisce bene quale sia il metro che gli editori seguono per parlare di questo Paese. Come che sia le perle non sono molte. Quella, impegnativa, appena mandata in libreria dalla Beit di Trieste, rientra nel tentativo di nobilizzare l'attività pubblicistica italiana sull'Afghanistan. Si tratta di un imponente manuale di storia di oltre 450 pagine che parte dalle origini e arriva praticamente ai giorni nostri. Un'opera imponente dell'olandese Willelm Vogelsang, non priva di luci e anche di qualche ombra, tradotta da Piero Budinich che della casa editrice triestina è l'animatore.

Il voluminoso tomo si intitola “Afghani. Popolo millenario” (chissà perché Aghani con l'”h”, ma è una scelta che fanno molti italiani benché nella nostra lingua la g davanti alla a sia sempre dura e dell'h si possa, se non debba, fare a meno). Il pregio del volume è che copre un vuoto solo in parte colmato da Afghanistan di Elisa Giunchi, un libretto di 150 pagine uscito per Carocci qualche anno fa. In italiano (e di autori italiani), che mi risulti, c'è di equivalente al lavoro di Vogelsang, c'è soltanto Afghanistan crocevia dell'Asia, il lavoro di Caspani e Cagnacci che rislae agli anni Cinquanta (oggi introvabile e che andrebbe ripubblicato).Il problema del testo di Vogelsang è quello di tutti i manuali. Se andate in profondità su un argomento c'è qualche (inevitabile) inesattezza, Ma il punto non è qui. Ciò che sembra mancare, almeno a una prima superficiale scorsa del volume, è una chiave di lettura che vada oltre un semplice e ordinato susseguirsi di avvenimenti (che è invece il maggior pregio del testo di Giunchi).
Eccesso di equilibrio e timore di finire nel tritacarne dell'ideologia o della lettura di parte? Può darsi. Ma questa mancanza, a nostro avviso, finisce per nuocere al testo.

Detto questo
, il testo di Vogelsang va comprato e tenuto in libreria per tutte le consultazioni necessarie. Ottimo testo per l'accademia (e dunque PER i corsi che trattano di Afghanistan), riempie quel vuoto nello scaffale, perlomeno per i libri in italiano (o tradotti in italiano). Il prezzo è anche molto ragionevole: solo 22 euro che, in questo caso, sono soldi davvero ben spesi.

martedì 27 gennaio 2009

L'AFGHANISTAN DI CASPANI E CAGNACCI


Nel 1951, l'editore Vallardi, pubblico' "Afghanistan crocevia dell'Asia" di E. Caspani ed E. Cagnacci, due sacerdoti vissuti per 15 anni nel paese governato allora dalla monarchia Durrani. Per un singolare motivo, forse dovuto a una sorta di desiderio di dissimulazione o per un eccesso di umiltà, i due autori firmarono il libro solo con le iniziali del nome: E. Il fatto e' che essere preti in Afghanistan non era come dirlo. E anzi, poiche' Kabul consentiva che solo un sacerdote, in qualita' di cappellano dell'ambasciata, mettesse piede nel paese islamico, Cagancci vi arrivo' in abiti civili, come un qualsiasi addetto della legazione. Questo bel libro - che riposa sulla mia scrivania emanando l'odore classico delle vecchie stampe, colorate da intense macchioline giallo, cancro inesorabile della storia scritta - e' un dono, apprezzatissimo, che mi ha fatto padre Giuseppe Moretti, l'attuale "cappellano" dell'ambasciata ma che un attento osservatore – quantomeno notando l'anello che porta - non dovrebbe tardare a chiamare monsignore. Moretti e' infatti non solo il sacerdote che gestisce l'unica chiesa del paese, ma anche il rappresentante della Santa sede, in mancanza di una nunziatura. La sua diocesi e' l'intero Afghanistan e il suo incarico pastorale lo equipara a un vescovo a tutti gli effetti, oneri e privilegi compresi. Le mie visite a casa sua sono altrettanti tentativi, non solo di carpirgli i racconti della sua esperienza afgana, ma di spingerlo a scrivere lui stesso il suo vissuto, che e' poi quello della Chiesa in questo paese: un pezzo di storia che forse riposa nelle stanze della segreteria di Stato ma che il pubblico non conosce. Una storia affascinante che non e' quella di un'evangelizzazione strisciante ma semmai di un servizio reso alla comunita' dei credenti, i molti occidentali che vivono in questo paese e che fecero richiesta di avere un pastore di anime per nutrire la propria spiritualita' in queste terre lontane.

Riconoscendo la mia curiosita' di cronista con velleita’ intelletuali, padre Moretti mi ha dunque regalato questo bel libro che mi piacerebbe accoppiare a quello che, negli stessi anni, si andava formando sotto la penna attenta dell'ambasciatore Quaroni, un uomo che Mussolini aveva mandato in Afghanistan a rappresentare l'Italia. Nel suo "Valigia diplomatica", edito da Garzanti nel '56 (non ho il testo originale e quindi mi baso sulle note introduttive di Alberto Lucchetti), Quaroni scrive: "...non so per quali misteriose ragioni quando trattammo con l'Afghanistan per lo stabilimento delle relazioni diplomatiche fra i due paesi, soli fra tutte le legazioni cristiane avevamo chiesto - ed ottenuto – il diritto di avere un cappellano addetto alla nostra legazione".
"Per molti anni, non avevamo fatto uso – scrive ancora - di questo diritto, poi finalmente questo famoso cappellano si era materializzato nella persona di padre Caspani, barnabita. Il nostro trattato non ci permetteva che di averne uno: per un complesso di ragioni, l'Ordine aveva invece desiderato che i padri fossero due: per questo, il secondo, padre Cagnacci, lo si era dovuto mascherare da corriere; vestiva l'abito civile, e non figurava ufficialmente come prete. Tutti però lo sapevano, gli afgani per primi: ma così il principio era salvo. Abitavano tutti e due al pianterreno della Legazione, accanto alla nostra piccola cappella".
Ma di Quaroni vorrei raccontarvi ancora. E anche di Caspani e Cagnacci. Ma non prima di aver letto il libro.