Il 29 maggio del 1929 il governo italiano diede il proprio nulla osta all’arrivo in italia dell’ormai ex sovrano Amanullah Khan d’Afghanistan. Il monarca riformista, qualità che tutti gli hanno in seguito riconosciuto, era in India in attesa che le autorità italiane gli consentissero l’esilio in un Paese dove gli stessi Savoia si erano spesi perché il re, spodestato da una coalizione di mullah e potentati conservatori tra cui membri della sua stessa famiglia, potesse venir accolto nel Belpaese. Del resto Amanullah era uno dei più feroci reggenti asiatici anti britannici. Una cosa che non poteva certo dispiacere a Mussolini anche se in quel frangente, la politica dell'Italia fascista non voleva ancora compromettere i suoi rapporti con Londra.
La casa editrice Le Lettere ha appena mandato alle stampe la bella ricerca di Luciano Monzali sul monarca afgano. Davvero mancava nel Paese che, oltre a dare ospitalità all’ultimo re (Zaher Shah), la offrì anche a un uomo di statura assai superiore al monarca che viveva all’Olgiata e che tornò in Afghanistan dopo la caduta dei talebani. La ricerca di Monzali (Un re afgano in esilio a Roma, Le Lettere, pp. 108, euro 16,00) fornisce un documentato e interessante spaccato di quel che faceva l’Italia fascista, della sua politica verso l’Asia e dei rapporti con gli altri Paesi europei: la potentissima e perfida Albione,che restava saldamente posizionata, e la rampante politica del III Reich che non mancava di reclutare seguaci appoggiando il nazionalismo locale (gli indiani però preferirono al Fuhrer la Regina).
In realtà, la presenza di Amanaullah a Roma si rivelò spesso imbarazzante: metteva in difficoltà l'Italia sia con londra, sia con Kabul per via delle trame ordite dal vecchio monarca prima verso Nader, che gli aveva occupato il trono alla sua dipartita, sia verso Zaher, il figlio di Nader salito allo scranno più alto dopo l'uccisione del padre. Ma tutto sommato a Roma non dispiaceva coccolare Amanullah e persino finanziarlo purché la cosa non fosse ufficiale (sembrasse solo una donazione del re d'Italia). Roma non sapeva bene che farsene del re in esilio e dell'Afghanistan almeno sino alla metà degli anni trenta quando, ringalluzziti dalle vittorie in Africa, gli italiani cominciarono - spiega il saggio - a guardare a Kabul con altri occhi. A capirne il possibile ruolo in Asia, con o senza l'ingombrabte monarca di Via Orazio, dove la famiglia allargata di Amanullah risiedeva ormai stabilmente.
Spicca nel libro la figura di un diplomatico italiano: Pietro Quaroni (l’appendice fotografica allegata proviene dall’album di famiglia dell’ambasciatore), di cui in questo blog abbiamo già ampiamente dato conto (accanto al bel libro di Caspani e Cagnacci che copre anche quel periodo).
Nell'immagine a destra, re Amanullah reinterpretato da Alessandro Ferraro. In alto a sinistra la copertina del saggio
Questa breve recensione appare anche sul numero di dicembre del mensile Terra
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lunedì 31 dicembre 2012
giovedì 29 gennaio 2009
DA CALCUTTA A KABUL

Quando si dice il caso...la storia di Pietro Quaroni esce da una vecchia libreria di Kabul, per associazione al libro di Caspani e Cagnacci cui il “nostro” ambasciatore aveva fatto la prefazione (questo avevo dimenticato di scriverlo), che scopro come The Hindu ne abbia scritto appena qualche giorno fa, a proposito dei dubbi mai sopiti sulla morte del nazionalista indiano Chandra Bose avvenuta nel 1945. Per saperne di più sulla controversa figura di Bose (fervente anti colonialista, presidente del partito del Congresso ma contrario alla linea di Gandhi, amico di Mussolini e Hitler e sostenitore dell'Asse) potete leggere cosa ne scrive la mia amica Enrica Garzilli, senza ch'io mi cimenti in un'improbabile sintesi. Mi limito, riprendendo The Hindu, a ricordare che Pietro fornì quand'era il titolare della legazione di Kabul un passaporto italiano – ovviamente falso – al “Netaji”, come anche Bose veniva chiamato. A nome di Orlando Mazzotta.
Correva il 1941 e Bose se l'era data in tempo dalla sua casa di Calcutta inseguito dai servizi britannici. Quaroni lo aiutò e si servi della moglie per tenere i contatti col rifugio segreto in cui Bose si era nascosto a Kabul. Sono notizie che si devono al figlio Alessandro che ne ha parlato durante celebrazioni per Bose in India (“The Kabul Connection: Subhas Chandra Bose, Pietro Quaroni and Indo-Afghan-Italian Relations”), sulla base di quanto trovato nell'archivio privato del padre e negli archivi di stato in Italia. C'è sempre un filo che collega le cose. Ad aver voglia di dipanarlo.
In alto la foto di un bronzo di Bose tratta da The Hindu. Le sue idee politiche si evincono abbastanza facilmente. L'Italia di Mussolini gli diede una mano. E un passaporto
mercoledì 28 gennaio 2009
LA VALIGIA DI PIETRO QUARONI

Di Pietro Quaroni parlavamo ieri. Classe 1898, era entrato in diplomazia giovanissimo e il suo primo incarico importante sarà l'ambasciata a Kabul nel 1936, in pieno Fascismo. Quaroni sa, e scrive nel suo “Valigia diplomatica”, che per l'Italia Kabul non è una priorità, anche se il Duce ha delle idee e per altro, all'inizio del secolo, all'epoca di Amanullah (1919-1928), Roma era stata una delle prime capitali a riconoscere l'indipendenza dell'Afghanistan (1919). Lo stesso Amanullah, obbligato ad abdicare da Baccà-ye Saqqao, morirà poi in esilio in Italia nel 1960 (per l'esattezza Amanullah morì in Svizzera ma lui e la famiglia abitavano a Roma, in Via Orazio nel quartiere Prati, oggi ambasciata della Nigeria.
Lontano dagli occhi e dal cuore, Quaroni fa il suo mestiere nella Kabul dell'epoca, un posto che lo strega ("...una notte d'estate a Kabul è fra le cose più belle di questa terra: c’è una freschezza discreta, vellutata, nell'aria; tutto è calmo, tranquillo, il cielo è come illuminato; si direbbe che ci sono molte, ma molte più stelle di quanto non se ne possano vedere da noi. Chi mi aveva detto pochi giorni prima: Che posto meraviglioso sarebbe il mondo se non ci fossero gli uomini?...”). Secondo il mio vecchio amico Adriano Savio, uno storico della moneta amante dell'Afghanistan che per la prima volta mi parlò di questo particolarissimo diplomatico, Quaroni era stato mandato a Kabul anche perché Mussolini non lo amava e lo preferiva lontano, in una sede dove non poteva far danno. Non ho trovato riferimenti su questo anche se è una lettura possibile: Quaroni in effetti svolse poi un ruolo importante a Parigi per la nuova Italia democratica. Alla conclusione della sua carriera alla Farnesina,, divenne presidente della RAI (fors'anche per il suo amore per la radio) e, secondo un'altra fonte, pure della Croce rossa. Ma qui ci interessa il Quaroni di Kabul e fa simpatia la sua ironia, ad esempio, nel descrivere – che è ciò che oggi vorrei proporvi – di una serata a Kabul mentre la piccola comunità italiana vive ore d'angoscia aspettando la dichiarazione di entrata in guerra di cui saprà solo dalla radio, strumento appunto che Quaroni adorava.
Ma comunque, guerra o non guerra, l'etichetta ha le sue regole, ecco allora che .... “Il gruppo diplomatico di Kabul era piccolo, e la guerra lo aveva già ridotto. Quella sera eravamo invitati ad una serata alla Legazione d'Egitto: eravamo quasi sulla porta quando mi viene incontro tutto agitato Cagnacci a dirmi che radio Roma aveva annunziato che fra mezz'ora il duce avrebbe parlato. La notizia non era rassicurante: non ci voleva molto per indovinare di che cosa si sarebbe trattato: aveva già annunziato, da tempo, che non avrebbe più parlato che per delle novità importanti. Che fare? Andare come se non fosse niente e correre poi il rischio di vedere arrivare un bigliettino al ministro d'Inghilterra annunciante che l'Italia aveva dichiarata la guerra? D'altra parte, a Kabul c'era un curioso protocollo: non si apriva il buffet se non quando erano arrivati i principali invitati: ed a Kabul il ministro d'Italia era fra i principali invitati. In un piccolo posto si conoscono tutti; si sono anche già detto tutto quello che degli esseri umani si possono dire; per animare un po' l'atmosfera, e la conversazione, ci vuole almeno un po' di alcool; per questo l'apertura del buffet è un momento importante, cruciale: finché il buffet è chiuso tutti stanno lì, un po' impettiti, come per dire: ma che cosa ci avete chiamati a fare? Decidemmo quindi che mia moglie ci sarebbe andata sola, dicendo che ero stato trattenuto un momento da qualche cosa di urgente; poi, secondo i casi, avrei mandato un biglietto o sarei arrivato di persona”.
La foto di Quaroni è tratta dal sito di Stefano Baldi
martedì 27 gennaio 2009
L'AFGHANISTAN DI CASPANI E CAGNACCI

Nel 1951, l'editore Vallardi, pubblico' "Afghanistan crocevia dell'Asia" di E. Caspani ed E. Cagnacci, due sacerdoti vissuti per 15 anni nel paese governato allora dalla monarchia Durrani. Per un singolare motivo, forse dovuto a una sorta di desiderio di dissimulazione o per un eccesso di umiltà, i due autori firmarono il libro solo con le iniziali del nome: E. Il fatto e' che essere preti in Afghanistan non era come dirlo. E anzi, poiche' Kabul consentiva che solo un sacerdote, in qualita' di cappellano dell'ambasciata, mettesse piede nel paese islamico, Cagancci vi arrivo' in abiti civili, come un qualsiasi addetto della legazione. Questo bel libro - che riposa sulla mia scrivania emanando l'odore classico delle vecchie stampe, colorate da intense macchioline giallo, cancro inesorabile della storia scritta - e' un dono, apprezzatissimo, che mi ha fatto padre Giuseppe Moretti, l'attuale "cappellano" dell'ambasciata ma che un attento osservatore – quantomeno notando l'anello che porta - non dovrebbe tardare a chiamare monsignore. Moretti e' infatti non solo il sacerdote che gestisce l'unica chiesa del paese, ma anche il rappresentante della Santa sede, in mancanza di una nunziatura. La sua diocesi e' l'intero Afghanistan e il suo incarico pastorale lo equipara a un vescovo a tutti gli effetti, oneri e privilegi compresi. Le mie visite a casa sua sono altrettanti tentativi, non solo di carpirgli i racconti della sua esperienza afgana, ma di spingerlo a scrivere lui stesso il suo vissuto, che e' poi quello della Chiesa in questo paese: un pezzo di storia che forse riposa nelle stanze della segreteria di Stato ma che il pubblico non conosce. Una storia affascinante che non e' quella di un'evangelizzazione strisciante ma semmai di un servizio reso alla comunita' dei credenti, i molti occidentali che vivono in questo paese e che fecero richiesta di avere un pastore di anime per nutrire la propria spiritualita' in queste terre lontane.
Riconoscendo la mia curiosita' di cronista con velleita’ intelletuali, padre Moretti mi ha dunque regalato questo bel libro che mi piacerebbe accoppiare a quello che, negli stessi anni, si andava formando sotto la penna attenta dell'ambasciatore Quaroni, un uomo che Mussolini aveva mandato in Afghanistan a rappresentare l'Italia. Nel suo "Valigia diplomatica", edito da Garzanti nel '56 (non ho il testo originale e quindi mi baso sulle note introduttive di Alberto Lucchetti), Quaroni scrive: "...non so per quali misteriose ragioni quando trattammo con l'Afghanistan per lo stabilimento delle relazioni diplomatiche fra i due paesi, soli fra tutte le legazioni cristiane avevamo chiesto - ed ottenuto – il diritto di avere un cappellano addetto alla nostra legazione".
"Per molti anni, non avevamo fatto uso – scrive ancora - di questo diritto, poi finalmente questo famoso cappellano si era materializzato nella persona di padre Caspani, barnabita. Il nostro trattato non ci permetteva che di averne uno: per un complesso di ragioni, l'Ordine aveva invece desiderato che i padri fossero due: per questo, il secondo, padre Cagnacci, lo si era dovuto mascherare da corriere; vestiva l'abito civile, e non figurava ufficialmente come prete. Tutti però lo sapevano, gli afgani per primi: ma così il principio era salvo. Abitavano tutti e due al pianterreno della Legazione, accanto alla nostra piccola cappella".
Ma di Quaroni vorrei raccontarvi ancora. E anche di Caspani e Cagnacci. Ma non prima di aver letto il libro.
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