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| Franco e Saveria Giordana |
Mi sono interrogato sulla eredità che mi ha lasciato e sto cercando di radiografarla, mondandola dei conflitti e delle incomprensioni che abbiamo avuto e dissacrando il mito inevitabilmente legato alla morte, per il quale si diventa improvvisamente (solo da morti) modelli incomparabili di grandi virtù. Per molti anni ho pensato che il suo lascito sarebbe stato etico: quello che mio padre non aveva potuto trasmettermi e che mia madre aveva coltivato nella fatica di allevare cinque figli senza avere più un marito. Ma adesso mi rendo conto che il suo lascito, la sua vera eredità, risiede per me non tanto in un concetto – labile e manipolabile come tutti i concetti – ma in un’essenza vivente: un bosco.
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| Franco con la mamma Bianca Maria detta "Titti" |
Alcuni anni fa diventammo proprietari delle terre che circondano la Ca’ della Mosche, una casale del cremasco appartenuto ai veneziani signori Mosca e poi alla famiglia dei Rossi Martini che la vendettero a mia nonna, Clelia Bertollo, che aveva sposato mio nonno Tullio, giornalista coraggioso che aveva sfidato Mussolini e che per questo motivo aveva perso il lavoro e il suo giornale – La Tribuna – nei primi anni del Ventennio. Il nonno era di Crema (storiche le sue battaglie col rais Farinacci di Cremona) e la nonna, che aveva portato in dote capitali importanti, gli aveva comprato le Mosche con 44 ettari di terreno che, di mano in mano, passarono a Franco, Barbara, Marco Tullio e me. Io Barbara e Marco Tullio vendemmo la terra comprando altrove: nel mio caso un’abitazione a Roma. Ma Franco, molto più legato di noi a Ca’ delle Mosche, dove si era trasferito da Milano negli anni Settanta coi primi due figli e la prima moglie Alessandra, non ne aveva voluto sentir parlare di vendere. Di più, iniziò a lavorare a un progetto per cui qualcuno deve aver pensato che in lui si fosse instillato il germe della pazzia.
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| L'ingresso di Ca' delle Mosche. Franco ci ha vissuto coi figli Guido, Aline e Nicoletta |
A un certo punto lasciò perdere. Il bosco era diventato, da progetto degno di un architetto ambientalista, un selvaggio universo di specie vegetali con alberi di alto fusto, roveti impenetrabili, cespugli rigogliosi. Franco lasciò – forse anche felice di non doversene più occupare – che il suo bosco vivesse di luce propria. Che diventasse non più il “suo” bosco ma un bosco. Con le sue dinamiche, la sua selezione naturale, la sua potente e apparentemente disorganizzata, gerarchia.
Oggi che osservo il suo lascito mi rendo conto che questa è l’eredità che mi ha consegnato. Se dovessi tornare ad avere un pezzo di terra infatti, seguirei il suo esempio. Ne lascerei una porzione allo stato selvatico e mi accontenterei di farci un po’ di legna e di osservare come un luogo "abbandonato" a se stesso possa trasformarsi in un universo governato da leggi incomprensibili ma di una formidabile armonia. Quando nella vita ci ostiniamo a voler controllare tutto - comprese le foreste, i ghiacciai, i fiumi – dovremmo avere il coraggio di lasciare almeno una parte al caso. Dovremmo cioè consentire alla natura di fare il suo corso del quale sappiamo ancora cosi poco e che non mancherebbe di stupirci. Una lezione di vita che gli devo.
Quanto al bosco è ancora li e, se si osserva dall’alto questa porzione di territorio, è facile notare che è l’unico polmone verde nel raggio di centinaia di chilometri. Cosa c'è di più bello di questa eredità condivisa e ormai bene comune? Grazie fratello.
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| Ca' delle Mosche e una porzione del "Bosco di Franco" Mosca bianca nella devastazione ambientale del cremasco |




