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giovedì 14 ottobre 2021

Afghanistan tra emergenza e negoziato


In Afghanistan si sta verificando “una catastrofe umanitaria”. All'esito del G20 di ieri pomeriggio “c’è stata sostanzialmente una convergenza di vedute sulla necessità di affrontare l'emergenza. Di fatto questo si è tradotto in un mandato alle Nazioni Unite, un mandato di tipo generale di coordinamento della risposta e ad agire anche direttamente. Sul versante degli impegni, “la presidente della Commissione europea, von der Leyen, ha annunciato uno stanziamento di un miliardo di dollari a finanziare la risposta umanitaria che c’è stata nel corso dell’incontro. Anche il presidente degli Stati Uniti ha annunciato un aumento di circa 300 milioni di dollari, dello stanziamento per rispondere a queste esigenze”. Lo ha detto il presidente del consiglio Mario Draghi nella conferenza stampa convocata ieri al termine del G20 straordinario sull'Afghanistan. Secondo Draghi per affrontare la crisi umanitaria saranno necessari contatti con i talebani, non un loro riconoscimento. “L'errore capitale di tutta la vicenda afghana” ha detto ieri sera il giornalista Emanuele Giordana, ospite all'Arci di San Bernardino “ sta nell'incapacità di instaurare una trattativa. Dal 2001 sono state le ragioni del conflitto a governare la situazione”.... (Leggi tutto su CremaOnline)

 

sabato 9 gennaio 2021

L’eredità di mio fratello Franco

Franco e Saveria Giordana 
  Un mese fa mio fratello, Franco Giordana, se n'è andato dopo aver combattuto una lunga battaglia contro un tumore davvero maligno, gestito con personale saggezza e l’aiuto della sua compagna. Battaglia in parte vinta, aiutandosi col tai-chi, di cui era maestro, un’alimentazione attenta e il conforto del suo lavoro per Acta Plantarum nella catalogazione di piante e fiori. Il legame tra noi era forte perché Franco era il maggiore e io il più piccolo e, al di là delle inevitabili controversie dovute alle gerarchie del sistema famigliare, per molti anni l’ho considerato un secondo padre, che il nostro aveva lasciato lui ancora minorenne e me di appena sei anni.

  Mi sono interrogato sulla eredità che mi ha lasciato e sto cercando di radiografarla, mondandola dei conflitti e delle incomprensioni che abbiamo avuto e dissacrando il mito inevitabilmente legato alla morte, per il quale si diventa improvvisamente (solo da morti) modelli incomparabili di grandi virtù. Per molti anni ho pensato che il suo lascito sarebbe stato etico: quello che mio padre non aveva potuto trasmettermi e che mia madre aveva coltivato nella fatica di allevare cinque figli senza avere più un marito. Ma adesso mi rendo conto che il suo lascito, la sua vera eredità, risiede per me non tanto in un concetto – labile e manipolabile come tutti i concetti – ma in un’essenza vivente: un bosco.

Franco con la mamma Bianca Maria
detta "Titti"
Alcuni anni fa diventammo proprietari delle terre che circondano la Ca’ della Mosche, una casale del cremasco appartenuto ai veneziani signori Mosca e poi alla famiglia dei Rossi Martini che la vendettero a mia nonna, Clelia Bertollo, che aveva sposato mio nonno Tullio, giornalista coraggioso che aveva sfidato Mussolini e che per questo motivo aveva perso il lavoro e il suo giornale – La Tribuna – nei primi anni del Ventennio. Il nonno era di Crema (storiche le sue battaglie col rais Farinacci di Cremona) e la nonna, che aveva portato in dote capitali importanti, gli aveva comprato le Mosche con 44 ettari di terreno che, di mano in mano, passarono a Franco, Barbara, Marco Tullio e me. Io Barbara e Marco Tullio vendemmo la terra comprando altrove: nel mio caso un’abitazione a Roma. Ma Franco, molto più legato di noi a Ca’ delle Mosche, dove si era trasferito da Milano negli anni Settanta coi primi due figli e la prima moglie Alessandra, non ne aveva voluto sentir parlare di vendere. Di più, iniziò a lavorare a un progetto per cui qualcuno deve aver pensato che in lui si fosse instillato il germe della pazzia.

L'ingresso di Ca' delle Mosche. Franco ci ha vissuto
 coi figli Guido, Aline e Nicoletta
   La terra della Padania è piana e irrigua il che la rende ottima per l'agricoltura su larga scala, oggi di pura rapina gravida di veleni, che si deve al disboscamento millenario di queste lande e alla bonifica delle paludi. Ma Franco pensò bene di ricostituire un bosco proprio su 7 o 8 ettari di terra a ridosso del casale, irrigui e pianeggianti. Piante contro pannocchie, arbusti contro soia. Maturava forse l’idea da qualche tempo ma ci si mise con vigore inaspettato architettando un bosco che doveva rispondere anche a esigenze educative: solo specie locali, un laghetto artificiale, piccole stradelle di attraversamento per le scolaresche… La cosa andò avanti per un po’ ma alla fine la natura ebbe ragione di lui, le cui forze – con l'età - andavano diminuendo: i semi portati dagli uccelli o sparsi dalle piante germogliarono; le edere si avvinghiarono ai tronchi; i rovi si attorcigliarono sui fusti; gli animali – tassi, volpi, lepri – fecero i loro nidi… mentre le radici delle piante formavano quel reticolo sotterraneo che serve a far comunicare esseri che per lo più ci sembrano inanimati. Si ricreò quell’apparente caos “naturale”, selvatico,  che Franco aveva tentato inutilmente di governare. 

Maggiore di 5: da destra Claudia, Barbara,
Marco Tullio, Emanuele a Ca' delle Mosche
negli anni Cinquanta. Nostro padre Gian
se ne andò in un incidente aereo appena
dopo la conclusione dei restauri della cascina


A un certo punto lasciò perdere. Il bosco era diventato, da progetto degno di un architetto ambientalista,  un selvaggio universo di specie vegetali con alberi di alto fusto, roveti impenetrabili, cespugli rigogliosi. Franco lasciò – forse anche felice di non doversene più occupare – che il suo bosco vivesse di luce propria. Che diventasse non più il “suo” bosco ma un bosco. Con le sue dinamiche, la sua selezione naturale, la sua potente e apparentemente disorganizzata, gerarchia.

Oggi che osservo il suo lascito mi rendo conto che questa è  l’eredità  che mi ha consegnato. Se dovessi tornare ad avere un pezzo di terra infatti, seguirei il suo esempio. Ne lascerei una porzione allo stato selvatico e mi accontenterei di farci un po’ di legna e di osservare come un luogo "abbandonato"  a se stesso possa trasformarsi in un universo governato da leggi incomprensibili ma di una formidabile armonia. Quando nella vita ci ostiniamo a voler controllare tutto - comprese le foreste, i ghiacciai, i fiumi – dovremmo avere il coraggio di lasciare almeno una parte al caso. Dovremmo cioè consentire alla natura di fare il suo corso del quale sappiamo ancora cosi poco e che non mancherebbe di stupirci. Una lezione di vita che gli devo. 

Quanto al bosco è  ancora li e, se si osserva dall’alto questa porzione di territorio, è facile notare che è l’unico polmone verde nel raggio di centinaia di chilometri. Cosa c'è di più bello di questa eredità condivisa e ormai bene comune? Grazie fratello.

Ca' delle Mosche e una porzione del "Bosco di Franco"
Mosca bianca nella devastazione ambientale del cremasco






lunedì 3 dicembre 2018

Viaggi all'Eden sconfinati a Crema. La mia città

Comune di Crema - Assessorato alla Cultura- Turismo e Pari Opportunità
Associazione culturale Orizzonti Nomadi – L’Angolo dell’Avventura sezione di Crema

Il viaggio attraverso le immagini
Reportage di viaggiatori
Ciclo di videoproiezioni a Crema
Gli incontri si terranno nella Sala Cremonesi
presso il Centro Culturale Sant’Agostino via Dante, 48 e
la Sala Alessandrini Via Matilde Di Canossa

Ore 21,00 – INGRESSO LIBERO
La serata si terrà nella Sala Cremonesi presso il centro Culturale Sant’Agostino a Crema .

Martedì 4 dicembre 2018 DA MILANO A KATMANDU e SCONFINATE. Storie di frontiere e confine. Presentazione libri e videoproiezione di Emanuele Giordana.

Com'è cambiato l'Oriente e, soprattutto, il nostro modo di viaggiare nei  paesi dove si leva il sole?
Emanuele Giordana, intervistato dalla giornalista Mara Zanotti, prova a raccontare cosa è stata negli anni Settanta la scoperta dell'Asia da parte di una generazione  che - nella ricerca spirituale o semplicemente per voglia di avventura - aprì una strada, a piedi, che sarebbe poi stata battuta dal grande turismo di massa.  Ma oltre al turismo e al piacere del viaggio, l'Occidente scoprì a livello di massa la spiritualità orientale, lo yoga, le medicine alternative indiane o cinesi, la letteratura sino allora ignorata e persino un nuovo modo di vestire e mangiare. Il racconto si svolge ricordando quel viaggio adolescenziale negli anni Settanta (descritto in Viaggio all'Eden uscito nel 2017 per Laterza) ripercorso poi 40 anni dopo da giornalista e ri-descritto  in Diario da Kabul (2010) e Sconfinate: storie di confini e terre di frontiera appena uscito per Rosemberg&Sellier. Durante la serata presenterà proprio questi suoi ultimi libri.



Gli appuntamenti di “Il viaggio attraverso le immagini” sono promossi dall’Associazione culturale Orizzonti Nomadi – L’Angolo dell’Avventura sezione di Crema
VI ASPETTIAMO NUMEROSI! Grazie per voler diffondere l'informazione

Info: andrec_mail@yahoo.it - angolodelviaggio@yahoo.it - tel 3392471060
www.angolodellavventura.com/regioni/lombardia/crema/index.htm
Facebook –L’angolo dell’avventura di Crema

mercoledì 20 giugno 2018

Confesso: anch'io sono rom


Cesare Lombroso: "Rivoluzionari
 e criminali politici, matti e folli"
Al prossimo censimento mi dichiarerò rom. E’ il mio piccolo gesto di resistenza civile a una possibile lista nera che si aggiunga alla schedatura di questo popolo già presente in tutti 
i commissariati e prefetture di Italia. Ma anche per dire che non so da dove vengo. Un modo per rompere i confini di un’identità che mi va stretta

Ho fatto questo ragionamento in macchina sull’autostrada Milano Bologna mentre andavo, ieri, a presentare il libro “Sconfinate” con Giuliano Battiston e Pierluigi Musarò – coautori di un volume sui confini – nel contesto di Atlas of transition, un progetto il cui titolo è inequivocabile e dove le parole di Salvini sono arrivate come l’ennesima bomba del nuovo governo. Una “sparata” oscura e che prefigura una sorta di lista di proscrizione per i rom. In fondo – ho pensato – se mi dichiarassi rom anch’io, starei dicendo il falso? E chi lo sa?

Quel che è certo è le mie origini sono “nomadiche”, che quel che era la mia famiglia di origine si è spostata, chissà da dove, chissà per quanto, fino ad arrivare in Piemonte dove i Giordana contano 298 delle oltre 340 famiglie presenti in Italia: stanno in Piemonte tra le province di Cuneo e Torino. Al netto di sposalizi, migrazioni, spostamenti e considerato che Giordana è un cognome poco diffuso, questa cosa mi fa pensare che in origine fossimo un piccolo nucleo di migranti arabi – dalla valle del Giordano – che per qualche motivo (sfuggire a una guerra o a una persecuzione etnico-areligiosa o semplicemente per trovar lavoro) avevano scelto una qualche località verso Cuneo. Quanto durò quella migrazione? Quando avvenne? Quanto fummo obbligati a integrarci e quanto lo scegliemmo?