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sabato 9 gennaio 2021

L’eredità di mio fratello Franco

Franco e Saveria Giordana 
  Un mese fa mio fratello, Franco Giordana, se n'è andato dopo aver combattuto una lunga battaglia contro un tumore davvero maligno, gestito con personale saggezza e l’aiuto della sua compagna. Battaglia in parte vinta, aiutandosi col tai-chi, di cui era maestro, un’alimentazione attenta e il conforto del suo lavoro per Acta Plantarum nella catalogazione di piante e fiori. Il legame tra noi era forte perché Franco era il maggiore e io il più piccolo e, al di là delle inevitabili controversie dovute alle gerarchie del sistema famigliare, per molti anni l’ho considerato un secondo padre, che il nostro aveva lasciato lui ancora minorenne e me di appena sei anni.

  Mi sono interrogato sulla eredità che mi ha lasciato e sto cercando di radiografarla, mondandola dei conflitti e delle incomprensioni che abbiamo avuto e dissacrando il mito inevitabilmente legato alla morte, per il quale si diventa improvvisamente (solo da morti) modelli incomparabili di grandi virtù. Per molti anni ho pensato che il suo lascito sarebbe stato etico: quello che mio padre non aveva potuto trasmettermi e che mia madre aveva coltivato nella fatica di allevare cinque figli senza avere più un marito. Ma adesso mi rendo conto che il suo lascito, la sua vera eredità, risiede per me non tanto in un concetto – labile e manipolabile come tutti i concetti – ma in un’essenza vivente: un bosco.

Franco con la mamma Bianca Maria
detta "Titti"
Alcuni anni fa diventammo proprietari delle terre che circondano la Ca’ della Mosche, una casale del cremasco appartenuto ai veneziani signori Mosca e poi alla famiglia dei Rossi Martini che la vendettero a mia nonna, Clelia Bertollo, che aveva sposato mio nonno Tullio, giornalista coraggioso che aveva sfidato Mussolini e che per questo motivo aveva perso il lavoro e il suo giornale – La Tribuna – nei primi anni del Ventennio. Il nonno era di Crema (storiche le sue battaglie col rais Farinacci di Cremona) e la nonna, che aveva portato in dote capitali importanti, gli aveva comprato le Mosche con 44 ettari di terreno che, di mano in mano, passarono a Franco, Barbara, Marco Tullio e me. Io Barbara e Marco Tullio vendemmo la terra comprando altrove: nel mio caso un’abitazione a Roma. Ma Franco, molto più legato di noi a Ca’ delle Mosche, dove si era trasferito da Milano negli anni Settanta coi primi due figli e la prima moglie Alessandra, non ne aveva voluto sentir parlare di vendere. Di più, iniziò a lavorare a un progetto per cui qualcuno deve aver pensato che in lui si fosse instillato il germe della pazzia.

L'ingresso di Ca' delle Mosche. Franco ci ha vissuto
 coi figli Guido, Aline e Nicoletta
   La terra della Padania è piana e irrigua il che la rende ottima per l'agricoltura su larga scala, oggi di pura rapina gravida di veleni, che si deve al disboscamento millenario di queste lande e alla bonifica delle paludi. Ma Franco pensò bene di ricostituire un bosco proprio su 7 o 8 ettari di terra a ridosso del casale, irrigui e pianeggianti. Piante contro pannocchie, arbusti contro soia. Maturava forse l’idea da qualche tempo ma ci si mise con vigore inaspettato architettando un bosco che doveva rispondere anche a esigenze educative: solo specie locali, un laghetto artificiale, piccole stradelle di attraversamento per le scolaresche… La cosa andò avanti per un po’ ma alla fine la natura ebbe ragione di lui, le cui forze – con l'età - andavano diminuendo: i semi portati dagli uccelli o sparsi dalle piante germogliarono; le edere si avvinghiarono ai tronchi; i rovi si attorcigliarono sui fusti; gli animali – tassi, volpi, lepri – fecero i loro nidi… mentre le radici delle piante formavano quel reticolo sotterraneo che serve a far comunicare esseri che per lo più ci sembrano inanimati. Si ricreò quell’apparente caos “naturale”, selvatico,  che Franco aveva tentato inutilmente di governare. 

Maggiore di 5: da destra Claudia, Barbara,
Marco Tullio, Emanuele a Ca' delle Mosche
negli anni Cinquanta. Nostro padre Gian
se ne andò in un incidente aereo appena
dopo la conclusione dei restauri della cascina


A un certo punto lasciò perdere. Il bosco era diventato, da progetto degno di un architetto ambientalista,  un selvaggio universo di specie vegetali con alberi di alto fusto, roveti impenetrabili, cespugli rigogliosi. Franco lasciò – forse anche felice di non doversene più occupare – che il suo bosco vivesse di luce propria. Che diventasse non più il “suo” bosco ma un bosco. Con le sue dinamiche, la sua selezione naturale, la sua potente e apparentemente disorganizzata, gerarchia.

Oggi che osservo il suo lascito mi rendo conto che questa è  l’eredità  che mi ha consegnato. Se dovessi tornare ad avere un pezzo di terra infatti, seguirei il suo esempio. Ne lascerei una porzione allo stato selvatico e mi accontenterei di farci un po’ di legna e di osservare come un luogo "abbandonato"  a se stesso possa trasformarsi in un universo governato da leggi incomprensibili ma di una formidabile armonia. Quando nella vita ci ostiniamo a voler controllare tutto - comprese le foreste, i ghiacciai, i fiumi – dovremmo avere il coraggio di lasciare almeno una parte al caso. Dovremmo cioè consentire alla natura di fare il suo corso del quale sappiamo ancora cosi poco e che non mancherebbe di stupirci. Una lezione di vita che gli devo. 

Quanto al bosco è  ancora li e, se si osserva dall’alto questa porzione di territorio, è facile notare che è l’unico polmone verde nel raggio di centinaia di chilometri. Cosa c'è di più bello di questa eredità condivisa e ormai bene comune? Grazie fratello.

Ca' delle Mosche e una porzione del "Bosco di Franco"
Mosca bianca nella devastazione ambientale del cremasco






9 commenti:

Unknown ha detto...

ciao Manulo, ho apprezzato molto le tue parole, le tue confidenze ed il ricordo di Franco, mio papà aveva il suo stesso nome, con tuo fratello condivido la passione per il tai-chi da una diecina d'anni e ne sono molto contento e soddisfatto, ti abbraccio e ti porgo le mie condoglianze. Erio

Pier Vito ha detto...

Vivere fuori dalla città. Non contro la città, ma nonostante la città.E' stato un anticipatore.

Unknown ha detto...

Amanullah jan che bello scritto Franco e' contento che lo hai ricordato cosi

Unknown ha detto...

Bellissimo e commovente il tuo scritto:gran bel modo di ricordare Franco.Vittorio

eEn ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
eEn ha detto...

Grazie per questi pensieri. Ho avuto con Franco un'intesa fulminante più di 20 anni fa. Me lo presentò il comune amico Eugenio. Franco aveva trovato un piccola felce in un muro della stazione di Treviglio e mi aveva contattato. Legammo subito, forse anche per la nostra "lentezza" e ironia nel comprendere che la natura sfugge alla legge dei numeri. Mi piaceva il suo modo di toccare le piante. Non sono credente, ma se potessi scegliere una prossima vita, la vorrei con Franco, Eugenio e Filippo, tutti amici botanici che quest'anno mi hanno lasciato. Grazie.

Stefano ha detto...

buonasera, questo articolo mi ha rattristato e colpito, perché conosco sia questo sito che Acta Plantarum da anni (e AP oltre che conoscerlo, direi che lo utilizzo quasi ogni giorno), ho anche brevemente incontrato Franco qualche anno fa a Roma per un evento botanico, ma non immaginavo un collegamento come questo, che sicuramente avrei preferito scoprire in ben altro modo.
Vorrei sapere se il bosco è aperto al pubblico, mi piacerebbe visitarlo quando mi capiterà di passare da Crema o non troppo lontano.

Unknown ha detto...

Ho conosciuto Franco al Museo Naturalistico Archeologico di Vicenza in occasione di incontri sulla determinazione nomeclaturale di specie vegetali critiche.
Era di poche parole, ma dalla sua semplicità traspariva una saggezza e generosità enorme. Era un sicuro punto di riferimento per molti botanici che partecipavano agli incontri. Questo ricordo ne conferma la mia prima impressione. Sapevo del suo progetto del bosco, ma non con questi dettagli. Il suo bosco è una bella eredità per tutti.
Grazie!
Antonio

Packers And Movers Gurgaon ha detto...

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