La vittoria di Obama nel far passare al Senato la nomina alla Cia di John Brennan, il successore a Langley del generale David Petraeus, è accompagnata da ombre pesanti. E non tanto per il boicottaggio repubblicano che, come nel caso del titolare della Difesa Chuck Hagel, è stato in realtà una battaglia più contro Obama che contro le due nomine (anche se Hagel è indigesto al Grand Old Party che lo considera un traditore). Il fatto è che lo scambio Petraeus-Brennan somma le polemiche sui droni, fiore all'occhiello del pupillo di Obama, all'inchiesta che The Guardian e la Bbc hanno appena pubblicato sui lati più oscuri della guerra in Irak: torture e illegalità con la certezza che Petraeus sapeva.
Quanto a Brennan, i repubblicani hanno fatto ostruzionismo per ore dibattendo se sia possibile che un drone uccida un cittadino statunitense nella stessa America. La risposta è stata logicamente no ma in realtà, oltre alle polemiche che non solo negli Stati uniti accompagnano la politica degli omicidi mirati coi velivoli senza pilota, sono in tanti a interrogarsi sul sistema di sorveglianza anti terroristica che la Cia tiene in piedi e che, oltre a spiare il resto del mondo, classifica e archivia due miliardi di mail al giorno. Ma questo non preoccupa i repubblicani anche se su questa vecchia storia, trama di film, memoriali e thriller, adesso si torna a parlare: l'economista americana di origini olandesi Saskia Sassen ha scritto che l'apparato di sorveglianza è aumentato a dismisura negli ultimi dieci anni e comprende almeno diecimila edifici, un milione di funzionari addetti e circa due miliardi di mail tracciate ogni giorno.
Brennan comunque ha superato l'impasse al Senato (63 a 34) dopo rassicurazioni ufficiali che i droni non si useranno mai in territorio Usa se non in casi “eccezionali”. E per altro ai repubblicani, il programma non dispiace affatto, specie se ci va di mezzo un “traditore”, come quel Anwar al-Awlaki, leader islamico yemenita nato negli Usa e ucciso nel settembre del 2011 nello Yemen. Da due droni.
Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, già consigliere del presidente per l'antiterrorismo che in quel posto lo voleva dal 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi dal Pakistan alla Libia. Il programma piace al presidente anche se le stime sui civili uccisi sono elevate: secondo un'inchiesta del Bureau of Investigative Journalism, le operazioni dei droni sono migliaia. Solo in Pakistan, nel periodo 2004-2013, i dati raccolti danno un bilancio totale di 362 azioni (310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431. Nello Yemen? Tra 43 e 53 attacchi, tra 228 e 325 civili uccisi tra cui oltre una dozzina sono bambini. L'incertezza sui numeri denuncia la difficoltà di valutare esattamente gli effetti del programma.
Quanto alle ombre sull'ex direttore della Cia (dal settembre 2011 al novembre 2012, quando fu travolto dallo scandalo delle mail rosa), David Petraeus era solo un generale quando andò in Irak ma lì aveva il compito di dirigere tutto, appena un passo dietro al titolare della Difesa Donald Rumsfeld. Come ha rivelato la stampa britannica, Rumsfeld aveva scelto un tal colonnello James Steele, che era stato nelle forze speciali ed era uno “specialista” nelle guerre sporche centramericane, per stroncare con ogni mezzo, e cominciando dai campi di detenzione, soprattutto i miliziani sunniti. Gli fu affiancato un altro specialista: il colonnello in pensione James Coffman. Ebbero soldi e carta bianca e fecero i supervisori di quello spicchio di guerra che fu il più oscuro di tutta l'occupazione. Petraeus era lì. Un'altra macchia sulla sua divisa. E su quella della Cia.
Visualizzazioni ultimo mese
Cerca nel blog
Translate
Visualizzazione post con etichetta Jhon Brennan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jhon Brennan. Mostra tutti i post
sabato 9 marzo 2013
sabato 9 febbraio 2013
RAID SOTTO ACCUSA: TROPPI MORTI TRA I BAMBINI AFGANI
Proprio mentre il Congresso lo metteva sulla graticola per l'utilizzo dei droni e per le “tecniche” in uso dalla Cia, Jhon Brennan– il consigliere di Obama in tema di anti terrorismo e l'aspirante alla poltrona più importante di Langley - si è visto arrivare addosso l'ennesima tegola che mette sotto accusa la strategia militare americana in Afghanistan e i suoi effetti sulle vittime civili. Tornano sotto i riflettori i bombardamenti e soprattutto i loro “danni collaterali”: che in molti casi riguardano bambini.
La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.
Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.
Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».
La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.
Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.
Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».
Iscriviti a:
Post (Atom)

