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domenica 28 febbraio 2016

Ecco quanto vale la vita di un afgano

Quanto vale la vita di un afgano? Quanto costa un cadavere della nazionalità respinta in questi giorni alle eurofrontiere? A giudicare da quanto gli Stati uniti hanno offerto per compensare le vittime dell'ospedale di Kunduz, che agli inizi di ottobre venne fatto segno di un bombardamento mirato che lo ridusse in cenere, la morte di un afgano – anche se con laurea – vale seimila euro. Tremila se è stato solo ferito, anche in modo grave. Lo hanno raccontato all'Associated Press i parenti delle vittime dell'attacco al nosocomio di Msf di Kunduz e la risposta dei Medici sena frontiere, che l'ospedale gestivano con personale soprattutto locale, non si è fatta attendere: Guilhem Molinie, portavoce di Msf in Afghanistan, definisce «ridicolo» il cosiddetto pagamento di “sorry money”. Insufficiente per molte famiglie che avevano nei loro morti l'unico salario con cui sopravvivere. Il Paese della guerra infinita è intanto alle prese col tentativo di rinegoziare l'ennesimo incontro tra governo e talebani mentre ieri due attentati della guerriglia (uno a Kabul, l'altro nella provincia orientale di Kunar) hanno ucciso oltre venti persone, in gran parte civili. Il che rende il negoziato - messo in piedi da una “Commissione quadrilaterale” formata da afgani, pachistani, americani e cinesi - estremamente in salita.
 Guilhem Molinie di Msf: compensazione ridicola

La vicenda di Kunduz e del bombardamento dell'ospedale di Msf è una delle tante vicende della guerra infinita e uno dei capitoli più bui per militari afgani e internazionali, responsabili di mezze ammissioni, scuse e reticenze fustigate anche da un recente rapporto dell'Onu. A quanto si sa, gli americani – che chiamati dagli afgani fecero il raid sull'ospedale - dopo aver espresso le loro condoglianze a oltre 140 famiglie e individui hanno reso noto che la ricompensa sarà per tutto lo staff. Ma al di là dei numeri (14 morti tra il personale, 24 tra i pazienti, 14 altri civili) la cifra sembra per ora quella lamentata dalle vittime - e ritenuta inadeguata e offensiva - quando in altre occasioni (come nel caso del militare “impazzito” che fece una strage nel 2013 andando di casa in casa da solo a fare giustizia sommaria) gli Stati Uniti sborsarono fino a 50mila dollari per ogni vittima. E non c'è solo la questione dei soldi. Secondo l'Ap, un documento congiunto Nato-Usa che l'agenzia ha potuto visionare ammette che un Ac-130 sparò con 211 colpi per mezz'ora prima che ci si rendesse conto del disguido. Il documento dice anche che, contrariamente a quanto sostennero inizialmente le autorità militari di Kabul, non c'era nessuna evidenza che nell'ospedale vi fossero dei guerriglieri. Il raid avrebbe anzi dovuto colpire un edificio a poca distanza: un tragico “errore”. Sarebbe anche pronta l'indagine condotta in proprio dagli americani: un dossier di 3mila pagine che però non è ancora stato reso pubblico. Quanto alla commissione indipendente che Msf ha chiesto per far luce sulla vicenda, niente è successo poiché sarebbero necessarie alcune procedure di indagine che devono ricevere luce verde da Washington e Kabul.

sabato 9 febbraio 2013

RAID SOTTO ACCUSA: TROPPI MORTI TRA I BAMBINI AFGANI

Proprio mentre il Congresso lo metteva sulla graticola per l'utilizzo dei droni e per le “tecniche” in uso dalla Cia, Jhon Brennan– il consigliere di Obama in tema di anti terrorismo e l'aspirante alla poltrona più importante di Langley - si è visto arrivare addosso l'ennesima tegola che mette sotto accusa la strategia militare americana in Afghanistan e i suoi effetti sulle vittime civili. Tornano sotto i riflettori i bombardamenti e soprattutto i loro “danni collaterali”: che in molti casi riguardano bambini.

La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.

Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.

Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».

sabato 2 febbraio 2013

MALI, I NODI AL PETTINE

I nodi vengono al pettine. Nello stesso giorno, Amnesty International e Human Rights Watch, le maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, hanno denunciato gli abusi commessi sulla popolazione civile nella guerra in Mali, dopo che francesi ed esercito di Bamako hanno ripreso le città sotto controllo islamista. Alle loro voci si aggiunge quella di testimonianze raccolte dai pochi giornalisti, tra cui quelli dell'Associated Press, che riescono a raggiungere le zone “liberate”.

Quello che si temeva e che, senza essere facili Cassandre, era già stato denunciato dalle prime indicazioni emerse dopo i raid francesi iniziati a gennaio, è adesso una realtà codificata che ha sostituito alle ipotesi e alle illazioni prove e testimonianze oculari che raccontano di bombardamenti, arresti indiscriminati, esecuzioni, corpi abbandonati nel deserto descritti da che ha visto. In un clima, denunciano le organizzazioni umanitarie, nel quale l'esercito maliano agisce da censore, dando indicazioni a chi parla con la stampa o vietando contatti con stranieri in cerca di informazione.

Amnesty International ha reso noto ieri un dossier, il primo sulla situazione in Mali durante il conflitto e redatto al termine dell'ultimo lavoro (di cui abbiamo dato notizia il 22 gennaio) di una missione spedita sul posto per verificare voci e timori che già allora, a nemmeno due settimane dai primi raid, si stavano trasformando nella cruda normalità della guerra e nel tradizionale meccanismo di “pulizia” che segue di regola le operazioni militari dall'aria. Il dossier (il quarto dal 2012 e il primo del 2013 dopo le missioni a Ségou, Sevaré e Niono e nelle città di Konna and Diabaly dopo l'arrivo dei franco-maliani) dice che un “quadro più chiaro del costo del conflitto sta iniziando ad emergere” anche se resta “molto difficile confermare tutte le circostanze delle molte presunte violazioni”. Amnesty ha però ricevuto testimonianze “credibili” su civili vittime di “esecuzioni extragiudiziali da parte dell'esercito del Mali dal 10 gennaio 2013”, cioè dopo l'intervento francese. Inoltre, l'organizzazione ha avuto notizia che almeno cinque civili, tra cui tre bambini, sono stati uccisi in un attacco aereo lanciato durante la controffensiva congiunta franco maliana per riprendere la città di Konna. Amnesty ha anche raccolto “testimonianze di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte dei gruppi armati islamici” che si sono macchiati di omicidi hanno fatto uso di bambini soldato.

Ma se le nefandezze degli islamisti dei gruppi qaedisti, da cui la stragrande maggioranza dei residenti ha preso le distanze, non stupiscono, ciò che più colpisce del rapporto è l'accusa all'esercito maliano, in qualche modo coperto se non altro dal silenzio delle autorità francesi. “Le informazioni ricevute da Amnesty – dice ancora il rapporto First Assessment of the Human Rights situtione after three week Conflict - indicano che dopo che le forze franco maliane hanno assunto il controllo di Gao e Timbuctu, civili tuareg e arabi - accusati di essere vicini ai gruppi islamisti armati – sono stati presi di mira da parte dei residenti e parte dei loro beni sono stati saccheggiati”. AI ha ricevuto richieste d'aiuto da gente di Gao che si dichiaravano obiettivo di rappresaglia per i suoi presunti legami con tuareg o gruppi armati islamisti, mentre le forze governative sarebbero rimaste a guardare.

Sugli attacchi aerei ancora si sa poco, ma la testimonianza di un parente delle vittime è inequivocabile. E' l'11 gennaio a Konna: “Ho sentito il rumore di due elicotteri e immediatamente il lancio dei razzi...sono stato ferito da schegge nei piedi. Poi vengono sparate bombe contro le cinque finestre e le tre porte della mia casa dove ci sono mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Mi sono precipitato dentro e ho visto i miei fratelli coperti di sangue che scorreva a fiotti da diverse ferite...erano già morti”. Di quella famiglia ci sono nomi ed età: Aminata Maiga 40 anni, Adama dieci anni, Ali 11, Zeinabou sei. Un altro dei fratelli, Saouda, si è salvato: è stato ferito a un braccio e a una gamba. Poco più in là un siluro ucciderà un meccanico in bicicletta. Sono i primi effetti collaterali di cui abbiamo notizia certa.

Hrw dal canto suo ha denunciato ieri (un giorno dopo l'uscita del suo Rapporto 2013) un episodio raccapricciate: si svolge a Sevaré il 9 gennaio, prima dell'attacco francese, e mentre Konna, 65 chilometri più a Nord, è sotto attacco dei ribelli islamisti. Qui la pulizia (in parte anche etnica visto che si tratta per lo più di peul, una minoranza maliana dalla pelle ambrata e dai tratti somatici nilotici) è preventiva. La cornice è la stazione degli autobus dove l'esercito ferma dei sospetti che non hanno documenti: i testimoni raccontano di attimi drammatici in cui gli arrestati, prima di essere portati via, cercano disperatamente tra il pubblico testimoni della loro identità. Poi 13 persone, forse di più, vengono portate in un campo e fucilate. I loro corpi finiscono nei pozzi vicini, il modo ormai usuale in Mali per far sparire i cadaveri. L'esercito nega. Non sa nulla nemmeno di cinque uomini scomparsi nelle guarnigioni di Konna e Sevaré sempre in gennaio. Non è l'unico crimine denunciato dall'organizzazione che certifica anche testimonianze su soldati sotto l'effetto patente dell'alcol. Hrw non risparmia certo gli islamisti che si sono distinti in violazioni di ogni tipo: esecuzioni sommarie, e, come già denunciato dall'organismo con sede a New York, l'utilizzo di bambini soldato, addirittura di solo 11 anni.

Alle voci di Hrw e AI si aggiunge quella dei giornalisti. Ieri l'Associated Press ha riferito di tre uomini arrestati dai maliani a Timbuctu e visitati in carcere. I tre, islamisti noti, hanno denunciato torture: “Mi hanno versato in bocca e sulle narici 40 litri d'acqua sino a soffocarmi...pensavo di morire – dice Ali Guindo – dormivo all'addiaccio e ogni notte mi vbuttavano addosso acqua gelata”. Tutti e tre riferiscono ad Ap una versione molto simile. Sino a che i soldati non fanno rapidamente smettere l'intervista.

lunedì 21 maggio 2012

PAROLA DI MOTASSIM AGHA JAN

Agha Jan Motasim, già membro della direzione politica della shura di Quetta e dunque influente membro della leadership col turbante (è stato arrestato nel 2010 a Karachi ma poi rilasciato), è un talebano importante. Genero di mullah Omar di cui ha sposato una figlia, già ministro delle Finanze dell'emirato, in questa intervista a Kathy Gannon dell' Associated Press spiega diverse cose importanti a cominciare dal fatto che si dispiace dell'uccisione di Rahmani, un "nazionalista", dice, che i talebani rispettavano. E' consoderato una talebano moderato

Spiega anche che ci sono due correnti di opensiero tra i talebani: "There are two kinds of Taliban. The one type of Taliban who believes that the foreigners want to solve the problem but there is another group and they don't believe, and they are thinking that the foreigners only want to fight," he said by telephone. "I can tell you, though, that the majority of the Taliban and the Taliban leadership want a broad-based government for all Afghan people and an Islamic system like other Islamic countries."

Prosegue poi spiegando quali sono le richieste principali del movimento: They want - dice alla Gannon - all Afghan prisoners released from U.S.-run detention facilities at Guantanamo Bay and near Bagram Air Field north of the Afghan capital; the names of all Taliban currently on the United Nations sanctions blacklist removed; and recognition of the Taliban as a political party. E spiega che i colloqui del Qatar fallirono quando Washington fece affondare l'idea della liberazione di cinque talebani da Guantanamo.

Queste interviste sono rare e difficili da ottenere ma importantissime per capire un movimento su cui abbiamo pochissime fonti dirette e da cui provengono spesso rivendicazioni non sempre attendibili. Vale la pena di segnalarle anche se Agha Jan è una figura controversa: è stato l'uomo dei colloqui nel 2011 con gli americani ma ora si trova in Turchia, non si sa bene se solo per motivi di salute - come dice - o per dissidi con la shura di Quetta che, tra l'latro, l'avrebbe messo sotto inchiesta. Anche la sua liberazione (era stato arrestato dopo mullah Baradar) ha fatto discutere e si era pensato che in qualche modo i pachistani volessero utilizzarlo.