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mercoledì 4 settembre 2019

La crisi del Kashmir in otto minuti

La crisi del Kashmir in otto minuti secondo il mio punto di vista. Ringrazio LechLechà e Davide Assael per le domande puntuali



L'intervista video si può vedere qui

mercoledì 7 agosto 2019

Il Kashmir tra India e Pakistan

Visto da Islamabad

Il Pakistan chiede l’intervento dell’Onu. Un articolo uscito oggi su il manifesto


Uno dei paradossi della Storia vuole che sia stata proprio l’élite hindu del Kashmir negli anni Venti a volere per la regione uno statuto speciale che li garantisse dall’intrusione dei vicini cui Hari Singh, l’allora maharaja, vietò residenza, acquisto di terre e possibilità di accedere a cariche pubbliche. In realtà Hari Singh, a capo di una comunità in maggioranza musulmana, avrebbe volto un Kashmir indipendente ma dovette cedere alle pressioni di India e Pakistan che se lo volevano inglobare e scelse Delhi. A patto che lo status speciale della regione fosse conservato garantendo ai suoi sudditi un'indipendenza che, seppur pagata a caro prezzo, era rimasta tale sino a lunedi scorso. Che la mossa di Delhi avrebbe rinfocolato le tensioni con Islamabad – che controlla il Nord del territorio conteso – era così scontato che Modi non solo deve averlo previsto ma – a giudicare dal suo piglio anti musulmano – deve averlo contemplato: anche per umiliare il vicino che, agli inizi di quest’anno, quando i due Paesi sono stati sull’orlo di una quarta guerra, aveva saputo gettare acqua sul fuco e risolvere con le armi della diplomazia l’ennesimo casus belli.

Imran Khan, il giocatore di cricket prestato alla politica, si sta dimostrando un uomo di grande abilità e forse persino il riformatore di quel sistema asfittico che strangola dalla sua nascita il Pakistan: ostaggio di una burocrazia pachidermica e di un potente apparato militare che sono una delle tante eredità della Partition del 1947 quando il Raj britannico figliò India e Pakistan. Ieri il premier, che ha chiesto che sulla questione intervenga il Consiglio di sicurezza dell’Onu, è andato a spiegare in parlamento la risposta a un atto definito “irrazionale” e “illegale”, due termini persino blandi davanti alla decisione liberticida di Delhi. Così blandi che le opposizioni, capeggiate dalla Lega musulmana, ne hanno approfittato per metterlo in croce. Ma alla fine il parlamento è stato a sentire un ragionamento lineare e convincente.

Il Pakistan si sta adoperando per la pace nella regione, convinto che la fine della guerra in Afghanistan e la risoluzione delle vicende kashmire beneficerà tutti, in primis il Pakistan stesso. Ma, aggiunge Khan, quando “ho incontrato Modi” per garantirgli il pugno duro con i militanti estremisti “ho avuto la sensazione che non mi ascoltasse e che prendesse per debolezza le mie aperture”. Purtroppo, conclude Khan, quel che è successo per il Kashmir non è che la messa in pratica del manifesto del partito di governo, padrino di un’ “ideologia razzista”. Che – dice Khan - potrebbe portare a una “pulizia etnica” in Kashmir e a colpirci di nuovo. “Risponderemo”. Fa capire però che, ancora una volta, non è la strada dello “strike” quella che adesso il Pakistan deve scegliere. Lascia intendere che forse questa è l’occasione buona per essere presi sul serio in un momento in cui la democrazia più popolosa del pianeta – come si suole chiamare l’India – ha commesso un atto che non coinvolge solo il Pakistan ma il mondo intero, l’Onu, grandi Paesi come Cina e Stati Uniti che non possono vedere che con apprensione l’escalation.

In altri tempi il gesto di Modi avrebbe favorito azioni terroristiche in Kashmir o in territorio indiano cui la Storia ci ha abituati: azioni condotte col beneplacito dei servizi pachistani e con una rete di protezione di gruppi sconfessati a parole ma coccolati in segreto. Anche se non sono da escludere, le cose ora potrebbero cambiare pur se la rete di connivenza e protezione degli oltranzisti è resistente. Khan però vuole giocare a carte scoperte non “in segreto”. E’ una scelta in controtendenza. Forse per questo ancor più in salita.

domenica 3 marzo 2019

Imran Khan, una mossa da cricket per gestire la guerra tiepida

Questo articolo è uscito oggi
su il manifesto
La guerra vera tra India e Pakistan, per ora, forse non si farà. Ma la tensione rimane alta e il conflittodi bassa intensità, che da decenni caratterizza ormai la “guerra fredda” tra i due colossi asiatici nati dalla Partition dell’India britannica, continua. Quando nella notte tra venerdi e sabato le autorità pachistane hanno restituito il pilota indiano Abhinandan Varthaman, catturato nell’Azad Kashmir (l’area kashmira controllata da Islamabad), alle autorità indiane di frontiera, la tensione innescata dal raid di Delhi del 26 febbraio si è improvvisamente raffreddata. E il gesto di buona volontà del Pakistan sembra aver offerto una via d’uscita per interrompere l’escalation di botta e risposta che avrebbe (e ancora potrebbe) portare a un conflitto. La prudenza resta d’obbligo.

I due eserciti hanno infatti ricominciato il gioco delle artiglierie dall’una e dall’altra parte della LoC, la Linea di Controllo che divide la regione disputata dai due Paesi: quella più piccola e quasi disabitata del Pakistan, e il fertile giardino del Kashmir sotto amministrazione indiana. Islamabad lamentava ieri pomeriggio due soldati e due civili uccisi e almeno altri tre feriti. Da parte sua l’India accusava il Pakistan di cannoneggiare aree civili del Kashmir indiano da cinque giorni. Pallottole vere con esagerazioni e propaganda? Fuochi d'artificio per far vedere che non si molla? Tutte le cose assieme ma i bollettini di ieri, se possono sembrar una coda delle tensioni dei giorni scorsi o l’avanguardia di nuove, sono anche l’ordinaria amministrazione del Kashmir diviso dalla LoC. Cui vanno aggiunte manifestazioni su base settimanale contro quella che per molti kashmiri (in maggioranza musulmani) è una “occupazione” che produce vittime. Tra cui la verità.

"I due Paesi con l’arma nucleare, armati                           fino ai denti    (da americani, cinesi, israeliani,           europei) si guardano  in cagnesco dal 1947"

Se la guerra calda si allontana, e se la guerra fredda rituale torna a far rullare i suoi tamburi, chi l’ha vinta la “guerra tiepida” che ha tenuto il mondo col fiato sospeso? Due Paesi con l’arma nucleare e armati fino ai denti (da americani, cinesi, israeliani, europei) si guardano dal 1947 in cagnesco. Hanno già combattuto tre guerre (due per il Kashmir e una quando nacque il Bangladesh) e sono stati sull’orlo di una quarta qualche anno fa: mettono paura quando alzano i toni. Quando dal rimpallo diplomatico con mille forme (diplomazia del cricket, della ferrovia o degli autobus transfrontalieri) si passa alle bombe, la preoccupazione è più che motivata. Ma in realtà, sostengono molti osservatori, nessuno la guerra la voleva veramente. E se Narendra Modi – che non poteva tollerare la strage di Pulwama del 14 febbraio con 42 paramilitari indiani uccisi dai terroristi di Jaesh-e Mohamad - ha vinto la partita interna, a un pugno di giorni delle elezioni e accogliendo il pilota come un eroe simbolo della capitolazione pachistana, la guerra vera l’ha vinta Islamabad. O meglio il suo nuovo leader, quell’Imran Khan, ex giocatore di cricket, che sembrava un parvenu della politica ostaggio dei militari. E’ lui che nell’arena internazionale giganteggia. E’ lui che, consegnando il pilota, offre la via d’uscita per evitare l’escalation. E’ stato abile: l’India colpisce in territorio pachistano? Il Pakistan risponde ma solo bombardando oltre la LoC, non nell’India propriamente detta. L’India risponde mandando gli aerei? Il Pakistan risponde e abbatte ma rilascia il prigioniero. Imran Khan ha saputo tenere a freno i suoi generali assai più di Modi che ne rimane forse in parte ostaggio.
 "Imran ha spiazzato con una sorta di imprevedibile reverse swing, o oscillazione inversa, che nel cricket è l'arte di lanciare la palla giocando sulle sue oscillazioni per ingannare il battitore"
Ora si tratta di vedere come va la partita. Ma finora la partita – anche perché resta da dimostrare che l’India abbia davvero colpito i campi di addestramento dei terroristi e non solo capre e pietre - segna un punto per Modi e due per Imran. Un ex diplomatico indiano ha suggerito al corrispondente dall’India della Bbc - Soutik Biswas – che Imran ha spiazzato con una sorta di imprevedibile reverse swing, o oscillazione inversa, che nel cricket è l'arte di lanciare la palla giocando sulle sue oscillazioni per ingannare il battitore. Imran sembra averla lanciata con l’oscillazione giusta.

venerdì 23 settembre 2016

India e Pakistan: guerra di parole all'Onu

L’Assemblea generale dell’Onu si è trasformata nella tribuna di violente accuse tra India e Pakistan, definito ieri da Delhi uno «stato terrorista». E se Islamabad, nel discorso del suo premier Nawaz Sharif, aveva usato toni morbidi, lo stesso Nawaz Sharif aveva appena recapitato a Ban ki-moon un dossier sulle violazioni indiane in Kashmir, prontamente sostenuto dai rappresentanti dell’Organizzazione della conferenza islamica. Islamabad intanto - benché la cosa fosse in agenda - ha  chiuso ieri lo spazio areo nelle zone vicine al conteso territorio del Kashmir dove aveva previsto esercitazioni aree che, dice la stampa locale, hanno aumentato il sospetto che le forze armate pachistane si stiano preparando a una possibile escalation militare tra i due Paesi. La tensione è alta e, se la cornice è antica da quando i pachistani invasero il Kashmir il cui maraja indu aveva deciso di stare con l’India nonostante una popolazione largamente musulmana, lo sfondo attuale è l’attacco che il 18 settembre, ha visto morire diciotto soldati indiani nella base kashmira di Uri. Lo stato di allerta è diffuso e in alcune zone è stato innalzato (in Maharashtra ad esempio, dove gli indiani hanno denunciato strane manovre vicino a una base della marina). Inutile dire che le frontiere – terreno di scontri continui anche fuori dalla regione kashmira - sono ultra presidiate. Senza contare che è in ballo anche un possibile boicottaggio del meeting della Saarc che si dovrebbe tenere in novembre a Islamabad*.

martedì 5 gennaio 2016

La giornata nera di Narendra Modi e Nawaz Sharif (aggiornato)

Quella di ieri è stata sicuramente la peggior giornata del 2016 per il premier indiano Narendra Modi. Un sisma nella zona orientale del Paese e, a Ovest, l'attacco a un consolato indiano a Mazar, in Afghanistan, che al calar del sole non era ancora terminato (ci sono volute 25 ore per chiudere le partita). Ma al calar del sole non era nemmeno terminato il terzo giorno di battaglia tra un manipolo di guerriglieri e una delle maggiori potenze militari del pianeta. Alle tre del mattino di sabato, dopo aver sequestrato alcune persone, almeno sei guerriglieri che fanno capo all'Ujc (il “cartello” kshmiro Consiglio unito del jihad) e a una fantomatica “Highway Squad”, di cui finora non si era avuto notizia, sono riusciti a penetrare in una base dell'aviazione indiana che sorveglia il confine pachistano - a qualche decina di chilometri in linea d'aria – e l'area del Kashmir, ferita mai rimarginatasi dopo la Partition del 1947 che ha diviso il Raj britannico tra India e Pakistan con tutte le malattie che ne sono derivate.


Sabato pomeriggio, il governo aveva annunciato una fatidica “missione compiuta” ma prima che ieri scoccassero le sei di sera, lo stesso ministro dell'Interno che aveva dato per chiusa la partita di Pathankot, dove ha sede la base, doveva ammettere di aver detto sabato una bestiata, dettata forse dalla fretta e dall'imbarazzo di aver faticato – allora – 12 ore per averla vinta. Salvo scoprire che alcuni sabotatori erano ancora all'interno della base e ancora non è chiaro se la partita sia davvero chiusa (i guerriglieri morti sono sei e oggi la cosa può dirsi definitivamente finita). Dalla vicenda afgana, che riguarda comunque un problema di sicurezza dell'apparato consolare, alla brutta storia di Pathankot, per il decisionista Modi son ore dure. E non solo per la morte di sette “jawan”, come in gergo sono chiamati i militari. Ma perché la vicenda di Pathankot è piena di buchi e soprattutto, dice qualcuno, quei buchi si devono proprio a un uomo che ha accentrato poteri e decisioni. Scelte che, in casi come questo, fan venire al pettine più di un nodo.

Oltre alla bagarre interna, al problema di mettere in sicurezza una base militare molto ampia e l'apparato diplomatico all'estero, c'è poi la questione tutta politica dei rapporti col Pakistan. Pathankot e Mazar sono strettamente legati: che siano talebani in un caso (non c'è ancora una rivendicazione) e mujahedin kashmiri nell'altro, la fobia per il Pakistan non può che aumentare. E benché il comunicato dell'Ujc prenda le distanze da Islamabad sostenendo che i guerriglieri stanno agendo in autonomia per la secessione del Kashmir, tutto ciò non può che suonare alle orecchie dei falchi indiani come l'ennesima provocazione di un Pakistan percepito più come il vero grande nemico che non come il gemello con cui è bene riconciliarsi. Riconciliazione difficile e appena iniziata col viaggio di Modi in Pakistan nel dicembre scorso e ora a rischio. E' pur vero che Islamabad ha condannato l'attacco di Pathankot e che Delhi ha fatto sapere che un attentato non basta a far deragliare il dialogo, ma è anche vero che gli attentati adesso sono due, uno dei quali ha impegnato i soldati indiani per giorni. Delhi ha intanto reso noto che, del possibile incontro dei ministri degli Esteri – passo fondamentale per dar luce verde al dialogo tra i due colossi –, se ne riparlerà a operazione veramente conclusa, quando su Pathankot (e indagini correlate) sarà scritta la parola fine.

Per Islamabad l'imbarazzo non è meno grande e in un momento difficile nei rapporti internazionali. Uno dei suoi alleati per eccellenza, la retriva e ricca monarchia dei Saud - che non ha mai mancato di dare il suo sostanziale appoggio al governo pachistano e alle varie bande jihadiste del Paese - sta scaldando i motori contro Teheran. L'ultima avventura cui Islamabad vorrebbe partecipare: il Pakistan aveva già irritato i Saud quando, all'inizio della guerra nello Yemen, aveva risposto con una certa freddezza alla chiamata di Riad, limitandosi a frasi di rito ma rifiutando di inviare soldati. Poi, quando i Saud si sono inventati la coalizione islamica anti terrorismo, il Pakistan ha addirittura fatto sapere di non essere stato consultato. Mentre cerca di evitare una guerra a oriente Riad glene propone una a occidente. Anche qui son nodi al pettine.

aggiornato alle 14 del 5 dicembre

domenica 30 novembre 2008

DOPO MUMBAI, IL NODO PACHISTANO



Riprendendo le cose già scritte ieri, un ulteriore approfondimento che trovate anche su www.lettera22.it e che hio scritto per "il manifesto"

La pista delle indagini che porta verso il Pakistan rischia di perdersi nel vasto reticolo di convivenze, convenienze, travasi di guerriglieri e di ideologie che animano le due regioni bollenti del Paese dei puri: l'Azad Kashmir, occupato dall'esercito pachistano sino alla Linea di controllo che lo divide da quello indiano; e le aree tribali al confine con l'Afghanistan (Federally Administered Tribal Areas o Fata), le terre dei pathan (come i pashtun si chiamano oltre frontiera), territorio arcigno e montagnoso dove il governo di Islamabad ha solo un potere assai debole, per lo più sulla carta.
Il Kashmir è stato per anni il vivaio di allevamento proprio di gruppi come il Lashkar-e Toiba, l'organizzazione nel mirino per i fatti di Mumbai e che fu l'autrice del clamoroso assalto al parlamento indiano nel dicembre del 2001. Un precedente che fu sul punto di scatenare l'ennesimo conflitto tra le due sorelle del subcontinente.
Le Fata, da luogo di rifugio, sono diventate luoghi di combattimento, dal Waziristan alla valle di Swat (che si trova in realtà a ridosso dell'area tribale ma sempre all'interno della riottosa provincia del NordOvest), e già erano state la batteria di allevamento dei talebani afgani da parte deill'Isi - i servizi pachistani - negli anni Noventa. E' nelle Fata che il verbo di Osama bin Laden avrebbe attecchito più che altrove anche se la formula è riduttiva. Certo la suggestione del califfato transnazionale gioca il suo ruolo, specie su quella pletora di “migranti” islamisti che, dalla Cecenia o dall'Asia centrale, dalla Turchia alle regioni musulmane della Cina, si è spostata in queste terre dopo la cacciata dei talebani da Kabul. Gente sensibile al messaggio globale che adesso ha, in molti casi, messo su famiglia e radici nei santuari pachistani del Waziristan, che offrono rifugio sicuro ai ricercati. Ma in quelle aree è successo ben altro.
Dopo la fine della cosiddetta “guerra del Kargil” in Kashmir (maggio-luglio 1999) e con l'arrivo al potere di Musharraf (nell'ottobre), la questione kashmira viene affrontata dalle leadership dei due paesi con un certo pragmatismo e il contenzioso si raffredda. Musharraf mette fuori legge gruppi come Laskkar-e-Toiba o Jaish-e-Mohammad, entrambe attive in Kashmir con l'appoggio della cosiddetta “cellula India”, guidata dall'onnipotente intelligence pachistana adesso sotto cura dimagrante dopo che Islamabad ha deciso di ridimensionarla dimissionando il suo ufficio politico. La situazione obbliga molti combattenti a migrare dal 2003 verso Ovest e a raggiungere le aree calde delle Fata dove l'infiltrazione talebano-afgana ha intanto fatto crescere un nuovo fenomeno: i talebani pachistani.
Le milizie di personaggi come maulana Kashmiri, a capo dell 'Harakat ul-Jihad-e-Islami , o di altri gruppi attivi nel Kashmir come il Lashkar-e-Toiba, si incontra con gli “stranieri” - gli “arabi” transfughi dall'Afghanistan talebano - e con i miliziani radicali del Tehrik-e-Taliban di Baitullah Meshud, uno dei capi appunto dei talebani pachistani. Ma anche coi talebani afgani, più o meno di ispirazione qaedsita, come quel Sirrajudin Haqqani, figlio del vecchio mujaheddin Jalaluddin Haqqani e ritenuto tra gli ispiratori dell'attacco all'hotel Serena di Kabul nel gennaio 2008. Ma ci sono anche ex militari pachistani o agenti dei servizi che si sono sentiti traditi dalla politica di Musharraf, troppo tenero con Delhi e Washington. C'è dunque soprattutto una componente fortemente nazionalista in questo disomogeneo mondo di islamisti radicali dove comunque è forte anche il dibattito intellettuale: sorgono circoli che tengono incontri con religiosi e dotti e dove si apre il confronto ideologico sulle tesi qaediste, deobandi o wahabite e sulla sfida contro i governi corrotti e i loro alleati occidentali. Inoltre la spinta militare è fortissima, alimentata com'è dai kashmiri, gente che sa cosa significa addestrare: combattenti con esperienza di terreno che sanno condurre raffinati operatavi di guerriglia.
Più che la sfida del jihad globale, in quelle montagne impervie e inospitali per chi non vi è invitato, si saldano i diversi interessi locali o nazionali delle differenti anime di un movimento sfaccettato: ex uomini dei servizi che vorrebbero liberarsi di Musharraf prima e di Zardari poi. Talebani delle aree tribali, riedizione moderna dell'antico secessionismo pathan. Talebani afgani per i quali le Fata sono il santuario sicuro per organizzare la liberazione delle terre pashtun. Giovani occidentali di origine pachistana attratti dal mito jihadista. Qaedisti senza più patria, infine, che non possono tornare in Uzbeksitan o in Arabia saudita e per i quali la guerra senza frontiere è ormai l'unica carta d'identità.
A tutto ciò si deve poi aggiungere la mafia indiana di Dawood Ibrahim, il malavitoso islamista - trasferitosi a Karachi da Mumbay - che ha già giocato un ruolo in attentati precedenti e verso cui parte delle indagini sono orientate. C'è un legame tra questa grande e violenta città del Sud e le aree del NordOvest e del NordEst?
Certo, se la pista pachistana si perde anche in quelle montagne, la matassa sarà molto difficile da dipanare.