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| Giovanni Lo Porto. Alla famiglia il denaro ma non la verità sulla morte |
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sabato 17 settembre 2016
Un milione di lacrime. Il prezzo del drone che uccise Giovanni
Gli Stati Uniti “donano” ai Lo Porto un milione di euro per chiudere il caso del cooperante ucciso in Pakistan. E avvertono:“Non è un risarcimento” . Una pratica sempre più diffusa sugli omicidi segreti dal cielo. Ma la famiglia non ci sta
Con una “donazione” di 1 milione e 185mila euro alla famiglia Lo Porto per compensare la morte del figlio Giovanni, gli Stati Uniti considerano chiuso il caso del cooperante ucciso da un drone americano in Pakistan nel gennaio del 2015. Una donazione “in memoria”, formula ribadita ieri dall’ambasciata americana dopo che il quotidiano La Repubblica aveva rivelato l’accordo siglato l’8 luglio da un diplomatico incaricato di mettere una pietra tombale sulla vicenda. Che resta invece aperta in tutta la sua drammaticità anche se Washington si è tutelata con una formuletta che esclude che la donazione - non dunque un risarcimento ma al massimo un asettico riconoscimento del fatto - possa collegarsi a qualsivoglia futura azione legale: «Ciò non implica il consenso degli Stati Uniti d'America all'esercizio della giurisdizione italiana in eventuali controversie direttamente o indirettamente connesse al presente atto...». Punto e basta.
sabato 19 marzo 2016
Chi si ricorda di Giovanni Lo Porto?
Presi come siamo dalla vicenda di Giulio Regeni, tra depistaggi e bugie, abbiamo forse dimenticato – in un Paese che tende a dimenticare alla svelta – la morte di un altro italiano: Giovanni Lo Porto, rapito nel 2012 in Pakistan e ucciso da un drone americano nel gennaio del 2015. A non dimenticare è la famiglia che, quattro giorni fa, ha tenuto una conferenza stampa a Montecitorio (andata deserta!) con gli avvocati che la assistono, i radicali (grazie a loro si può riascoltare nei podcast di Radio radicale) e il senatore Luigi Manconi. Quest'ultimo lunedi prossimo depositerà un'interrogazione al governo e al ministero degli Esteri per sapere sia il risultato delle promesse che il presidente Obama fece nella dichiarazione pubblica con la quale, nell'aprile 2015, rese nota la morte di Giovanni e si scusò con la famiglia, sia se gli Usa intendano procedere a un risarcimento. E sì, perché Obama fece delle promesse poi ribadite in un comunicato ufficiale della casa Bianca. Undici mesi fa.venerdì 4 aprile 2014
Rana Plaza. Anche il senato striglia il Made In Italy
Il senato italiano chiederà conto alle aziende italiane coinvolte, seppur indirettamente, nel crollo del Rana Plaza, l'edifico a otto piani – due dei quali costruiti abusivamente – crollato a Dacca il 24 aprile scorso uccidendo oltre 1100 persone. Il senatore Luigi Manconi conferma l'intenzione, chiarendo ovviamente che non si tratta di un'imposizione: chiunque vi si può sottrarre «assumendosene però la responsabilità», chiarisce il presidente della Commissione diritti umani della Camera alta. «Contattati dalla Campagna Abiti puliti e messi a conoscenza dell'esistenza della creazione di un Fondo per i risarcimenti alle vittime, scriveremo alle aziende italiane coinvolte e, in base alle loro risposte, valuteremo la loro convocazione in senato». Il Fondo è stato istituito da un accordo (Arrangement) siglato sotto l'egida dell'Ilo, l'Ufficio del lavoro Onu di Ginevra, e prevede un trust fund di 40 milioni di dollari che dovrà garantire un anticipo immediato di 450 euro alle famiglie delle vittime e poi un computo che prevede un saldo finale per il mancato reddito e le spese mediche. Ma le aziende italiane che lavoravano con le fabbriche bangladesi del Rana Plaza finora non hanno firmato: Benetton, Manifattura Corona e Yes Zee .
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