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domenica 8 gennaio 2017

Passioni (Radio3): sulle orme del Grande Gioco

“Passioni – Sulle orme del Grande Gioco”

In onda per due fine settimana il 7-8 gennaio e il 14-15 gennaio 2017 alle ore 14.30 sulle frequenze di Radio3


Ideato e condotto da Emanuele Giordana con la regia di Giulia Nucci. A cura di Cettina Flaccavento (per il podcast clicca qui)


Lungo tutto il 1800 il Regno Unito, o meglio l'Impero britannico, e la Russia, o meglio l’Impero degli Zar, combatterono una guerra molto particolare che ha preso il nome di Grande Gioco, Great Game o, alla russa, Torneo delle Ombre. Fu una guerra strana e in molti casi “fredda” e non solo perché si battagliava anche nelle steppe gelate dell’Asia centrale – come nelle torride pianure afgane - ma perché non venne mai combattuta direttamente e le battaglie furono spesso a colpi di spiate, tradimenti, complotti e non solo al suono delle trombe degli eserciti. La guerra si faceva comunque attraverso gli altri – gli afgani, gli uzbechi, i tagichi – e mai con uno scontro frontale. I due Imperi si spiavano con ogni mezzo: il Regno unito temeva un’invasione russa dell’India, la perla dell’Impero. Gli zar pensavano invece che l’Inghilterra, con la sua potente macchina economica e militare, potesse invadere, con soldati e commercianti, le terre su cui l’ombra di Pietroburgo si andava allargando a Est. In mezzo c’erano Stati come l’Afghanistan, vecchi imperi come quello persiano o – più a Nord - i canati dell’Asia centrale: Bukhara, Chiva, Samarcanda. Il viaggio sulle orme del Grande Gioco attraverserà dunque alcune delle principali città che furono il teatro di questo scontro tra titani. Cercando i segni di quella strana guerra combattuta in conto terzi e guardando anche a cosa sono diventate oggi: cosa c’è ancora di quel fascino che fece innamorare gentiluomini russi e mercanti inglesi, agenti indiani e funzionari della Compagnia delle indie, militari zaristi e fedeli ufficiali di Sua Maestà britannica? Un viaggio a Bukhara e Samarcanda, nel cuore dell’Asia Centrale; da Peshawar attraverso il passo di Khyber a Kabul, Herat, Jalalabad, città afgane oggi preda di un Nuovo Grande Gioco; e infine Pietroburgo, dove gli zar e i loro consiglieri studiavano ogni singola mossa di quel Torneo la cui ombra sembra sopravvivere al suo passato.

Sulle orme del Grande Gioco - Passioni del 7 gennaio 2017

Durante tutto l’Ottocento L’Impero britannico e quello zarista si spiarono con ogni mezzo: il Regno unito temeva un’invasione russa dell’India, la perla dell’Impero. Gli zar temevano invece che l’Inghilterra, con la sua potente macchina economica e militare, potesse mangiarsi le terre su cui l’ombra di Pietroburgo si andava allargando a Oriente. In mezzo a questo Grande Gioco c’erano Stati come l’Afghanistan, vecchi imperi come quello persiano o i canati del Nord: Bukhara, Chiva, Samarcanda. Il nostro viaggio sulle orme del Grat Game comincia proprio da Samarcanda, una città su cui Marco Buttino, il più importante studioso italiano dell’Asia Centrale, ha da poco dato alle stampe un saggio per i tipi di Viella che si intitola proprio Samarcanda.
Ci faremo anche aiutare con letture tratte da Il Grande Gioco di Peter Hopkirk e da Il ritorno di un re di William Dalrymple usciti in Italia per Adelphi

Sulle orme del Grande Gioco - Passioni dell’8 gennaio 2017

Ripercorrendo le tante strade del Grande Gioco, quella guerra “fredda”combattuta a migliaia di chilometri da casa da britannici e russi nell’Ottocento, l’Afghanistan è la tappa per eccellenza. Da Herat a Ovest o da Peshawar a Est - attraversando il passo di Khyber - eserciti, agenti segreti, spie camuffate da commercianti o viandanti, cercavano di guadagnare Kabul, il nodo del controllo delle grandi vie di accesso dall’Asia centrale all’India. Come sono oggi queste città? Ce lo racconta la principessa e Soraya Malek, nipote di quel re Amanullah che fu l’ultimo monarca afgano a subire la maledizione del Great Game. Ma ci faremo aiutare anche da scritti di storici dell’epoca e da due giornalisti: la fotografa e antropologa Monika Bulaj, che al Paese ha dedicato il volume Nur, la luce nascosta dell’Afghanistan, e dall’inviato de Il Messaggero Valerio Pellizzari che visse a Kabul durante l’occupazione sovietica negli anni Ottanta. E da due sacerdoti italiani, Caspani e Cagnacci, che scrissero un bellissimo saggio negli anni Cinquanta.

sabato 17 settembre 2016

Un milione di lacrime. Il prezzo del drone che uccise Giovanni

Gli Stati Uniti “donano” ai Lo Porto un milione di euro per chiudere il caso del cooperante ucciso in Pakistan. E avvertono:“Non è un risarcimento” . Una pratica sempre più diffusa sugli omicidi segreti dal cielo. Ma la famiglia non ci sta

Giovanni Lo Porto. Alla famiglia
il denaro ma non la verità sulla morte
Con una “donazione” di 1 milione e 185mila euro alla famiglia Lo Porto per compensare la morte del figlio Giovanni, gli Stati Uniti considerano chiuso il caso del cooperante ucciso da un drone americano in Pakistan nel gennaio del 2015. Una donazione “in memoria”, formula ribadita ieri dall’ambasciata americana dopo che il quotidiano La Repubblica aveva rivelato l’accordo siglato l’8 luglio da un diplomatico incaricato di mettere una pietra tombale sulla vicenda. Che resta invece aperta in tutta la sua drammaticità anche se Washington si è tutelata con una formuletta che esclude che la donazione - non dunque un risarcimento ma al massimo un asettico riconoscimento del fatto - possa collegarsi a qualsivoglia futura azione legale: «Ciò non implica il consenso degli Stati Uniti d'America all'esercizio della giurisdizione italiana in eventuali controversie direttamente o indirettamente connesse al presente atto...». Punto e basta.

domenica 28 ottobre 2012

LA BIBLIOTECA DI AMANULLAH

Dopo quarant’anni di avanti indietro tra l’Italia e l’Afghanistan, un inviato che ha conosciuto Kabul all’epoca della repubblica, poi durante l’occupazione sovietica negli anni Ottanta, infine nel periodo della guerra al terrorismo, fa il punto sullo stato dell’arte dopo dieci anni di presenza Nato. Con un bilancio che non concede scusanti e che è stato scritto, senz’ombra di dubbio, dalla parte degli afgani. Un libro sbilanciato, di parte appunto, senza la ricerca di facili equilibri o imbarazzanti equilibrismi e che in molti casi squarcia un velo di omertà disteso, come la sabbia dei deserti afgani, su verità poco note e ancor meno indagate. Efficace il capitolo sulle vittime civili. Pieni di informazioni e di racconti di prima mano gli altri capitoli.
Due nei: l’assenza dell’Italia, il cui ruolo nel conflitto appare del tutto secondario se non per qualche rara citazione , e un totale vuoto sull’esperienza dell’autore durante l’epoca sovietica, quando Pellizzari arrivò ad essere per un lungo periodo l’unico inviato europeo autorizzato da Mosca a risiedere nella capitale afgana («Le cose che scrive non ci piacciono – gli dissero una volta prima di stampigliargli il visto – ma almeno lei racconta la verità»). Due mancanze cui il giornalista potrebbe forse rimediare con un nuovo libro che aiuti a illuminare un periodo su cui la storiografia è avara di analisi e ricerche (l’occupazione sovietica) e su un Paese (l’Italia) sul cui ruolo generale in Afghanistan nessun autore è ancora riuscito ad andare a fondo.

Valerio Pellizzari In battaglia quando l’uva è matura. Quarant’anni in Afghanistan Laterza, 2012 pp. 244, euro 18,00