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lunedì 9 agosto 2021

Dove vogliono arrivare i Talebani


S
econdo l’emittente afgana Tolonews,
da domenica sera sono in corso combattimenti tra le forze di sicurezza e i Talebani nelle province settentrionali di Balkh e Takhar e le forze di sicurezza governative - sostenute dalle milizie dei civili armati – avrebbero ripreso il controllo dei distretti di Farkhar e Worsaj a Takhar, dopo essersi ritirate dalla capitale Taluqan. Intanto a Balkh, da domenica notte, sono in corso pesanti scontri nel distretto di Dehdadi così come gli scontri sono vicini alla capitale di Balkh, Mazar-e-Sharif, e all'area di Pul-e-Imam Bukhari. Secondo fonti locali, le linee di difesa si spezzeranno se non verranno inviati rinforzi alla provincia, un elemento già visto e che spesso ha visto cittadine e villaggi abbandonati al loro destino.

I Talebani hanno sequestrato tre importanti città del Nord negli ultimi tre giorni (Sar-e-Pul, Shebergan e in parte Kunduz) e Zaranj nel Sudovest. Le bocce invece si sono fermate nel tentativo di una spallata nelle città chiave del Paese: Herat e Kandahar. Ancora fluida invece la situazione a Lashkargah ma la città resiste. Sul fronte dell’appoggio esterno, si registra invece l’autorizzazione di Joe Biden a utilizzare i bombardieri B-52, resi famosi dalla guerra in Vietnam e già dimostratisi inefficaci nel etatro afgano. Gli effetti collaterali della guerra dal cielo si sono già visti, ad esempio con la distruzione di una scuola e di una clinica a Lashkargah.

A quanto sembra di capire, avendo fallito la presa delle città maggiori, i Talebani sono passati al piano B... Leggi tutto su atlanteguerre

giovedì 31 agosto 2017

Sorpresa: in Afghanistan le truppe Usa son già aumentate! (aggiornato)

Con adamantina franchezza e a dimostrazione di un'amministrazione più "trasparente" della guerra afgana, il generale Kenneth McKenzie, joint staff director al Pentagono, ha fatto sapere che le truppe Usa sono 11mila e non 8.400 come si è sempre detto. Solo 2600 soldati in più! Washington chiarisce che non si tratta di un aumento di truppe: semplicemente erano già lì. Intanto si comincia a intravedere la nuova linea della guerra: ancora più soldati e più vittime civili. Ci sono già due casi con una dozzina di civili morti per raid aerei avvenuti recentemente a Logar e a Herat. Raid aerei a caccia di talebani con effetti collaterali. Ecco la nuova guerra dello sceriffo Trump che resta comunque una nebulosa. Pericolosa (le vittime civile sono state confermate venerdi da Uanma, la sede Onu a Kabul.

 Ma come la vedono gli alleati nell'area. Cosa ne pensano a Kabul e a Islamabad? C'è chi la approva e chi ne teme gli effetti. Quanto agli americani, sono divisi della nuova strategia presidenziale (vedi foto in basso)?

Lunga gestazione

Il 22 agosto, a oltre un mese dalla data in cui i nuovi obiettivi americani sull’Afghanistan avrebbero dovuto essere resi noti, il presidente Trump li ha definiti con un discorso ripreso in diretta Tv. Ma tutti gli osservatori, americani e non, sono abbastanza concordi nel definire la nuova strategia presidenziale abbastanza oscura e non molto dissimile da quella che aveva caratterizzato il mandato di Obama. Quella che al momento appare una nebulosa senza obiettivi tattici – se non quello strategico finale di “vincere! - e che dovrebbe modularsi senza un’agenda precisa sulle richieste “che vengono dal terreno” ha lasciato perplessa buona parte dei commentatori statunitensi e gli analisti dei Paesi della Nato che, al di là delle dichiarazioni di principio (la fedeltà all'alleato americano), non nascondono le preoccupazioni per un nuovo surge di cui non si capisce né la portata né la quantità e la qualità di nuove possibili truppe, né quali esattamente saranno gli accordi tra Usa, Nato e governo afgano sulla gestione della catena di comando.
Ma la strategia di Trump, costata almeno otto mesi di gestazione e svelata in parte col filtrare ciclico di indiscrezioni di stampa basate su fonti anonime dell’Amministrazione, ha però certamente sollevato due reazioni, diametralmente opposte quanto chiaramente espresse, nei due principali attori regionali: l’Afghanistan, felice e soprattutto sollevato dalle dichiarazioni di Trump, e il Pakistan, additato in modo più violento che in passato come il “cattivo” istituzionale, eterno inaffidabile doppiogiochista, colpevole di ospitare le retrovie talebane.

mercoledì 23 agosto 2017

Lo sceriffo, l’Alleanza e le nostre responsabilità

Marshall Trump, stanco dei polticanti di Washington
ha adesso una nuova idea: "Ci penso io". Ma come non si sa
E’ una strana "nuova" strategia quella che Donald Trump, e con lui la Nato, sta mettendo in piedi per rinfocolare la guerra infinita che da 16 anni vede impegnata anche l’Italia. Una nuova guerra senza numeri e con molte reticenze, frasi di rito e un plauso incondizionato a un piano che par confuso allo stesso burattinaio che ne dovrebbe tirare le fila. Un piano che non vuole insegnare nulla agli afgani e li invita a fare la pace coi talebani ma che al contempo mira a far fuori i “nemici” con maggior determinazione. Una strategia che chiede nuove truppe ma quante non si sa. Una guerra da modularsi sulle richieste che vengono dal terreno ma che sembra in realtà una nebulosa senza obiettivi che pare rispondere alla domanda che lo stesso Trump si faceva in campagna elettorale: «Che ci stiamo a fare»? L’impressione è che lo sceriffo di New York, dove Trump è nato nel 1946, ancora non lo sappia anche se i suoi generali devono aver convinto il guerrafondaio riluttante che l’Afghanistan bisogna controllarlo.

giovedì 9 marzo 2017

Attacco al “nemico vicino”

Lo Stato islamico in Afghanistan cambia strategia. Per scippare la scena ai talebani. Trenta morti all’ospedale militare di Kabul ( a dx in un'immagine di Tolonews)

Sono le nove del mattino davanti all’ospedale militare Daud Khan, uno dei nosocomi più grandi della capitale con 400 posti letto e una sede nel cuore di Kabul, poco distante dal quartiere generale Nato e dall’ambasciata Usa. Un uomo si fa esplodere e consente così ad altri tre del commando di farsi strada nell'ospedale. Sono vestiti da paramedici e dunque, fino a quel momento, non hanno dato nell’occhio. Appena entrati iniziano a sparare su dottori, pazienti, tecnici e su chiunque si aggiri nei corridoi: oltre 40 vittime e decine di feriti. La gente cerca rifugio sul tetto e c’è chi salta dai piani alti per salvarsi. Alla fine, e sono ormai oltre le tre del pomeriggio, le forze di sicurezza hanno ragione del commando che si è ritirato sul tetto. Ma non sono talebani. Questa volta, con un’azione militare eclatante e in un edifico simbolico, la rivendicazione - sul sito di Amaq – è dello Stato islamico. E’ un salto di qualità. Uno schiaffo alla Nato e all’esercito afgano, al presidente Ghani ma anche alla guerriglia talebana cui ora il Califfato cerca di levare il primato nella guerra. La Croce rossa internazionale – già entrata nel mirino del Califfato anche in Afghanistan - denuncia l'ennesimo crimine contro l’umanità e la violazione di ogni regola umanitaria che impedisce di colpire gli ospedali.

C’è una scelta strategica nuova. Non più – o non solo – sparare nel mucchio di “takfir”, dei musulmani devianti come sono per Al Bagdadi sciiti, sufi o minoranze: è un’azione di guerra militare che si accoppia alle stragi finora condotte soprattutto contro chi non segue la corretta via delle scritture così come i salafiti le interpretano. I talebani sono costretti a prender subito le distanze: la guerriglia in turbante di mullah Akhundzada, dove c’è chi guarda anche al negoziato politico, viene spinta tra i “revisionisti”, tra gli incapaci non solo di seguire correttamente il Corano ma nemmeno più di avere la supremazia nella guerra di liberazione. Che per i talebani è guerra all'invasore e per Al Bagdadi guerra ai “crociati”.

martedì 28 ottobre 2014

La strategia di mullah Omar

Oggi, anche se un po' in ritardo, prenderemo in esame il messaggio di mullah Omar del 2 ottobre scorso per la celebrazione di Eid-ul-Odha ( o  Eid al-Adha, Sacrifico di Abramo). Ci sono alcuni passi significativi che vale la pena di analizzare. Dopo aver sciorinato la disfatto di Nato, americani e loro marionette (già abbiamo segnalato la posizione dei Talebani dopo la conclusione delle elezioni), il capo taleb fa alcune raccomandazioni: Focus on keeping unity among the Jihadic flanks; have good conduct with the common people; show them compassion and keep with them close relations.

La prima  raccomandazione riguarda l'unità del movimento (un problema reale), la seconda e terza il codice di condotta e la relazione con il popolo (anzi le "masse" come scritto nel documento) tanto che Omar ne fa discendere che the support of the general Muslims (people) is pivotal in gaining victory. In una parola non perdere il consenso, anzi favorirlo. E ancora Since the invaders have faced defeat, therefore, they are bent on flaring up various differences among the Afghan people, based on faction, ethnicity, geography and religion. Thus, they want to take revenge on the Afghans for the defeat. Our sagacious people and Mujahideen should try to foil this conspiracy of the enemy by maintaining their unity and utterly desist from actions posing harm to the unity of the Afghan Muslim peopleInteressante l'accento sulle divisioni etniche geografiche e religiose: il nuovo volto dei mujahedin è dunque interreligioso e per il superamento delle istanze etniche e tribali. Un salto di qualità già visto nel tentativo di non essere percepiti some sola forza pashtun sunnita

lunedì 4 aprile 2011

DOPO MAZAR

Se l'attentato di ieri a Kabul rientra, bene o male, nella routine della guerra afgana, l'assalto al compound dell'Onu di due giorni fa, le manifestazioni nello stesso giorno a Kabul ed Herat e i fatti di ieri a Kandahar, indicano invece un salto di qualità o, quantomeno, la nascita di una nuova strategia della guerriglia, o di parte di essa.

La dinamica dell'assalto di Mazar-i-Sharif non è ancora chiara ma la concomitanza di tre manifestazioni in tre diverse città del Paese potrebbe svelare un piano probabilmente architettato con l'intento evidente di dare una copertura di massa a un'azione del commando: una novità nella tecnica guerrigliera talebana. I talebani non hanno mai cercato coperture di massa e l'azione a Mazar dell'altro ieri indica un cambiamento di strategia e denuncia al contempo una debolezza: la necessità di simulare consenso o di far apparire che le azioni armate e violente ne abbiano tra la popolazione civile. Un tentativo evidentemente smascherato dai numeri e dalle foto che immortalano soprattutto ragazzi giovani (i talebani hanno un certo seguito tra gli studenti universitari) e qualche centinaia di persone, non mobilitazioni di massa gigantesche come quelle che abbiamo visto in Nord Africa o in Medio oriente.

I talebani
non hanno rivendicato l'azione di Mazar sostenendo anzi che si era trattato di una manifestazione di rabbia spontanea di sinceri musulmani, una dichiarazione politicamente efficace ma poco convincente. Le manifestazioni spontanee (che possono ovviamente anche essere teleguidate o manipolate) se anche si trasformano in azione violenta, raramente arrivano a tanto: una manifestazione spontanea che diventa violenta si trasforma in sassaiola, lancio di benzina, forse anche omicidio di qualche poliziotto o dimostrante ma da qui ad assalire un compound difeso da guardie armate, fare irruzione e uccidere e sgozzare chi c'è dentro (sembra almeno uno dei funzionari) ce ne corre. Queste sono azioni da commando, preparate. E non con sassi, con armi vere. A Mazar-i-sharif, che non ha una tradizione di violenza e nemmeno di occupazione talebana, una manifestazione per il Corano si può capire e accettare e si può capire e accettare che diventi violenta. Che si trasformi in un'azione di guerra però no. Più facile pensare che, con la copertura di massa del corteo, un commando pre organizzato infiltrato (chi ha pratica di “piazze” sa cosa significa) abbia sfruttato se non architettato un piano ben congegnato per sfruttare la rabbia, surriscaldare gli animi, cavalcare la possibile scia delle rivoluzione arabe e far credere che la lotta armata abbia molto consenso. Il che dimostra semmai tutto il contrario....(segue) Leggi tutto su Lettera22

venerdì 17 dicembre 2010

L'INDECISIONE DI WASHINGTON

Via dall'Afghanistan in modo responsabile. Inizio del ritiro confermato a luglio 2011 da un Paese dove Stati uniti e Nato stanno comunque facendo progressi: indeboliscono Al Qaeda, tengono sotto scacco i talebani, aumentano il loro controllo sul territorio mentre i numeri dell'esercito afgano dicono che cresce a ritmi più elevati di quanto non prevedesse la Nato stessa. Visto dall'angolo del tavolo di Barack Obama, che ieri ha reso nota la “review” della strategia americana in Afghanistan , il bicchiere è insomma mezzo pieno. Ma i però, i se, i ma restano tanti. Anche perché, mentre la Casa Bianca dice la sua edulcorando un messaggio che tralascia di parlare del problema della corruzione che attanaglia il governo di Karzai e delle dirette responsabilità del Pakistan, due rapporti riconducibili al National Intelligence Estimates (Nie), dunque a sedici agenzie di intelligence nazionali, dicono l'esatto contrario: senza un maggior impegno di Islamabad, che pare assai riluttante a mettercelo, ogni sforzo militare americano è destinato a fallire. Già minato com'è, tra l'atro, da un governo “fragile e corrotto” che comanda a Kabul.

Se la presenza sui media quasi nelle stesse ore di due voci che dicono tutto e il contrario di tutto e che apertamente si contraddicono sia dovuto al caso o, come è assai più probabile, ad un'attenta strategia della comunicazione, è materia da speculatori. Ma quel che è certo è che l'uscita pubblica nello stesso momento di due visioni totalmente opposte sull'AfPak riflette la discrepanza di opinioni interne all'Amministrazione e fa stato di un decisionismo americano che fa fatica a decidere quale strada prendere con fermezza.

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martedì 1 settembre 2009

AFGHANISTAN: LA NUOVA STRATEGIA USA


Mentre lo scrutinio delle presidenziali, arrivato ormai a quasi la metà dei seggi, vede aumentare sempre di più la distanza tra Hamid Karzai (45,8%) e Abdullah (33,2%) e mentre continuano ad arrivare notizie di brogli e racconti raccapriccianti di vendette elettorali talebane addirittura preventive, gli americani mettono un primo punto fermo sulla nuova strategia per l'Afghanistan.
Il rapporto del generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle forze Usa in Afghanistan ma anche responsabile della missione Isaf/Nato avrebbe dovuto arrivare sul tavolo del presidente diverse settimane fa, ma l'ufficiale ha preferito aspettare il dopo elezioni: il documento non è pubblico ma diverse testate ne anticipano i contenuti. Scegliendo tagli diversi.

La Bbc preferisce il più critico: “la strategia attuale non funziona”, titola l'emittente sulla sua pagine web e spiega che il generale reiteri il fatto che la priorità è proteggere gli afgani dai talebani, opzione sinora poco seguita. Come? Lavorando sulla crisi di consenso che viene da una diminuzione della fiducia degli afgani in una guerra che aveva promesso loro una vita migliore e creando dunque condizioni favorevoli nei villaggi ripresi alla guerriglia che andranno adesso “tenuti” e non meramente riconquistati. Poi si deve lavorare sull'esercito nazionale (ma ci vorranno almeno tre anni e assai più tempo per la polizia) e sui talebani: sei su dieci, dice il generale, sono recuperabili offrendo loro un posto di lavoro.

Il taglio del New York Times sceglie invece un altro titolo: “La guerra in Afghanistan è seria ma si può vincere”. Il giornale dice che nel rapporto la richiesta di più truppe per ora non c'è ma che questa potrebbe arrivare nelle prossime settimane. Un documento insomma, che prepara il terreno a una richiesta che al presidente non sembra piacere molto. Andrà convinto. Per ora il quadro deve permettergli di decidere ma le scorse settimane hanno già visto un'offensiva dei piani alti del Pentagono, a cominciare dal capo di stato maggiore Mullen, secondo il quale a talebani più agguerriti si risponde con più soldati. L'argomento è delicato è il Nyt sottolinea che agosto ha totalizzato 179 vittime americane dall'inizio dell'anno (mentre la Bbc ricorda la scarsa popolarità della guerra tra l'opinione pubblica statunitense, sempre più fredda)...
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