Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post

martedì 17 luglio 2018

Negoziate coi mullah! La svolta americana

Trump: ondivago e contraddittorio
Qualche giorno fa la stampa afgana ha polemizzato con Ashraf Ghani perché il presidente non aveva
incontrato, durante l’ultimo vertice della Nato, il presidente Trump che tra l’altro – al contrario di quanto avveniva con Karzai – non lo ha mai ricevuto alla Casa Bianca. Eppure, se è vero quel che riporta il New York Times citando per ora fonti anonime (che sono però poi state in qualche modo confermate del generale Nicholson, ex comandante delle truppe Nato e Usa nel Paese che è stato smentito subito dopo), qualcosa sta cambiando radicalmente nella politica americana nella guerra più lunga del secolo. Secondo il quotidiano il presidente avrebbe autorizzato i suoi diplomatici a cercare la strada per avere colloqui diretti con la guerriglia. Una cambio di strategia a 360 gradi visto che finora i negoziati diretti – come chiedevano i talebani - son sempre stati rifiutati da tutte le amministrazioni stelle strisce. Agli inizi del mese il segretario di Stato Mike Pompeo è stato a Kabul e con la sua visita sarebbe iniziato un lavorio diplomatico sotto traccia.

E’ una novità relativa perché in realtà, anche se mai ufficializzati, incontri tra funzionari americani e talebani ci sono già stati ma, questa volta, non si tratterebbe di cercare contatti informali. Questa volta gli americani sarebbero disposti – se l'indiscrezione diventerà realtà – a sedersi al tavolo con la guerriglia in turbante. Una svolta clamorosa che potrebbe mutare davvero il corso della guerra.
Le domande legittime sono due: la prima – senza risposta – è cosa passa davvero per la testa a Trump, uomo ondivago e umorale disposto a contraddire ciò che ha detto il giorno prima. La seconda è: perché? E qui tutte le ipotesi sono valide.

Mullah Omar: il fondatore
del movimento talebano
La prima è che la strategia decisa l’estate scorsa – più uomini e più bombe – non ha dato i frutti sperati. Anzi. Gli americani hanno triplicato i raid e ucciso più civili dall’aria di quanto sia mai stato fatto dal 2009. Con nessun risultato salvo diminuire il consenso e far contenti i costruttori di velivoli che dovrebbero vendere a Kabul 159 elicotteri Black Hawk. La seconda è che nemmeno la strategia del muso duro col Pakistan ha cambiato il corso della guerra. La terza è che il successo della tregua di tre giorni tra governo e talebani per la festa di Eid (fine del Ramadan) ha fatto intravedere uno spiraglio. La quarta è che la guerra costa soldi (almeno un paio di trilioni di dollari già spesi) e vite umane (2.297 vittime tra i soldati Usa) senza alcun ritorno economico. La quinta è infine che in campagna elettorale Trump aveva promesso il ritiro e, da presidente, una rapida vittoria che appare davvero lontana. L’insieme di questi fattori può aver dato la stura a un cambio di strategia spinto anche da un probabile ammorbidimento di Islamabad e dalle difficoltà per i talebani, più interne che militari: divisi su più fronti e con molti padrini cui dare retta in cambio del loro portafogli. Infine, nel Paese è ormai diffuso un movimento contro la guerra che ha avuto il suo culmine (senza per questo finire) nella marcia per la pace da Helmand a Kabul (700 km in 38 giorni). Proseguono i sit in e l’appoggio della popolazione in città e nelle campagne: il segno che la guerra è forse arrivata al suo punto di non ritorno. Un punto di non ritorno che si sostanzia di cifre: l’ultimo rapporto annuale di Unama, la missione Onu di Kabul, diceva che il 2017 si è chiuso con con 3.438 morti e 7.015 feriti tra i civili, con un piccolo decremento del 9% rispetto al 2016. Un decremento subito smentito dai dati dei primi sei mesi del 2018 che hanno già contato 1.692 civili uccisi e 3.430 feriti.

Insomma se il buon senso dovesse prevalere le cose potrebbero cambiare anche se un punto chiave rimane il più difficile da negoziare. Gli Stati Uniti hanno il permesso di utilizzare di una decina di basi aeree afgane da cui possono controllare due nemici storici: Iran e Russia. Per tenere sotto controllo le basi, tenere in piedi quella gigantesca di Bagram, garantire il ricambio a piloti e magazzinieri servono soldati. Migliaia. E su questo punto il negoziato diventerebbe davvero caldo. Non si tratterebbe cioè solo di far ritirare i contingenti Nato ma di mandare a casa anche i soldati americani che controllano le basi. Russi e iraniani ne sarebbero felici. I generali a Washington un po’ meno. Ma almeno avviare colloqui servirebbe a far tacere i fucili.

domenica 5 novembre 2017

Avviso di reato

Fatou Bensouda. Sotto, Donald Trump
«La situazione nella Repubblica Islamica d'Afghanistan è stata assegnata a una Camera preliminare della Corte Penale Internazionale (Icc) a seguito della mia decisione di chiedere l'autorizzazione ad avviare un'inchiesta sui reati che si suppone siano stati commessi in relazione al conflitto armato». La dichiarazione della procuratrice capo del Tribunale penale internazionale Fatou Bensouda rimbalza nelle agenzie di stampa nella notte di venerdi, giorno della partenza di Trump per il suo viaggio in Asia, il più lungo – recita la velina della Casa Bianca – che un presidente americano abbia fatto nell’ultima quarto di secolo. Ma Trump non andrà in Afghanistan e del resto la tegola era attesa da circa un anno: da quando, a metà novembre 2016, la giurista del Gambia a capo della Corte dal 2012, aveva annunciato nel suo Rapporto preliminare di attività (quel che in sostanza si intendeva fare) che il dito era puntato anche contro gli Stati Uniti per i quali c’erano «ragionevoli basi» per procedere contro soldati e agenti americani che in Afghanistan avrebbero commesso «torture» e altri «crimini di guerra». Con loro, sotto la lente, polizia e 007 afgani e parte dei talebani. Ma adesso il passo è diventato formale e dunque esecutivo, con una richiesta di autorizzazione a procedere per le accuse di crimini di guerra in Afghanistan dopo l'invasione guidata dagli Usa 17 anni fa.

giovedì 31 agosto 2017

Sorpresa: in Afghanistan le truppe Usa son già aumentate! (aggiornato)

Con adamantina franchezza e a dimostrazione di un'amministrazione più "trasparente" della guerra afgana, il generale Kenneth McKenzie, joint staff director al Pentagono, ha fatto sapere che le truppe Usa sono 11mila e non 8.400 come si è sempre detto. Solo 2600 soldati in più! Washington chiarisce che non si tratta di un aumento di truppe: semplicemente erano già lì. Intanto si comincia a intravedere la nuova linea della guerra: ancora più soldati e più vittime civili. Ci sono già due casi con una dozzina di civili morti per raid aerei avvenuti recentemente a Logar e a Herat. Raid aerei a caccia di talebani con effetti collaterali. Ecco la nuova guerra dello sceriffo Trump che resta comunque una nebulosa. Pericolosa (le vittime civile sono state confermate venerdi da Uanma, la sede Onu a Kabul.

 Ma come la vedono gli alleati nell'area. Cosa ne pensano a Kabul e a Islamabad? C'è chi la approva e chi ne teme gli effetti. Quanto agli americani, sono divisi della nuova strategia presidenziale (vedi foto in basso)?

Lunga gestazione

Il 22 agosto, a oltre un mese dalla data in cui i nuovi obiettivi americani sull’Afghanistan avrebbero dovuto essere resi noti, il presidente Trump li ha definiti con un discorso ripreso in diretta Tv. Ma tutti gli osservatori, americani e non, sono abbastanza concordi nel definire la nuova strategia presidenziale abbastanza oscura e non molto dissimile da quella che aveva caratterizzato il mandato di Obama. Quella che al momento appare una nebulosa senza obiettivi tattici – se non quello strategico finale di “vincere! - e che dovrebbe modularsi senza un’agenda precisa sulle richieste “che vengono dal terreno” ha lasciato perplessa buona parte dei commentatori statunitensi e gli analisti dei Paesi della Nato che, al di là delle dichiarazioni di principio (la fedeltà all'alleato americano), non nascondono le preoccupazioni per un nuovo surge di cui non si capisce né la portata né la quantità e la qualità di nuove possibili truppe, né quali esattamente saranno gli accordi tra Usa, Nato e governo afgano sulla gestione della catena di comando.
Ma la strategia di Trump, costata almeno otto mesi di gestazione e svelata in parte col filtrare ciclico di indiscrezioni di stampa basate su fonti anonime dell’Amministrazione, ha però certamente sollevato due reazioni, diametralmente opposte quanto chiaramente espresse, nei due principali attori regionali: l’Afghanistan, felice e soprattutto sollevato dalle dichiarazioni di Trump, e il Pakistan, additato in modo più violento che in passato come il “cattivo” istituzionale, eterno inaffidabile doppiogiochista, colpevole di ospitare le retrovie talebane.

giovedì 24 agosto 2017

La nebulosa afgana disastro annunciato. Ora di tornare a casa

Nicholson durante la conferenza stampa.
La foto correda l'articolo sulle esternazioni del generale
Rinfrancato dal fatto che per ora non sarà mandato a casa e bypassando le più elementari categorie della diplomazia negoziale, il generale Jhon Nicholson, al comando delle truppe Usa e Nato in Afghanistan, ha detto la sua dopo le esternazioni del presidente. Il generale, sicuro del fatto che ormai Trump abbia passato la mano ai McMaster (sicurezza) e Mattis (Difesa) di turno (generali come il suo capo gabinetto Jhon Kelly, pensa che ormai tocchi a lui interpretare anche politicamente la confusa idea che Trump vuole applicare in Afghanistan per vincere la guerra. E così ha definito i talebani  una “criminal organization that is more interested in profits from drugs, kidnapping and murder for hire.” Un testo che non mi pare il caso di stare a tradurre...

mercoledì 23 agosto 2017

Lo sceriffo, l’Alleanza e le nostre responsabilità

Marshall Trump, stanco dei polticanti di Washington
ha adesso una nuova idea: "Ci penso io". Ma come non si sa
E’ una strana "nuova" strategia quella che Donald Trump, e con lui la Nato, sta mettendo in piedi per rinfocolare la guerra infinita che da 16 anni vede impegnata anche l’Italia. Una nuova guerra senza numeri e con molte reticenze, frasi di rito e un plauso incondizionato a un piano che par confuso allo stesso burattinaio che ne dovrebbe tirare le fila. Un piano che non vuole insegnare nulla agli afgani e li invita a fare la pace coi talebani ma che al contempo mira a far fuori i “nemici” con maggior determinazione. Una strategia che chiede nuove truppe ma quante non si sa. Una guerra da modularsi sulle richieste che vengono dal terreno ma che sembra in realtà una nebulosa senza obiettivi che pare rispondere alla domanda che lo stesso Trump si faceva in campagna elettorale: «Che ci stiamo a fare»? L’impressione è che lo sceriffo di New York, dove Trump è nato nel 1946, ancora non lo sappia anche se i suoi generali devono aver convinto il guerrafondaio riluttante che l’Afghanistan bisogna controllarlo.

martedì 15 agosto 2017

Andarsene o restare? La strategia confusa di Trump sull'Afghanistan

A metà luglio la Casa Bianca
aveva promesso di rivelare
il nuovo piano per l'Afghanistan
Donald Trump sta pensando da qualche mese a cosa fare a Kabul, un luogo in cui non ha ancora messo piede anche se si è intrattenuto al telefono più volte con Ashraf Ghani che già aveva conosciuto negli States. Ci sono sul tavolo diverse opzioni che si potrebbero riassumere in due posizioni abbastanza chiare. La prima : aumentare il numero dei soldati, intensificare i raid aerei e rivedere i laccioli imposti agli Usa da un accordo militare che li vincola ad agire solo dopo aver consultato la Difesa afgana. Seconda opzione: utilizzare un esercito di mercenari e far la guerra senza perdere uomini e consensi. Ma adesso pare ce ne sia una terza di opzione: andarsene complemtamente: full withdrawal, come ha spiegato il segretario alla Difesa Mattis in una conferenza stampa mentre diceva che ormai è questione di poco e presto si saprà quanto tutti stanno aspettando di sapere da ormai un mese, data in cui Trump avrebbe dovuto rendere nota la sua scelta.

Sappiamo che la prima opzione è appoggiata dal Pentagono ma anche da potenti repubblicani come John McCain o da generali come il consigliere per la sicurezza McMaster per non parlare dei papaveri del Pentagono e del comandante in loco John Nicholson, per quanto il generale non sia esattamente nelle grazie di Trump. La seconda opzione ha qualche sostenitore, sia nella famiglia Trump, sia nella lobby dei contractor, ma la terza - full withdrawal - è un'assoluta novità. Come si vede non sono tre opzioni parallele ma tre perpendicolari che viaggiano in opposte direzioni. Tre idee assi lontane l'una dall'altra  e così differenti tra loro  da giustificare in effetti un certo tentennamento: poche idee chiare insomma in una strategia confusa. Se non fosse un dramma verrebbe da sorridere.

venerdì 14 aprile 2017

Lo schiaffo di Trump all'Afghanistan (e a Mosca)

Gli avieri statunitensi delle Forze speciali, impegnati da mesi in una campagna di bombardamenti aerei in Afghanistan, hanno sganciato ieri un ordigno da undici tonnellate di esplosivo nel distretto di Achin, nella provincia orientale di Nangharhar al confine col Pakistan e considerata la base dello Stato islamico nel Paese.

La bomba Gbu-43, nota anche come “Moab” ( massive ordnance air blast bomb ma in gergo mother of all bombs) è la più grande bomba non nucleare mai sganciata. Il primo test dell’ordigno è del marzo e poi nel novembre del 2003 e, a parte i test, non si aveva mai avuto notizia di altri lanci. Quello di eri, alle sette di sera, è dunque un duplice messaggio. Allo Stato Islamico ma indirettamente anche a Mosca che, proprio in queste ore, sta ultimando i preparativi di una conferenza sull’Afghanistan in agenda da mesi. Al meeting, cui saranno presenti oltre agli afgani i delegati di Cina, India, Pakistan, Iran e delle repubbliche centroasiatiche dell’ex Urss, era stata invitata anche Washington che aveva però opposto un diniego. Convitato di pietra, Trump si è invece auto invitato ieri mettendo a segno un colpo clamoroso proprio nel Paese di cui si sta per discutere a Mosca. E non è l’unica notizia di un rinnovato attivismo americano in Afghanistan (da cui a breve sapremo l’entità del danno provocato dall’ordigno). Sempre alla vigilia del meeting organizzato da Putin, Trump ha annunciato l’arrivo imminente a Kabul del suo National Security Adviser, il generale McMaster. Il presidente ha annunciato il suo invio – è il funzionario di Stato più alto in grado a visitare Kabul da che Trump si è insediato - durante una conferenza stampa ma si è limitato a dire che il viaggio – di cui per ora non si conoscono né la data né altri dettagli – servirà a capire “che progressi si potranno fare con i nostri partner afgani e i nostri alleati della Nato”. Nel giro di boa che Trump sta facendo rispetto alle sue promesse elettorali (tra cui quella di lasciare l’Afghanistan) non c’è solo la nuova apertura nei confronti di una Nato “non più obsoleta” ma anche la possibilità, sostengono gli osservatori, che la Casa Bianca decida per un aumento delle sue truppe, come peraltro richiesto dal generale John Nicholson, comandante delle forze straniere nel Paese. La bomba sembra esserne il biglietto da visita.

giovedì 9 febbraio 2017

Una rosa e una spina a Kabul per il presidente

Ci sono anche una rosa e una spina afgani nella nuova amministrazione americana di Donald Trump. La rosa è Ashraf Ghani che Trump ha avuto come professore quando il presidente era esule negli States. L’Afghanistan non figura nella lista dei sette Paesi maledetti e la rituale telefonata tra Trump e Ghani è stata amichevole. Anche perché, benché in campagna elettorale Trump fosse per il disimpegno, adesso le cose sono cambiate. L’Afghanistan e soprattutto il controllo delle sue basi aeree restano un baluardo formidabile in caso di guerra con l’Iran e, comunque, un fortino verso le mire russe, che Putin sia amico o no. Le spine sono invece quelle della guerra infinita e portano il nome “taleban”. L'emirato, che ne dà notizia sul suo sito,  ha scritto a Trump una lettera invitandolo a fare le valigie. Dopo 15 anni, scrive la guerriglia in turbante, la lezione è chiara e, conclude il messaggio non senza ironia: «Forse alcuni contenuti di questa lettera si riveleranno amari per il vostro gusto. Ma dal momento che sono realtà e fatti tangibili, devono essere accettati e trattati come una amara medicina che viene assunta dai pazienti per evitare che la loro condizione peggiori».

La guerra continua, non risparmia nessuno e non si ferma nemmeno durante l’inverno: ieri sei membri dello staff dell’Icrc (il Comitato della Croce rossa, per antonomasia l’organo più neutrale che esista) sono stati uccisi da un uomo armato nella provincia di Jawzian mentre andavano a consegnare aiuti umanitari. Due i dispersi. I talebani hanno smentito un loro coinvolgimento. L'Icrc ha sospeso le attività nel Paese dopo il grave attentato che potrebbe ascriversi a un'impresa dello Stato islamico. Stato islamico che ha rivendicato intanto oggi l'attentato dell’altro ieri quando un kamikaze si è fatto esplodere nel parcheggio della Corte suprema e ha ucciso 21 persone tra cui 17 funzionari del tribunale. I feriti sono una quarantina. Quattro sono cittadini di passaggio. Tutte vittime civili.

domenica 4 dicembre 2016

Una chiamata per Donald Trump

La telefonata tra Taipei e Washington ha sollevato un putiferio. Pechino si è arrabbiata e ha chiamato Washington. Bollette bollenti.
Nell'epoca dei cellulari, e archiviato il telefono rosso della Guerra fredda, un  coup de fil risulta essere  ancora un mezzo efficace della diplomazia.
Se di quelle chiamatine han parlato tutti, han fatto meno rumore le telefonate di Trunp con il Pakistan (con seguito polemico nazionale) e in Afghanistan (eppoi, dei due chi avrà chiamato per primo?).

Mi chiedo cosa il neo presidente americano abbia detto ad Ashraf Ghani, la cui stabilità è sorretta dalle baionette americane. E cosa il presidente afgano abbia chiesto  all'uomo che in campagna elettorale ha promesso il ritiro dei soldati dal suo Paese. Si sa che han parlato di terrorismo (che è ormai come parlare del tempo metereologico) e ne deduco quindi che Trump avrà rassicurato Ghani: restiamo, magari anzi rilanciamo. Meglio prenderla con ironia.

mercoledì 16 novembre 2016

Una tegola per Trump dalla Corte penale internazionale (aggiornato)

Arriva dall’Aja, sede del Tribunale penale internazionale, la prima tegola sulla testa del neo presidente Donald Trump. Una tegola che si chiama Afghanistan – Paese da cui Trump ha detto di voler ritirare le truppe – e che è contenuta nel Report on Preliminary Examination Activities della Procura internazionale, ossia quel che in sostanza si intende fare nel prossimo futuro. Il documento prende in esame vari Paesi e, tra questi, individua gli Usa per i quali vi sono «ragionevoli basi» per procedere contro soldati e agenti americani che nel Paese dell’Hindukush avrebbero commesso «torture» e altri «crimini di guerra». Al momento non c’è dunque ancora un procedimento aperto ma solo le risultanze di un esame di oltre un centinaio di segnalazioni sulla guerra afgana che tirano in ballo tre protagonisti del conflitto: i talebani e la Rete Haqqani (la componente più radicale del movimento); la polizia e l’agenzia di intelligence di Kabul (National Directorate for Security), e gli americani. Il testo del rapporto dice che l’indagine per crimini di guerra riguarda «tortura e relativi maltrattamenti da parte delle forze militari degli Stati Uniti schierate in Afghanistan e in centri di detenzione segreti gestiti dalla Central Intelligence Agency, principalmente nel periodo 2003-2004, anche se presumibilmente sarebbero continuati, in alcuni casi, sino al 2014», in sostanza fino al passaggio di consegne agli afgani dei prigionieri detenuti nella base Usa di Bagram. Passaggio che, prima che Ghani si insediasse come presidente nel settembre del 2014, si era verificato non senza problemi e meline nell’ultima fase del mandato di Hamid Karzai.