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giovedì 9 novembre 2017
Eravamo in centomila...
Eravamo in centomila, cantava Adriano Celentano nel 1967. Lui si riferiva allo stadio dove aveva visto una ragazza che gli piaceva. Ma questo è anche il bel ricordo dei generali della Nato e del Pentagono e, chissà, di Via XX Settembre. La voglia di stivali sul terreno cresce e la Nato annuncia che da 13.400 soldati passeremo a 14.400 circa. Che con i nuovi arrivi americani (3mila più 11mila già presenti) farà circa 30mila uomini. Non sono i quasi 150mila di una volta ma son pur sempre di più dei 15mila di qualche mese fa. Per fare che? La nebulosa dice che faremo assistenza tecnica ma questo termine vago preannuncia un lavoro in cui ci si sporcano le mani. Cambia la strategia però: bombe dal cielo, sempre di più, sempre più mirate (?), sempre più potenti, sempre meno segrete. Nell'indifferenza del mondo che guarda stupefatto ai deliri calcolati dei Kim, alla macelleria saudita, e all'America first di Trump - che si traduce in profitti per il comparto industrial militare - l'Afghanistan sta conoscendo una nuova escalation. In sordina. Ssssssssssssstttt. Che nessuno se ne accorga. Eravamo centomila e abbiam perso la guerra. Ci riproviamo in 30mila e poi vediamo.

venerdì 8 settembre 2017
Ci siamo: luce verde ai soldati Usa in Afghanistan
Un ufficiale delle forze armate americane ha detto ieri ad ABC che il ministro Mattis ha firmato ' ordine di invio in Afghanistan per 3500 soldati, poco meno dei 4mila previsti. Mattis, il titolare della Difesa, aveva confermato la firma dell'ordine ma senza dare dettagli. Bizzarro! E pensare che qualche giorno fa, per dovere di trasparenza, il Pentagono aveva detto che i militari Usa in Afghanistan sono 11mila e non 8.400 come si era sempre detto. Cento più, cento meno, mille più mille meno, che differenza fa del resto? E la guerra bellezza e i dettagli han poca importanza.l
giovedì 13 luglio 2017
Afghanistan. E se mettessimo un Viceré con esercito privato?
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| Lord Mountbatten, ultimo Viceré in India |
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| Lord Aucklan, governatore del Raj amministrato dalla Compagnia delle Indie. Invase l'Afghanistan. Sotto: Mc Arthur |
giovedì 11 maggio 2017
Afghanistan, cresce la voglia di "boots on the ground"
La Danimarca e la Gran Bretagna hanno detto si alla richiesta della Nato di inviare truppe fresche in Afghanistan a sostegno della decisione americana (non ancora formalizzata ufficialmente) di mandare tra 3mila e 5mila nuovi soldati nel Paese asiatico. Il contributo britannico potrebbe essere di 100 nuovi soldati. La Danimarca non ha fatto numeri, La decisione finale a Bruxelles il 25 maggio. Gli americani hanno 8.400 soldati di cui 6.900 inquadrati nella missione Nato. Londra ne ha 500. L'Italia un migliaio che ne fa il maggior contributore. I tdeschi per ora non si sono espressi. Le forze Nato in campo sono circa 13.500 soldati.
mercoledì 10 maggio 2017
Surge afgano
Ci siamo. Anzi, ci risiamo. La guerra afgana torna al centro della politica militare americana con un nuovo piano strategico che, una volta siglato da Trump, riporterà nel Paese asiatico migliaia di nuovi soldati: 3mila secondo il Washington Post, che per primo ha rivelato il piano, fino a 5mila secondo il New York Times e i giornali afgani. Si aggiungeranno agli 8.400 già sul posto che partecipano in parte alla missione Nato di sostegno all’esercito afgano. E proprio la prossima riunione della Nato a Bruxelles, il 25 maggio, dovrebbe vedere la conferma del nuovo “surge” americano, accompagnata da una richiesta ai partner dell’Alleanza, dunque anche all’Italia, di mettere a disposizione truppe fresche nell’ordine di “migliaia”.
La cosa era nell’aria da mesi, preceduta dalle audizioni al Congresso di alte cariche militari e in particolare del generale John Nicholson che comanda le truppe Nato in Afghanistan e che è fautore dell’aumento di “stivali sul terreno”. Poi se ne è riparlato quando Trump – in campagna elettorale favorevole al ritiro delle truppe – ha mandato a Kabul il suo consigliere per la sicurezza Herbert Raymond McMaster, un falco che viene dalle forze armate e che, durante Bush, fu uno dei padrini del “surge” - aumento consistente di truppe - in Iraq. McMaster si era fatto precedere dalla Gbu-43 - Moab (massive ordnance air blast bomb o anche mother of all bombs), un ordigno da 11 tonnellate di esplosivo sganciato alla vigilia della Conferenza di pace sull’Afghanistan organizzata a Mosca dai russi. McMaster era andato a Kabul per verificare con il presidente Ghani proprio il possibile invio di nuove truppe (cosa cui il governo di Kabul è favorevolissimo) tanto che adesso, i contrari alla nuova operazione hanno ribattezzato il piano: “McMaster’s War”, la guerra di McMaster.
domenica 18 ottobre 2015
Afghanistan: vado anzi resto. La nuova Guerra fredda nel vecchio Grande gioco
L’ormai certa decisione italiana, come quella tedesca, di rinnovare l’impegno militare in Afghanistan risponde alle esigenze dell’Amministrazione americana che, forse ancor prima dell’annuncio pubblico di Obama, si era già assicurata l’appoggio degli alleati. Ora manca solo che la Nato, che ha buoni motivi per farlo, formalizzi anche il suo in maniera sostanziale, trasformando le modalità operative della missione Resolute Support in una permanenza che abbia a che fare assai più con la guerra che non con la semplice formazione dei quadri militari afgani.Le motivazioni che hanno mosso Obama le conosciamo: la presa di Kunduz da parte dei talebani, le secche del processo di pace, le spinte dei Repubblicani e di parte dei Democratici americani, le richieste – più o meno formali – di Kabul e soprattutto di Abdullah Abdullah, il presidente in seconda del governo bicefalo retto da Ashraf Ghani in cui Abdullah rappresenta soprattutto il Nord del Paese (dove Kunduz si trova) e i centri di potere della vecchia Alleanza del Nord. Scavando un po’ però - e se la geopolitica non è un’opinione – c’è forse qualcos’altro nel risveglio americano: c’è un motivo strategico profondo che si accompagna al desiderio delle lobby militari – in America come in Europa – cui non dispiace affatto continuare una missione data per persa e per la quale invece si ricomincerà a spendere ancora molto mentre si potranno testare nuovi tipi d’arma. Facciamo un passo indietro.
Gli Stati uniti hanno firmato con Kabul un patto si partenariato strategico sulla sicurezza che prevede di fatto il controllo su una decina di basi aeree nel Paese dell’Hindukush e la gestione totale della grande base di Baghram, a due passi dalla capitale. Le basi significano garanzia di presenza operativa in un’area strategica e soprattutto, almeno sino a qualche mese fa, un buon posizionamento in caso di una guerra con l’Iran che con l’Afghanistan confina. Lentamente e con fatica, ma alla fine con successo, Washington e Teheran si sono però riavvicinati, raffreddando le tensioni anche sul piano militare. Dunque ci si poteva ritirare lasciando solo una piccola forza per controllare, comunque, le basi aree. Ma adesso il quadro è cambiato. Non è più Teheran a preoccupare, o meglio lo è se si pensa al suo alleato più pericoloso per Washington: Mosca. La Russia sta tentando da tempo un riavvicinamento con Kabul che in parte sta funzionando. E non è un caso che abbia bollato la recente scelta americana come un "passo forzato … un'altra eloquente testimonianza del completo fallimento della campagna militare portata avanti per 14 anni dagli Usa e dai suoi alleati in Afghanistan". Ai russi piacerebbe infatti una nuova forza militare che comprenda i Paesi vicini a magari la Russia stessa. Via la Nato dall’Afghanistan insomma, per far avanzare un’altra pedina sullo scacchiere mondiale che al Nord vede la crisi ucraina e al centro la nuova prova di forza in Medio oriente.Gli americani temono l’aggressività russa e conoscono e temono il piano di riavvicinamento di Mosca che in questi giorni recita un mantra ormai comune, quello dell’addestramento insufficiente delle forze armate afgane che dunque rischiano di soccombere alla forza talebana. Il gioco appare abbastanza chiaro: gli afgani sono degli incapaci e ci vuole una mano. Washington e Mosca sono pronti a offrirla. E’ importante arrivare per primi in queste cose con la differenza che Usa ed Europa a Kabul già ci sono. Non è proprio il caso di andar via. Meglio restare, in forze, un altro po’.
venerdì 16 ottobre 2015
Washington/Kabul: restiamo
Barak Obama non si limiterà a tenere in Afghanistan un migliaio di soldati a fine 2016. Il presidente americano lascerà quasi diecimila uomini a guardare le basi aeree e a sostenere l'esercito afgano. Saranno in totale 9.800 soldati (il che a conti fatti equivarrà a una presenza di 30mila persone tra contractor, logistica, seconda linea). Una decisione che tiene conto dell'evoluzione sul terreno, delle pressioni afgane e interne americane (repubblicane ma non solo) ma che probabilmente ha a che vedere anche con le nuove minacce che gravano sugli equilibri mondiali, a cominciare dal rafforzamento della volontà espansiva russa.
giovedì 23 gennaio 2014
10MILA SOLDATI E UN VIDEO

La lobby militare americana fa pressioni sul presidente e lancia l'opzione “10mila soldati” nel dopo 2014. Non uno di meno. E' quanto sarebbe emerso in una riunione tra gli uomini del Pentagono e il National Security Council secondo un'indiscrezione del Wall Street Journal, che riferisce di un incontro della settimana scorsa in cui l'esercito avrebbe avanzato la sua proposta: 10mila soldati non uno di meno dal 2014 sino al 2017, anno di fine mandato di Obama che potrebbe ridurre entro quella data il numero dei militari a zero e uscire così, a testa alta, dalla guerra che peggio ha sopportato.
Secondo il giornale il numero sarebbe definitivo e inopinabile a detta di Joseph Dunford, comandate in capo sia Usa sia Isaf/Nato in Afghanistan, che si aspetta un contributo dai partner della Nato di altri 2-3mila soldati. Fine dunque del rimpallo di numeri (3-6-9mila) di cui si era discusso sino ad ora. Dunford, che avrebbe l'appoggio del titolare della Difesa Chuck Hagel e del capo di Stato maggiore Martin Dempsey, oltreché – dice sempre il Wsj – del Dipartimento di Stato e della Cia, avrebbe detto chiaramente che o i soldati saranno 10mila o è meglio che gli Usa ritirino tutti i militari a fine 2014 (ora sono 37mila, destinati a scendere entro febbraio a 32mila, con l'appoggio di altri 19mila militari Nato).
I diecimila uomini sono necessari, per il Pentagono, sia a difendere le basi militari che l'Accordo di partenariato (non ancora firmato da Karzai) garantisce a Washington, sia a tenere in piedi attività anti guerriglia. Per fare il training dei soldati afgani e per garantire la rete di spionaggio americana in Afghanistan.
I diecimila uomini sono necessari, per il Pentagono, sia a difendere le basi militari che l'Accordo di partenariato (non ancora firmato da Karzai) garantisce a Washington, sia a tenere in piedi attività anti guerriglia. Per fare il training dei soldati afgani e per garantire la rete di spionaggio americana in Afghanistan.
giovedì 21 marzo 2013
TRENT'ANNI DOPO

Trentanni fa, era il settembre del 1980, Bakhretdin Khakimov, soldato sovietico di origine uzbeca, fu visto per l'ultima volta. Poi sparì. Adesso un Comitato moscovita composto in gran parte da reduvci dell'Afghanistan lo ha trovato: si chiama Sheikh Abdullah e vive a Herat. Allora aveva 20 anni ed era stato un soldato della 101ma motirizzata di stanza vicino alla capitale proivinciale. Il Guardian, che racconta la vicenda, scrive che si pensava che Abdullah alias Bakhretdin dosse stato ferito in modo così grave da morire. Invece fu aiutato dai locali, si salvò, si sposo e andò a vivere nella regione di Shindand (più a Sud). Guarì così bene da doventare un guaritore. Sua molgie è morta, non ha figli ma non sembra aver mai voluto tornare a casa. Non tanto in Unione sovietica ma a Samarcanda di cui era originario. Trent'anni fa.
giovedì 17 gennaio 2013
AFGHANISTAN, HA INIZIO IL RITIRO MA NESSUNO SE NE ACCORGE
L'Italia nel 2013 avrà in Afghanistan 1000 soldati in meno rispetto al 2012. La cosa è passata talmente in sordina che è inutile cercare la notizia sui giornali. Tutti parlano del fatto che stiamo andando in guerra in Mali ma nessuno sembra essersi accorto che abbiamo finalmente un calendario ancorché approssimativo del ritiro.
Ieri in Senato durante il dibattito sulla Conversione in legge del decreto-legge 28 dicembre 2012, n.227, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate, iniziative di cooperazione allo sviluppo e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali il relatore Dini ha spiegato che «la proroga copre il periodo dal 1° gennaio 2013 al 30 settembre 2013 (nove mesi, anziché un anno come nel 2012)... lo stanziamento complessivo ammonta a 935 milioni di euro. Viene quindi utilizzato quasi interamente il rifinanziamento del fondo missioni (1.004 milioni di euro) disposto dal decreto-legge n. 95 del 6 luglio 2012. Una somma significativamente inferiore a quella stanziata l'anno precedente (1.403 milioni) per un periodo di 12 mesi...». Sulla «...partecipazione a iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno alla ricostruzione per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione. Lo stanziamento complessivo per tali attività è di 81 milioni di euro, meno del 10 per cento del totale di spesa autorizzato».
L'articolo 5 del provvedimento autorizza infatti la partecipazione a iniziative e interventi di cooperazione allo sviluppo in Afghanistan per 15 milioni di euro. Ma veniamo al ritiro.
Spiega il relatore Del Vecchio: «All'impegno nel Paese asiatico è associato, per i primi nove mesi del 2013, un onere di spesa pari a circa 426 milioni di euro, sensibilmente inferiore (di circa 150 milioni) a quello sostenuto per lo stesso periodo nel 2012, grazie alla riduzione del personale militare impiegato, dalle 4.000 unità del 2012 alle 3.100 attuali, in conseguenza del progressivo passaggio del controllo dei distretti del Paese dalle forze internazionali a quelle locali».
Il sottosegretario alla Difesa Magri puntualizza: «Nel settore di interesse dell'Italia questo passaggio è già avvenuto a Bala Murghab, nel Gulistan, ed a Bakua ed avverrà nel corrente anno ancora a Bala Baluk e Farah...segnalo comunque come nel decreto in esame sia già stata prevista una consistente riduzione del nostro contingente in Afghanistan, il quale passerà dal livello medio di 4.000 militari mantenuto nel 2012 ad un livello medio di 3.100 militari nel corso dei primi nove mesi di quest'anno».
Ecco che in un rapidissimo passaggio parlamentare, in un'aula mezza vuota e dove la presidente dell'Assemblea Emma Bonino è costretta a continui richiami («Scusate, colleghi, se non proprio attenzione, vi chiedo un po' di silenzio».), si viene a sapere quel che si sta chiedendo da almeno un anno: tempi e quantità del ritiro dei nostri soldati. Per la verità ne ha parlato anche Di Paola. In Senato il ministro ha detto che per la missione in Afghanistan la prospettiva è di diminuzione a fine 2013 delle circa 3mila unità impiegate in media nel Paese. Nel pomeriggio poi il Senato ha chiarito meglio i numeri (3100 nel corso del 2013 quindi una diminuzione di un quarto del contingente di circa 4mila uomini) e forse un'ulteriore diminuzione a fine anno.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma per il momento fermiamoci qui.
Ieri in Senato durante il dibattito sulla Conversione in legge del decreto-legge 28 dicembre 2012, n.227, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate, iniziative di cooperazione allo sviluppo e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali il relatore Dini ha spiegato che «la proroga copre il periodo dal 1° gennaio 2013 al 30 settembre 2013 (nove mesi, anziché un anno come nel 2012)... lo stanziamento complessivo ammonta a 935 milioni di euro. Viene quindi utilizzato quasi interamente il rifinanziamento del fondo missioni (1.004 milioni di euro) disposto dal decreto-legge n. 95 del 6 luglio 2012. Una somma significativamente inferiore a quella stanziata l'anno precedente (1.403 milioni) per un periodo di 12 mesi...». Sulla «...partecipazione a iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno alla ricostruzione per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione. Lo stanziamento complessivo per tali attività è di 81 milioni di euro, meno del 10 per cento del totale di spesa autorizzato».
L'articolo 5 del provvedimento autorizza infatti la partecipazione a iniziative e interventi di cooperazione allo sviluppo in Afghanistan per 15 milioni di euro. Ma veniamo al ritiro.
Spiega il relatore Del Vecchio: «All'impegno nel Paese asiatico è associato, per i primi nove mesi del 2013, un onere di spesa pari a circa 426 milioni di euro, sensibilmente inferiore (di circa 150 milioni) a quello sostenuto per lo stesso periodo nel 2012, grazie alla riduzione del personale militare impiegato, dalle 4.000 unità del 2012 alle 3.100 attuali, in conseguenza del progressivo passaggio del controllo dei distretti del Paese dalle forze internazionali a quelle locali».
Il sottosegretario alla Difesa Magri puntualizza: «Nel settore di interesse dell'Italia questo passaggio è già avvenuto a Bala Murghab, nel Gulistan, ed a Bakua ed avverrà nel corrente anno ancora a Bala Baluk e Farah...segnalo comunque come nel decreto in esame sia già stata prevista una consistente riduzione del nostro contingente in Afghanistan, il quale passerà dal livello medio di 4.000 militari mantenuto nel 2012 ad un livello medio di 3.100 militari nel corso dei primi nove mesi di quest'anno».
Ecco che in un rapidissimo passaggio parlamentare, in un'aula mezza vuota e dove la presidente dell'Assemblea Emma Bonino è costretta a continui richiami («Scusate, colleghi, se non proprio attenzione, vi chiedo un po' di silenzio».), si viene a sapere quel che si sta chiedendo da almeno un anno: tempi e quantità del ritiro dei nostri soldati. Per la verità ne ha parlato anche Di Paola. In Senato il ministro ha detto che per la missione in Afghanistan la prospettiva è di diminuzione a fine 2013 delle circa 3mila unità impiegate in media nel Paese. Nel pomeriggio poi il Senato ha chiarito meglio i numeri (3100 nel corso del 2013 quindi una diminuzione di un quarto del contingente di circa 4mila uomini) e forse un'ulteriore diminuzione a fine anno.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma per il momento fermiamoci qui.
sabato 27 febbraio 2010
SOLDATI, MENO ONU PIU' NATO
I mille soldati che il ministro La Russa ha promesso per l'Afghanistan sono per adesso solo 170. Che non arriveranno prima di giugno. Solo a ottobre, se tutto va bene e saranno pronte le strutture logistiche per accoglierli, l'Italia manterrà la promessa.

Ma il dado è tratto, con una prima dichiarazione in dicembre ribadita in questi giorni dal ministro, per incassare subito quello che il governo ritiene il dividendo politico da ottenere: dimostrare all'alleato americano e alla Nato che l'Italia scatta sul signorsì, tra le prime nazioni a rispondere all'appello di Stanley McChrystal, il comandante in Afghanistan sia delle truppe Usa sia di quelle Isaf/Nato, che ha già ottenuto da Obama 30mila nuovi marine e ha chiesto alla Nato di garantire truppe fresche. In una situazione complicata dal ritiro imminente dei soldati dei Paesi bassi.
L'Italia ha circa 3mila uomini impegnati in Afghanistan. In buona sostanza, i 500 soldati che Roma aveva mandato in estate per sostenere il processo elettorale, non sono mai tornati, andandosi ad aggiungere ai circa 2500 di stanza soprattutto ad Herat, dove l'Italia ha la responsabilità del comando Nato nel settore Ovest del paese.

A conti fatti dunque, prima che scenda l'inverno, gli italiani schiereranno circa 4mila soldati che resteranno soprattutto impegnati nell'area di Herat dove di fatto si sono ridislocati i 500 soldati “elettorali”, previsti come supporto alla controversa maratona da cui è uscito “vittorioso” Hamid Karzai.
Piuttosto silente, per non dire afono, sull'aspetto politico e sul surge” civile a gran voce evocato, il governo italiano (in questo confortato dall'afonia che caratterizza sul tema anche l'opposizione) affida la partita afgana interamente ai militari, dimenticando forse che sono esecutori di ordini e non protagonisti di svolte che competerebbero alla politica. Ma né La Russa né Berlusconi sono andati più in là, né lo ha fatto Frattini, l'unico per altro a tentare di delineare una strategia anche se non certo innovativa.
Il problema dunque non è tanto che cosa bisogna fare in Afghanistan, quanto come trovare i mille uomini promessi. Una palla che il governo ha passato volentieri ai soldati per i quali provvedere mille unità non sarà uno scherzo. Di certo si sa che la metà di loro arriverà dal ritiro di parte dei nostri militari in Kosovo (un centinaio) e di un discreto numero in Libano (circa 300 su oltre 2mila che comprendono però anche la componente navale), un numero probabilmente destinato a crescere approfittando del fatto che il comando di Unifil è passato da mani italiche (generale Graziano) a responsabilità spagnola. Una mossa destinata a irritare ancora di più Beirut già contrariata dall'annuncio del primo ritiro.
Presenti in 27 missioni internazionali, gli italiani in divisa in missione all'estero sono oltre 8mila. Roma, in sostanza, sottrarrà alle missioni Onu per dare alla Nato e dunque molto presto la metà dei soldati tricolore sarà impiegata nel teatro afgano. Con che compiti?

“Purtroppo – spiega Federica Mogherini del Pd – veniamo interpellati solo sul rifinanziamento delle missioni, in una parola sul via libero finanziario. Ma quando si tratta di discutere del merito... Certo – aggiunge - in qualche modo c'è un passaggio parlamentare se il ministro viene a riferire in commissione, ma il parlamento è esautorato dal dettaglio, cioè il come dove quando e con che fine. Un limite forte tanto che si sta lavorando a una legge quadro che consenta a Camera e Senato di entrare nel merito delle missioni”.
Una volta decise, in buona sostanza, ci pensa il governo ed è la Difesa a scegliere cosa e come fare.
martedì 22 dicembre 2009
SOLDATI, UN'INCHIESTA SU RADIO3
Due giornalisti che detestano ferocemente le guerre - Ritanna Armeni e Emanuele Giordana - provano a capire com'è cambiato e cos'è oggi l'esercito italiano
dal 21 dicembre per 15 puntate dal lunedi al venerdi alle 18 su Radio3
A cura di Cettina Flaccavento
Regia di Diego Marras
Vai alla pagina dedicata di Radio3 e scarica il podcast della trasmissione
Nella foto i conduttori Ritanna Armeni ed Emanuele Giordana col regista Diego Marras davanti al patriarcato ortodosso di Pec in Kosovo
giovedì 3 dicembre 2009
A CHE SERVONO 30MILA SOLDATI IN PIU'?

Il discorso di Obama e la scelta di inviare nuove truppe nel teatro afgano dev'essere sembrato agli afgani soprattutto un esercizio da pallottoliere: aritmetica, non poltica. E ciò non tanto alla comunità dei diplomatici internazionali, degli ufficiali della Nato o dei funzionari del governo Karzai, quanto per il popolino della capitale o delle centinaia di villaggi sperduti dove è tanto se arrivano le onde corte della radio. Già edotti sulla nuova strategia statunitense, sia dalle indiscrezioni diplomatiche, sia dalle numerose anticipazioni uscite sulla stampa americana e non, i primi già sapevano. Gli ultimi invece non devono aver capito cosa esattamente ci fosse dietro questa “melina” durata tre mesi che aveva come oggetto le cifre del nuovo surge militare: 30mila soldati, come alla fine Barack Obama ha deciso, 40mila come il generale McChrystal aveva consigliato e chiesto, 20mila se non meno come sembrava che il presidente e alcuni suoi consiglieri avrebbero preferito. L'espressione del suo viso - quella si giunta via televisione nelle case dei molti che dal 2001 l'hanno comperata e che oggi offre mille canali - appariva contratta, come se nemmeno lui fosse tanto convinto di una scelta che lancia un indubbio segnale: ossia soprattutto e ancora opzione militare. Pur se con una scadenza.
Ma qui a Kabul, in questa città sospesa sulla guerra, l'aumento dei soldati stranieri non è un argomento di grande appeal. Anche chi non vuole che la Nato faccia le valige – e i sondaggi dicono che si tratta ancora della maggioranza, benché sempre più risicata, degli afgani – non sa che farsene di più truppe. A cosa servono, si chiedono, nuovi soldati? E quanto costeranno? (30 miliardi l'anno, a quanto pare).

“Questi – mi dice un cittadino mentre facciamo a piedi una lunga arteria della capitale afgana – pensano solo alla loro sicurezza”, e indica le camionette verdi a pick up di cui è dotata da due anni la polizia nazionale. A parte lo scontato apprezzamento di Karzai e dei suoi ministri ancora in carica, un parlamentare uscito sconfitto dalle elezioni presidenziali - Ramazan Bashardost qualificatosi al terzo posto - si fa la domanda retorica: “A cosa servono più truppe, più militari? A nulla. I soldati americani sono i benvenuti ma non quando uccidono afgani innocenti”. Anziché aumentarne il numero, sembra intendere l'uomo che rappresentava forse l'unica vera alternativa a Karzai (ha preso il 10% del voto e senza brogli) sarebbe meglio ragionare con più attenzione – come del resto lo stesso generale McChrystal sostiene – sulla sicurezza degli afgani. Degli afgani appunto, non la nostra.
Ma se la notizia dell'aumento dei soldati era nell'aria, ce n'è un'altra che gira sotto traccia a Kabul. Nulla di ufficiale ma pare che la vecchia strategia del generale David Petraeus, l'ex comandante e in capo della forze armate americane in Iraq e poi passato a guidare il Comando centrale (Centcom) negli Stati Uniti, stia per risorgere. Ma questa volta il piano di armare le milizie tribali -un esperimento già tentato e poi abbandonato nel gennaio scorso nell'area di Wardak a pochi chilometri dalla capitale - non sarebbe una sola idea americana: ci sarebbe la Nato a preparare, in collaborazione col ministero dell'Interno, questa nuova riedizione di un esercito tribale filogovernativo e dal governo e dall'Alleanza sostenuto e finanziato. Sarebbe il quarto dopo quello della Nato, l'esercito nazionale e l'immensa e difficilmente quantificabile macchina da guerra dei contractor, le milizie private sorte come funghi, con capitali nazionali e afgani e che conta almeno 30mila uomini. Ma che, dicono le indiscrezioni, potrebbero a salire a 70mila soprattutto per proteggere caserme e logistica degli americani a cui i talebani, poche ore dopo il discorso di Obama, hanno promesso nuovi e crescenti attacchi. Ai contractor, sembra di capire, sarebbe affidato il compito di coprire il ritiro, tra 18mesi, dei primi reparti americani. Un rientro da completare prima che Obama si ripresenti nuovamente, nel 2012, ai suoi un po' più scettici elettori.
Ma tornando al discorso del presidente, anche un altro fatto va notato.
Aver puntato tutto sull'opzione militare può servire a due cose: accompagnare una strategia negoziale mostrando il pugno duro e cercando di negoziare da una posizione di forza. Oppure che il presidente pensa davvero che 40mila soldati in più potranno sconfiggere i talebani “cattivi” consentendo ai “buoni” di lasciare la lotta armata reintegrandosi nei ranghi della società civile. Ma non è chiaro qual è o quale sarà il legame tra questa scelta del presidente americano e il pronunciamento, appena una settimana fa, di Hamid Karzi, il giorno del suo insediamento. Al primo posto c'era proprio una mano tesa al negoziato con la guerriglia. Una strada che, nel discorso di Obama, non è stata neppure vagamente indicata.
martedì 25 agosto 2009
SOLDATI SI, SOLDATI NO, LA TENSIONE AFGANA EMIGRA NEGLI USA
In attesa dei risultati ufficiali la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Il Nyt dice che gli alti comandi Usa in Afghanistan vogliono più militari e risorse. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai

La tensione è alta in Afghanistan. Sotto ogni punto di vista: alle accuse di brogli si sommano gli annunci di una vittoria di Karzai non ancora certificata mentre sul fronte militare i vertici impegnati sul campo mordono il freno. Vogliono più soldati e un'accelerazione da opporre a un rinnovato vigore talebano. Guerra contro guerra, più soldati e più armi proprio mentre si dovrebbe celebrare, per quanto controversa e dimezzata, la vittoria della democrazia sull'oscurantismo. Una situazione che sembra allungarsi su un precipizio pericoloso e proprio alla vigilia del giorno della verità: oggi infatti la Commissione elettorale dovrebbe dire, a spoglio ultimato di circa il 90% delle schede, se Karzai ha davvero vinto e quanti, in effetti, hanno votato.
La pressione dei militari per avere più uomini e mezzi, che ieri è diventata semi ufficiale in un lungo articolo del New York Times che anticipa quello che i vertici americani in Afghanistan diranno alla Nato e al presidente degli Stati uniti, viene in realtà da lontano. E non si poteva scegliere momento migliore, adesso che Obama è in difficoltà nei sondaggi e la guerra in Afghanistan è tanto impopolare...soprattutto se dovesse perderla. Per tutto l'inverno scorso il pressing, a colpi di indiscrezioni e anticipazioni sui “giornali amici”, aveva prefigurato uno scenario di almeno 30-40mila soldati in più. Da spostare, per far contento il presidente, dall'Iraq in Afghanistan. E con l'aumento delle truppe si era anche fatta strada l'ipotesi Petraeus: fare anche dell'Afghanistan terra di “surge” sul modello iracheno, milizie tribali armate agli ordini della contro guerriglia. Poi quel piano naufragò. E a marzo Obama annunciò che in Afghanistan sarebbero andati “solo” 21mila soldati, 4mila dei quali non combattenti. 17mila operativi dunque, non uno di più, come pare avesse spiegato proprio ai generali in Afghanistan il consigliere nazionale per la sicurezza di Obama James L. Jones. Era fine giugno.

Da quel viaggio in avanti le acque si sono calmate e la parola d'ordine è stata, per lo stesso Mc Chrystal, il generale che guida i soldati americani in Afghanistan ma che è anche capo della Nato/Isaf, “protezione dei civili”, meno bombe, più ingegneri. Ma la cosa ha retto solo fino alle elezioni: alle fibrillazioni dei candidati afgani si accompagnano quelle degli alti comandi Usa.
Il terreno lo prepara l'Ammiraglio Mullen, che è a capo dello stato maggiore americano: dice che la situazione in Afghanistan si è deteriorata “nonostante” la recente iniezione di 17mila nuovi soldati e lo sforzo extra messo in piedi per le elezioni. Lo dice alla Cnn. Più forte che suggerirlo al Congresso, magari a porte chiuse. I talebani, dice, si sono fatti più sofisticati nella tattica. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai.
In questo quadro, spiegava ieri l'edizione telematica del Nyt, i generali americani diranno alla Nato che le truppe attuali non bastano. E forse questo dirà anche al Congresso il generale Mc Chrystal, di cui è atteso un rapporto sulla nuova strategia che viene continuamente rinviato. Pare che la musica sia già stata cantata dai militari anche all'inviato di Obama per la regione, Richard Holbrooke, un altro fautore dell'opzione politico-diplomatica.
Al momento gli americani hanno nel paese 57mila uomini. Con gli alleati della Nato siamo a circa 100mila, gli stessi che aveva Mosca ai tempi ardenti dell'invasione. Quanto soldati ci vorrebbero adesso?
La bizzarria del corto circuito afgano è che è un serpente che si morde la coda. Il giorno prima che il Nyt battesse la notizia della richiesta di nuove truppe, l'agenzia di stampa Reuters aveva già diffuso la sintesi del cahier de doléance presentato dai generali della Nato a Holbrooke...Il fatto è che ormai Nato e forze americane sono sempre di più la stessa cosa. Quando Richard Holbrooke parla col generale Curtis Scaparotti, che comanda il settore Est, sta parlando con un uomo della Nato o con un soldato americano? La stampa statunitense finisce così per addebitare pressioni per l'aumento di truppe anche agli italiani, quando cita il generale Rosario Castellano che si sarebbe lamentato con Holbrooke che la frontiera con l'Iran è un colabrodo perché ha solo 170 guardie. Ma in realtà, come si è visto nelle interviste date ai giornali italiani, Castellano si è ben guardato dal suggerire un aumento di soldati.
Insomma la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Ne approfitta anche l'ex candidato alla Casa Bianca John McCain che, fautore di aumento della pressione militare, ha resuscitato in un'intervista il vecchio “approccio Petraeus”, il surge miliziano seppellito da Obama.
Voto a Herat: la foto è di Giuliano Battiston

La tensione è alta in Afghanistan. Sotto ogni punto di vista: alle accuse di brogli si sommano gli annunci di una vittoria di Karzai non ancora certificata mentre sul fronte militare i vertici impegnati sul campo mordono il freno. Vogliono più soldati e un'accelerazione da opporre a un rinnovato vigore talebano. Guerra contro guerra, più soldati e più armi proprio mentre si dovrebbe celebrare, per quanto controversa e dimezzata, la vittoria della democrazia sull'oscurantismo. Una situazione che sembra allungarsi su un precipizio pericoloso e proprio alla vigilia del giorno della verità: oggi infatti la Commissione elettorale dovrebbe dire, a spoglio ultimato di circa il 90% delle schede, se Karzai ha davvero vinto e quanti, in effetti, hanno votato.
La pressione dei militari per avere più uomini e mezzi, che ieri è diventata semi ufficiale in un lungo articolo del New York Times che anticipa quello che i vertici americani in Afghanistan diranno alla Nato e al presidente degli Stati uniti, viene in realtà da lontano. E non si poteva scegliere momento migliore, adesso che Obama è in difficoltà nei sondaggi e la guerra in Afghanistan è tanto impopolare...soprattutto se dovesse perderla. Per tutto l'inverno scorso il pressing, a colpi di indiscrezioni e anticipazioni sui “giornali amici”, aveva prefigurato uno scenario di almeno 30-40mila soldati in più. Da spostare, per far contento il presidente, dall'Iraq in Afghanistan. E con l'aumento delle truppe si era anche fatta strada l'ipotesi Petraeus: fare anche dell'Afghanistan terra di “surge” sul modello iracheno, milizie tribali armate agli ordini della contro guerriglia. Poi quel piano naufragò. E a marzo Obama annunciò che in Afghanistan sarebbero andati “solo” 21mila soldati, 4mila dei quali non combattenti. 17mila operativi dunque, non uno di più, come pare avesse spiegato proprio ai generali in Afghanistan il consigliere nazionale per la sicurezza di Obama James L. Jones. Era fine giugno.

Da quel viaggio in avanti le acque si sono calmate e la parola d'ordine è stata, per lo stesso Mc Chrystal, il generale che guida i soldati americani in Afghanistan ma che è anche capo della Nato/Isaf, “protezione dei civili”, meno bombe, più ingegneri. Ma la cosa ha retto solo fino alle elezioni: alle fibrillazioni dei candidati afgani si accompagnano quelle degli alti comandi Usa.
Il terreno lo prepara l'Ammiraglio Mullen, che è a capo dello stato maggiore americano: dice che la situazione in Afghanistan si è deteriorata “nonostante” la recente iniezione di 17mila nuovi soldati e lo sforzo extra messo in piedi per le elezioni. Lo dice alla Cnn. Più forte che suggerirlo al Congresso, magari a porte chiuse. I talebani, dice, si sono fatti più sofisticati nella tattica. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai.
In questo quadro, spiegava ieri l'edizione telematica del Nyt, i generali americani diranno alla Nato che le truppe attuali non bastano. E forse questo dirà anche al Congresso il generale Mc Chrystal, di cui è atteso un rapporto sulla nuova strategia che viene continuamente rinviato. Pare che la musica sia già stata cantata dai militari anche all'inviato di Obama per la regione, Richard Holbrooke, un altro fautore dell'opzione politico-diplomatica.
Al momento gli americani hanno nel paese 57mila uomini. Con gli alleati della Nato siamo a circa 100mila, gli stessi che aveva Mosca ai tempi ardenti dell'invasione. Quanto soldati ci vorrebbero adesso?

La bizzarria del corto circuito afgano è che è un serpente che si morde la coda. Il giorno prima che il Nyt battesse la notizia della richiesta di nuove truppe, l'agenzia di stampa Reuters aveva già diffuso la sintesi del cahier de doléance presentato dai generali della Nato a Holbrooke...Il fatto è che ormai Nato e forze americane sono sempre di più la stessa cosa. Quando Richard Holbrooke parla col generale Curtis Scaparotti, che comanda il settore Est, sta parlando con un uomo della Nato o con un soldato americano? La stampa statunitense finisce così per addebitare pressioni per l'aumento di truppe anche agli italiani, quando cita il generale Rosario Castellano che si sarebbe lamentato con Holbrooke che la frontiera con l'Iran è un colabrodo perché ha solo 170 guardie. Ma in realtà, come si è visto nelle interviste date ai giornali italiani, Castellano si è ben guardato dal suggerire un aumento di soldati.
Insomma la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Ne approfitta anche l'ex candidato alla Casa Bianca John McCain che, fautore di aumento della pressione militare, ha resuscitato in un'intervista il vecchio “approccio Petraeus”, il surge miliziano seppellito da Obama.
Voto a Herat: la foto è di Giuliano Battiston
giovedì 30 aprile 2009
GUERRE E SOLDATI, RIFLESSIONI A MARGINE
Qualche giorno fa ho scritto sul mio blog a proposito della caserma di Camp Arena a Herat. E l' articolessa ha sollevato qualche reazione forte da parte di uno o più soldati.
Una di queste reazioni in particolare mi ha colpito: un militare se è sentito offeso dalle mie parole e mi ha risposto (e qui aihmé si sbaglia) dicendo che è comodo fare come me, in vacanza in Afghanistan ben pagato, e criticare chi rischia la pelle. In vacanza forse si (visto che per me lasciare un'Italia in cui non mi riconosco molto di questi tempi è una vacanza) ma ben pagato, amico mio, proprio no. Lo sai caro milite a quanti giornali interessano le mie verità? Leggerai queste cose solo sul blog. E poiché io son pagato un tanto al pezzo puoi anche farmi i conti in tasca. Ai giornali italiani piace solo la retorica patriottica. A me invece non piace, anzi mi sembra offensiva del tuo e del mio intelletto.
Io penso, l'ho sempre detto, che siete guerrieri e che, invece che pacchi dono, dovreste andare a combattere senza lasciare solo ai canadesi e agli americani quest'onere. So che molti di voi lo farebbero e che altri, in gran segreto, lo fanno.
Solo un cretino può darvi del “vigliacco” e solo qualche gasato, a cui piace smitragliare nel mucchio, offende una missione che è certo criticabile (meglio ad esempio se avesse un altro mandato e una maggior condivisione internazionale, come in Libano) ma che ha una sua ragion d'essere e che non si può liquidare con uno slogan. Tutto ciò comunque non dipende da voi militari ma dalle scelte della politica e, in Italia, da quella retorica nazionalpacifista propria di tutti i governi italiani. Combatto si ma fino a un certo punto. “Armiamoci e partite”, si sarebbe detto una volta. Purtroppo i Prt (Provincial Reconstruction team) vanno in questa direzione e l'Italia sembra essere assai disattenta (politica, militari e cittadini) delle confuse implicazioni della sua azione di cui si occupano solo le Ong italiane (e nemmeno tutte). Ma veniamo alle offese.
Il mio amico in divisa si è forse risentito del termine “damerini” e, giustamente, dice: siam tutti professionisti, non carne da macello. Ne convengo e ne sono felice. Dicevo anzi che ho scoperto, stando a Camp Arena, che i tempi della naja, quando un qualsiasi caporale coglione vi insultava e umiliava (è successo anche a me per quel poco che ho fatto il militare: una settimana in tutto), son finiti. Ci mancherebbe. Ma dicevo anche che queste guerre moderne, con soldati alfabetizzati e altamente sindacalizzati (come io ritengo sia giustissimo che sia) si perderebbero se si combattesse corpo a corpo, cosa che, infatti non si fa più. In questi giorni i giornali americani cercano di darci a bere che le loro pattuglie fanno gli agguati... Si può anche darsi. Ma per quanto se ne so, l'unico vero modo di far secchi i talebani è bombardare a tappeto. Vedi che in mezzo a dieci civili becchi anche uno di loro. Lei, mio caro amico in divisa lo sa. E lo sa anche la Nato che infatti accusa i taleb di usare scudi umani....La verità è che le democrazie mature non possono permettersi un morto in più. Non possiamo rischiarlo....
Io trovo quella di bombardare una scelta criminale. Non amo i talebani ma la gente comune ha tutto il diritto di vivere. E' una questione di garanzie minime: meglio dieci ladri fuori che un innocente dentro. E noi italiani, che non schiacciamo il bottone, siamo corresponsabili quanto gli avieri americani. Non solo lei, amico mio in divisa,
io anche come giornalista in vacanza e ben pagato (sic), i parlamentari che io e lei abbiamo votato, il cittadino comune poco informato che guarda la tele per vedere tette e culi, altrimenti adorabili strumenti di piacere di un'intimità continuamente esposta a sproposito: per evitare di parlar d'altro e rimbambire i nostri ottenebrati cervelli.
Aggiungo anche una cosa per un altro lettore che dice che se gli americani volessero vincerebbero militarmente in quattro e quattr'otto...Non condivido la sua analisi. Concordo sul fatto che le lobby amano le guerre prolungate, ma lei ormai dovrebbe sapere che bombardando non si vince più. Non sono i tempi della seconda guerra mondiale e di Dresda o Hiroshima e la lezione dei bombardamenti nelle guerre asimmetriche data almeno dai tempi del Vietnam. Con le bombe non si vince: lo chieda agli israeliani, maestri del bombardamento....selettivo. Talmente efficace che Hamas ha vinto le elezioni.
Gli americani, o almeno la loro leadership più accorta, non vede l'ora di andarsene da Kabul: non c'è petrolio, i tubi possono passare altrove, non c'è sbocco al mare e questo paese non è un mercato appetibile. A che serve l'Afghanistan? Ma siamo imprigionati – loro e noi - in un gioco perverso che ha a che vedere con l'orgoglio nazionale, la retorica dei diritti delle donne, e il lento inesorabile lavorio delle lobby (non solo quelle delle armi: a Camp Arena si beve acqua minerale italiana e la verdura viene dalla Puglia). Ma pensare che se ne esca con le bombe mi pare demenziale. Lo ha capito anche Obama. E infatti le voci di corridoio dicono insistentemente che si tratta. Sotto banco ma si tratta. Ma a voi soldati non lo dicono. In questo senso siete carne da macello intellettuale che la politica maschera da soldati buoni che non sparano ma fanno doni. Io mi auguro che anche voi, come me, vi ribelliate un giorno a questa retorica che vi offende assai più delle mie rudi parole. Che avranno certo molti difetti ma credo non manchino di onestà intellettuale.
A questo, solo a questo, servono i giornalisti: a cercare di raccontare brandelli di verità scomodi persino per loro stessi. Buone vacanze in Afghanistan!
Una di queste reazioni in particolare mi ha colpito: un militare se è sentito offeso dalle mie parole e mi ha risposto (e qui aihmé si sbaglia) dicendo che è comodo fare come me, in vacanza in Afghanistan ben pagato, e criticare chi rischia la pelle. In vacanza forse si (visto che per me lasciare un'Italia in cui non mi riconosco molto di questi tempi è una vacanza) ma ben pagato, amico mio, proprio no. Lo sai caro milite a quanti giornali interessano le mie verità? Leggerai queste cose solo sul blog. E poiché io son pagato un tanto al pezzo puoi anche farmi i conti in tasca. Ai giornali italiani piace solo la retorica patriottica. A me invece non piace, anzi mi sembra offensiva del tuo e del mio intelletto. Io penso, l'ho sempre detto, che siete guerrieri e che, invece che pacchi dono, dovreste andare a combattere senza lasciare solo ai canadesi e agli americani quest'onere. So che molti di voi lo farebbero e che altri, in gran segreto, lo fanno.
Solo un cretino può darvi del “vigliacco” e solo qualche gasato, a cui piace smitragliare nel mucchio, offende una missione che è certo criticabile (meglio ad esempio se avesse un altro mandato e una maggior condivisione internazionale, come in Libano) ma che ha una sua ragion d'essere e che non si può liquidare con uno slogan. Tutto ciò comunque non dipende da voi militari ma dalle scelte della politica e, in Italia, da quella retorica nazionalpacifista propria di tutti i governi italiani. Combatto si ma fino a un certo punto. “Armiamoci e partite”, si sarebbe detto una volta. Purtroppo i Prt (Provincial Reconstruction team) vanno in questa direzione e l'Italia sembra essere assai disattenta (politica, militari e cittadini) delle confuse implicazioni della sua azione di cui si occupano solo le Ong italiane (e nemmeno tutte). Ma veniamo alle offese. Il mio amico in divisa si è forse risentito del termine “damerini” e, giustamente, dice: siam tutti professionisti, non carne da macello. Ne convengo e ne sono felice. Dicevo anzi che ho scoperto, stando a Camp Arena, che i tempi della naja, quando un qualsiasi caporale coglione vi insultava e umiliava (è successo anche a me per quel poco che ho fatto il militare: una settimana in tutto), son finiti. Ci mancherebbe. Ma dicevo anche che queste guerre moderne, con soldati alfabetizzati e altamente sindacalizzati (come io ritengo sia giustissimo che sia) si perderebbero se si combattesse corpo a corpo, cosa che, infatti non si fa più. In questi giorni i giornali americani cercano di darci a bere che le loro pattuglie fanno gli agguati... Si può anche darsi. Ma per quanto se ne so, l'unico vero modo di far secchi i talebani è bombardare a tappeto. Vedi che in mezzo a dieci civili becchi anche uno di loro. Lei, mio caro amico in divisa lo sa. E lo sa anche la Nato che infatti accusa i taleb di usare scudi umani....La verità è che le democrazie mature non possono permettersi un morto in più. Non possiamo rischiarlo....
Io trovo quella di bombardare una scelta criminale. Non amo i talebani ma la gente comune ha tutto il diritto di vivere. E' una questione di garanzie minime: meglio dieci ladri fuori che un innocente dentro. E noi italiani, che non schiacciamo il bottone, siamo corresponsabili quanto gli avieri americani. Non solo lei, amico mio in divisa,
io anche come giornalista in vacanza e ben pagato (sic), i parlamentari che io e lei abbiamo votato, il cittadino comune poco informato che guarda la tele per vedere tette e culi, altrimenti adorabili strumenti di piacere di un'intimità continuamente esposta a sproposito: per evitare di parlar d'altro e rimbambire i nostri ottenebrati cervelli.Aggiungo anche una cosa per un altro lettore che dice che se gli americani volessero vincerebbero militarmente in quattro e quattr'otto...Non condivido la sua analisi. Concordo sul fatto che le lobby amano le guerre prolungate, ma lei ormai dovrebbe sapere che bombardando non si vince più. Non sono i tempi della seconda guerra mondiale e di Dresda o Hiroshima e la lezione dei bombardamenti nelle guerre asimmetriche data almeno dai tempi del Vietnam. Con le bombe non si vince: lo chieda agli israeliani, maestri del bombardamento....selettivo. Talmente efficace che Hamas ha vinto le elezioni.
Gli americani, o almeno la loro leadership più accorta, non vede l'ora di andarsene da Kabul: non c'è petrolio, i tubi possono passare altrove, non c'è sbocco al mare e questo paese non è un mercato appetibile. A che serve l'Afghanistan? Ma siamo imprigionati – loro e noi - in un gioco perverso che ha a che vedere con l'orgoglio nazionale, la retorica dei diritti delle donne, e il lento inesorabile lavorio delle lobby (non solo quelle delle armi: a Camp Arena si beve acqua minerale italiana e la verdura viene dalla Puglia). Ma pensare che se ne esca con le bombe mi pare demenziale. Lo ha capito anche Obama. E infatti le voci di corridoio dicono insistentemente che si tratta. Sotto banco ma si tratta. Ma a voi soldati non lo dicono. In questo senso siete carne da macello intellettuale che la politica maschera da soldati buoni che non sparano ma fanno doni. Io mi auguro che anche voi, come me, vi ribelliate un giorno a questa retorica che vi offende assai più delle mie rudi parole. Che avranno certo molti difetti ma credo non manchino di onestà intellettuale.
A questo, solo a questo, servono i giornalisti: a cercare di raccontare brandelli di verità scomodi persino per loro stessi. Buone vacanze in Afghanistan!
martedì 18 novembre 2008
PARADOSSO MILITARE

Quando il terreno e le scomode verità ribaltano il pensiero corrente. E molti pregiudizi. Riflessioni sulla pace e sulla guerra, i militari, i politici e il loro assordante silenzio
Il sogno più bizzarro per un pacifista potrebbe esser quello di stare a braccetto con un generale a una marcia per la pace. E per un generale, quello di sognare appesa, accanto alla biancorossoverde, la bandiera multicolore che ancora sventola a qualche balcone.
Incubi? Paradossi? Forse, certo, senz'altro. Eppure, per quanto paradossale possa sembrare, i migliori alleati di chi vuole la pace in Afghanistan sono in questo momento proprio i generali. Non tutti e con accenti diversi. Ma se si mettono in fila le dichiarazioni di diversi comandanti militari ne viene fuori un quadro assai diverso da quello che lo stereotipo dipinge. E del resto c'è un perché. I generali, e i soldati che comandano, sono “sul terreno”. E dal terreno la guerra si vede in modo assai meno sfumato che dai palazzi della politica. Si capisce se può o meno essere vinta, se è combattuta per finta o per davvero e soprattutto se l'opzione militare, quella fin qui sbandierata come l'unica necessaria a stabilizzare l'Afghanistan, funziona oppure no. A quanto sembra, no.
La madre di tutte le dichiarazioni è del britannico Mark Carleton-Smith, combattente tutto d'un pezzo e “guerriero” che è difficile tacciare di disfattismo o scarsa conoscenza del terreno. Intervistato in Afghanistan da Christina Lamb, una giornalista del Times che conosce quei territori come le sue tasche, il generale non se la sente di far finta di nulla e dice la sua verità: spiega che, per come va, la guerra coi talebani non può essere vinta e che l'opinione pubblica britannica si deve aspettare non una “vittoria militare decisiva” ma un possibile dialogo col nemico: un accordo, senti senti, coi talebani. Il comandante della 16ma Air Assault Brigade fa mostra di pragmatismo. E' il 5 di ottobre e forse sta soltanto lavorando allo stesso quadro che proprio in quei giorni, a La Mecca, si dipana faticosamente nel primo incontro semi negoziale tra inviati del mullah Omar e di Karzai. Ma il generale non è solo.
Cinque giorni dopo l'ammiraglio Michael Mullen, a capo dello stato maggiore, dice davanti al Congresso degli Stati Uniti che... Continua
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