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martedì 2 marzo 2021

Numeri e magia dietro il golpe birmano


Del valore del numero 22222 (5-2) in Myanmar abbiamo già parlato quando il 22 febbraio è stato proclamato lo sciopero generale. La numerologia è un’arte diffusa in Asia e ne abbiamo un labile riflesso anche nella nostra cultura. Ma in Myanmar – e in Asia in generale - i numeri hanno più senso che da noi. Ed è cosi anche per il Tatmadaw, l’esercito in capo al golpe birmano del 1 febbraio. Per capirne di più, in questi casi, bisogna chiedere consiglio a chi vive nel paese e ne conosce in profondità le diverse sfaccettature culturali. Chiediamo al nostro ospite quanto contino le pratiche magiche e i consigli degli indovini, il che non è solo un caso birmano: il dittatore indonesiano Suharto per esempio, non muoveva un passo senza il suo maestro, il cui riferimento erano le correnti  spirituali del Kejawen, una sorta di reinterpretazione religiosa mista alla luce della cultura di Giava, della “giavanesità”. Ne parliamo a patto che la conversazione rimanga del tutto anonima come la situazione in Myanmar richiede.

“Il 25 febbraio, il giovedi prima della domenica di sangue del 28, comincia  un vero e proprio crackdown nella township di Tamwe, nel cuore di Yangon. E’ sproporzionato per l’uso della forza ma c'è un motivo: è il luogo di residenza dell’ormai ex presidente  Win Myint. Colpire la sua comunità vuol dire colpire lui”. C'è un disegno, spiega la fonte, “qualcosa che per un occidentale è  difficile capire perché viaggia al di fuori della logica scientifica e ruota attorno a un pensiero magico, specialmente per il Tatmadaw che ha una “sua” religione. I militari non si rifanno propriamente al buddismo theravada (la scuola più antica e diffusa che deriva dagli insegnamenti del Budda e che arriva nell’area tra il V e il VI secolo ndr) ma al buddismo ari, legato ai culti animisti e a quello dei Nat (nella religione popolare birmana, spiriti oggetto di un culto diffuso probabilmente pre-buddista ndr)”. 

Il monaco e il generale

I riferimenti territoriali di questo culto stanno nel Monte Popa, accanto all’ex capitale Pagan (Bagan) e sul lago Inle nello Shan: quanto al buddismo ari, per sintetizzare, si tratta di una pratica religiosa comune in questa fetta di mondo  prima dell'ascesa di Anawrahta Minsaw (1014 – 1077) - il fondatore dell’impero di Pagan – e quindi della conversione dell’area al buddismo theravada nell'undicesimo secolo. Forse introdotto già nel VII secolo, il buddismo ari si alimenta di diverse correnti di pensiero (tantrismo, influenze cinesi, culti indigeni). Una delle sue forme pratico-rituali più importanti (tra cui il riferimento alla numerologia) sono le yadaya,  rituali magici che servono a neutralizzare o prevenire la malasorte. E qui torniamo a  Tatmadaw.
Min Aung Hlaing, il generale a capo del Consiglio amministrativo di Stato (Sac), ossia della giunta golpista, “è molto legato – continua la fonte - a Kovida, un monaco di categoria Wa Zi Pauk, quelli più “santi”, ossia che fanno  voto di non parlare – il che non è esattamente il suo caso – per evitare di commettere peccati”. Starebbe a Kovida aver spinto Hlaing a iniziare prima la repressione nelle città che iniziano con la M (Mandalay per esempio) e poi a Tamwe, residenza di  Win Myant. 

Colpire la testa

“L’idea magica è che abbattendo la sua comunità ciò sarebbe stato ben augurale per la prova di forza a seguire. Ma non è l’unico ad esempio: giorni fa c'è stata, tra le prime esecuzioni, quella di un uomo che faceva pacificamente la ronda nel suo quartiere (pratica diffusa per difendersi da infiltrati provocatori ndr). E’ stato ucciso a sangue freddo con tre colpi alla testa: sia il numero 3, sia colpire alla testa (come poi avvenuto di regola il 28 febbraio ndr) ha un significato: il 3 come  numero chiave in numerologia e colpire al capo perché significa colpire la testa del movimento”. Tutto viene deciso con pratiche come le yadaya, una delle quali sarebbe avvenuta attorno al 10 febbraio nella pagoda Phaung Daw, uno dei siti buddisti più famosi del Myanmar, sulle rive del lago Inle. E’ nota per alcune reliquie sacre e nella yadaya cui avrebbe partecipato Hlaing, sarebbero state coperte da un cupola di vetro, con il senso preciso di contenere, isolare la protesta. Poi il generale avrebbe camminato su piastrelle di fresca posa: un modo per consentirgli di calpestare la protesta. “Kovida – conclude la fonte - sta al centro di tutto ciò che accade. A un occidentale tutte queste possono sembrare solo curiosità antropologiche  ma non è cosi perché  le varie forze che spingono verso un dialogo devono tenere a mente una logica non scientifica ma che si basa su un pensiero magico particolare, il che spiega anche perché è sempre stato difficile giungere a compromessi col Tatmadaw”.

Nella foto, il generale Min Aung Hlaing col monaco Kovida

giovedì 9 luglio 2020

Generali sotto accusa

L’esercito del Myanmar torna a essere protagonista della cronaca di una guerra che interessa soprattutto i due Stati nordoccidentali Rakhine e Chin su cui, secondo quanto sostiene Amnesty International, ci sono prove che dimostrano come attacchi aerei indiscriminati da parte dell’esercito abbiano ucciso civili. La denuncia segue la decisione di Londra di imporre sanzioni al capo e al vice capo di Tatmadaw (come l’esercito birmano è conosciuto) mentre la Ue sta ancora valutando se punire Yangon sul piano economico.

E se Usa e Ue, Italia compresa, hanno appena cancellato il debito birmano per sostenere il Paese a causa del Covid (pochi casi ma collasso di lavoro e turismo), Tatmadaw si segnala ancora un volta come la spina nel fianco del governo civile del Paese che a novembre si appresta a votare. Ma in Rakhine e nel vicino Chin non c’è molto tempo per dedicarsi alla democrazia. Il Rakhine è noto per l’espulsione dei Rohingya del 2017 ma adesso la battaglia infuria con l’Arakan Army, un esercito buddista secessionista con cui ci si scontra anche nel vicino Chin. I bombardamenti dei mesi scorsi, attacchi e incendi ai villaggi, la fuga di migliaia di sfollati avvengono soprattutto nell’area di Paletwa nel Chin e sulla frontiera tra Chin e Rakhine dove da oltre un anno Internet non è agibile.

«Mentre le autorità del Myanmar esortavano le persone a rimanere a casa per il Covid-19, in Rakhine e Chin i militari stavano bruciando case e uccidendo civili in attacchi indiscriminati che equivalgono a crimini di guerra», dice Nicholas Bequelin, direttore regionale del Pacifico di AI. E «nonostante le crescenti pressioni internazionali, anche alla Corte internazionale di giustizia, le scioccanti testimonianze raccolte mostrano quanto sia ancora profonda l’impunità nei ranghi militari del Myanmar».

L’organizzazione ha condotto interviste a distanza sulle operazioni militari, attacchi aerei e bombardamenti e ha analizzato filmati di violazioni e nuove immagini satellitari di villaggi bruciati. Il conflitto si è intensificato dal 4 gennaio 2019 quando l’AA ha colpito diversi posti di polizia nel Rakhine con conseguenti reazioni di Tatmadaw. Secondo quanto risulta a il manifesto, tra marzo e aprile 2020 i morti tra Rakhine e Chin erano una cinquantina mentre a maggio il segretario generale dell’Onu stimava ad almeno 160mila gli sfollati dovuti ai combattimenti con AA cui si sono aggiunte, dice ora Amnesty, altre 10mila persone nei giorni scorsi. La guerra continua.

Non è passato tutto inosservato: lunedì scorso Londra ha imposto sanzioni al comandante dell’esercito Min Aung Hlaing e al suo vice Soe Win per il loro coinvolgimento nella «violenza sistematica e brutale contro i Rohingya e altre minoranze», accuse respinte da Tatmadaw ma che si basano su un ennesimo rapporto di una missione Onu reso noto nel 2019. Londra però si smarca dalla Ue: mentre l’Unione valuta di sospendere la clausola commerciale di nazione favorita, il Regno Unito vuole colpire i responsabili ma non, dicono al Foreign Office, l’economia del Paese.

Uscito stamattina anche su ilmanifesto

venerdì 3 luglio 2020

Valanga di giada

Utilizzo selvaggio del territorio, sbancamenti, scavi e disboscamento, conflitti armati, uso spregiudicato delle risorse umane, necessita' e povertà. Sono queste le cause dietro allo smottamento di un terreno nel Nord del Myanmar che, trasformatosi in una valanga di acqua, fango e pietre ha travolto ieri centinaia di persone uccidendone decine: oltre 160 il bilancio di ieri sera, gia' forse 200 secondo le stime di oggi riportate dalla stampa locale perché decine sono ancora i dispersi. Una tragedia annunciata.

Succede nello Stato settentrionale birmano del Kachin dove le miniere di giada di Phakant, una cittadina di 60mila abitanti attraversata dal fiume Uyu 350 km a Nord di Mandalay, hanno richiesto il loro rituale tributo di sangue. In questo caso, come in molti altri, una valanga di fango, acqua e sassi che ha travolto e sepolto le vittime, complice la stagione delle piogge ma anche il disastro ambientale cui l’area è sottoposta da anni. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Nel 2015 una frana aveva già sommerso oltre cento persone che vivevano su una discarica e nel 2018 un’altra ne aveva sepolte altre 15. Se si va indietro nel tempo i morti aumentano. Minatori più o meno inquadrati, cercatori solitari, gente che semplicemente vive dell'attività delle miniera o dei suoi scarti. Secondo la stampa locale le vittime sarebbero cercatori “fai da te” ma Phakant non è un posto per fai da te anche se c’è sempre chi scava tra i sassi del fiume come anche in questo caso. Phakant è uno dei grandi buchi neri del Myanmar benché risplenda della luce abbagliante della pietra verde.

Il reticolo di interessi in questa zona dove si estrae giada pregiatissima si divide tra società estrattive private locali, compagnie cinesi o di Singapore, trafficanti e mafiosi ma anche aziende che fanno capo alle forze armate birmane (Tatmadaw), ancora un’immensa potenza economica nel Paese. Lo spiega bene il rapporto di una missione Onu dell’anno scorso (The economic interests of the Myanmar military). Due grandi conglomerati fanno capo a Tatmadaw: Myanmar Economic Holdings Limited (MEHL) e Myanmar Economic Corporation (MEC), ai cui vertici si trovano il comandante in capo delle Forze armate Min Aung Hlaing e il suo vice Soe Win. Ci sono oltre cento aziende MEHL e MEC in diversi settori dell'economia: dalle assicurazioni al turismo, dal sistema bancario all’edilizia e all'estrazione di gemme. Infine vi sono altre 27 imprese strettamente collegate ai due conglomerati attraverso le loro strutture aziendali. Un impero che sta al centro delle attività economiche birmane cui vanno aggiunti i “legami commerciali e familiari forti e persistenti con un certo numero di società e conglomerati privati del Myanmar, colloquialmente conosciuti come crony companies”, che potremmo tradurre con “aziende degli amici”.

Se è facile immaginare che i militari non abbiano in genere una grande relazione con i sindacati, ciò è ancora più vero nelle aree minerarie dove “...i diritti umani e le violazioni del diritto internazionale umanitario, inclusi il lavoro forzato e la violenza sessuale, sono stati perpetrati da Tatmadaw, in particolare nello Stato Kachin, in relazione alle sue attività commerciali” e, più ancora nello specifico, “MEHL e MEC e 23 delle loro filiali hanno numerose licenze per l'estrazione di giada e rubini negli Stati Kachin e Shan”. Kachin appunto, dove si trova la miniera di Phakant (nota anche come Hpakan o Hpakant). Quanto vale il business? In generale 30 miliardi di dollari l’anno – dice Bbc - ma per Tatmadaw? Si va per ipotesi, perché i guadagni delle sue società non sono pubblici: “Nel settore della giada, in cui MEHL e MEC sono i principali attori (il corsivo è nostro ndr) …merce del valore di decine di miliardi di dollari viene introdotta clandestinamente ogni anno in Cina, mentre solo una piccola parte della giada passa attraverso il Myanmar Gems Emporium governativo” e viene dunque tassata. Rimandando il lettore al capitolo specifico del rapporto (Tatmadaw and the extractive industry), vale la pena di notare che, scrive l’Onu, “...l'attività economica di Tatmadaw in alcuni settori è legata alla sua strategia militare. Ciò è particolarmente evidente nel coinvolgimento di Tatmadaw nelle miniere di giada e rubino negli Stati di Kachin e Shan, dove i suoi interessi economici si sovrappongono ai suoi obiettivi militari”.

In questo settore la ragnatela di interessi è dunque davvero complessa e si spinge fin sul confine del conflitto armato. Ma è anche molto estesa: “Avete mai bevuto una Myanmar?”, chiosa un diplomatico europeo di lungo corso. Certo che si, è la birra più diffusa nel Paese! “Ebbene ogni sorso finanzia anche Tatmadaw”.

giovedì 11 giugno 2020

La nuova sfida di Aung San Suu Kyi

Nel 2015, nelle prime vere elezioni democratiche del Myanmar, la Lega per la democrazia di Aung San Suu Kyi guadagnò una maggioranza schiacciante che poteva garantire alla Lady la presidenza della Repubblica, che viene scelta dal parlamento. Non fu così e nelle elezioni che si preparano per novembre lo scenario sarà molto probabilmente il medesimo perché la Lega è data vincente ma la Costituzione, che lunghe battaglie parlamentari non hanno modificato, impedisce a chi è o è stato sposato con uno straniero di diventare presidente. Nondimeno l’assemblea della Lega, che doveva scegliere i candidati, ha riconfermato Suu Kyi, la “de facto” premier, e U Win Myint, l’attuale presidente. Ci si riprova e si rivincerà anche se i giochi son già fatti da un parlamento bloccato dalla presenza dei militari: La Camera è composta da 440 rappresentanti, di cui 110 nominati di diritto dal comandante in capo dell’esercito o Tatmadaw; la Camera delle nazionalità è composta da 224 rappresentanti, di cui 56 militari nominati sempre da Tatmadaw. Qualsiasi emendamento costituzionale deve passare con più del 75% dei voti il che non è possibile perché un quarto dei seggi è in mano alle divise che bloccano tutte le manovre per rendere più democratica la Repubblica dell’Unione.

Sulle elezioni gravano diversi problemi: non certo quello della minoranza rohingya, espulsa dal Paese e ormai in maggioranza residente in Bangladesh. I loro diritti sono stati difesi talmente tiepidamente dalla Lady e dalla Lega che Tatmadaw ha avuto buon gioco a chiudere il capitolo su cui anche la società civile è quasi totalmente silente. Poi c’è la vicenda Covid-19 che, nonostante il bassissimo numero di contagi e decessi (sei), ha fatto perdere almeno l’1,5% della crescita nel 2020 (era 6,5% nel 2019) anche se la Banca Mondiale si dice ottimista. Ma il semi lockdown prolungato - con misure di sicurezza più lasche ma attive - rischia forse di peggiorare le cose anche se la vittoria sulla pandemia sembra aver fatto scegliere al governo una cautela piuttosto ferrea, specie se comparata al liberi tutti occidentale. Infine c’è la guerra - col suo corollario di battaglie e di sfollati (almeno 245.000) soprattutto negli Stati nordoccidentali Chin e Rakhine – e un processo di pace con le guerriglie autonomiste che procede a piccoli passi (il prossimo incontro sarà a luglio).

La campagna elettorale non è ancora entrata nel vivo e del resto la condizione Covid-19 non la favorisce ma si nota un grande attivismo su Facebook che conta in Myanmar 22 milioni di iscritti contro i 7 all’epoca delle elezioni 2015. Aung San suu Kyi ha riacceso il suo sito in aprile per far campagna soprattutto contro il virus e adesso è la volta di Tatmadaw: nel 2018 Facebook aveva chiuso 18 account e diverse pagine associate a Tatmadaw o agli alti gradi militari sostenendo che incitavano all’odio ma in realtà la decisione era arrivata dopo che una missione delle Nazioni Unite aveva pubblicato un rapporto che accusava Tatmadaw di possibile genocidio e crimini di guerra nel Rakhine dopo l’ultimo esodo di rohingya del 2017. Ora Tatmadaw ci riprova.

sabato 1 settembre 2018

Le false verità dei generali birmani

Mentre oltre 700mila rohingya stazionano da ormai un anno in Bangladesh cacciati dal Myanmar e mentre il governo birmano ha rispedito al mittente il rapporto indipendente dell’Onu che accusa i suoi generali di genocidio e il governo di Aung San Suu Kyi di colpevole silenzio, i funzionari di Tatmadaw – le forze armate - hanno fabbricato la loro versione dei fatti. Una versione così palesemente falsa da sembrare ingenua. Versione diffusa per la verità già in luglio in uno dei pamphlet che l’esercito - “Myanmar Politics and the Tatmadaw: Part I”- ha deciso di utilizzare come materiale di propaganda per spiegare la sua verità sui Rohingya, la minoranza musulmana espulsa dal Paese. Ma un attento esame dell’agenzia Reuters su alcune immagini veicolate nel volume spiega bene come si fabbricano verità su misura: si tratta di tre fotografie, scattate in altri tempi e contesti, che servirebbero a spiegare sia la crudeltà dei rohingya verso i birmani, sia il fatto che si tratta di immigrati bengalesi e non di gente che vive – in molti casi da secoli – nello Stato (oggi) birmano del Rakhine.

La brutalità dei Rohingya sarebbe documentata da uno scatto che si riferirebbe a incidenti avvenuti nel 1940: nella foto si vede un uomo che con un bastone tocca dei corpi di gente uccisa e riversa in un lago. Ma quell’immagine, spiega Reuters, si riferisce alla guerra del 1971 che decretò la fine del Pakistan orientale e la nascita del Bangladesh. La foto mostra un inequivocabile musulmano (col classico lunghi annodato in vita) che tocca i corpi forse di due fedeli buddisti. E qui la fabbrica della menzogna non ha avuto bisogno di ritoccare se non la data. Di ben trent’anni.

Nelle altre due immagini siamo invece a una falsificazione semi dilettantesca: ci sono due scatti in
bianco e nero che mostrano sia una gran massa di persone in movimento sia una nave carica di gente. Le didascalie in divisa sostengono che si tratta della prova fotografica dell’invasione compiuta dai bengalesi che si insinuano in Myanmar provenienti da Ovest. Ma la prima è una foto addirittura di... ruandesi in fuga verso la Tanzania nel 1996 all’epoca del genocidio. La foto originale (a colori) vinse persino un premio. In bianco e nero diventa la prova dell’immigrazione clandestina dei bengalesi. La terza foto è quella di una barca stracolma di rohingya che cercano di fuggire dal Myanmar. E’ uno scatto del 2015 dell’agenzia Getty e documenta una fuga che, nella didascalia dei militari, è invece un arrivo di massa di migranti che “invadono” il Paese delle pagode.

La ricostruzione di una storia riscritta per giustificare i misfatti appare tanto malfatta quanto grande è l’impunità di cui sanno di poter godere i militari birmani che avrebbero potuto almeno cercare delle immagini inedite. Ma questa sfilza di falsità – che anziché far sorridere rendono ancora più amaro il dramma dei Rohingya – non è che l’ultimo atto di una commedia infinita nella quale le autorità birmane, comprese quelle civili, non vogliano si metta il becco. Purtroppo tutto ciò avviene in presenza di un governo civile e democraticamente eletto che non solo non prende posizione ma che, quando la prende, si schiera con Tatmadaw. Così qualche giorno fa, appena dopo l’uscita del dossier Onu che chiede l’istituzione di un tribunale ad hoc che indaghi e giudichi i generali birmani su un caso di genocidio, l’Alto commissario per diritti umani Zeid Raad al-Hussein, parlando di Aung San Suu Kyi, ha detto che la Nobel avrebbe almeno potuto dimettersi. Almeno un atto formale che viene invece compensato dalle foto di rito – quelle si vere – a braccetto con i militari.

mercoledì 30 agosto 2017

Il profitto dell'espulsione

Sarebbero già 5mila i rohingya in fuga che tentano di raggiungere il Bangladesh. Gente che scappa dall’ennesima stretta militare che ha tutta l’aria di un pogrom verso la minoranza musulmana che fugge da un territorio che è appena stato fotografato dal satellite cui ha fatto seguito una denuncia di Human Roights Watch: incendi a macchia di leopardo nelle tre township (unità amministrativa birmana) di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung, lungo un percorso di 100 chilometri in aree prossime alla frontiera bangladese. Di questi 5mila però circa 4mila – secondo il magazine birmano Irrawaddy – si trovano nella terra di nessuno tra i due Paesi e le guardie di Dacca li respingono. Lo hanno già fatto con 550 persone. Ad altre lasciano che passino il confine per avere medicine ma poi devono tornare dall’altra parte, dove c’è il “loro” Paese che però non li vuole. Gli appelli dell’Onu cadono nel vuoto e intanto il governo agita lo spettro di uno “stato islamico” nel cuore del buddista Myanmar, progetto all’origine dell’attacco del 25 agosto a trenta posti di polizia. In una conferenza stampa, il ministro dell’Interno generale Kyaw Swe (i militari gestiscono anche Difesa e Frontiere) ha detto che l’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) vuole stabilirlo nelle township di Maungdaw e Buthidaung.

giovedì 12 novembre 2015

Myanmar, il tempo del negoziato

Mentre anche il presidente in carica Thein Sein ammette apertamente la sconfitta congratulandosi ufficialmente con Aung San Suu Kyi, il futuro premier birmano prende carta e penna e gli scrive una lettera che manda anche al capo delle Forze armate Min Aung Hlaing e allo speaker uscente del parlamento Shwe Mann (un ex generale dello stesso partito di Sein). Invita insomma a sedere a uno stesso tavolo i tre protagonisti politici del Myanmar – tutti militari - per discutere del futuro. La risposta ancora non c'è ma le congratulazioni di Thein Sein, il generale che potrebbe passare alla Storia come l'uomo che ha garantito la transizione, parlano chiaro sebbene il suo portavoce abbia chiarito che l'agenda si discuterà solo dopo i risultati: Sein, dicono alla Lega, avrebbe promesso un trasferimento pacifico del potere e, nel messaggio ricevuto dal ministro dell'Informazione Ye Htut a nome del presidente, Thein Sein si sarebbe congratulato con la Nobel e la Lega per il risultato. Un risultato, che a parte le contestazioni di regola su chi avesse più o meno diritto a presentarsi, per ora non ha registrato che plausi: dagli osservatori europei e dalla Fondazione Carter, capitanata da Jason, primogenito dell'ex presidente americano. Le congratulazioni dei vari leader e governi stanno arrivando puntali.

In effetti la vittoria è macroscopica. Con la conta dei voti ancora a metà delle schede, la Bbc valuta che la Lega di Suu Kyi abbia ottenuto il 90% dei voti. Irrawaddy, il giornale online dell'opposizione storica al regime militare (seppur da anni ormai in abiti civili) attribuiva ieri sera alla Lnd 179 seggi alla Camera bassa (dove ne aveva 38) con una rappresentanza del 47%. Secondi sono i militari che hanno 110 seggi per default su 440 garantiti dalla Costituzione (25%); solo 17 seggi per ora al Partito di Thein Sein (3,9%). Alla Camera Alta la Lega ha per ora 77 dei 224 seggi (ne aveva...5), 56 i militari e solo 4 Thein Sein (ne aveva ...122).

mercoledì 11 novembre 2015

Tutti gli scenari del dopo voto birmano

Anche se bisognerà aspettare ancora diversi giorni per conoscere i risultati definitivi, la vittoria a grandi numeri per la Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi è ormai una certezza. Ma una certezza non definitiva e dunque non priva di rischi. Anche se gli osservatori della Ue hanno confermato che i seggi elettorali birmani sono stati gestiti con correttezza, non hanno ad esempio potuto visitare quelli nelle caserme e la Lega stessa, per bocca del suo portavoce Win Htien, teme qualche colpo di coda: «La Commissione elettorale rilascia intenzionalmente i risultati col contagocce – ha detto ai reporter – e forse sta covando l'idea di qualche trucco o qualcosa di simile: non c'è infatti nessun senso nel dare i risultati un po' alla volta. Non dovrebbe essere così». I risultati un po' alla volta finiscono anche col ridimensionare qualche aspettativa creando così l'idea che i militari, che comunque per legge hanno diritto al 25% dei seggi delle due Camere, possano alla fine far girare i risultati a loro piacimento.