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lunedì 22 marzo 2021

Ue vs Tatmadaw: ma la montagna partorisce un topolino


Sanzioni a Tatmadaw, l’esercito del Myanmar. Ma sono misure blande e vaghe mentre il bilancio delle vittime supra i 260 morti e gli arresti sfiorano quota 2700. Continuano i ritrovamenti di cartucce italiane

Bisogna arrivare a pagina 40 del testo che riassume le decisioni del Consiglio dei Ministri degli Esteri Ue per trovare la scheda che riguarda il Myanmar. Un paio di paginette che mettono sotto scrutinio i militari birmani impedendo loro l’ingresso in Europa e congelando i loro beni. Ma è un testo vago e blando tanto che – commenta l’Associazione Italia-Birmania Insieme - il mancato blocco delle imprese riconducibili al Tatmadaw (l’esercito birmano), comprese le banche e le assicurazioni, “permetterà ai militari di continuare a fruire dei profitti accumulati e consentirà l’accesso alle risorse finanziarie all’estero”.... continua su Lettera22



Nell'immagine cartucce italiane fotografata a Loikaw qualche giorno fa e pubblicata sulla pagine FB di Myanmar Now. Leggi qui l’inchiesta

domenica 23 agosto 2020

Ue vs Myanmar: colpire i responsabili o punire tutti?

In settembre la Commissione europea invierà una missione in Myanmar per stabilire se rinnovare ai birmani la clausola di nazione favorita che si traduce in un margine di guadagno rilevante per chi esporta nella Ue. Il volume d’affari è importante se si considera anche solo il comparto tessile che, per il 70%, vende a Paesi europei. Anche se diversi Stati Ue hanno sospeso i pagamenti del servizio del debito del Myanmar per il periodo maggio-dicembre 2020 (98 mln di dollari) e se sono stati forniti aiuti per combattere il Covid, su Yangon pende la spada di Damocle della decisione europea che rischia di aumentare le difficoltà di un Paese messo sotto stress da due mesi di lockdown e dove gli introiti del turismo (anche di quello nazionale) sono crollati per le limitazioni di spostamento. Togliere la clausola sarebbe una mazzata in più. E’ utile?

E’ legata al rispetto dei diritti umani che com’è noto vengono continuamente violati. Ma le responsabilità maggiori, benché vi sia alla fine l’avallo del governo civile, riguardano i militari che hanno tollerato i pogrom e ancora controllano non solo la guerra ma il traffico di preziosi e gran parte dell’industria del Paese. Come ha scelto di fare il Regno Unito, sono queste persone che vanno colpite, non le aziende dell’export e, di fatto, le loro maestranze. Se è vero che molto del manifatturiero è in mano ai militari, sono i loro singoli beni che vanno colpiti: congelati all’estero con un divieto – che ora è limitato al solo acquisto di armi – che va esteso a tutti i beni che l'élite in divisa può comprare, dalle auto e beni di lusso, ad appartamenti, azioni, servizi, vacanze. Difficile ma possibile. Colpire l’industria invece non servirà. Penalizzerà ancora di più la manodopera non certo i tycoon - pronti a licenziare o a ricorrere ad altri mercati - cui semmai va imposto di adeguare salari e diritti alle regole dell’Ufficio internazionale del lavoro.


Questo commento e' stato pubblicato su ilmanifesto

giovedì 29 dicembre 2016

Com'è dura rompere il silenzio

Anche se non c’è differenza tra “loro” e chi vive da questa parte delle acque, in Bangladesh, son certo che questo signore davanti a me - che mi guarda silenzioso bere il te - è un rohingya. Lo deduco perché, in questa terra di povertà estrema, nemmeno il più disgraziato sarebbe vestito come lui. E’ alto, il volto segnato e amaro. Una giacca troppo lunga e troppo larga, nera, che gli copre un corpo secco come un’acciuga e due spalle esili e aguzze. Mi guarda e non ordina niente. Poi se ne va. In silenzio. Il silenzio è la più brutta malattia di questa oscura vicenda. E ci sono voluti tre mesi e forse i buoni auspici del natale per far si che l’Unione europea aprisse la borsa tirando fuori 300mila euro per loro e che, notizia di oggi, 13 premi Nobel (da Muhammad Yunus a Desmond Tutu a Malala Yousafzai) e diversi personaggi di rilievo internazionale (Bonino e Prodi tra gli italiani) scrivessero al segretario dell’Onu perché si dia da fare per risolvere la situazione. Alla buon’ora. Una lettera forse è proprio il minimo che si può scrivere anche se c’è di mezzo un’altra Nobel, la signora Aung San Suu Kyi.

Ma anche una lettera - un'autorevole lettera - è rompere il  silenzio.   Anche un articolo, nel suo piccolo, può farlo anche se oggi un settimanale italiano mi ha risposto che no, grazie, non interessa. E tanti auguri di buon anno. Due righe per dire che questi 34mila disperati che solo negli ultimi tre mesi son stati spinti via dalla loro terra non sono un pane appetibile per te, lettore italiano.  La Raggi vale di più. Bersani pure. Non mi stupisco. Nessun giornale del mio Paese si è scandalizzato per l'espulsione annunciata di 80mila afgani dalla sacra terra europea. Né fa scalpore quel milione di afgani che, a centinaia per volta, il Pakistan sta espellendo dalla sua terra, che la geopolitica val più della solidarietà. Dunque 34mila rohingya possano soffrire in silenzio. Non meritano la tua attenzione, lettore italiano.

Varcano il fiume che separa le due frontiere e che diventa  un braccio di mare. Ma è riparato e dunque tranquillo e la stagione è buona. Cento, duecento, cinquecento al giorno. Dicono che ora il loro arrivo si è stabilizzato. Non cresce più. Ma non sappiamo, non possiamo saperlo, quanti vorrebbero fuggire e non possono farlo. In Myanmar, su quel confine non si può andare. Anche in Bangladesh il confine è off limits. Ma si può venire qui a Ukhia, trenta chilometri da Cox Bazar, la Rimini del Paese, a vedere dove vive questa gente. Teloni neri di plastica appoggiati su aste di bambù. E la solidarietà quotidiana di chi non è molto più  povero di loro ma condivide un pasto, un posto per la tenda. Durerà? La pressione è forte anche se i rohingya son del tutto simili ai bengali. Pare siano circa 300mila i rohingya in Bangladesh, un terzo della loro popolazione totale. Dispersi qui e là, su fino a Chittagong e forse anche a Dacca. Lavori stagionali e, immagino, un senso di ingiustizia, di precarietà, una sofferenza che non valgono questo silenzio. Grazie, non interessa. Abbiamo altro cui pensare.

venerdì 25 marzo 2016

Migranti: un piano Ue per fermare gli afgani

E' un'Europa poco unita, molto spaventata e molto preoccupata quella che, agli inizi di marzo – due settimane prima del famigerato accordo sui migranti illegali firmato con Ankara – si trova attorno a un tavolo a Bruxelles per cercare di porre rimedio a un'invasione dall'Afghanistan, il primo Paese al mondo produttore di profughi, con oltre cinque milioni di persone fuori dai suoi confini e un milione di soli sfollati interni. E' un'invasione che nel 2015 ha messo a bilancio numeri senza precedenti dal Paese dell'Hindukush. Che ha visto cercare la via dell'Europa a oltre 213mila clandestini afgani e ha contato 176.900 richieste di asilo politico. Numeri ritenuti troppo alti. Tanto che per 80mila fra loro la Ue paventa il ritorno a casa. Che lo vogliano o no.

E' questo il quadro che emerge da un documento confidenziale discusso a Bruxelles il 3 marzo scorso e reso pubblico da Statewatch, organizzazione di monitoraggio delle libertà civili in Europa. Il Paese della guerra infinita, che conta 2,5 milioni di rifugiati in Iran e 2,9 in Pakistan e che in casa deve gestire un milione di senza casa, ora presenta il conto anche a noi.

venerdì 28 dicembre 2012

POLITICA ESTERA, LA CENERENTOLA DEL PROF MONTI


Se la politica estera è sempre stata la gran Cenerentola del Belpaese, nell'agenda Monti non fa maggior figura anche se il sotto capitoletto “L'Italia a testa alta” comincia così: «Una parte rilevante dell'azione di governo è stata dedicata all'azione sul fronte internazionale...». Della sua visione del mondo abbiamo già detto in un precedente post. Ma non c'eravamo soffermati sull'Europa, il vero cavallo di battaglia, abbastanza scontato, del professore.


La Ue campeggia sin dal titolo dell'Agenda: “Cambiare l'Italia, riformare l'Europa”. Come? Ovviamente nel segno di banche ed economia se «Le conclusioni del Consiglio europeo del 13 – 14 dicembre 2012 segnano l’avvio di un cammino per la costruzione di un’autentica Unione economica e monetaria basata su una più intensa integrazione fiscale, bancaria, economica e politico istituzionale». La politica? Se si può concordare sul fatto che «il prossimo Parlamento europeo dovrà avere un mandato costituzionale» e che «il rifiuto del populismo e dell’intolleranza, il superamento dei pregiudizi nazionalistici, la lotta contro la xenofobia, l’antisemitismo e le discriminazioni sono il denominatore comune delle forze europeiste», possibile che, tra i tanti aggettivi e sostantivi, Monti si dimentichi il termine solidale? C'è un riferimento a «una maggiore attenzione alla inclusione sociale e alla sostenibilità ambientale» che detta però da un governo che ha il record di cassintegrati e disoccupati, che ha scelto il modello Marchionne e che a Taranto ha bloccato l'azione dei magistrati, suona quantomeno stonato.

E in fatto di ambiente
il governo Monti ha fatto esattamente il contrario di quanto l'Agenda promette: «Le regole – scrive il professore in grassetto – devono essere chiare e ragionevoli...ma bisogna essere intransigenti verso chi le viola». Il suo esecutivo infatti si è distinto nel far rispettare all'Ilva ogni regola e costo di bonifica, oltre a introdurre il silenzio assenso anche per le aree vincolate, mettendo a rischio territori e paesaggio. Ma questa è un'altra storia, anche se a ben vedere c'entra proprio col dettato comunitario.

domenica 14 ottobre 2012

SE LA UE PRENDE IL NOBEL

“Grottesco” mi sembra davvero il termine più appropriato per definire il Nobel per la pace all'Unione europea appena tributato dal comitato che in Norvegia sceglie chi, si suppone, si sia battuto nel 2011 per la pace. La motivazione riguarda l'impegno europeo a garantirla nei suoi ormai vasti confini e la capacità di mettere assieme vittime e carnefici, amici e ex nemici. Tutto vero, ma nel 2011 la Ue cosa ha fatto per garantire o promuovere la pace nel mondo oltre che nei suoi confini entro i quali ormai da decenni non si combatte più?
Mi pare che uno dei capi di Stato membri della Ue abbia promosso e favorito una guerra di bombardamenti aerei cui si è piegata anche l'Italia con un'imbarazzante dichiarazione di Napolitano e un'acquescente sostegno poco motivato del nostro parlamento. Una guerra a suon di bombe condotta dalla Nato i cui numeri (per quel che concerne le vittime) non conosciamo e che, col senno di poi, appare un'evidente scelta per controllare, più che lo spazio democratico, lo spazio petrolifero. Cosa fece l'Europa per tentare con ogni mezzo pacifico di evitare il conflitto? A me pare che non abbia fatto nulla Altra zona del mondo, altro conflitto: Afghanistan. Gli europei, e nemmeno tutti se si pensa alla Gran Bretagna, han cercato di essere meno belligeranti dei loro cugini americani nel conflitto che da trent'anni dilania il Paese. Ma sono sempre stati zitti sui bombardamenti, sulle vittime civili, sullo stallo del processo negoziale. Se si esclude la Turchia, che non è nella Ue, l'Unione europea in Afghanistan non ha fatto niente per la pace. Semmai per la guerra, compresa una spesa imbarazzante sul piano militare che sta nel rapporto 9 a 1 rispetto all'impegno civile. Dunque....
Dunque questo premio mi pare fuori luogo. Avrei trovato più onesto darlo ad Hamid Karzai o alla Turchia a cui invece prudono le mani (nel 2012) nei confronti della Siria. Credo che il Nobel della pace non si debba dare a chi fa la guerra ma a chi promuove la pace e forse, visto in quest'ottica, acquista un senso quello che, tra mille polemiche, venne attribuito a Kissinger e Le Duc Tho nel 1973. Entrambi erano soggetti di guerra che però rappresentavano anche il tentativo di uscire da quel conflitto, che terminò due anni dopo, coi negoziati di Parigi. Io a Kissinger non l'avrei dato (nemmeno col senno di poi) ma mi sembra davvero che nemmeno la Ue, che non sa ancora neppure chi andrà a ritirarlo, se lo sia meritato.

domenica 13 novembre 2011

SE ABBIAM PERSO LA TURCHIA

Bisogna andare a Balat per incontrare l’islam ortodosso turco che, ironia della sorte, ha messo radici nel vecchio quartiere ebraico. E’ un’area più povera di altre, dove le donne velate si vedono più che altrove. Ma fa tutt’altro effetto fa la grande Fatih Camii (“moschea del conquistatore” voluta da Maometto II che, dieci anni dopo la vittoria su Costantinopoli nel 1453, la volle celebrare sulle rovine della chiesa bizantina dei Santi Apostoli).

Questo complesso, che ospita diciotto scuole coraniche e che dovrebbe essere il centro culturale degli islamisti turchi, sembra un normalissimo tempio, anche piuttosto poco frequentato. All’ora della preghiera, molti vecchie e poche barbe lunghe. E nessuno caccia gli infedeli che bighellonano nel luogo sacro. Atmosfera rituale e, appena fuori, la vita normale di una metropoli tentacolare che trent’anni fa era Asia e oggi assomiglia incredibilmente all’Europa. Anche se l’Europa, la Turchia, proprio non la vuole.

Se c’è un pericolo islamico, in questa città di 14 milioni di abitanti, è difficile vederlo (Istanbul è certo la punta avanzata ma conta pur sempre un quinto dei turchi). Uskudar, la parte asiatica, che era il luogo della tradizione – radicata nelle campagne ma bypassata largamente dal laicismo kemalista nelle città – è oggi una fila di palazzi popolari che ne fanno un’altra estesissima metropoli con l’aria moderna e grigia di tutte le periferie (non quelle del “terzo mondo”, quelle piuttosto del “primo”). E il centro della città, nella parte europea, assomiglia più a Vienna o a Barcellone che all’Istanbul “orientalista” che poteva affascinare qualche decennio fa. Quel fascino anzi, sembra irrimediabilmente perduto, per via di una modernità invasiva che ha ridisegnato i siti “orientali” per eccellenza, come la zona di Sultan Hamet. Rimane forse qualcosa di quell’aria sul Bosforo, dove si allineano, in questa stagione, i pescatori. Ma appena oltre il ponte di Galata, nel quartiere di Tophane, trionfa il grande investimento della Biennale, che ha trasformato dei vecchi magazzini in un luogo dove la modernità è anche ricerca e l’intenzione è quella di stare al passo con le grandi capitali dove si studia l’innovazione anche nell’arte. A Taksim , il quartiere più europeo da sempre, la ricomposizione urbanistica ha trasferito sempre più l’immaginario verso Ovest. E nelle migliaia di taverne e ristoranti, si consumano birra e raki (che Erdogan cercò di rendere imbevibile aumentandone la tassazione). Si vedono più minigonne che veli. Le librerie pompano Pamuk e Shafak.

Quel poco che può capire lo straniero che arriva in questa città con le domande classiche (Paese asiatico o europeo? Laico o con una svolta integralista? Chi ha il merito di questo sviluppo persino ordinato?) è che la Turchia è molto di più che un interrogativo che aspetta risposte. La sensazione che l’abbiamo “persa” (da leggere il bel libro di Marco Ansaldo) corre lungo la schiena. Questo Paese che da un secolo guardava a Ovest, adesso forse, dopo tante porte sbattute in faccia, sta guardando altrove. Un’occasione perduta.
Per noi più che per la Turchia.

giovedì 14 aprile 2011

BIGLIETTO DI RITORNO

In gergo, a Kabul e a Washington, si chiama già “ticket out”, biglietto d'uscita: è l'ultima declinazione dell'ormai abusato termine “exit strategy”. “L'unica cosa che resta da vedere – spiega algidamente un funzionario dell'ONU nella capitale afgana – è se sarà un biglietto di economica o di prima classe”.

Il ticket out dall'Afghanistan è la somma che i paesi occidentali, a cominciare dagli Stati uniti, saranno disposti a mettere sul piatto dal 1° luglio 2011 quando, formalmente, dovrebbe iniziare il ritiro dei primi soldati americani. E il prezzo da pagare sarà un forte investimento sul piano civile: la continuazione del programma di addestramento delle forze armate e della polizia afgana; uno sforzo di efficienza sul piano della cooperazione allo sviluppo; e infine un impegno sulla good governance e nella lotta alla corruzione trasversale che attraversa l'intero governo del presidente Hamid Karzai. L’ultimo punto è quello politicamente più complesso, visto che Karzai, da alleato di ferro della comunità internazionale, è diventato forse la sua maggior spina nel fianco.

Il ticket out durerà un lasso di tempo nemmeno troppo variabile: otto mesi, secondo le ipotesi che circolano negli uffici dell'ONU. “Il periodo dell'impegno avrà una finestra brevissima in cui la borsa sarà larga e aperta. Poi – dicono i funzionari di UNAMA - si chiuderanno i rubinetti”. Molto prima che l'ultimo soldato di ISAF – la forza di stabilizzazione della NATO - abbia lasciato il paese. In realtà, il processo è già iniziato con la decisione ufficiale del primo passaggio di consegne di alcune aree del paese dalla NATO alle mani delle forze di sicurezza afgana. Le zone interessate sono le province di Bamyan, Panshir e Kabul (tranne il distretto di Surobi) e quattro città (Herat nell’ovest, Mazar-e-Sharif nel nord, Lashkar Gah – capoluogo della provincia di Helmand – a sud, e Metherlam – capoluogo della provincia di Laghman – ad est).


La transizione dovrebbe protrarsi sino al 2014, ma probabilmente non oltre: questa data è stata infatti fissata alla conferenza di Kabul dell'anno scorso, nonostante le promesse di restare “fino a che serve” del segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen. Sebbene gli Stati Uniti non abbiano mai detto che abbandoneranno l'Afghanistan al suo incerto destino, il piano è tracciato, come suggeriscono le notizie – mai confermate ma neppure smentite – sui negoziati diretti con i Talebani che sarebbero in corso da tempo.

Anche i paesi europei negano ufficialmente che si stiano “facendo le valige”. Nella residenza che l’UE ha appena inaugurato, tra giardini ben curati e muraglioni di cemento armato, Vygaudas Ušackas, il rappresentante dell'Unione Europea, non usa perifrasi: “Non lasceremo solo questo paese nei prossimi trenta mesi, ma non lo lasceremo solo neppure nei prossimi trent'anni”. D’altra parte, anche Ušackas sa bene che dalle parole ai fatti ce ne corre. Resta ad oggi senza risposta la domanda su quanti militari americani partiranno a inizio luglio, e poi con quale ritmo proseguirà il ritiro. Gli equilibri nel paese sono così fragili che il presidente Barack Obama ha dato spesso la sensazione di voler apparire il meno possibile sulla questione afgana.

L'ultima volta che Obama ha preso di petto il problema risale al 9 dicembre 2009, quando a West Point annunciò l'invio di altri 30.000 soldati. E nel più recente discorso sullo Stato dell'Unione, lo scorso gennaio, Obama ha dedicato all'Afghanistan otto menzioni in circa un’ora. Per trovare un suo discorso compiuto e meglio argomentato bisogna risalire al marzo 2009 quando Obama, eletto da circa cinque mesi, delineò per la prima volta la “sua” strategia per il paese asiatico. Da allora ribadisce al massimo qualche punto, soprattutto la decisione del ritiro, e lascia che a parlare siano Hillary Clinton, Joe Biden, Robert Gates, il generale David Petraeus.

Obama ha dunque deciso di tenere il punto sul ritiro di luglio e di dire poco altro, rinviando forse ad allora qualche chiarimento su cosa accadrà dall'estate in poi. In questa decisione di giocare più tra le quinte che sul palco, il presidente è stato aiutato dal dramma giapponese e dalla crisi libica e forse da una generale stanchezza, anche tra i media americani, sul problema Afghanistan. Del resto, i sondaggi parlano chiaro: quello del Washington Post di marzo mostra come due terzi degli americani ritengono che non valga la pena di continuare la guerra in Afghanistan, mentre quasi tre quarti chiedono il rientro di una parte consistente delle truppe entro l'estate.

Tutti, insomma, sembrano volersi lasciare velocemente alle spalle le nevi – o meglio il pantano – dell'Hindukush

Questo articolo è uscito per AspeniaOnline
Ascolta il reportage su Ecoradio

lunedì 30 novembre 2009

L'AFFAIRE D'ALEMA E LA UE

Ormai la cosa è passata in giudicato e probabilmente da tutti archiviata. Ma io mi sono chiesto: perché alla fine D'Alema non ce l'ha fatta? La lettura principale è che i socialisti non lo hanno poi tanto sostenuto, che Gordon Brown ha fatto la faccia cattiva o che Berlusconi non ha garantito l'adeguato sostegno essendo già in corsa per Tajani. Io penso invece che un incarico così delicato non sarebbe potuto andare a un italiano. L'Italia gode pessima fama all'estero e come si può pensare che la politica estera dell'Unione sia affidata al rappresentante di un paese che fa leggi soltanto sulla giustizia e, quando va bene, di caccia ai clandestini? Paradossale che un uomo di rango politicamente elevato come Massimo D'Alema non se ne sia dato conto.

A me non sembra assurdo che un uomo di sinistra si faccia appoggiare da un premier di destra: mi è sembrato bizzarro che D'Aelma non avesse calcolato da che paese proviene e qual è la percezione attuale dell'Italia all'estero. E si che è stato ministro degli Esteri.
Non era il momento. Era semmai quello di fare un passo indietro anziché farsi bagnare il naso dalla baronessa britannica. Ma nessuno ha fatto questa considerazione. Strano, a me pare tanto chiaro. Siamo al lumicino e non è tempo di chiedere incarichi altisonanti. E' tempo di stare schiacciati e mettere mano a un paese alla deriva. Poi, coi conti in ordine, si vedrà