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venerdì 27 dicembre 2013

FINE D'ANNO AFGANA

Sebbene l'attenzione di oggi sia tutta sull'attacco che ha fatto almeno tre vittime tra il personale della Nato a Kabul (dopo quello di ieri a colpi di missile contro l'ambasciata americana) , ci sono due appuntamenti da tenere d'occhio. Il primo è una riunione di esponenti religiosi che si tiene a Riad settimana prossima e cui parteciperà l'Alto consiglio di pace (Hpc) afgano. L'altra e la Trilaterale (Turchia, Pakistan, Afghanistan) che si tiene a Istanbul in febbraio e cui parteciperanno sia Karzai sia Nawaz Sharif. Anche se non si può sperare molto da questi summit  e riunioni internazionali, gli appuntamenti hanno lo scopo di raffreddare il clima tra Islamabad e Kabul e di creare consenso al Consiglio di pace voluto da Karzai che non gode di nessuna legittimazione per i talebani e di scarsa considerazione tra gli afgani. Sforzi che vanno nella direzione di spianare la strada al negoziato di pace che, ufficialmente, finora non c'è.

Nell'immagine, una vecchia stampa di Kabul

domenica 13 novembre 2011

SE ABBIAM PERSO LA TURCHIA

Bisogna andare a Balat per incontrare l’islam ortodosso turco che, ironia della sorte, ha messo radici nel vecchio quartiere ebraico. E’ un’area più povera di altre, dove le donne velate si vedono più che altrove. Ma fa tutt’altro effetto fa la grande Fatih Camii (“moschea del conquistatore” voluta da Maometto II che, dieci anni dopo la vittoria su Costantinopoli nel 1453, la volle celebrare sulle rovine della chiesa bizantina dei Santi Apostoli).

Questo complesso, che ospita diciotto scuole coraniche e che dovrebbe essere il centro culturale degli islamisti turchi, sembra un normalissimo tempio, anche piuttosto poco frequentato. All’ora della preghiera, molti vecchie e poche barbe lunghe. E nessuno caccia gli infedeli che bighellonano nel luogo sacro. Atmosfera rituale e, appena fuori, la vita normale di una metropoli tentacolare che trent’anni fa era Asia e oggi assomiglia incredibilmente all’Europa. Anche se l’Europa, la Turchia, proprio non la vuole.

Se c’è un pericolo islamico, in questa città di 14 milioni di abitanti, è difficile vederlo (Istanbul è certo la punta avanzata ma conta pur sempre un quinto dei turchi). Uskudar, la parte asiatica, che era il luogo della tradizione – radicata nelle campagne ma bypassata largamente dal laicismo kemalista nelle città – è oggi una fila di palazzi popolari che ne fanno un’altra estesissima metropoli con l’aria moderna e grigia di tutte le periferie (non quelle del “terzo mondo”, quelle piuttosto del “primo”). E il centro della città, nella parte europea, assomiglia più a Vienna o a Barcellone che all’Istanbul “orientalista” che poteva affascinare qualche decennio fa. Quel fascino anzi, sembra irrimediabilmente perduto, per via di una modernità invasiva che ha ridisegnato i siti “orientali” per eccellenza, come la zona di Sultan Hamet. Rimane forse qualcosa di quell’aria sul Bosforo, dove si allineano, in questa stagione, i pescatori. Ma appena oltre il ponte di Galata, nel quartiere di Tophane, trionfa il grande investimento della Biennale, che ha trasformato dei vecchi magazzini in un luogo dove la modernità è anche ricerca e l’intenzione è quella di stare al passo con le grandi capitali dove si studia l’innovazione anche nell’arte. A Taksim , il quartiere più europeo da sempre, la ricomposizione urbanistica ha trasferito sempre più l’immaginario verso Ovest. E nelle migliaia di taverne e ristoranti, si consumano birra e raki (che Erdogan cercò di rendere imbevibile aumentandone la tassazione). Si vedono più minigonne che veli. Le librerie pompano Pamuk e Shafak.

Quel poco che può capire lo straniero che arriva in questa città con le domande classiche (Paese asiatico o europeo? Laico o con una svolta integralista? Chi ha il merito di questo sviluppo persino ordinato?) è che la Turchia è molto di più che un interrogativo che aspetta risposte. La sensazione che l’abbiamo “persa” (da leggere il bel libro di Marco Ansaldo) corre lungo la schiena. Questo Paese che da un secolo guardava a Ovest, adesso forse, dopo tante porte sbattute in faccia, sta guardando altrove. Un’occasione perduta.
Per noi più che per la Turchia.

giovedì 10 novembre 2011

IL SOGNO DI ANKARA: HELSINKI VIA ISTANBUL

Ankara ha un sogno condiviso anche da Kabul. Potrebbe chiamarsi Csca o Osca, se si prendesse per buono il modello europeo della Conferenza per la sicurezza e cooperazione in Europa (Csce) degli anni Settanta del secolo scorso che, agli inizi degli anni Novanta diventò poi, col summit di Parigi del novembre 1990, l'Organizzazione per la sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) che oggi conosciamo. Se a Europa si sostituisce Asia, l'acronimo cambia. E se a “Processo di Helsinki” si sostituisce “Processo di Istanbul” ecco che il sogno turco afgano (ma soprattutto turco) potrebbe cominciare ad avere gambe per camminare.

Benché l'accordo di Istanbul del 2 novembre scorso, firmato da 14 ma sostenuto da tutti i 29 soggetti - tra Paesi e organizzazioni internazionali – presenti, non abbia sollevato una grande attenzione, qualcosa è successo sulle rive del Bosforo, dove un antico palazzo di epoca ottomana ha visto muovere i primi passi il tentativo di creare un po' più che una cornice di sicurezza e cooperazione per dragare il pantano afgano. Strada in salita, è chiaro. E, per ora, poco più che una dichiarazione di intenti. Che forse però val la pena di prendere in considerazione.
Quattordici Paesi hanno deciso di cooperare per la rinascita di un Afghanistan «stabile e sicuro» nell'ambito di un'iniziativa battezzata «Processo di Istanbul».

E' questo in due parole il succo del risultato della Conferenza internazionale per l'Afghanistan co-organizzata da Turchia e Afghanistan e che, già dal titolo, prometteva forse anche di più di ciò che poteva davvero realizzare. Alla “Conferenza di Istanbul sull'Afghanistan: sicurezza e cooperazione nel cuore dell'Asia” hanno partecipato i 14 Paesi che gravitano attorno al drammatico universo dell'Hindukush. Con l'Afghanistan – e la Turchia paese ospitante – c'erano Pakistan, India, Cina, Kazakihstan, Russia, Iran, Tajikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kyrgyzstan, Arabia saudita, Emirati. Come osservatori c'erano un'altra dozzina di soggetti tra cui: Francia, Canada, Ue, Germania, Italia, Giappone, Svezia, Spagna, Norvegia, GB, Usa, Onu).

Se il sogno turco
, Paese che non nasconde l'orgoglio per l'abile bottino in termini di peso politico di questi ultimi anni, era quello assai complesso della nascita di una sorta di Osce asiatica patrocinata da Ankara, le difficoltà erano iniziate fin dal nome: gli afgani non volevano una conferenza sull'Afghanistan ma un summit regionale dove Kabul sarebbe stata, sì nel cuore dell'Asia, ma non il cuore del problema. Qualche screzio infine si era avvertito anche sulla compilazione della lista dei partecipanti (quanti sono i confinanti e fino a dove arrivano le frontiere dell'Afghanistan?), rimasta un mistero sino all'ultimo momento: col rischio che il summit non fosse altro che una passerella di poco conto, fallimento che Ankara e Kabul avrebbero entrambi mal digerito. Ma la difficoltà vera era ed è di altro genere....(segue su Lettera22 )