Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Washington Post. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Washington Post. Mostra tutti i post

mercoledì 2 aprile 2014

Tutti i segreti della Cia

Salt Pit era una delle prigioni segrete di Kabul. Buchi neri dove si svolgevano interrogatori a colpi di acqua gelata nelle vie respiratorie sino al soffocamento. Adesso una nuova luce rivela non solo la rete di quei black site ma anche l'inganno che per oltre dieci anni li ha coperti.
Se gli americani sono spesso disposti a chiudere un occhio sulle malefatte di chi li governa o dovrebbe difenderne diritti e sicurezza, detestano essere ingannati, fuorviati, presi in giro. E invece così è stato per anni da parte della Cia le cui zone d'ombra erano note ma che adesso sono l'oggetto di un'accusa precisa, documentata e super dettagliata contenuta in un rapporto preparato dal Senate Intelligence Committee, i cui contenuti sono stati rivelati ieri dal Washington Post in prima pagina.

lunedì 3 marzo 2014

Avviso ai naviganti

Mi perdoneranno i miei lettori se in questi ultimi giorni ho dedicato molto spazio al Pakistan. Mi sembrava necessario e credo che la vicenda sia da seguire con attenzione perché, o siamo alla viglia di una nuova guerra regionale, o forse si apre qualche spiraglio per risolverla pacificamente.
Ciò ha e avrebbe notevole ricaduta sulle cose afgane, su cui mi riprometto di aggiornarvi nei prossimi giorni visto che sono in partenza per Kabul col fidato collega Alessandro De Pascale, reduce da una lunga fatica editoriale per Castelvecchi molto italian, dal titolo "La compravendita" (lettura consigliata agli appassionati del Cavaliere).

lunedì 6 gennaio 2014

LA SPY STORY CHE INFIAMMA KABUL

L'ultima polemica in ordine di tempo, riguarda un'anticipazione che è uscita a fine dicembre sul Washington Post, nella quale si da conto delle valutazioni contenute nel rapporto annuale dell'intelligence americana, o National Intelligence Estimate, che contiene anche la summa delle indicazioni di altre 16 agenzie di sicurezza straniere. Il quadro che emerge è a tinte fosche. Tinte così fosche che il rapporto è stato rispedito al mittente nientemeno che dal ex vice assistente del segretario alla Difesa americano, il signor David Sedney, che lo giudica troppo pessimistico.  In buona sostanza il messaggio dell'intelligence (e come potrebbe esser diverso?) dice che, una volta partiti i soldati Nato e americani, i talebani potranno senza meno riguadagnare posizioni annullando successi e vittorie di 13 anni di guerra e che il Paese rischia di precipitare nel caos. Questo refrein lo abbiamo già sentito e non dice nulla di nuovo ma c'è un passaggio illuminate: cito dal Post:  “The report predicts that Afghanistan would likely descend into chaos quickly if Washington and Kabul don’t sign a security pact that would keep an international military contingent there beyond 2014 — a precondition for the delivery of billions of dollars in aid that the United States and its allies have pledged to spend in Afghanistan over the coming years. (il grassetto è mio)
“In the absence of a continuing presence and continuing financial support,” the intelligence assessment “suggests the situation would deteriorate very rapidly,” said one U.S. official familiar with the report”.

venerdì 16 aprile 2010

DIETRO IL CASO EMERGENCY

L'esercito americano ha chiuso in Afghanistan il fortino nella valle di Korangal. In termini di vite umane era costato 42 soldati e centinaia di feriti. Molto sforzo per nulla perché la valle nella provincia di Kunar, desertica e spopolata, restava e resta saldamente in mano talebana nonostante l'impiego di risorse materiali e umane. Non è l'unico avamposto sigillato: nel 2007 e nel 2008, spiega il New York Times, due fortini e una base satellitare sono stati chiusi nella valle di Waygal in Nuristan e nel 2009 due ne son stati chiusi, sempre in Nuristan, nell'area di Kamdesh. Con la base di Korangal sono state abbandonate anche altre cinque basi satellitari. Qualcuno (oltre ai giornali americani) se n'è accorto?

La fortissima attenzione che abbiamo sul caso del personale di Emergency, giustificata dall'indignazione per il fatto che si tratta di italiani, umanitari e volontari probabilmente coinvolti in una oscura manovra, rischia di farci dimenticare la cornice in cui si dipana il quadro della vicenda. E in questo caso la cornice è quanto mai parte del quadro e lo condiziona pesantemente. Oltre la guerra, che ne è ovviamente lo sfondo naturale.

La recente vicenda di Emergency scoppia in un momento delicatissimo nei rapporti tra Kabul e Washington e, di riflesso, con tutti gli alleati occidentali dell'Afghanistan. Un momento in cui la corda è tesa, la tensione è alta, gli screzi all'ordine del giorno. I colpi bassi pure. Un quadro aggravato, come racconta la vicenda dell'avamposto di Korangal, da un discreto nervosismo che caratterizza i manovratori di Isaf Nato, il generale McChrystal in particolare, cui spetta il compito di dimostrare, entro sei-otto mesi, che aver portata i 1300 soldati americani del 2001 ai 70mila attuali (più o meno dispiegati e in crescita) è un'impresa con un senso.

Sul piano politico la corda si è sempre più tesa dopo gli attacchi sferrati a giorni alterni a Karzai dalla stampa americana, da mezze dichiarazioni ufficiali o di questo o quell'anonimo funzionario. Infine, quando a fine marzo il parlamento afgano ha bocciato la legge con cui Karzai voleva assicurarsi il pieno controllo di una commissione elettorale, il presidente è letteralmente esploso, coprendo i suoi alleati di insulti e pesantissime accuse. La recente visita di Obama in Afghanistan inoltre ha sgombrato il campo da nubi solo fino a un certo punto tanto che, a inizio aprile, la visita di Karzai a Washington del prossimo 12 maggio sembrava sul punto di saltare. Come insegna l'esperienza, quando la corda politica si tende troppo e quando il presidente si sente nell'angolo, partono i colpi di coda. Difficile escludere che quello contro Emergency non rientri in una strategia per alzare il prezzo: colpire Emergency per parlare a Roma (la nuora) perché, in ultima analisi, Washington (la suocera) intenda.

Sul piano militare la situazione non è meno tesa. Dopo che l'Operazione Moshtarak ha dato la prima spallata in febbraio ai comandi talebani dell'Helmand, ora McChrystal vuole prendere di petto la regione di Kandahar e rendere finalmente sicura la sua capitale. Il nuovo piano strategico è quello di abbandonare avamposti inutili e onerosi concentrandosi sulle aree dove il controllo del governo è debole e inesistente, “proteggendo” gli afgani dai talebani. Una scommessa forte. Ma la turbolenza politica non aiuta. Karzai ha fatto un giro di visite dai capi villaggio della zona (gli “elder” o anziani come si dice in gergo) rassicurandoli sul fatto che nulla si farà in futuro sul piano militare senza il loro accordo. McChrystal è in fibrillazione: deve assecondare due presidenti, il suo e quello afgano, ma fino a che punto? Il generale ha anche un'altra preoccupazione. Nonostante promesse, rassicurazioni e cambio delle regole d'ingaggio, i suoi ragazzi continuano a sbagliare: sparano sulle corriere, ai posti di blocco, lungo le strade come purtroppo avviene in ogni guerra. Nemmeno questo aiuterà un conflitto che, per arrivare a soluzione, ha puntato tutto, per l'ennesima volta, sull'opzione militare. Inevitabilmente prigioniera delle logiche perverse della guerra (vittime civili, consenso in calo, perdite) e di quelle altrettanto minate della politica. Di cui Emergency sembra pagare in parte il conto.

domenica 29 novembre 2009

LA BOMBA DI BAGRAM

La denuncia sul Washington Post: come ad Abu Ghraib, nudi, picchiati, umiliati. La storia di due minorenni afgani in piena era Obama


Non è lo scoppio
che ieri mattina deflagra a Wazir Akbar Khan, quartiere centrale della capitale, la vera bomba della giornata. Non è lo scoppio, che non fa vittime e forse non è nemmeno un attentato, l'ennesima esplosione che travolge la guerra afgana e i suoi combattenti. La bomba è un articolo che campeggia in prima pagina sul Washington Post e che riferisce del racconto, allucinante e allucinato, di due minorenni al Centro giovanile di riabilitazione di Kabul, una struttura dove, dopo il carcere militare o civile (già di per sé un aberrazione per un minore) si decide del loro futuro.

I due giovani, Issa Mohammad, di 17 anni e Abdul Rashid di 16, hanno raccontato di schiaffi, percosse, umiliazioni e privazioni del sonno in puro stile Abu Ghraib. Ma questa volta sotto accusa è ancora la base Usa di Bagram e, per dirla tutta, le “Forze speciali” americani che gestirebbero, dentro il carcere annesso alla base, un altra galera, altrettanto speciale e riservata a metodi spicci e poco ortodossi, vietati – spiega bene il giornale americano – dal codice di condotta delle Forze armate, anche in regime di guerra. Evidenziando quindi che i metodi dell'epoca Bush non sono finiti nemmeno con l'era Obama.

“E' stato il periodo più brutto della mia vita, sarebbe stato meglio uccidermi...”, ha raccontato Rashid che non ha esitato a definire il trattamento peggiore di quello riservato a un animale. Arrestato nel distretto di Sabari (Khost) in primavera dopo un raid americano, Rashid, un falegname, viene trasferito a Bagram: è li che viene fotografato nudo, toccato a più riperse e umiliato a parole. Ma poi gli schiaffi diventano sberle e botte. Rashid vive in una piccola cella grande come il suo corpo steso, nutrito con cibo che gli viene gettato in contenitori di plastica. Ma quando cerca di dormire, le guardie fanno frastuono per impedirglielo. Un tormento che si somma al freddo, rigidissimo negli inverni afgani. Gli interrogatori sono a capo coperto ma Rashid non ha nulla da dire il che fa imbestialire i suoi torturatori. Che fanno di peggio: lo obbligano a guardare materiale pornografico mentre gli mostrano, per associazione, una foto di sua madre. “Non facevo- dice – che piangere”.

Mohammad invece, un contadino del distretto di Arghandab nella provincia di Kandahar, viene arrestato in marzo. Sempre durante un raid americano. Dopo due settimane in isolamento finisce nel “black hole” di Bagram: “...gli interrogatori duravano ore – ha raccontato – durante le quali mi urlavano addosso, mi battevano e mi prendevano a schiaffi dicendomi che dovevo dire loro la verità...”.
Un portavoce del dipartimento della Difesa interpellato dal giornale, Mark Wright, ha affermato che i militari non rispondono alle accuse di abusi a singoli detenuti, ha tuttavia sottolineato che tutti i prigionieri vengono trattati in maniera umana...e nel rispetto della Convenzione di Ginevra e della legge americana. Cosa che nessuno può controllare.

Continua...su Lettera22