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domenica 7 luglio 2024

L'Afghanistan e le nostre responsabilità




La presidente della Commissione Diritti umani della Camera Laura Boldrini ha reso nota lasua intenzione di presentare un'interrogazione al governo per “chiarire qual è la posizione dell'Italia nei confronti dell'Afghanistan, quali misure intenda intraprendere per sostenere la popolazione stremata e tutelarne i diritti - anche ripristinando aiuti allo sviluppo - e come intenda garantire la protezione internazionale alle afgane e agli afgani in fuga dai Talebani". Lo ha fatto dopo aver incontrato i responsabili della “Rete 26 febbraio” (strage di Cutro ndr) e quelli di 4 associazioni italiane e internazionali: Emergency, Intersos, Unitad Against Inhumanity (Uai) e Afgana. Durante un’audizione parlamentare abbiamo riassunto le condizioni in cui vive un popolo già vessato da leggi discriminatorie e dai postumi di una guerra infinita condotta con l’illusione di mettere le cose a posto e conclusasi con un fallimento. Cui è seguito un assordante silenzio. 

Riparlarne tre anni dopo la fuga del 15 agosto 2021 da Kabul, significa obbedire all’imperativo etico che obbliga un Paese che ha investito nella guerra afgana circa 10 miliardi (di cui il 90% in spesa militare) a non tradire la promessa fatta allora e che suonava più o meno così: “Non dimenticheremo l’Afghanistan”. Ma poi i soldi per l’emergenza si sono assottigliati, quelli per la ricostruzione sono scomparsi e la diplomazia europea – come quella americana - si è limitata a osservare la situazione da Doha, dove anche la nostra ambasciata è stata trasferita quell’estate, benché l’ambasciatore di allora a Kabul, Vittorio Sandalli, avesse ipotizzato che la nostra legazione in Afghanistan potesse rimanere aperta. Battaglia persa con la Farnesina e col governo.  

Ora ci si chiede se si può lasciar morire di fame la popolazione di un Paese solo perché non ne riconosciamo il regime. I numeri lo testimoniano: Emergency e Intersos – presenti sul territorio – ricordano che 23,7 milioni di afgani, oltre metà della popolazione, hanno bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere e che oltre l’80% delle famiglie vive con meno di un dollaro al giorno. I tassi di malnutrizione materno-infantile sono fra i più alti al mondo così come l’incidenza di morti per ordigni esplosivi o da parto, conseguenza di una sanità  fragile con le carenze croniche di un sistema pubblico in cui l’accesso alle cure essenziali è un percorso a ostacoli. Uai ha ricordato il tema  della confisca delle riserve della Banca centrale afgana (Dab) da parte degli Usa e dei suoi  alleati (Italia compresa), col congelamento di 9,5 mld di dollari. Soldi del governo talebano? No, dei cittadini afgani che ora non possono metterli a garanzia per commerciare con l’estero. Tagliata fuori dal sistema bancario internazionale la Dab non è più in grado di svolgere le sue normali attività per garantire il funzionamento dell’economia. Uno scongelamento graduale con monitoraggio internazionale di quei fondi è urgente e necessario per il benessere dell’economia afgana. E non significa riconoscere il regime talebano.

Ma non c’è solo la crisi umanitaria, sanitaria ed economica, la repressione interna e la  discriminazione di genere. La società afgana sconta anche la mancanza di coraggio e creatività politica della diplomazia euro-atlantica. Di fronte all’impasse c’è bisogno di uno scarto: una diplomazia dei piccoli passi, che non sia declamatoria e basata su ultimatum ma che ricerchi l’opzione che più tutela i diritti e i bisogni della popolazione afgana e delle donne. Parlarsi non significa accettare le politiche talebane perché tra inazione e legittimazione esiste un ampio spettro di possibilità. Serve dunque un coinvolgimento attivo che comprenda anche il dialogo coi Talebani. In nome di quei diritti che da vent’anni proclamiamo di voler difendere.

Questo commento è apparso ieri su ilmanifesto accanto al pezzo di Giuliano Battiston

mercoledì 13 aprile 2016

Formidable


Mantova 2014 (Festival della letteratura) alla cena del Comitato locale di Emergency. Foto di Maso Notarianni

sabato 26 marzo 2016

Afghanistan / La guerra infinita e l'allarme di Emergency

A Kabul è appena finito un incontro tra membri del governo e inviati della comunità internazionale con un titolo che appare persino sarcastico: “Addio al conflitto, benvenuto allo sviluppo”. Nelle stesse ore, l'ospedale di Emergency a Kabul rendeva noto che sono in aumento i pazienti che arrivano all'ospedale per ferite connesse al conflitto. L'ospedale, che l'anno scorso ha curato 3mila pazienti, dice che le sue statistiche non mentono. La guerra è tutt'altro che un addio. Su un altro fronte, nella provincia di Baghdis, un gruppo di guerriglieri in turbante fedeli a mullah Rassul – il comandante che si è staccato dal movimento talebano guidato da mullah Mansur dopo la morte di mullah Omar - ha dichiarato guerra al nuovo capo talebano ritenuto l'usurpatore del trono che fu del fondatore del movimento. A detta dell'ennesima fazione, Mansur non solo è colluso con i servizi pachistani ma sta ammazzando i comandanti che non seguono il dettato del nuovo leader della shura di Quetta.

giovedì 7 agosto 2014

Fare come la Spagna: la protesta italiana contro Tsahal

La polemica sulle forniture d'armi a Israele monta. Anzi dilaga. E se alcuni governi europei, come Spagna e Gran Bretagna, mettono mano (chi più chi meno) alle forniture rivedendole o tagliandole, in Italia sono le organizzazioni della società civile a muoversi. A chiedere al governo che segua, seppur in ritardo, la via indicata dai partner europei e alla Difesa che sospenda le esercitazioni congiunte con gli israeliani previste in settembre in Sardegna. Da Rete Disarmo a Emergency la lista si allunga mentre in Sardegna gli amministratori locali fanno pressione sulla Regione perché anche dall'istituzione che ha sede a Cagliari arrivi un altolà.

Sul suo sito Emergency chiede «che il governo italiano sospenda immediatamente l'accordo di cooperazione militare con Israele, le prossime esercitazioni dei caccia israeliani nei cieli di Sardegna e la fornitura di sistemi militari, nel rispetto della legge 185, che vieta di vendere armi a Paesi in conflitto o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, e dell'articolo 11 della nostra Costituzione che ripudia la guerra». Rete Disarmo invita il presidente del consiglio Renzi e il ministro degli Esteri Mogherini, proprio in virtù delle decisioni di Madrid e Londra, a decidere «uno stop delle forniture militari italiane ad Israele. In questo blocco – spiega una nota - devono essere comprese anche le pianificate, e mai cancellate, esercitazioni congiunte previste per l'autunno in Sardegna». La Rete ricorda che «l’Italia è oggi il maggiore esportatore dell’Unione europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele e proprio un mese fa, a raid aerei israeliani su Gaza iniziati, l'azienda Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica ha inviato a primi due aerei addestratori M-346 alla Forza aerea israeliana», la cui presenza è prevista a Capo Frasca in Sardegna dal 21 settembre per esercitazioni congiunte con gli alleati Nato.

domenica 4 settembre 2011

IL VIAGGIO DI PAUL E L'11 SETTEMBRE

I numeri sono di una freddezza asettica e spesso nemmeno danno la dimensione della quantità reale. Ma soprattutto difficilmente riescono a veicolare il dolore. Quanto ne produce la morte di 2.421 persone, tanti sono i civili uccisi dalla guerra in Afghanistan nel 2010? La freddezza del numero acquista calore relativamente a qualcos'altro: e rispetto a 26,4 milioni di afgani, tanti si stima ne vivano qui, è un bilancio “minimo”. La diarrea ne uccide ogni anno di più. Ma se lo paragoniamo al dolore di una famiglia nel paese dove è più facile al mondo per una madre avere almeno un figlio morto? E poco conta se lo abbia ucciso un “Ied” talebano, una bomba della Nato o un proiettile dell'Ana, l'esercito afgano. La morte non ha sigle né acronimi.

Nel primo semestre di quest'anno – che già si profila come il peggiore – in Afghanistan sono morti 1.271 civili. Un aumento che all'ospedale di Emergency a Kabul Emanuele Nannini riassume così: “una linea retta in ascesa che va verso l'infinito...”. E' la guerra. Dopo dieci anni le vittime civili aumentano (così come quelle tra i soldati). Ai parenti non resta che quel dolore che, da lettori, rapidamente dimentichiamo passando a un'altra tabella, all'apparente neutralità delle percentuali, allo scarno successo sbandierato da un decremento del 64% in meno di morti e feriti causati da attacchi aerei.

Ieri pomeriggio a Kabul, a ricordare che dietro i numeri c'è il dolore, l'agonia delle famiglie, la perforazione infinita del sentimento, c'era un gruppo di italiani e americani che hanno incontrato i parenti delle vittime della guerra afgana. Una piccola cerimonia ma anche un gesto concreto: la prima delegazione di pacifisti europei (l'italiana Tavola della pace) che si azzarda a venire in Afghanistan per dare la propria solidarietà. E un coraggioso americano dell'associazione “September 11th Families for Peaceful Tomorrows.”, coraggioso due volte. Non solo perché non è facile venire a Kabul quando tutti te lo sconsigliano e c'è comunque sempre il rischio che ti succeda qualcosa, specie se hai quel passaporto. Ma anche perché nel suo paese, l'America, l'11 settembre viene ancora vissuto con un desiderio di vendetta da consumare e non come una data per cominciare a pensare che non è la guerra la soluzione al dolore.

Anche Paul
Arpaia, la cui cugina poliziotta è morta cercando di salvare i suoi concittadini nelle Torri gemelle, è partito dal dolore. Ma ha preferito trasferirlo in un segno d'altro tipo che non quello – la guerra – che trasforma la nostra sofferenza in quella di qualcun altro.



Anche su Terra

mercoledì 20 ottobre 2010

PROVIAMO A FARE UN BILANCIO

Tornando a casa. Questo l'artciolo uscito oggi anche su il manifesto. Sintesi-reportage con qualche ipotesi e begli incontri dell'ultimo viaggio in Afghanistan

Al parco di Sharenaw, dove c'è persino qualche pianta, il sole ancora caldo batte sui turbanti degli afgani accovacciati a bere una tazza di te. La guerra sembra lontana e la gente maledice il traffico come in qualunque capitale. La guerra è alle porte però, appena qualche chilometro più a Sud: Logar, Wardak...
Gli americani sembrano essere tornati alla vecchia strategia controinsurrezionale: arresti, omicidi mirati, squadre speciali. Moltiplicandoli. Nessuna “spallata” (tipo la fallimentare Operazione Marjah) ma un aumento del 50% dei bombardamenti, ha scritto il New York Times, e operazioni territoriali mirate di altri contingenti come quella in corso coi tedeschi in questi giorni a Nord. All'Italia gli americani hanno riservato il Farah, nel tentativo di disimpegnarsi da alcune aree per impiegare più forza nel Sud. A sentire gli analisti afgani, il Farah è una brutta faccenda. E' guerra vera: altro che “approccio italiano”. E agli americani non dispiacerebbe affatto qualche bomba sui cacciabombardieri Amx. Anche se poi i raid seri li riservano ai propri piloti.

La guerra alle porte, la pace in città

La capitale però è tranquilla, come se vi fosse stato eletto un domicilio negoziale possibile. I talebani e altri gruppi avrebbero ottenuto anche dalla Nato il salvacondotto per entrare in città. E in città si tratta. Ai colloqui negli hotel Serena e Intercontinental dei giorni scorsi, oltre a pachistani, ex talebani e gente vicina al governo, c'era anche l'Onu e alcune ambasciate europee, tra cui, dicono qui, tedeschi e italiani. Qualcosa dunque si muove. Poco, meno di quel che sembra. Ma è l'unica speranza, seppur flebile. In questi giorni, facendo la tara tra articoli, voci, commenti di analisti, ipotesi varie, l'ormai quotidianamente sbandierato processo di pace sembra poca cosa. Si, certo, ci sono stati contatti, incontri semi ufficiali e un gran roteare di dichiarazioni in positivo, ma nella realtà dei fatti un negoziato tra governo e guerriglia sembra davvero ancora lontano o, quantomeno, alle mosse iniziali.
Certo qualcosa è cambiato. Soprattutto l'atteggiamento degli americani anche se questi ultimi un giorno dicono una cosa e un giorno un'altra (ad esempio non è affatto chiaro se la Casa Bianca abbia dato luce verde ai contatti con la “cupola” talebana. Sì secondo il Washington Post, no secondo il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley, per il quale con mullah Omar non si tratta). Gli Usa sono l'attore principale del conflitto e dunque ci vorrebbe un po' di chiarezza mentre si ha l'impressione che la lotta interna tra chi se ne vuole andare domani o dopo (Obama), chi vorrebbe rimanere sine die (i militari) e chi non sa bene che pesci prendere, debba ancora finire. Ma se ciò nuoce in generale, agli occhi degli afgani (e non solo ai loro) dice chiaramente che Washington vuole pilotare il processo. Altro che afganizzazione.

Processo di pace?

Per Karzai il disegno è abbastanza chiaro. In superficie mettere un mucchio di paletti, sotto sotto cercare di trattare con tutti: mullah Omar, la rete Haqqani, Hekmatyar (per semplificare, i tre fronti maggiori della guerriglia) e intanto cercare di isolare ed eliminare, dove possibile, quei gruppi jihadisti o qaedisti di arabi, uzbeki, ceceni che spesso creano problemi agli stessi talebani. Ma Karzai è debole internamente e con un appoggio ondivago della Comunità internazionale. Adesso sì domani no, oggi corrotto domani unico punto di riferimento. Il segnale attuale è però che può andare avanti: la sua famiglia, implicata in scandali a vario titolo, si beccherà solo una multa. Sulla corruzione si batterà un po' di meno e sulle elezioni, le cui frodi manifeste dovrebbero garantirgli parlamentari fedeli nella futura Wolesi Jirga, si chiuderà un occhio, come si è già fatto nei mesi scorsi.
Poi ci sono i pachistani. Sembrano seriamente intenzionati a lavorare a una soluzione ma a patto che la possano pilotare. Sanno di avere l'asso nella manica, ossia il controllo dei movimenti dei capi talebani (residenti, con buona probabilità, a Karachi) e di cui sono note a Islamabad le abitazioni, i movimenti, gli incontri. Il conto che i pachistani non fanno o che non vogliono fare, riguarda il controllo reale sul terreno in Afghanistan, dove il Pakistan è detestato e la cui influenza viene percepita come una forte ingerenza (anche da molti talebani). C'è dunque un rapporto di reciproca utilità ma legato a un filo. Nondimeno Islamabad può giocare un ruolo chiave e lo sa. Ma sa anche che, in certi termini, non può dirigere tutta la partita da sola (come le piacerebbe) tenendo sempre in mano il mazzo. Ecco che spunta Riad...

Congetture e ipotesi si dimenticano in fretta prendendo la strada del Panjshir per una visita all'ospedale di Emergency ad Anaba. In questa vallata, dove i mujaheddin di Massud avevano dato filo da torcere ai sovietici e sbarrato il passo a mullah Omar, è come essere in un piccolo paradiso: niente filo spinato, né contractor, né muraglioni di ferro-cemento. Fiumi che scorrono schiumeggianti e puliti sotto montagne a picco che un gigante sembra aver formato facendo cadere dal pugno soffi di sabbia calcarea.

Angeli bianchi, diavoli rossi

Territorio degli angeli umanitari o dei diavoli rossi, a giudicare dal caschetto di capelli amaranto di Michela Paschetto
, attivissima responsabile di un ospedale, l'unico della provincia, dove si fanno 8mila ammissioni l'anno e 250/300 parti al mese (più che in un medio nosocomio italiano), il Panjshir fa riflettere sull'azione umanitaria. Che, oltre a salvar vite, fa educazione preventiva e famigliare ed è riuscita a convincere qui le famiglie che in ospedale i figli non muoiono e le madri sopravvivono.
La domanda legittima è dunque se il risparmio generato dal ritiro del contingente militare, che costa circa 1,5 milioni di euro al giorno, l'Italia lo destinerà a Tremonti o a un investimento di lungo periodo per ricostruire questo Paese. Emergency soldi dallo Stato non ne prende ma adesso la Farnesina, per mancanza di fondi, ha sospeso la convezione con cui pagava i contributi degli operatori sanitari italiani e garantiva loro l'aspettativa dall'ospedale. Un problema. Gli umanitari non hanno vita facile. Più a Nord nel Faryab, Intersos, l'unica altra Ong che ha una presenza costante in Afghanistan (soprattutto nel sostegno ai profughi rimpatriati e nella formazione), lavora in condizioni sempre più stressanti, perché la sicurezza è diminuita negli anni e l'unica vera protezione sembra quella di affidarsi alla capacità di stringere relazioni forti con le comunità locali. Alda Cappelletti, una veterana dell'organizzazione, fa la spola tra Maimana, Herat e Kabul con una determinazione e una passione che il suo apparente distacco professionale non riesce a nascondere. Di Ong ce ne sono altre: Cesvi, Gvc, Aispo, l'Ics di Alessandria, Pangea e mille altre piccole grandi realtà (senza contare gli interventi della Cooperazione italiana). Ma sembra una goccia nel mare. Per le Ong c'è sempre da far conti con bilanci risicati, la pressione continua che paventa sequestri e attacchi, una burocrazia locale diventata sempre più diffidente verso gli stranieri. Investirci di più sarebbe il segno di una svolta vera.

Le immagini sono tratte da vecchie stampe o dall'archivio di Romano Martinis

lunedì 18 ottobre 2010

VIAGGIO NEL PANJSHIR

Sono stato ospite di Emergency per un paio di giorni nel Panjshir. Visita all'ospedale, piccolo gioiellino sperduto nella provincia e un po' di dati sul taccuino per preparare un pezzo sul lavoro umanitario (civile) in Afghanistan. Ma nell'attesa che qualche giornale si svegli, un po' meno interessato alle vicende militari e un po' più attento a quei poveracci che la guerra subiscono (e a quelle tante brave persone che cercano di mettere un cerotto sui danni prodotti dal guerra) mi abbandono nella pace di questa valle. Così a occhio e croce, la valle del Panjshir deve essere lunga un duecento chilometri: collega l'altopiano dove giace la capitale, tra polvere smog, alla provincia settentrionale del Badakshan e c'è praticamente una sola strada – per lunghi tratti non asfaltata – che la attraversa.

Quando ci entrate, in questa valle che fu ed è un caposaldo dell'Alleanza del Nord, capite subito perché i sovietici ci patirono un inferno e perché i talebani non riuscirono mai ad avere ragione di Massud. Piazzato ad Anaba (dov'è infatti l'ospedale di Emergency) il “leone del Panjshir” si trovava a meno di 30 chilometri dall'ingresso della “sua valle”. Circondata da dirupi scoscesi e con pochi alberi, la strada guadagna la valle come suo unico punto di accesso. Capite bene anche senza essere Von Clausewitz, che bastano due persone armate di fionda per fermare un'intera colonna. Li sotto, sulla strada a che corre lungo il fiume, se venite bloccati siete il tirassegno più facile del mondo.

Il viaggio nel Panjshir è così un viaggio in un altro Paese. Passate una frontiera immaginaria e vi ritrovate nell'Afghanistan che avevo visto negli anni Settanta, con qualche telefonino in più e poco altro. La valle è tranquilla e pacifica. La guerra è lontana. E la sua più antica eredità, le mine antiuomo, sono ormai sempre meno in grado di colpire, se non altro per esaurimento. Restano i carri armati all'inizio della valle a dirvi che un tempo si è combattuto. Ma desso... finalmente respirate

Nella valle del Panjshir non ci sono kalashnikov (a vista, almeno), non c'è filo spinato, né blocchi di cemento. Non ci sono contractor con i colli taurini e i capelli rasati, né le divise di avrio colore che sono romai la tappezzeria del Paese. E la casa di appoggio di Emergency vi sembra una pensione quattro stelle old fashion dove siete stati invitati in villeggiatura (chi lavora l'ospedale però fa 12 ore di servizio praticamente sette giorni su sette più le chiamate notturne e dunque l'agriturismo se lo gode poco). In una parola, siete fortunati: questo è un piccolo paradiso dove potete rilassarvi e raccogliere le idee anche perché questi ragazzi di Emergency (l'età media è sui 30-40) fa di tutto per farvi sentire a vostro agio. Ed è difficile non apprezzare il loro lavoro, la passione, l'energia con cui lo fanno. E anche la sofferenza quando non riescono a salvare, inevitabilmente, tutte le vite che vorrebbero

A voi non resta che guardare il cielo terso e quelle montagne che sembrano una quinta infinita dal colore marrone a tonalità sempre diverse (più scuro, chiaro, tendente al grigio o al rossiccio) in fondo alle quali, dove scorre il fiume, si stendono piccole pianurette verdi e qualche pianta. Intorno, le case di fango e paglia (l'adobe afgano) della tradizione, nelle infinite declinazioni delle case contadine o di qualche ricco possidente (non sempre la pace sconfigge la sperequazione della povertà).

Ma, mi dice Michela Paschetto, la responsabile dell'ospedale di Anaba, adesso sta arrivando la strada dalla Cina. Ci lavorano sodo. Progresso? Si certo ma anche tutto quello che una strada vuol dire. Tutto quello che una strada porta, sconvolgendo paesaggi e usanze, sollecitando supermercati e tutte le bellezze-nefandezze della modernità. Dove non può la guerra insomma può una strada. Ma questa è un'altra storia e per Michela vorrà dire raggiungere in due ore anziché in cinque l'ultimo centro di salute a Nord della valle. Per gli afgani significherà smettere di camminare per due giorni. E poi questo è un argomento di confine, una riflessione filosofica troppo complessa. . Per ora basta che la guerra sia lontana almeno qui. Valle del Panjshir. Afghanistan. Respiro questa pace a pieni polmoni.

venerdì 23 luglio 2010

PARLAR MALE DI GARIBALDI


In questi giorni sono sotto tiro sul blog di Riccardo Chiaberge (sulla webzine de Il Fatto quotidiano) per il capitolo su Emergency del mio “Diario da Kabul”. Molti nemici molto onore, verrebbe da dire, oppure anche “tutta pubblicità”, ma a me viene anche una gran tristezza. Se parli male di Garibaldi (che come è noto lasciò Bixio, per una nobile causa, sparare sui contadini), pochi entrano nel merito e pochi leggono il libro perché ormai sono certi del mio tradimento. Indebolisco il fronte, ha scritto un blogger. Ma quale? Un'altra persona dice che dovrei sciacquarmi la bocca se parlo di Gino Strada. Lo faccio ogni sera prima di coricarmi. Un altro ancora dice che, se fossi un giornalista serio, dovrei fare un'inchiesta sulla chiusura di Lashkargah, ignorando che il mio capitolo su Emergency è un'inchiesta sulla chiusura che arriva...alle stesse conclusioni del lettore che mi critica (tesi che invece Emergency contesta, probabilmente a ragion veduta, e prima o poi ne darò conto). Pochi entrano nel cuore del problema. Tra chi lo fa, ne vien sollevato uno grosso come il mondo che mi trova d'accordo: le Ong sono costrette alla denuncia da un giornalismo cieco. Giustissimo. Peccato che “Diario da Kabul” sia proprio un tentativo di andar oltre le veline.

Il fatto è che se volete andar oltre le veline scoprite a volte, da giornalisti, verità scomode. Anche per le vostre radicate convinzioni. Quando nel 2001 si stava preparando Enduring Freedom, scrissi per Carta un articolo dal titolo “Non bombardate l'Afghanistan!”. Lo penso ancora: fu un errore gravissimo e gravido di conseguenze. Andai dunque per la prima volta a Kabul nel 2007 convinto convintissimo che gli afgani fossero contrari contrarissimi alle truppe straniere. Che sorpresa incontrare gli afgani che invece (illudendosi, certo) pensavano che la nostra presenza in armi fosse un bene... Io blateravo di peacekeeping e Onu (e ancora lo faccio) e loro: “L'Onu? Per farci difendere come fu difesa Srebrenica”? Preferivano la Nato.

Quella fu la prima sberla e inoltre scrivevo per il manifesto, giornale contrario alla guerra (come me) e favorevole alla pace (come me). Ma ebbi l'onestà, e il giornale ebbe il coraggio di pubblicami, di dire che molti afgani (i sondaggi lo confermavano) erano contrari al modo e al comportamento delle truppe ma non alla loro presenza. “Se ve ne andate – dicevano – sarà il diluvio”. Adesso è molto diverso e le cose sono cambiate anche in questo senso, Ma allora era così, anche se i primi segnali di malessere, per chi li voleva vedere (e ne demmo conto) già si vedevano.

Vidi anche l'ottimo lavoro di Emergency ma percepii pure che qualcosa di storto c'era, che qualcosa non andava. Stavano fuori dal sistema sanitario nazionale e questo a me non piaceva. Ma era un opinione e non ne scrissi mai. Solo i fatti, e fine. In un libro però, o sul proprio blog, l'opinione non solo va formulata ma vi trova un posto naturale. I libri servono a dare chiavi di lettura non notizie. A quelle pensiamo da cronisti. Neri libri ragioniamo. Ora, chi vuol ragionare, è benvenuto. Ma a quelli del partito preso, da qualsiasi parte stiano, dico di girarmi alla larga. Ne ho conosciuti troppi a cui pace il sacrifico in nome dell'ideale. Piace loro così tanto che son pronti a fare a fette chi disturba il manovratore. E, in tutto questo, mi spiace per Gino Strada. Spero che a lui il mio libro sia servito a ragionare e che gli piaccia aver intorno non solo supporter adulanti. Gli amici veri son quelli che la raccontano tutta, anche quando è scomoda.

mercoledì 21 luglio 2010

EBBENE SI, SONO CATTIVO

"Emanuele Giordana è parte di quel variegato e vampiresco mondo di associazioni, organizzazioni non governative, ricercatori, accademici, giornalisti e operatori della comunicazione impegnati “nell’area afgana per la risoluzione dei conflitti”, cioè truppe civili di complemento nelle operazioni di predazione internazionale, flatulenze embedded dei criminali in divisa, spie di terza fila.... un giornalista-studioso-cooperante dichiaratamente a favore dell’intervento militare in Afganistan in salsa Isaf-Nato che si adopera nell’azione di pacificazione e ricostruzione di concerto con il democraticamente eletto governo Karzai e quelli che altrettanto democraticamente eletti che ci sono toccati in sorte alla guida dei nostri dicasteri degli Esteri e della Difesa"

Se la misura della propria notorietà è il numero di nemici, in una sola giornata me ne son fatti parecchi, tra cui questo signor Luigi che deve conoscermi assai poco. Il merito è di un post di Riccardo Chiaberge sul suo blog sul sito de Il Fatto dove ha recensito il mio recente libretto "Diario da Kabul" citando soprattutto il capitolo su Emergency. I lettori del suo post il libro non l'hanno letto e temo ne abbiano tratto delle frettolose conclusioni. La maggior parte ha risposto a Chiaberge con rabbia, taluni con livore. Altri ancora, come il signor Luigi, con offese che ne denotano una salda ignoranza perché, fortunatamente, tutto ciò che scrivo e ho scritto sull'Afghanistan è facilmente rintracciabile. Ma questo Luigi, come tanti assai più pacifisti di me, mi fanno una certa impressione. Altri mi hanno criticato con durezza ma non con violenza. Luigi si: un uomo di pace e contro la guerra che però vorrebbe vedermi appeso a Piazza Loreto perché - come scrive Chiaberge - ho parlato male di Garibaldi.

Nessuno è perfetto. tanto meno io ma mi si può augurare la morte per dissanguamento se capisco pena la sua contorta prosa? "Prendere le distanze da Emergency non serve, la risultante complessiva è un indebolimento delle capacità di suzione di sangue umano, che porterà presto alla loro dissoluzione, e primo fra tutti quel pezzo di “giornalista onesto” amico di Chiaberghe".

Ho scritto un post per il blog di Chiaberge rispondendo ad alcuni lettori (non certo al mio macellaio) e mi spiace se la recensione al mio Diario gli ha arrecato danno in qualche modo. A me no: mi fa pubblicità. Spero infatti che i livorosi vadano a comprare il mio libro se non altro per vedere quanto sono filo Isaf/Nato. Purtoppo a noi spie di terza fila pagano un basso salario. Ci tocca scrivere libri per campare. E se anche Luigi lo comprasse...sarebbe uno in più.

domenica 16 maggio 2010

AL VIA LA PERUGIA-ASSISI

Parte stamattina da Perugia la 18ma edizione della marcia per la pace Perugia Assisi, storica camminata di 24 chilometri che si tenne per la prima volta il 24 settembre 1961.

Le polemiche non sono mancate, come sempre, quando il popolo della pace si mette in marcia: qualche distinguo e anche mancate adesioni, qualcuno che nemmeno ci verrà. E non per il rischio pioggia. Flavio Lotti, il coordinatore della Tavola della pace che ogni due anni organizza la marcia, butta acqua sul fuoco e snocciola i numeri: 1130 adesioni, 635 città, 135 enti locali, 130 associazioni e reti nazionali, 518 associazioni locali, 125 scuole, 5mila studenti e decine di migliaia di cittadini attesi per oggi. E rilancia proprio su un punto polemico, la mancata presenza di Emergency: “Lanciamo un appello per l'apertura dell'ospedale di Emergency a Lashkargah. Deve riaprire i battenti e restituire agli afgani il diritto a utilizzarne i preziosi servizi resi disponibile dal grande lavoro della Ong italiana. L'ospedale, dice, non è solo un problema di Emergency: riguarda tutti. Noi e gli afgani, vittime da trent'anni di una guerra che solo l'anno scorso ha ucciso 2500 civili”. E si però, Emergency non viene. Lotti glissa: “Abbiamo bisogno di camminare assieme e di continuare a camminare. Ecco perché la Marcia questa volta non finirà ad Assisi”.

L'anno prossimo, nei cinquant'anni della marcia ideata da Aldo Capitini, si tornerà a marciare. Anche per superare divisioni e distinguo in quella che non è una passeggiata, dicono gli organizzatori, ma un “laboratorio di riflessione politica” che, ad ogni marcia “costruisce un'agenda che suggerisca alla politica, se non le soluzioni, il metodo per affrontare le crisi che attraversano l'Italia e il mondo”.

Italia e mondo, politica e guerra. Sono questi i temi affrontati nella due giorni, conclusasi ieri, di preparazione della marcia: seminari, laboratori in uno dei quali i politici si sono affacciati. Pochi, per la verità. Sembra che dalla segreteria di Nicola Zingaretti (Provincia di Roma) abbiano prima chiesto “chi c'era”. Zingaretti poi non è arrivato, forse domani. Sono venuti invece Rosy Bindi, Nichi Vendola, Savino Pezzotta, Leonluca Orlando. Ma a chi ha assistito, l'incontro di venerdi sera non ha detto granché. Via via molti hanno abbandonato la sala. Delusi? Annoiati? Vendola si prende gli applausi maggiori ma non la standing ovation ricevuta al Congresso della Cgil. La Bindy viene contestata da fondo sala quando chiede ai presenti di votare Pd: come la mettiamo, chiedono, se quando eravate al governo non avete nemmeno affrontato il conflitto d'interessi? Anche a Perugia la politica non ce la fa, segno di una crisi della distanza che non si riesce a colmare.

La politica è drammaticamente assente anche sulle responsabilità che riguardano guerre, conflitti, e vittime civili di cui una folta rappresentanza aprirà domani la marcia. “Le vittime in testa”: alla testa del corteo e nella testa di chi marcia. E ci sarà anche un'enorme ruspa ad aprire le danze. Con un cartello arrampicato in cima: “I diritti umani non si sgomberano”.

Dalla due giorni intanto emergono analisi, indicazioni, riflessioni: come l'appello alla “sanità mentale” per israeliani e palestinesi, fatto da Avraham Burg, ex presidente della Knesset: “La maggior parte della gente non vuole la guerra, è a favore della pace e del dialogo, ma le minoranze hanno conquistato i cuori. Israele è ormai ostaggio dei coloni, la Palestina è stata sequestrata da Hamas. Le due società stanno vivendo la sindrome di Stoccolma e si sono innamorate del proprio sequestratore”. La delegazione afgana mette il dito nella piaga sulla totale mancanza di sintonia tra americani e governo Karzai che pure sarebbero alleati: gli uni preparano una grande offensiva, gli altri parlano di negoziato. Dettano invece la loro agenda a cominciare proprio dalla Loya Jirga, assemblea tribale di pace, organizzata a Kabul per fine maggio: “Ci deve partecipare, dice Najila Ayubi, anche la società civile, soprattutto le donne”. E rivendica anche per gli afgani una Perugia Assisi: “Da Kabul a un'altra città”.

Desiderio, chissà, per dire che nel mondo tutti la invocano quella parola multicolore. Che si pronuncia in modo diverso ma si declina in un'unica maniera.

mercoledì 21 aprile 2010

EMERGENCY TRA IPOTESI, FATTI E INTERROGATIVI

Cosa è successo all'improvviso che ha imposto un'accelerazione e una rapida risoluzione del caso Emergency? Un'ipotesi è che la vicenda rischiava di trasformarsi in un boccone avvelenato. Non solo per l'Italia. Qualche idea sulla vicenda della Ong più nota e bistrattata d'Afghanistan

In una vicenda di arresti, trattative, pressioni e rapide liberazioni, restano sempre domande senza risposta. Siamo nel campo delle ipotesi, per quanto surrogate da alcuni fatti, e ne accamperemo qualcuna anche se la saggezza consiglierebbe di non puntare tutto su un solo cavallo, ma sull'insieme delle cause che, unite a un quadro di riferimento assai complesso -una guerra e una tensione fortissima tra Karzai e i suoi alleati- prima hanno creato il caso e poi lo hanno avviato a una soluzione inaspettatamente veloce. La conclusione è che non poteva che andare così. Il dossier Emergency non doveva durare e doveva comunque risolversi prima del 12 maggio, giorno dell'incontro a Washington tra Karzai e Obama. Con quell'antipasto sul tavolo la cena sarebbe andata di traverso a entrambi.

Una delle ipotesi è che Emergency sia stata oggetto di una vendetta fredda dei servizi afgani. Ipotesi molto sensata e che trae le sue origini, nel 2007, dallo “schiaffo Hanefi”: dopo averlo arrestato, accusato di terrorismo e fiancheggiamento, il capo dell'Nsd, Saleh, dovette piegarsi alla ragion di stato. E dopo meno di cento giorni l'uomo di Emergency uscì di galera incolume e prosciolto da ogni accusa.

Quel che è certo è che colpire gli umanitari è semplice e che il momento era propizio. Karzai ha bisogno di dimostrare che, in casa sua, è lui che porta i pantaloni: qualsiasi iniziativa che metta sotto schiaffo gli alleati gli sarebbe andata bene, purché fosse lui poi a togliere, magnanimamente, le castagne dal fuoco. Che invece la cosa sia stata preparata ad arte per togliere Emergency di mezzo, teoria cara a Gino Strada, è un'ipotesi possibile ma improbabile. Tolta Emergency da Lashkargah, il vero problema sarà di carattere sanitario, perché è l'unico centro chirurgico d'eccellenza della regione. Ma testimoni scomodi -anche più scomodi di Emergency perché più autorevoli- ne rimangono, eccome: c'è l'Onu, la Croce rossa e gli afgani stessi cui le vittime civili non piacciono anche perché sempre di afgani si tratta. Forse è più corretto dire che di Emergency, a parte i feriti, nessuno sentirà la mancanza. Non Saleh, non la Nato, non il governatore. E forse nemmeno il governo italiano.

Se si esclude il complotto -per vendetta o con l'obiettivo di far fuori Emergency- resta comunque una manina perfida e quel che sembra un piano ben architettato. Con un seguito pericoloso e forse imprevisto. Tanto per cominciare il volo di Garatti del sabato mattina per Kabul è cancellato. Per le linee aeree locali non è che sia una novità. Anzi è una non notizia. Ma se questo lo si mette assieme al falso allarme bomba, che allontana per qualche ora gli internazionali dall'ospedale, allora gli indizi sono due. E sono tre se è vero quanto una gola profonda dichiara al Corriere sin da subito: che si era voluto attendere che l'ambasciatore Sequi, insignito della più alta onorificenza afgana, lasciasse il Paese per non fargli uno sgarbo. Dietrologia? Può essere, però gli indizi salgono a tre. Ma se il blitz è stato preparato (anche nell'ipotesi di una semplice soffiata), come mai gli italiani non sono avvertiti dell'imminente arresto di tre connazionali? Perlomeno, stando a quanto è noto ufficialmente, la notizia arriva in Italia all'ora di pranzo, ossia poco prima se non durante il blitz. Si dirà che la polizia francese non è tenuta ad avvertire l'ambasciata italiana dell'arresto di un emiliano a Lione. Ma se si tratta di operazioni complesse come mafia o terrorismo – a meno che non ci si fidi del Paese in questione- una telefonata si fa. E fin qui saremmo alla scortesia, a una non grave leggerezza.

Il buco nero si apre invece se all'interno della medesima alleanza militare impegnata in un conflitto, quindi quando la comunicazione interna è preziosa e doverosa, un alleato non avverte l'altro. E sulla scena del delitto ecco comparire un allampanato britannico, un soldatino della Perfida Albione ma con mostrine Isaf. Inglesi goddamn! Gli stessi che il giorno dopo, via Times, avallano la bufala della confessione. Gli stessi, accidenti, che accusarono gli italiani di pagare i talebani. Complotto a Downing Street? No. Semplicemente un militare della Nato (poco conta la nazionalità), alleati con l'Italia nella coalizione Isaf Nato, si guardano bene, a quanto sappiamo, di avvisarla che una bufera si sta addensando sopra la testa del quarto Paese per contributo di uomini alla stessa medesima alleanza. Questa si, se confermata, leggerezza grave e intollerabile.

Quando in alto ci si è accorti che il caso di Emergency poteva diventare un caso Nato, si è corsi ai ripari. Forse facendo pressioni su Roma e Kabul per chiudere in tutta fretta. Per disinnescare l'antipasto avvelenato in vista del 12 maggio alla Casa Bianca.

martedì 20 aprile 2010

A LA GUERRE COMME A LA GUERRE


Il funzionario di un'importante agenzia internazionale è pensieroso. Lavora nel Sud dell'Afghanistan. Un posto maledetto su cui, per sdrammatizzare, circolano barzellette: “Kandahar i canadesi la chiamano Canadahar...”, dice, ma non ha una gran voglia di ridere. “La chiusura dell'ospedale di Emergency è una seria preoccupazione perché in quell'area è l'unico luogo dove si può avere assistenza medica chirurgica di livello”.
Con l'operazione a Marjah alle spalle e con una nuova offensiva Nato all'orizzonte, il quadro non è rassicurante. Un nuovo operativo, spiegano gli umanitari che monitorano quello spicchio di Afghanistan, significa anche Ied (mine rudimentali lungo le strade), ordigni “sporchi” e kamikaze. Che uniti allo sfacelo delle bombe o agli “effetti collaterali” di qualsiasi offensiva militare faranno comunque un macello.

Il quadro afgano è desolato, come quello di ogni guerra. Ed è poco consolante che il generale Stanley McChrystal abbia fatto di tutto per cambiare passo, modificare le regole d'ingaggio, evitare un certo tipo di bombardamenti dall'aria, far maggior attenzione nei rastrellamenti, aver più cura ai checkpoint. La guerra è guerra, verrebbe da dire. E non c'è guerra umanitaria che tenga. I due termini fanno a pugni in una cacofonia disperata. Anche i talebani hanno questa preoccupazione. Quando cala il consenso perché il gioco si fa duro, il problema è per tutti quello di evitare le vittime civili. Cosa possibile solo con una tregua. In attesa che Unama faccia il primo bilancio di quest'anno sul numero di innocenti uccisi (2.186 tra gennaio e novembre 2009, due terzi dei quali ammazzati dalla guerriglia), all'orrore di una guerra già poco raccontata si aggiunge ora un testimone in meno. E un problema in più per i feriti da armi, schegge, bombe, proiettili che la mano di un bravo chirurgo - un Garatti che impegna il suo tempo a salvar la pelle altrui rischiando la propria - potrebbe salvare.

Un gioco così duro che passa in secondo piano un lieve terremoto che ha colpito ieri la provincia di Samangan, a quasi 200 chilometri da Kabul, nel Nord. In fondo sono “solo” undici morti e una settantina di feriti e forse qualche metro cubo di villaggi (pare circa trecento case) andato giù col suo carico di miseria. Le altre notizie sono routine della guerra: la polizia segreta che annuncia l'arresto di una decina di militanti che stavano preparando un attacco nel cuore della capitale (cosa che dopo l'arresto degli uomini di Emergency viene da prender con le molle) o la notizia (non confermata) che un soldato si sarebbe fatto esplodere in una base dell'esercito afgano uccidendo un militare. Oppure ancora la nomina, sabato scorso, di Fazel Ahmad Manawi alla testa della Commissione elettorale (Iec) al posto di Azizullah Lodin, spazzato via dalla bufera seguita alle elezioni di agosto, capro espiatorio di una brutta storia terminata con la “rielezione” di Karzai a presidente.

La guerra va avanti e con lei la fibrillazione politica in una capitale scossa dal pericolo di attentati sempre in agguato ma anche da un futuro incerto, da ricucire rapidamente alla viglia, nemmeno troppo lontana, dell'incontro a Washington il 12 maggio tra Karzai e Obama, che è sempre un po' in forse. Sullo sfondo, l'affaire Baradar, il capo talebano arrestato dai pachistani e che, dicono gli avveduti, è la pedina di Islamabad per entrare nel piatto del processo di riconciliazione nazionale. E infine la Loya Jirga di pace, ormai alle porte, tentativo di farlo marciare questo processo di pace di cui tanto si parla che ma stenta ad avviarsi. Come farlo partire bene, del resto, in attesa di una ennesima offensiva di terra della Nato? Qualche settimana fa, prima del caso Emergency, Karzai ha fatto un giro tra gli anziani dei villaggi che saranno inclusi più o meno direttamente nell'offensiva. Ha rassicurato e garantito che nulla si farà senza un accordo preventivo con loro. Sempre in cerca di consensi, il ras di Kabul deve dimostrare che in Afghanistan comanda lui, che non è, come si dice sempre, solo il sindaco della capitale. Da come saprà gestirla, più o meno d'accordo con McChrystal, che gli liscia le penne come alla gare tra galli che si giocano al venerdi nei giardini di Babur, si vedrà la sua tenuta. Ma anche quella del generale che, entro l'anno, ha promesso una svolta e si sta giocando la faccia e la carriera.

Se Emergency sia stata cacciata in quanto testimone scomodo resta da dimostrarsi. Scomodi però son scomodi Gino e i suoi accoliti, sempre con questo mantra infinito delle vittime. E quel che è certo è che la loro dipartita viene probabilmente festeggiata in più sedi. Gli unici a disperarsi veramente saranno gli afgani feriti. Quelli del mantra di Gino per i quali oggi, come ieri, i taccuini dei cronisti sono avari. Da oggi un po' più di ieri.

venerdì 16 aprile 2010

DIETRO IL CASO EMERGENCY

L'esercito americano ha chiuso in Afghanistan il fortino nella valle di Korangal. In termini di vite umane era costato 42 soldati e centinaia di feriti. Molto sforzo per nulla perché la valle nella provincia di Kunar, desertica e spopolata, restava e resta saldamente in mano talebana nonostante l'impiego di risorse materiali e umane. Non è l'unico avamposto sigillato: nel 2007 e nel 2008, spiega il New York Times, due fortini e una base satellitare sono stati chiusi nella valle di Waygal in Nuristan e nel 2009 due ne son stati chiusi, sempre in Nuristan, nell'area di Kamdesh. Con la base di Korangal sono state abbandonate anche altre cinque basi satellitari. Qualcuno (oltre ai giornali americani) se n'è accorto?

La fortissima attenzione che abbiamo sul caso del personale di Emergency, giustificata dall'indignazione per il fatto che si tratta di italiani, umanitari e volontari probabilmente coinvolti in una oscura manovra, rischia di farci dimenticare la cornice in cui si dipana il quadro della vicenda. E in questo caso la cornice è quanto mai parte del quadro e lo condiziona pesantemente. Oltre la guerra, che ne è ovviamente lo sfondo naturale.

La recente vicenda di Emergency scoppia in un momento delicatissimo nei rapporti tra Kabul e Washington e, di riflesso, con tutti gli alleati occidentali dell'Afghanistan. Un momento in cui la corda è tesa, la tensione è alta, gli screzi all'ordine del giorno. I colpi bassi pure. Un quadro aggravato, come racconta la vicenda dell'avamposto di Korangal, da un discreto nervosismo che caratterizza i manovratori di Isaf Nato, il generale McChrystal in particolare, cui spetta il compito di dimostrare, entro sei-otto mesi, che aver portata i 1300 soldati americani del 2001 ai 70mila attuali (più o meno dispiegati e in crescita) è un'impresa con un senso.

Sul piano politico la corda si è sempre più tesa dopo gli attacchi sferrati a giorni alterni a Karzai dalla stampa americana, da mezze dichiarazioni ufficiali o di questo o quell'anonimo funzionario. Infine, quando a fine marzo il parlamento afgano ha bocciato la legge con cui Karzai voleva assicurarsi il pieno controllo di una commissione elettorale, il presidente è letteralmente esploso, coprendo i suoi alleati di insulti e pesantissime accuse. La recente visita di Obama in Afghanistan inoltre ha sgombrato il campo da nubi solo fino a un certo punto tanto che, a inizio aprile, la visita di Karzai a Washington del prossimo 12 maggio sembrava sul punto di saltare. Come insegna l'esperienza, quando la corda politica si tende troppo e quando il presidente si sente nell'angolo, partono i colpi di coda. Difficile escludere che quello contro Emergency non rientri in una strategia per alzare il prezzo: colpire Emergency per parlare a Roma (la nuora) perché, in ultima analisi, Washington (la suocera) intenda.

Sul piano militare la situazione non è meno tesa. Dopo che l'Operazione Moshtarak ha dato la prima spallata in febbraio ai comandi talebani dell'Helmand, ora McChrystal vuole prendere di petto la regione di Kandahar e rendere finalmente sicura la sua capitale. Il nuovo piano strategico è quello di abbandonare avamposti inutili e onerosi concentrandosi sulle aree dove il controllo del governo è debole e inesistente, “proteggendo” gli afgani dai talebani. Una scommessa forte. Ma la turbolenza politica non aiuta. Karzai ha fatto un giro di visite dai capi villaggio della zona (gli “elder” o anziani come si dice in gergo) rassicurandoli sul fatto che nulla si farà in futuro sul piano militare senza il loro accordo. McChrystal è in fibrillazione: deve assecondare due presidenti, il suo e quello afgano, ma fino a che punto? Il generale ha anche un'altra preoccupazione. Nonostante promesse, rassicurazioni e cambio delle regole d'ingaggio, i suoi ragazzi continuano a sbagliare: sparano sulle corriere, ai posti di blocco, lungo le strade come purtroppo avviene in ogni guerra. Nemmeno questo aiuterà un conflitto che, per arrivare a soluzione, ha puntato tutto, per l'ennesima volta, sull'opzione militare. Inevitabilmente prigioniera delle logiche perverse della guerra (vittime civili, consenso in calo, perdite) e di quelle altrettanto minate della politica. Di cui Emergency sembra pagare in parte il conto.

giovedì 15 aprile 2010

EMERGENCY, IL GOVERNO CI RIPENSA

Alla fine la marcia indietro c'è stata. Anche Emergency lo riconosce: «Il governo sta cominciando a fare il minimo indispensabile».
Dopo le dichiarazioni “a caldo” al momento dell'arresto del personale di Emergency, dopo aver esitato nel prendere una posizione forte a favore di tre connazionali nei guai, dopo aver alluso alla possibilità di una collusione coi terroristi, il ministro Franco Frattini ha fatto quello che tutti si sarebbero aspettati sin da sabato. Nell'audizione di ieri in parlamento ha spiegato che la diplomazia si sta muovendo perché vi siano tutte le garanzie della difesa e manifestando “insoddisfazione” per le risposte afgane sui capi d'accusa. Un clima migliore dunque che potrebbe anche preludere alla liberazione di uno degli arrestati (Pagani).

Latore di una sua lettera e di una missiva di Silvio Berlusconi a Karzai, l'inviato speciale della Farnesina Massimo Iannucci ha consegnato oggi a Kabul le richieste del governo italiano anche se della lettera del premier si è saputo solo nel primo pomeriggio di ieri, dopo che persino la Lega, non certo ascrivibile ai simpatizzanti di Strada, aveva trasmesso la sua preoccupazione e la volontà di “riportarli a casa”. Del silenzio del premier si era anche accorta l'Italia dei valori e la Tavola della pace che, in un comunicato di prima mattina, lo aveva sollecitato a uscire da quello che l'Idv aveva bollato come un “assordante silenzio”. Se Berlusconi abbia scritto la lettera ieri mattina vedendo la marea montante delle proteste non è dato sapere, anche è bizzarro che si sia saputo lunedi del messaggio di un ministro, per quanto di serie A, ma non di quello del capo del governo. Forse Berlusconi ha voluto anticipare il Pd che, nelle interpellanze di questi giorni, si era dimenticata di chiedersi come il premier non avesse proferito verbo trattandosi della pressione su capo di stato.

Tant'è. Nel giro di qualche ora la marcia indietro, forse con un occhio ai sondaggi e alla raccolta di firme per Emergency (quasi 300mila), il governo ha deciso di sposare la linea “umanitaria”. Di far accompagnare Iannucci dall'esperto giuridico del ministero e di affidare il caso all'avvocato Nooristani, uno dei migliori di Kabul che, grazie al sostegno italiano, ha fondato in Afghanistan la prima associazione di avvocati. E' l'uomo che difese un giornalista afgano condannato a morte (poi liberato da Karzai), che seguì e consigliò sulla vicenda Hanefi e che sarebbe stato opportuno indicare sin dalle prime ore del fattaccio, visto che i detenuti sono nella mani della polizia segreta la quale, come ha spiegato Frattini, li può tenere a disposizione per 15 giorni (molti), lasciandone al magistrato altrettanti (pochi) per decidere scarcerazione o rinvio a giudizio. Non è un caso se Emma Bonino ha voluto puntualizzare, durante l'audizione, la preoccupazione per quanto detto proprio sotto il torchio dell'intelligence. Parole, ha detto, di cui non si dovrà tenere conto perché pronunciate fuori da ogni garanzia legale.

Comunque Frattini non ha rinunciato a rintuzzare Strada, sostenendo che le sue polemiche non aiutano. A buon conto, il campione della marcia indietro è stato il ministro La Russa secondo cui: «L'abbiamo detto fin dal primo momento: abbiamo il diritto e il dovere di pretendere che siano garantiti tutti i diritti processuali e, prima ancora, umani”. Veramente su La Stampa del 12 aprile aveva detto che gli arrestati non si potevano considerare innocenti in modo aprioristico così come non era possibile considerarli colpevoli. Un bel equilibrismo che faceva carta straccia di qualche secolo di civiltà giuridica sulla presunzione d'innocenza.

mercoledì 14 aprile 2010

PENSIERINI, LA ONG E IL PRESIDENTE

Non è un momento dei più sereni quello in cui scoppia il giallo di Lashkargah che coinvolge pesantemente una delle più note Ong internazionali in Afghanistan. Nel paese dell'Hindukush dal 1999, l'organizzazione di Via Meravigli ne ha viste delle belle e ha dovuto passare attraverso la buriana dei molteplici governi e regimi che vi si sono alternati negli ultimi dieci anni. Quando nel 2001 Emergency aprì il suo ospedale nella Kabul talebana, coordinava anche i centri di salute del Nord sotto influenza del comandante Massud. In un difficile equilibrio. Ma non meno complicata è stata la relazione con Karzai e i suoi ministri.

Anello debole di una catena fragile per definizione, quella umanitaria, Emergency è sempre stata sotto tiro. Anche perché, inutile negarlo, lo scontro si è sempre inevitabilmente prodotto anche per il vizio di alzare la voce e denunciare, da testimoni sempre incomodi, le sciagure della guerra. Quando capitò l'incidente di Mastrogiacomo con la mediazione di Emergency, Karzai finì sotto tiro perché aveva ceduto al ricatto di liberare cinque prigionieri talebani. Inevitabile che dopo un po' sarebbe scattata la ritorsione. Non potendo prendersela col governo italiano, gli strali caddero su Emergency e su Ramatullah Hanefi costretto a due mesi di carcere duro. Ma adesso?

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SOTTO TIRO LO SPAZIO UMANITARIO


Proprio in questi giorni, Enna (European Network of NGO's in Afghanistan), la coalizione europea delle Ong attive in Afghanistan, sta preparando un documento per la presidenza spagnola della Ue che sarà ospitato in un forum sul diritto umanitario. E' in preparazione del Comitato europeo sulla politica e la sicurezza (Pesc) che si tiene a fine mese. Il dossier fa un quadro a tinte fosche dello spazio umanitario in Afghanistan già oggetto di una lettera inviata, sempre da Enna, al nuovo rappresentate della Ue a Kabul, il lituano Vygaudas Usackas.
Secondo Enna e sebbene i dati parlano da soli (mortalità materna al 16 e infantile al 129 per mille, malnutrito un bambino su due sotto i cinque anni e un aumento delle vittime civili della guerra del 14% rispetto all'anno precedente) c'è una scarsa sensibilità dei donatori su questi fronti eminentemente umanitari. Ma su altri non va meglio: in settori come acqua, ambiente e agricoltura, i finanziamenti coprono solo il 42% delle necessità effettive, e solo il...4% nel settore sanitario.
Non c'è però solo un'insensibilità del portafoglio, ossia di carattere quantitativo: c'è un problema di qualità, sia dell'intervento umanitario sia dello “spazio umanitario” in sé, sempre più ristretto e sempre più sotto tiro come il caso di Emergency sembra dimostrare in maniera evidente. Non è una novità.

Nel rapporto del Feinstein International Center (scritto da Antonio Donini nel 2009) si legge a chiare lettere che “...l'umanitarismo è prepotentemente minacciato in Afghanistan. Gli attori umanitari e i loro principi (neutralità, imparzialità, autonomia ndr) sono sotto attacco. La capacità delle agenzie umanitarie di rispondere ai bisogni essenziali (altro imperativo umanitario ndr) è compromesso da fattori interni ed esterni, sia per il modo stesso di operare delle agenzie sul terreno sia per l'estrema fragilità e pericolosità dell'ambiente in cui operano”. Donini rilevava come le Nazioni unite fossero e fossero percepite come “allineate” alla missione militare e come l'avventata chiusura di Ocha (l'agenzia delle “emergenze” dell'Onu smantellata nel 2002 e ripristinata poi a fine 2008) avessero reso reso più fragile una situazione già complicata da un quadro di paesi donatori e belligeranti allo stesso tempo.

Le Ong europee e quelle italiane insistono su diversi punti di crisi dello spazio umanitario, in primis sulla militarizzazione dell'aiuto, figlia dell'inedito sposalizio tra azione umanitaria e operatività belligerante, in una pericolosa confusione di ruoli. Un'altra preoccupazione riguarda invece la mancanza di serie, autonome e affidabili informazioni che non siano viziate da un'analisi di parte. Infine, anziché favorire la protezione degli aiuti – il mantra delle autorità militari – la militarizzazione di intere zone, finirebbe col negare l'accesso agli attori umanitari, con rarissime eccezioni. Una a caso? L'ospedale di Laskhargah nell'Helmand, regione off limits.
In tutto questo l'Italia?

Mentre l'inviato speciale Massimo Iannucci viaggia per Kabul con una lettera in tasca del ministro Frattini per Karzai, nel Belpaese ancora non si è spenta la polemica per le incaute parole del ministro appena saputo dell'arresto: quella presa di distanze apparsa stonata e certo poco allineata a una linea di difesa, senza se e senza ma, sia dei residenti italiani all'estero sia dello spazio umanitario. La lettera di Frattini, con cui dopo la sua uscita su Facebook cerca di rimediare alla levata di scudi, è già oggetto di critiche. A Kabul dicono che non era da lui che quella lettera andava firmata ma da Berlusconi. Karzai, dicono le fonti locali, potrebbe indispettirsi e giocare la parte del duro ben sapendo che, come Frattini stesso ha fatto capire, lo spazio umanitario non sembra una priorità degli Stati. Roma dal canto suo ha sempre sposato l'ipotesi “sistema Italia”, dove aiuto umanitario e missione militare si confondano in un'orgia di tricolore. E l'indice dei critici è puntato proprio sulla scelta di voler investire praticamente tutti i fiondi di cooperazione a Herat, dove c'è il contingente italiano. E che è anche la provincia...con meno necessità.

La vicenda di Emergency ha dunque un retroterra fangoso per gli umanitari, già indispettiti dalla polemica che, nel febbraio 2009, fu innescata dall'invito dell'ambasciata italiana a Kabul di evitare il paese a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Con la proposta di ritirare il personale italiano, lasciando i progetti in mano solo a quello locale. Un'eventualità, si disse allora, che non solo avrebbe esposto gli operatori afgani, privati della protezione degli internazionali, a rischi maggiori di quelli che già correvano. Ma che sembrava voler ridurre l'intervento italiano nel paese al solo ambito militare. Una polemica che, allora, era andata di pari passo con quella sul rifinanziamento della missione militare da cui, in un primo momento, erano spariti i fondi destinati esplicitamente alle attività di carattere civile, circa 100 milioni (in parte reintegrati).

Il quadro umanitario italiano è per altro frammentato: le Ong che fanno parte di un coordinamento sono soltanto tre. Molte altre (Emergency è la più nota ma ve ne sono a decine) agiscono per proprio conto usufruendo, questo va detto, dei buoni auspici dell'ambasciata che una mano non la nega mai. Ma è un quadro di riferimento, di scelta politica sulla protezione dello spazio umanitario ciò che manca. Responsabilità delle sole Ong o anche di un Palazzo disattento alle ragioni degli umanitari? Sempre scomodi per altro, come nel caso di Emergency.

martedì 13 aprile 2010

TRA FRANCO FRATTINI E HENRY DUNANT, EMERGENCY E IL PIANETA UMANITARIO

C'è sconcerto nel pianeta umanitario che, più o meno direttamente ha a che fare con l'Afghanistan e che più o meno ha avuto o ha a che fare con Emergency. Sia ben chiaro: nel variegato pianeta dell'umanitarismo, si tratti di Ong, associazioni, reti, la posizione individuale su Emergency non è sempre delle più tenere. Ma in un caso come questo a nessuno viene in mente neppure per un momento di prestare il fianco ai suoi detrattori, accorsi numerosi a fare l'occhiolino compiaciuto alle tesi della polizia segreta afgana.

Lo sconcerto è derivato soprattutto dalle posizioni del governo italiano che, alla notizia del sequestro, ha preso subito le distanze come a chiarire che, a buon conto, Emergency è Emergency e l'Italia non ha nulla a che fare con l'organizzazione di Strada. Presa di distanze che ha lasciato esterrefatto chi si sarebbe aspettato che, senza sposare le tesi ultrapacifiste della Ong, il governo facesse subito la voce grossa a protezione almeno dei tre cittadini italiani che hanno tra l'altro un passato di volontari specchiato e riconosciuto. “Sorprende – dice il neo presidente dell'Associazione delle Ong italiane Sergio Petrelli – la presa di distanze da un'organizzazione il cui ruolo di mediazione nella vicenda Mastrogiacomo è assai noto al governo italiano. Infine chi opera in contesti come quelli di una guerra, non è mai al riparo da strumentalizzazioni proprio per il ruolo super partes che ha nella difesa, sempre e comunque, delle vittime civili. Un fatto delicatissimo. Mi auguro – conclude – che il governo italiano si muova almeno sul piano delle garanzie come deve essere per ogni cittadino all'estero a maggior ragione se impegnato in attività umanitarie: esposto e il cui lavoro è riconosciuto da tutti come efficace e serio”.

Emergency, insomma, non si tocca e per le critiche c'è tempo. Quelle che le vengono mosse sono note: una sorta di eccesso di autonomia che a volte ha fatto apparire la Ong una sorta di torre d'avorio umanitaria poco in sintonia con altre realtà che si muovono nel paese. Ma da questo ad assecondare rapide confessioni o la possibilità che sotto i camici immacolati dei medici si nascondano intenti kamikaze ne passa. Tanto che le parole di alcuni ministri o esponenti governativi hanno lasciato di stucco più di un attore umanitario la cui preoccupazione adesso è evidente: e se fosse capitato a me? Se dovessi trovarmi io domani nei guai in Afghanistan, vittima di qualche oscura manovra o semplicemente coinvolto in una storia poco chiara?

“Ci saremmo aspettati ben altre parole dal ministro”, commenta Nino Sergi, rimasto stupefatto dalle dichiarazioni a caldo di Frattini. “Come si fa in un momento come questo a prendere le distanze da Emergency dicendo che non ha a che vedere con la Cooperazione italiana? A parte il fatto che è proprio il ministero che le ha dato sia il riconoscimento di conformità sia la possibilità di usufruire di benefici fiscali o di chieder aspettative come avviene per tutte le Ong riconosciute. Ma inoltre, fare subito un distinguo sul terrorismo è come schiacciare Emergency su quella sponda. Chi di noi, compresi i medici di Emergency, non è contro terroristi e kamikaze? Ci auguriamo che il ministero faccia la sua parte per la liberazione degli arrestati, gente che ha dato lustro all'Italia all'estero”.


Sconcerto, stupore, meraviglia. E solidarietà. Le dichiarazioni del mondo umanitario non si contano: Terre des Hommes, esprimendo “solidarietà e stima” chiede un intervento attivo della Farnesina “che ha la responsabilità di seguire tutti gli espatriati che si trovano in situazioni così delicate”. La rete della società civile italiana “Afgana” sollecita anche un intervento dell'Unione europea e chiede alla Nato di “chiarire definitivamente quale parte abbiano avuto i soldati Isaf nell'operazione e per quale motivo vi abbiano partecipato”, come dimostra un video diffuso su Internet.

Secondo Mohammad Hashim Mayar invece, vice direttore di Acbar, un consorzio di oltre cento organizzazioni non governative afghane e straniere, se le autorità confermeranno le accuse, la struttura di Lashkargah rischia la chiusura immediata. Anche per questo forse Emergency chiama a raccolta i suoi sostenitori per sabato 17 aprile a Roma con una manifestazione nazionale per chiedere la liberazione dei tre operatori umanitari arrestati in Afghanistan. L'appuntamento di Piazza Navona servirà forse per sgombrare l'orizzonte anche da questa ipotesi.

lunedì 12 aprile 2010

EMERGENCY, UN VIDEO INCHIODA LA NATO

Il video su Youtube (tratto da PupiaTv) mostra chiaramente la presenza di soldati della Nato (smentita ieri da un comandante dall'Alleanza) nell'ospedale di Lashkargah, dove sono stati arrestati i tre medici italiani: l'infermiere Matteo Dell'Aira (coordinatore medico), il chirurgo d'urgenza Marco Garatti, veterano dell'Afghanistan e il tecnico della logistica Matteo Pagani. Sono accusati di terrorismo assieme ad altri sei afgani dell'ospedale. Le autorità afgane sostengono che avrebbero confessato. In una conferenza stampa tenutasi oggi a Milano la Ong ha respinto al mittente le accuse, parlando di "rapimento"




Sul sito di Emergency si può firmare un appello per la loro liberazione

domenica 11 aprile 2010

EMERGENCY, UNA ONG SULLA LINEA DEL FRONTE

Dietro l'arresto di nove persone legate all'Organizzazione non governativa creata da Gino Strada, in Afghanistan dal secolo scorso...


Che alle autorità afgane Emergency non sia mai piaciuta non è una novità. E' l'11 di aprile del 2007, esattamente tre anni fa, il giorno in cui lo staff internazionale di Emergency a Kabul decide di lasciare il paese. Il 12 aprile, verso le 10 del mattino, lo staff lascia la capitale afgana per Dubai. Davanti all'ospedale non c'è più nessuno: non le code di padri zoppi con bambini malandati. Solo un guardiano che rudemente ci allontana. Il fotografo Romano Martinis riesce a rubare un immagine prima di essere allontanato brutalmente: un padre che esce col suo bimbo in braccio, segno che l'ospedale è ancora in attività. Poi infatti si saprà che qualcuno è rimasto: tre cittadini italiani, un belga, uno svizzero. Minacciosa, un'auto verde della polizia afgana presidia il nosocomio. Dieci giorni dopo Emergency annuncia che si ritira dal paese, un colpo di scena che è l'apparente epilogo (poi la Ong ritornerà) della brutta vicenda di Ramatullah Hanefi, l'uomo di Emergency a Lashkargah che ha contribuito alla liberazione di Daniele Mastogiacomo, l'inviato di Repubblica sequestrato dai talebani. Hanefi viene arrestato dall'intelligence afgana e sbattuto in carcere con l'accusa infamante di essere un fiancheggiatore. Accusa che passa orizzontalmente all'organizzazione di Gino Strada. Lo scontro è aperto. Si risolverà solo dopo una faticosissima mediazione (che impegna direttamente il governo italiano e l'ambasciatore a Kabul Ettore Sequi) col proscioglimento di Hanefi in giugno. Ma intanto son corse scintille: Emergency accusa Kabul di volergli soffiare i suoi gioielli, gli ospedali costruiti negli anni e proprietà della Ong.

L'organizzazione di Strada è su piazza dal 1999 e ha fornito assistenza medica e chirurgica gratuita a forse due milioni di afgani ad Anabah, Kabul e Lashkargah, nel centro di maternità e medicina in Panjshir, nelle 25 cliniche e posti di primo soccorso e nelle 6 cliniche delle prigioni afgane. Un lavoro importante anche se i critici hanno spesso messo in luce i rischi di un'attività parallela a quella della sanità pubblica. Eppure questa Ong ha fatto anche altro. Ben prima del 2001 darà una mano all'allora sottosegretario agli esteri Ugo Intini per creare una possibile traccia di dialogo utilizzando proprio i suoi ospedali: quello a Kabiul sotto regime talebano e quello al Nord sotto la protezione degli uomini di Ahmad Shah Massud il comandante antitalebano. L'amicizia col vecchio Leone del Panjshir e gli stretti legami con gli uomini dell'Alleanza del Nord, alleati di Karzai a giorni alterni, deve pur valere a Emergency qualche contrasto che poi finisce con l'esplodere con la vicenda di Hanefi, le intimidazioni all'ospedale di Kabul, il fastidio manifesto per una Ong che agisce per fatti suoi e spesso si scontra coi ministeri.

Ma i nemici, Gino Strada e i suoi medici non li ha solo nel governo di Kabul. Ong militante per scelta, Emergency non risparmia mai le sue critiche contro i bombardamenti e la decisione di stare a Lashkargah, sulla linea del fronte delle due regioni più ribelli” di Kandahar e Helmand, si spiega proprio col desiderio di continuare ad aiutare chi soffre di più. E senza fare differenza se chi è ferito ha un turbante da talebano o uno straccio sfilacciato per coprire il capo. Durante l'Operazione Moshtarak, quella iniziata in febbraio proprio a sud di Lashkargah, Emergency denuncia l'impossibilità per molti afgani di un accesso alle sue strutture. Alza la voce, si scontra con la Nato, l'esercito afgano e i militari americani, irritando persino la Croce rossa. Dà fastidio insomma questa gente che si schiera sempre dalla parte dei dannati e che non vuol sentir ragioni. Che non smette di magafonare le sue appena ha l'occasione di farlo alle orecchie per lo più disattente delle opinioni pubbliche occidentali.

Il blitz appare così una doccia fredda dai contorni ancora oscuri ma che non si può fare a meno di situare in una cornice che vede la Ong di Strada sempre molto esposta. E con lei i suoi medici, gli infermieri, il personale locale sempre un po' spiato per capire da che parte sta. E alla vigilia del viaggio del direttore generale della Cooperazione a Kabul previsto a fine mese, anche il governo italiano sembra prendere in qualche modo le distanze da un'organizzazione con cui c'è sempre un atteggiamento di amore-odio, di imbarazzo per la difficile miscela umanitaria condita da Emergency: aiutare sempre e comunque le vittime e continuare anche a denunciare l'orrore della guerra.


Adesso l'intera vicenda sembra riproporsi lasciando aperti dubbi e sospetti. Tutto si può dire di Emergency ma non si può negare il fatto che le armi non hanno accesso nei suoi locali. La consegna è rigidissima come è rigidissimo l'impegno a curare chiunque è ferito: talebano, civile, soldato Nato o afgano. Il momento in Afghanistan è difficile. Karzai, che si sente sotto tiro, alza la posta ogni giorno. Gli americani, che lo hanno prima messo in un angolo e che adesso però se ne stanno pentendo, non sanno che fare. E in questa situazione ogni variabile può aggiungersi e impazzire. Sotto il cielo di Lashkargah è ancora più facile.