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venerdì 10 marzo 2023

Birre, cellulari e apparenze. Sbarcando in Indonesia


Viaggio nel Sudest/2 - L'arcipelago delle 17mila isole è un Paese affascinante e pieno di contraddizioni. Dalla birra ai telefonini, dalla prostituzione alle regole puritane sulla sessualità. Qualche idea per bypassare alcune bizzarrie burocratiche all'arrivo


Dunque chiunque arrivi a un aeroporto si ritrova il telefono bloccato. Lo sblocco si può fare subito e gratis in aeroporto comperando una sim locale. Ma se, come nel mio caso, arrivate nel cuore della notte e decidete, come in ogni altro Paese, di comprarvi una sim il giorno dopo… son dolori. Dovrete tornare all’aeroporto o recarvi in un ufficio apposito dell’Immigrasi a Denpasar. Lì o là dovrete compilare un modulo e pagare 50 dollari per ottenere lo sblocco del telefono. Ma non è semplice: la procedura si fa in un ufficio e il pagamento in un altro. Se poi, come è successo a me, salta la connessione mentre state compilando il modulo nell’apposito ufficio… dovete tornare il giorno dopo. Un vero calvario. Alla fine ho deciso di rinunciare anche se c’è una scappatoia come un po’ per tutto in questo Paese. Ma non è il tema di oggi, chiunque ve la spiegherebbe senza fatica laggiù.

Anche sul ritiro dei soldi ci vuole un po’ di attenzione... Leggi il seguito su Lettera22

mercoledì 12 febbraio 2014

I misteri dell'aeroporto di Herat

L'italica trasparenza in fatto di affari all'estero è proverbiale. Tanto che è dalla stampa afgana che si apprende che lunedi “L'Afghanistan e l'Italia hanno firmato un accordo per 200 milioni di dollari di aiuto italiano, gran parte del quale verrà utilizzato per trasformare aeroporto di Herat nel più grande aeroporto cargo in Afghanistan. Il denaro – scrive oggi ToloNews - finanzierà inoltre la costruzione delle autostrade Herat Ring Road e Chesht-Herat. I progetti sono programmati per essere completati entro il 2017 e dovrebbero  finanziare la costruzione di una nuova pista e i terminal, nuove attrezzature per gli aerei e passeggeri, e la costruzione della grande aerostazione per i velivoli”.

Di questo progetto si sa poco o nulla e sul sito del ministero retto da Flavio Zanonato se ne dice ancor meno. Ci fu un certo attivismo, in realtà anche quello abbastanza mascherato, al tempo di Paolo Romani quando Passera, predecessore di Zanonato al Mise, gli affidò il dossier Afghanistan, notizia che suscitò non poche perplessità ma poi la cosa morì  li.


Ora, le nostre attività economiche in Afghanistan sono abbastanza misteriose: marmo, agricoltura, strade e aeroporto. Eppure è abbastanza per esserne fieri e strombazzarlea i quattro venti. Perché tanta opacità? Nemmeno uno straccio di comunicato ben in vista sul sito del Mise così che il cittadino sappia chi e come spende quei 136 milioni di euro. Forse è solo sciatteria, forse la proverbiale tradizione a tener lontani sguardi indiscreti. Chissà.


Per quel poco che sappiamo, con l’accordo di partenariato strategico tra i due Paesi, firmato da Karzai e Monti nel gennaio 2012, l'Italia si sarebbe impegnata per circa 150 milioni di euro (circa 200 milioni di dollari al cambio attuale) in crediti d'aiuto (procedura di prestito molto agevolato che per circa 2/3 del progetto prevede interessi zero e rimborso in 40 anni di cui 29 di grazia). L'investimento è finalizzato alla realizzazione di opere infrastrutturali nella provincia di Herat e cioè: la ricostruzione della tratta Herat – Chest-e-Sharif, con un costo stimato a 95 miioni di euro, e il rinnovamento appunto dell'aeroporto di Herat (55 milioni) per farlo diventare il secondo hub del Paese con un progetto elaborato dal Mise nel 2011 di cui però non siamo in grado di dirvi di più..

martedì 11 giugno 2013

LA NATO, I TALEBANI E IL "COLPACCIO" DELL'AEROPORTO

Ogni cosa si può rivendere come vogliono le regole della propaganda. Isaf e governo afgano possono legittimamente affermare di aver vinto ieri la battaglia dell'aeroporto ma anche la guerriglia in turbante può altrettanto legittimamente rivendicare il “colpaccio”: aver colpito il luogo più protetto della capitale, simbolo per eccellenza dell'occupazione militare, impegnando per almeno cinque ore le forze di Isaf (dall'aria) ed esercito e polizia nazionali (da terra). La battaglia militare l'hanno vinta governo e Nato ma lo smacco politico, l'effetto mediatico, l'eco internazionali valgono per la guerriglia molto di più della perdita di sette combattenti (qualche fonte ha azzardato che fossero invece una dozzina) comunque votati al martirio in operazioni dove la morte del commando è certa.

Non è la prima volta che la guerriglia in turbante attacca l'aeroporto: è anzi stato per anni uno degli obiettivi più ricercati e ricorrenti. Ma tradizionalmente lo si colpiva sparando razzi da uno dei tanti picchi che circondano Kabul e tra i quali è facile mimetizzarsi specie se il cannoncino viene telecomandato. Privilegiavano le ore della notte o le prime luci dell'alba, sparavano a pioggia, con diversi colpi a vuoto o meglio sulle case di Macrorayon, quartiere residenziale di epoca sovietica. Poi è diventato sempre più difficile colpire dalla montagna e gli attacchi si sono ridotti. Sino a ieri. Paradosso vuole che la zona di Qasaba sia anch'essa di epoca sovietica, case popolari per gli impiegati dello scalo. Ora, come ogni luogo a Kabul, è in preda alla febbre edilizia che riempie la città di scheletri in cemento armato nei quali è facile arrampicarsi e, dai piani alti, dominare e colpire l'obiettivo.



Le decisioni di Bruxelles sul nuovo mandato della missione Isaf, dal 2015 Resolute support, ha dato impulso alla cosiddetta “offensiva di primavera” inaugurata con la bella stagione dai talebani, orientando presumibilmente nuovi obiettivi e colpi di scena nel tentativo di rafforzare l'idea nella popolazione che chi accetta di rimanere dopo il ritiro fissato a dicembre 2014 la pagherà cara. Italiani e tedeschi, responsabili delle aree Nord e Ovest del Paese, si aspettano attacchi mirati che finora hanno sempre preferito americani e britannici (responsabili dell'Est e del Sud). La possibilità di una svolta decisa, Bruxelles non l'ha colta. E con lei le cancellerie dei paesi Nato.

Nessuno ha avuto il coraggio di avanzare una nuova proposta politica che superasse lo stallo inevitabile in cui la Nato, alleanza eminentemente occidentale e marcatamente americana, si è cacciata sin dall'inizio di Isaf, senza far il minimo sforzo per coinvolgere altri attori che rendessero più digeribile la presenza straniera. Una presenza, che in altra forma, non sarebbe disprezzata specie nelle città, dove nessuno ha voglia di veder ritornare il comando dei mullah.

giovedì 31 marzo 2011

GLI INSEGNAMENTI DELL'AEROPORTO

L'aeroporto militare di Kabul è lo specchio della nostra arroganza e persino della nostra stupidità. Il manifesto di una distanza che sembra sempre più incolmabile tra l'occupazione militare e i destini di un popolo che abita e vive poveramente al di là dei muraglioni di questo perimetro fortificato che corre per chilometri. Come ha detto un fotoreporter quando lo visitammo un paio di anni fa dopo che era stato completamente ricostruito: “...questo non sembra proprio l'aeroporto messo in piedi da una presenza che vorrebbe andarsene”.

Il manufatto, in mattoncini rossi, è una struttura dove il via vai di carri armati e soldati è abbastanza impressionante. Il suo perimetro, lungo per chilometri a perdita d'occhio, racchiude una porzione impressionante della città ed è, rispetto allo smilzo aeroporto civile al suo confine, una specie di mostro onnivoro e in divisa. Ma, certo, per un afgano di Kabul deve voler dire poco: da che c'è la guerra l'aeroporto militare è sempre stato un corpo estraneo come molti altri in città, non ultimo un'immensa struttura di metallo che, di giorno in giorno, cresce a dismisura nell'area comperata dall'ambasciata americana dove sta sorgendo lo scheletro gigantesco di un ecomostro in cemento, non si a cosa destinato se è vero che a luglio gli Stati uniti inizieranno a ritirarsi.

Ma se l'aeroporto è il manifesto della nostra presenza lo è anche in termini di tragica stupidità. Supponiamo che dobbiate andare a prendere qualche civile che è arrivato con un aereo militare. Entrare nell'aerea aeroportuale è vietato se non siete autorizzati e non avete un'auto diplomatica. Dunque il tipo deve fare circa cinque chilometri a piedi per venire sino all'ingresso. Spesso qualche soldato gentile si presta a dargli un passaggio (mi è capitato) ma la struttura non prevede che voi possiate entrare con la vostra macchina nemmeno per cinque metri in modo da potere fare il trasbordo di valige e passeggero con tutta calma dal mezzo militare alla vostra auto civile. Tutto ciò deve avvenire rigorosamente fuori.

Così all'ingresso dell'aeroporto, davanti al luogo più protetto della città, siete esposti a qualsiasi attacco e costituite l'obiettivo perfetto se qualcuno vuole fare un bel massacro senza far troppa fatica. Quanto accade fuori dal muraglione dell'aeroporto non interessa al militare che vi guarda torvo dalla torretta. Se crepate in faccia all'aeroporto non lo riguarda. Dentro è tutto pulito, fuori si può sporcare tranquillamente di sangue il marciapiedi.

Nel fare questa riflessione ho pensato che davvero all'apparto della nostra presenza in Afghanistan interessa solo la forma e non la sostanza: la sicurezza prima di tutto per noi, a casa nostra, nelle strutture ben protette che, dall'aeroporto alla Zona verde, dicono agli afgani: siamo qui a proteggervi ma, ovviamente, prima di tutto pensiamo a noi stessi. Mi è venuto uno sfinimento profondo mentre assaporavo il tiepido sole di questa primavera afgana, al solito piena di polvere e tristezza. Come se da queste parti nemmeno il sole riuscisse a scaldare la pelle che ricopre i pensieri nefasti che accompagnano questa guerra come un viandante miserabile e ineludibile. Coperto di stracci e rigorosamente tenuto fuori dalla porta di casa.