Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta indonesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta indonesia. Mostra tutti i post

domenica 31 agosto 2025

Indonesia in fiamme


S
arebbero già cinque le vittime dell’ondata di violenza che sta investendo l’intero arcipelago indonesiano dove un presidente in difficoltà ha ordinato al generale Listyo Sigit Prabowo, Capo della Polizia Nazionale (Polri) e al Comandante delle Forze armate indonesiane (TNI), generale Agus Subiyanto, di adottare “misure severe” contro gli “atti anarchici” in diverse regioni. Un pugno di ferro evocato ieri dal capo dello Stato Prabowo Subianto ma già in atto da giovedi quando un veicolo della Polizia aveva investito e ucciso un ignaro mototaxi che stava attraversando la capitale Giacarta nel momento in cui erano in corso manifestazioni di protesta contro l'aumento degli stipendi ai parlamentari e per rivendicare un aumento dei salari dei lavoratori. La reazione all’episodio, di cui è rimasto vittima il ventunenne Affan Kurniawan ucciso dal veicolo di un’unità operativa speciale  della Polri, non si è fatta attendere. 

Da Giacarta la protesta contro la brutalità della repressione si è estesa venerdi e ieri in diverse parti del vasto arcipelago. Sabato i manifestanti hanno dato fuoco agli edifici dei Parlamenti regionali in tre province, un giorno dopo che tre persone erano morte a causa delle fiamme appiccate  a Makassar, nell’isola di Sulawesi. a un palazzo governativo. Ieri, stando ai  media locali, sono stati dati alle fiamme e saccheggiati gli edifici parlamentari di Pekalongan (Giava Centrale) e nella città di Cirebon (Giava Occidentale) oltreché nella regione del Nusa Tenggara occidentale: manifestazioni si sono svolte anche nella famosa meta turistica di Bali dove è stato preso di mira il comando di polizia. Secondo l’agenzia Reuters, il media locale metrotvnews.com ha riportato la notizia di un'ulteriore vittima nell'incendio dell'edificio parlamentare di Makassar, fatto però ancora in attesa di verifica. 

Tutto è dunque cominciato giovedi scorso, in una giornata carica di tensione come ormai avviene da che il neo presidente Prabowo Subianto (eletto nel febbraio 2024) ha iniziato a dare una svolta autoritaria al Paese. Prabowo è un ex generale che non fa mistero delle sue simpatie per la mano forte e a poco è servita la sua visita venerdì sera alla famiglia del motociclista Affan Kurniawan per porgere le condoglianze. In precedenza – ricorda il quotidiano in lingua inglese Jakarta Post - aveva invitato alla calma, promettendo un'indagine sulla morte del ragazzo ma, poche ore dopo, “gli indonesiani inferociti si sono radunati davanti al quartier generale della Brigata mobile della polizia nazionale a Kwitang, nel centro di Giacarta, incolpando l'unità della morte di Affan” e lanciando petardi contro un edifico governativo. La risposta della polizia alle proteste, ricorda ancora il giornale della capitale,  aveva suscitato forti critiche dopo che sui social media erano circolate le immagini che mostravano il veicolo della Polri investire e uccidere Affan. I video, ampiamente diffusi sulle piattaforme online, mostravano tra l’altro che il veicolo, dopo aver ucciso Affan, si dava alla fuga e veniva inseguito dalla folla e infine fermato.

Oltre alla polizia, anche la Commissione nazionale indonesiana per i diritti umani (Komnas HAM) ha avviato un'indagine sulla morte dell’autista di mototaxi. Ma per ora tutto ciò non sembra calmare le acque. Il capo della Polizia Listyo Sigit Prabowo, di cui viene chiesta la testa, tiene duro: “Sono un soldato – ha detto - e le istruzioni del presidente sono chiare: l'esercito e la polizia devono rispondere con fermezza a qualsiasi azione che turbi l'ordine pubblico". Dichiarazioni che le acque possono solo agitarle.

Questo articolo è uscito stamattina su ilmanifesto. Nella foto, Prabowo Subianto in un manifesto di Giacarta

domenica 17 novembre 2024

Indonesia/Russia. Manovre militari e politiche nei Mari caldi

Nella seconda settimana di novembre, da lunedì a venerdì scorso, le marine i di Indonesia e Russia hanno tenuto le loro prime esercitazioni militari congiunte nel Mar di Giava, al largo di Surabaya. La Russia ha inviato tre corvette, una petroliera, un elicottero e un rimorchiatore: uno schieramento modesto, ma politicamente significativo. Le esercitazioni sono svolte infatti appena due settimane dopo che Prabowo Subianto, ex generale e ministro della Difesa, ha assunto la presidenza dell’Indonesia.

Poiché è la prima volta che si tengono queste attività militari bilaterali con Mosca e l’Indonesia ha appena chiesto di entrare a far parte dei Brics – l’acronimo con cui è conosciuta la nuova alleanza fra Stati che vorrebbero sostituire il dollaro come moneta commerciale – analisti, ricercatori e politici hanno cominciato a farsi domande. Ovvero a chiedersi se la presidenza Prabowo, eletto nelle elezioni del febbraio scorso e insediatosi il 20 ottobre, segnerà un cambio di passo nella tradizionale neutralità del colosso del Sudest asiatico, che per decenni – durante la dittatura di Suharto – è sempre stato molto vicino agli Stati Uniti per poi scegliere la strada dell’equidistanza. Soprattutto, ci si chiede se Giacarta voglia far pendere l’ago della bilancia dalla parte russa, in un esercizio di difficile equilibrio che, sotto la presidenza del suo predecessore Joko “Jokowi” Widodo, si era giocato soprattutto sull’asse Cina-Stati Uniti…. (continua. Leggi tutto su IspiOnline)

In copertina: navi della marina indonesiana Tni-Al


giovedì 18 luglio 2024

L'eredità ideologica di Sukarno


Un podcast dell'Associazione Lech Lechà  sulle origini ideologiche che ispirano la leadership odierna a capo del più vasto e popoloso arcipelago mondiale

Partendo dal famoso tentativo platonico ti convertire alla filosofia il tiranno di Siracusa, una serie di podcast dell’Associazione svuole ricostruire le influenze filosofiche e culturali che hanno formato la visione del mondo dei principali leader mondiali. Qui l’eredità indonesiana del Presidente Sukarno (Kusno Sosrodihardjo), del nostro Emanuele Giordana.

Per associarsi a Lech Lechà scrivete a info@lechlecha.me

Ascolta la puntata sull’Indonesia qui

Cerca i podcast giù usciti su Spreaker

L’immagine è tratta da un fotogramma del video The Bandung Conference Commemorated (Black Liberation Media)

Il testo

L’Indonesia non è solo un arcipelago di 17mila isole che ospitano la comunità musulmana più grande del pianeta. Tra i suoi 290 milioni di abitanti ci sono popolazioni molto diverse che parlano lingue differenti, credono in altre fedi e praticano la tradizione – adat in indonesiano – in forme prettamente autoctone. Difficile dunque trovare una sola vera radice comune in un mondo insulare per sua stessa conformazione geografica spezzettato in paesaggi – naturali, umani e dunque culturali – molto diversi gli uni dagli altri. E’ questa una di quelle eredità che in Indonesia, come in India, chi gestiva le colonie d’Oltremare, ha lasciato - nella seconda metà del secolo scorso - alle neonate élite nazionali di entità statuali enormi che non esistevano prima delle dominazioni coloniale europea: britannica in India, olandese in Indonesia.

La nuova nazione indonesiana dovrà così trovare tra le sue radici culturali e in quelle suggerite dall’esterno il motivo del suo essere uno Stato unitario che si formerà a partire dal 1945 per essere finalmente riconosciuto come tale – cioè indipendente – nel 1949. E per capire oggi cosa ispira i governi di Joko Jokowi Widodo o di Prabowo Subianto, dobbiamo fare un passo che ci porta ancora più indietro.

Prima dell’era coloniale, che inizia con la creazione nei Paesi Bassi della Vereenigde Oost-Indische Compagnie nel 1602 (sarà sciolta solo nel 1800) ci sono solo due esempi in cui due regni prettamente marittimi unificano in un certo senso una buona parte dell’arcipelago indonesiano. Il primo è il regno di Srivijaya – dal VII al XIII secolo - che era probabilmente una confederazione di diverse città Stato che si svilupparono in diversi porti della regione. Poi fu la volta del regno giavanese di Majapahit sorto nel 1293 e scomparso nel 1520. Un regno del mare o, come lo si vuol chiamare, una talassocrazia. Erano entrambi dominatori marittimi con scarsa penetrazione nel territorio. L’Olanda invece unifica con la forza l’Indonesia che oggi conosciamo e ne favorisce dunque un processo, benché forzato, di aggregazione.

Nel Novecento maturano, come in altre parti del mondo, le spinte nazionaliste all’interno dei Paesi coloniali. L’ispirazione viene sia dalle società liberali occidentali sia dall’esempio della Rivoluzione d’Ottobre in Russia e dalla Lunga marcia di Mao in Cina. I modelli si fondono con altri due: il messaggio comunitario e universale dell’islam – diffuso da secoli nell’arcipelago - e la tradizione locale. A incarnare questa capacità di mediazione culturale è, in Indonesia, soprattutto un personaggio: Ahmed Sukarno.

Sukarno rispetta l’islam ma la sua impostazione è laica. Saranno altri in Indonesia a raccogliere il messaggio dell’islam. Sukarno viene influenzato dal movimento Budi Utomo che, all’inizio del 900, accende la prima fiammella nazionalista. E’ un movimento progressista ma moderato, dunque non indigesto ai padroni della colonia. Per Sukarno le cose sono diverse: Sukarno vuole l’indipendenza a ogni costo, anche col ricorso alle armi. Guarda ai modelli che vengono da Oriente più che a quelli che vengono dall’Occidente. Ed è convinto di poterli declinare in senso nazionale, fondendoli con la cultura locale o, per meglio dire, con quella giavanese - e in parte balinese, culture di corte ma fortemente comunitarie e basate su una forte solidarietà del villaggio.

Quando finalmente Sukarno arriva al potere, sviluppa nel tempo un'identità culturale e ideologica assolutamente nazionale e autoctona. Pratica una sorta di sincretismo tra suggestioni esterne e realtà nazionale. E intanto, nel 1955, ospita la Conferenza dei non allineati afro asiatici a Bandung: ci sono Tito, Nasser, Nehru, Chou en Lai e l’africano Kwame Nkrumah. E’ un’epoca di grandi speranze e l’Indonesia, come ha spiegato bene il giornalista belga David van Reybrouck nel suo “Revolusi” da poco uscito in Italia, gioca un ruolo chiave. Di spinta e, in alcuni casi, anche di modello.

Il modello per Sukarno si sostanzia del “Sukarnoism”, la sua ideologia che si basa sul NaSaKom ossia un misto di Nazionalismo, Religione, Comunismo. E tutto ciò si realizza nel concetto di Demokrasi Terpinpin, ossia democrazia guidata, una sorta di regime personale. E’ una miscela bizzarra in un Paese dove comunque si erano tenute elezioni multipartitiche. C’è tutto nel Sukarnoism: la democrazia occidentale, l’islam, il nazionalismo, l’impostazione autoritaria, una spinta allo sviluppo sociale. Oltre al contribuo della tradizione locale. Si, perché nella democrazia guidata Sukarno vede anche la necessità di un consenso lato che si deve sostanziare del gotong-royong, l’aiuto reciproco alla base del concetto di comunità dei villaggi contadini dove sulle decisioni importanti la maggioranza non basta, va raggiunta l’unanimità. C’è altro. Già nel 1945, al momento di varare una nuova Costituzione, si fa riferimento a una sorta di decalogo di principi totalmente indonesiano e ispirato da Sukarno: sono i cinque pilastri Pancasila: Fede in Dio; Giustizia e civiltà umana; Unità dell'Indonesia; Democrazia guidata dalla saggezza di consultazioni rappresentative; Giustizia sociale. Nati nell’ideologia di un movimento nazionalista sostanzialmente laico, i Pancasila garantiscono l’islam ma anche la libertà religiosa e però vietano l’ateismo. Viene però bloccata la richiesta di alcuni gruppi islamici di introdurre nella Costituzione l’imposizione della Sharia.

Si può pensare ciò che si vuole di Sukarno: rivoluzionario, demagogo, centralizzatore, populista. Ma la sua impronta resta ancora oggi, con una forma di adorazione che non è semplice culto della personalità. Sukarno fece dell’Indonesia coloniale un paese indipendente e diede a Giacarta una statura internazionale. Agli indonesiani l’orgoglio di essere nazione.

Il Paese è comunque attraversato da turbolenze e il bastone del comando passa di mano nel 1965. Le premesse sono un tentativo di colpo di mano militare capeggiato dal colonello Untung a capo del Movimento 30 settembre che vorrebbe opporsi alla supposta cospirazione di un gruppo di generali anti sukarniani. E infatti la mossa di Untung si accompagna all’assassinio di sei generali ritenuti golpisti. Il colonnello, dalla Radio nazionale occupata, annuncia il suo programma rivoluzionario che durerà lo spazio di un mattino. Ma Sukarno sa del colonnello Untung? E quali sono i rapporti di quel giovane militare col Partito comunista indonesiano, all’epoca uno dei maggiori al mondo dopo Russia e Cina?

Scatta la reazione e il 2 ottobre l’insurrezione militare è già sotto controllo. E’ un giovane generale a riprendere in mano la situazione: si chiama Suharto. Suharto dà il via a un’operazione di pulizia di tutte le forze rivoluzionarie e comuniste e di tutti i supposti sostenitori. E’ un massacro il cui bilancio è ancora incerto ma si trattò di un eccidio di almeno 500mila persone giustiziate sommariamente. Probabilmente molte di più. Esautorato Sukarno, Suharto diventa presidente nel 1967 e il 1 ottobre viene dichiarato Giorno della Santità per celebrare il trionfo dei Pancasila su tutte le ideologie, in particolare su "comunismo e marxismo-leninismo". Paradossalmente sono ancora i pilastri di Sukarno la spina dorsale del Paese ed sono ancora i Pancasila la base del Nuovo ordine imposto da Suharto, con un’interpretazione che rafforza il suo regime personale.

L’Orde Baru – Nuovo Ordine appunto – tollera solo tre partiti, il più forte dei quali – il Golkar – è nelle mani di Suharto e di un esercito di cui resta a capo che svolge una dwifungsi – una doppia funzione: la difesa della nazione certo, ma anche attività che riguardano la sfera civile. L’esercito interviene dunque anche con funzioni di polizia, è attivo nel settore economico, controlla il consenso. La dittatura di Suharto, appoggiata come garanzia anticomunista dagli Stati Uniti, durerà oltre trent’anni.

Suharto non è un ideologo particolarmente dotato. Si fa consigliare dal suo indovino personale, si affida ai suoi generali per controllare l’ordine pubblico e crea al contempo una sorta di meccanismo economico che si basa soprattutto sui favori agli amici personali nonché alla rete di parentela della sua stessa famiglia. E’ un liberista dirigista che crede nel ruolo dello Stato, un dittatore populista ma intollerante, un saldo difensore dell’anticomunismo e dell’amicizia con Washington. Ma nel 1975 commette uno dei suoi maggiori errori: invade la parte orientale dell’isola di Timor all’estrema periferia dell’arcipelago. A Timor Est infatti, ex colonia portoghese liberata da Lisbona dopo al Rivoluzione dei garofani del 1974, i timoresi rivendicano l’indipendenza. L’azione militare indonesiana, che si macchia di crimini e stragi, segna le prime crepe di un regime sempre meno tollerato a livello internazionale anche se il pugno di ferro – in tutto l’arcipelago, Timor Est compresa – garantirà a Suharto altri vent’anni di potere.

Sono vent’anni di regime sempre più pressato dai movimenti giovanili e studenteschi e da una serie di focolai autonomisti in diverse aree dell’arcipelago, spinte centrifughe che minano l’unità nazionale di uno Stato ipercentralizzato e che ha concentrato da sempre il suo potere a Giava, l’isola più ricca e popolosa. I nodi vengono al pettine nel 1998 proprio a causa del fatto che Suharto intacca la sua politica populista di sussidi. Viene messo da parte dai suoi stessi generali. Tra loro c’è anche suo genero, Prabowo Subianto, un uomo in divisa che ha fatto carriera nella repressione a Timor Est e nella Papua. Lo ritroveremo a Capo dello Stato Indonesiano un quarto di secolo dopo: nel 2024.

Messo da parte Suharto grazie alle proteste del 1998 e al voltafaccia dei suoi sodali in divisa, per l’Indonesia si apre una nuova stagione: difficile, confusa, attraversata da spinte centrifughe come sempre e da una ripresa dell’ortodossia islamica che, in alcuni casi, alimenta anche episodi stragisti come le bombe a Bali nel 2002 che uccidono oltre 200 persone. Il sukarnismo torna alla ribalta, impersonato da sua figlia Megawati Sukarnoputri, ma l’islam diventa una bandiera importante. Laici e religiosi, cristiani o musulmani, tutti si richiamano pur sempre ai Pancasila seppur con toni diversi. In Indonesia tra l’altro ci sono diverse organizzazioni islamiche e con sfumature tutt’altro che sottili. La loro forza può far vincere un’elezione, cambiare una legge, imporre un diktat. Le due maggiori sono la Nahdlatul Ulama e la Muhammadiya.

La prima è costituita da un islam sincretico e tollerante, che guarda al Corano ma anche all’adat, la tradizione locale consuetudinaria. La Muhammadiya è invece un movimento purista e ortodosso ma aperto alle innovazioni e attento ai cambiamenti sociali. Catalogarli non è facile. Si sarebbe tentati di dire che il primo è progressista e il secondo conservatore. Che uno sta a sinistra e l’altro a destra. Ma sono categorie che facilitano lo sguardo occidentale ma non disegnano una realtà molto più complessa. L’Indonesia è un Paese in cerca di soluzioni, soprattutto dopo la trentennale dittatura di Suharto.

Forte di milioni di adepti – oggi ne conta quasi cento - la Nahdlatul Ulama, che si allea col Partito democratico di lotta di Megawati, la spunta e candida come presidente Abdurrahman Wahid, un uomo colto, moderato, progressista che diventa Capo di stato nel 1999 sino al 2001. Poi fino al 2004 governerà Megawati. Sono tempi difficile per una democrazia giovane ma che ha già messo a segno rapidamente alcuni risultati: nel 2002 Timor Est diventa indipendente in seguito a un referendum mentre con l’arrivo alla presidenza di Susilo Bambang Yudhoyono, nel 2005. si negozia la pace con la guerriglia a Sumatra. Yudhoyono è un ex generale ma resta per due mandati. Nonostante un passato in divisa consolida la democrazia indonesiana: multipartitica, tollerante, disposta a negoziare. Yudhoyono non è però un innovatore ma semmai un consolidatore. Riesce a far cambiare comunque la percezione di un Paese che, durante Wahid e Megawati, è stato segnato da caos e confusione istituzionale, balletti di alleanze, scontri al vertice e una crisi violenta scoppiata tra il 1999 e il 2002 tra cristiani e musulmani nelle Molucche e nell’isola di Sulawesi. La svolta è del 2014 con l’arrivo alla presidenza di Joko Widodo, detto Jokowi.

Fino a Jokowi, Pancasila, islam e retaggio militare si sono fusi in un amalgama ideologico difficile da districare. L’Indonesia conosce un periodo di forte revivalsimo islamico ma vede anche i segnali di una pace sociale diffusa: segnali che si affacciano timidamente in un arcipelago disomogeneo dove l’unità dello Stato centrale fatica a tenere assieme la complessa realtà lasciata in eredità da tre secoli di dominio coloniale. Le diseguaglianze sociali restano forti e se l’economia mostra segni di ripresa, non sono ancora sufficienti. Jokowi impone un cambio di marcia e guadagna un consenso che, negli anni, non è mai diminuito.

Tanto per cominciare Jokowi è molto giovane rispetto alla media dei suoi predecessori ed è inoltre il primo leader e presidente indonesiano che non viene dall’elite. La sua è una famiglia di agiati artigiani del mobile il cui laboratorio è la prima università del futuro capo di Stato. Jokowi aderisce al partito democratico di Megawati e fa dunque sua, oltre all’ideologia dei Pancasila, la scelta di uno Stato centrale e decisionista in una nazione orgogliosa di essere tale. Ma aggiunge significative innovazioni. Intanto, per una serie di fattori, si va allargando la platea dei consumatori interni, elemento che traina un’economia che Jokowi non vuole più orientata solo all’export di materie prime. Ciò contribuirà ad attutire la crisi globale del 2008-2009. L'Indonesia ha un'economia di mercato in cui il governo svolge un ruolo significativo, inclusa la gestione di prezzi di alcuni beni di base. Jokowi rafforza questo indirizzo accompagnandolo con leggi che impediscono addirittura la vendita diretta di alcune materie prima a meno che non siano lavorate o semilavorate in Indonesia. E nonostante i due anni critici della pandemia Covid-19, la crescita economica dell'Indonesia segna un’accelerazione. Ma non c'è solo l’economia nei piani di Jokowi.

Dal 2009 l’Indonesia ha già iniziato iniziato a migliorare il sistema di protezione sociale finanziandolo col risparmio ottenuto da un lento abbandono della politica dei sussidi su alcuni prodotti base come riso e, soprattutto, idrocarburi. Ma Jokowi introduce una sorta di piccola rivoluzione che, secondo gli entusiasti, ne fa l’operazione numericamente più spettacolare nella storia del welfare dei Paesi del Global South.

Questa rivoluzione inizia il 3 novembre 2014 quando il neo eletto Jokowi lancia il più ambizioso piano di welfare del Paese che si basa essenzialmente su tre programmi nazionali. Si guadagna persino il plauso dell’Economist: «Obama – scriverà il magazine britannico - ci ha messo 472 giorni per trasformare in legge il suo health-care. Joko Widodo ha impiegato solo due settimane per onorare le promesse in tema di sanità e istruzione». Il presidente ha basato la sua azione innovatrice trasformando il risparmio sul budget - ottenuto col graduale taglio dei sussidi – sia in denaro da riconvertire in assistenza, sia in investimenti infrastrutturali in grado di attrarre investimenti. La scommessa si basava su un tasso di crescita annua di almeno il 7% annuo e sulla capacità – che ancora si sta testando – di controllare la riforma con database informatici efficaci.

L’assicurazione sanitaria nazionale è tra le più estese del mondo e prevede comunque che alla presenza dello Stato si affianchino forme private di investimento sulla propria salute. La riforma si associa a un nuovo sistema pensionistico gestito dall’Istituto per la Previdenza Sociale, che ha per scopo l’adesione dei lavoratori a un sistema in passato rivolto solo a dipendenti pubblici e militari.

A inizio 2020 la platea era di circa 12 milioni di lavoratori, solo l’11% di una forza lavoro di poco più di 134 milioni. La previdenza è obbligatoria per le grandi e medie imprese, non per le piccole. A ciò si aggiungono gli informali che sfuggono a qualsiasi formalizzazione del rapporto di lavoro. Eppoi c’è la nuova capitale: Jokowi decide di spostarla da Giacarta nel cuore del Kalimantan, il cuore verde del Paese. Non più solo Giava quindi. Un’altra scommessa.

Disegnare la traiettoria politica di Jokowi non è semplice. Ma il presidente, nell’arco di due mandati, riesce a coniugare il nazionalismo economico e l’apertura ai mercati, il Pancasila con un’ideologia liberista che guarda anche a modelli autoritari – come Singapore – ma edulcorati da un welfare diffuso. Poi c’è la politica estera che Jokowi guida in equilibrio tra i due colossi di Cina e Stati Uniti. Vuole gli investimenti di Pechino ma non vuol perdere l’amicizia di Washington. Un gioco sottile e complesso.

Va intanto segnalato che Jokowi è uno dei fautori della firma che, con altre 14 nazioni, ha siglato a metà novembre 2020, il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), un accordo commerciale che include le 10 nazioni dell’Asean e alcuni tra i maggiori Paesi di Asia e Oceania: Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. E’ l’ennesima scommessa di Jokowi che investe molto anche sull’Asean, l’associazione regionale del Sudest asiatico di cui l’Indonesia si candida da sempre ad essere tra i protagonisti principali. Per non farsi mancare nulla Jokowi si fa paladino anche della sfida green: il Paese è tra i primi emettitori di gas serra a causa della deforestazione e della sua dipendenza dalle centrali elettriche a carbone. È anche tra i maggiori esportatori mondiale di carbone. Jokowi ha fissato l'obiettivo climatico di raggiungere emissioni nette zero entro il 2060 in parallelo a piani per aumentare le energie rinnovabili. Obiettivo da molti definito ambizioso.

Non tutte le ciambelle però riescono col buco. Durante la presidenza indonesiana del G20, Jokowi tenta la mediazione impossibile tra Mosca e Kiev. Fallisce. Infine, nelle elezioni presidenziali del 2024, cui non può presentarsi per un terzo mandato, sceglie di appoggiare la candidatura di due personaggi quantomeno controversi: l’ex generale Prabowo Subianto e…. suo figlio Gibran. In un colpo solo spiazza chi lo vedeva come il grande riformista democratico. Ripropone con suo figlio una visione dinastica del potere che proprio lui aveva contribuito a cancellare. E infine sceglie come continuatore del suo lavoro un militare che si è macchiato di crimini pesanti durante la dittatura di Suharto. Prabowo Subianto è non solo un uomo di destra che per anni ha rivaleggiato con Jokowi senza mar riuscire a soffiargli la presidenza, ma è anche un uomo che si appoggia ai segmenti più radicali dell’islam indonesiano. Inoltre ha fama di non aver a cuore i rapporti con la Cina. Gli osservatori dicono che, con Prabowo che gli deve il favore e Gibran che è di famiglia, Jokowi si è assicurato la continuità della sua politica. E’ l'ultima sfida di un innovatore pragmatico capace sinora di conciliare il nero col bianco, il rosso col verde disegnando un arcobaleno senza precedenti. Col rischio che questa volta il suo sole possa tramontare.


domenica 5 maggio 2024

L'Indonesia e un ricordo di Guido Corradi

 Incontri su paesi d'Asia. Un viaggio “intorno” all'Indonesia
 15 Maggio 2024  ore 9.30 Mudec Milano


E' il titolo scelto da Italia Asia per una giornata di incontro sul grande arcipelago. Ma la giornata è dedicata a Guido Corradi, docente di geografia del turismo e grande divulgatore della realtà indonesiana. Per partecipare bisogna iscriversi qui. La giornata inizierà proprio con un ricordo del nostro amato Guido che per molti anni ha insegnato cultura indonesiana all'Ismeo-Isiao. 

Il programma


 09.30-10.00: Registrazione dei partecipanti 
Modera Susanna Marino 
10.00-10.10: Parole di benvenuto e introduzione: Susanna Marino-Presidente IA
 10.10-10.20: Parole di benvenuto e introduzione: MUDEC
 10.20-10.30: Introduzione e Ricordo di Guido Corradi Monica Scaccabarozzi 
10.30-11.15 La sfida indonesiana Emanuele Giordana 
11.15 -11.25 Filmato sulla lingua indonesiana Guido Corradi 
 11.25 -11.40 Discussione 
11.40-12.25: La vita nelle case lunghe Giorgio Azzaroli 
12.25-13.00: La scultura in terracotta della civiltà Majapahit Bruno Gentili 
13.00-14.30 - Intervallo per pranzo 
14.30-15.15: Il Kris: lo spirito di una tradizione Vanna Scolari, Marco Briccola Asti 
15.15-16.00: Il “Teatro delle ombre” a Giava Bruno Gentili 
16.00-17.00: Teatro e maschere dall’isola degli Dei Enrico Masseroli 17.00:Discussione e Conclusioni della giornata



Qui a fianco, l'ultimo lavoro a 4 mani con Guido sull'Indonesia

giovedì 22 febbraio 2024

Prabowo Subianto ad Asiatica


Dili (Timor Est) - Chi è Prabowo Subianto - il nuovo Capo di Stato dell'Indonesia -  abbiamo cercato di spiegarlo in un post precedente. Ma cosa si riesce a scrivere in 50-60 righe? Cosa invece si può raccontare in mezz'ora? Lo abbiamo fatto nella trasmissione "Asiatica"  di ieri sera. In studio Valeria Manieri e, da Bangkok, Francesco Radicioni che mi hanno dato la possibilità di spiegare le cose nel dettaglio, dal mio punto di vista ovviamente. Oltretutto, sono a Timor Est, un luogo che ha avuto molto a che fare con l'ex generale allora capitano dei berretti rossi (Kopassus). Un passato non molto specchiato....


Asiatica è l'unica trasmissione italiana che ha un focus costante sul continente più popoloso del Mondo con un occhio che spazia tra i due colossi (Cina e India) ma non dimentica tutto il resto. La trasmissione potete ascoltarla qui e altrimenti potete seguire le altre sulla Homepage della trasmissione di Radio Radicale. Il respiro è lungo e direi in controtendenza su come i nostri media affrontano il Mondo. Oltre la cronaca di giornata insomma e cercando di approfondire.

giovedì 15 febbraio 2024

L'oscuro passato del futuro presidente dell'Indonesia

Se le proiezioni di queste ore saranno confermate dai dati ufficiali come pare certo, è ormai davvero certo che a governare le 17mila isole indonesiane sarà Prabowo Subianto. Un uomo che ha saputo riciclarsi con abilità attraversando stagioni molto diverse. L'ultima delle quali quella del gemoy, il nonno "carino" che evidentemente è piaciuto a giovani e meno giovani che costituivano oltre il 55% dell'elettorato tra Generazione Z e Millennial 


Kupang - Prabowo Subianto Djojohadikusumo, classe 1951, tanto per cominciare viene da una famiglia ricca giavanese e da un giro di imprenditori amici del generale Suharto, un dittatore durato 32 anni. Il giovane Prabowo frequenta Jalan Cendana dove Suharto vive con la famiglia e dove corteggia Titiek, la secondogenita del rais. E’ nel giro che conta e nel maggio 1983 si sposano. Divorzieranno nel 1998, anno della caduta politica del padre. 

All’epoca Prabowo era un ufficiale dell’esercito che farà poi carriera in un corpo d'élite, le forze speciali Kopassus. A loro tocca tra il 1976 e il 1998 combattere la resistenza al governo centrale nell’Irian Jaya (Papua) ma soprattutto a Timor Est, la riottosa ex colonia lusitana che Suharto ha invaso dopo la Rivoluzione dei garofani portoghese che le aveva concesso la libertà. Si guadagna sul campo le stellette da generale. Poi, nel 1998 Suharto lo promuove alla Kostrad, la riserva strategica di cui lui stesso era stato il primo comandante all’epoca della repressione anticomunista (1965-66). 

Sono gli ultimi colpi di un vecchio dittatore ormai in coma che nel maggio di quell’anno si dimette. In quel periodo i generali giocano un ruolo chiave e saranno loro a scaricare il loro mentore. Prabowo cerca di ricavarne un guadagno ma lo batte in abilità una vecchia volpe, il potente generale Wiranto. Un ufficiale che condivide con lui una divisa piena di macchie.

Quando in un’intervista del 2014 ad Al Jazeera gli si chiede conto di attivisti anti Suharto scomparsi, Prabowo se ne fa scudo e risponde tranquillo che si, era roba sua ma erano “ordini superiori”. Ma intanto è in disgrazia. Viene esautorato dal ruolo militare e va in esilio in Giordania. Forse avrebbe preferito gli Usa che però lo avevano messo al bando (levato nel 2020) per il suo passato. Tornato dall’esilio pian piano si ripulisce. L’ultimo ritocco è merito di Jokowi.

venerdì 10 marzo 2023

Birre, cellulari e apparenze. Sbarcando in Indonesia


Viaggio nel Sudest/2 - L'arcipelago delle 17mila isole è un Paese affascinante e pieno di contraddizioni. Dalla birra ai telefonini, dalla prostituzione alle regole puritane sulla sessualità. Qualche idea per bypassare alcune bizzarrie burocratiche all'arrivo


Dunque chiunque arrivi a un aeroporto si ritrova il telefono bloccato. Lo sblocco si può fare subito e gratis in aeroporto comperando una sim locale. Ma se, come nel mio caso, arrivate nel cuore della notte e decidete, come in ogni altro Paese, di comprarvi una sim il giorno dopo… son dolori. Dovrete tornare all’aeroporto o recarvi in un ufficio apposito dell’Immigrasi a Denpasar. Lì o là dovrete compilare un modulo e pagare 50 dollari per ottenere lo sblocco del telefono. Ma non è semplice: la procedura si fa in un ufficio e il pagamento in un altro. Se poi, come è successo a me, salta la connessione mentre state compilando il modulo nell’apposito ufficio… dovete tornare il giorno dopo. Un vero calvario. Alla fine ho deciso di rinunciare anche se c’è una scappatoia come un po’ per tutto in questo Paese. Ma non è il tema di oggi, chiunque ve la spiegherebbe senza fatica laggiù.

Anche sul ritiro dei soldi ci vuole un po’ di attenzione... Leggi il seguito su Lettera22

sabato 11 dicembre 2021

G20 all'Indonesia. La scommessa di Jokowi dipinta di verde

A
ll’inizio di novembre il presidente indonesiano Jokowi volava a Glasgow per la Cop 26 dopo aver appena ricevuto da Mario Draghi il passaggio di consegne dall’Italia all’Indonesia per la presidenza del G20. Formalmente la presidenza indonesiana è scattata in dicembre e per Joko «Jokowi» Widodo, al suo secondo mandato come capo di Stato di uno dei più popolosi Paesi del pianeta, il G20 è una bella scommessa nonostante i grattacapi di casa: dall’emergenza senza fine Covid-19 a una legge «omnibus» di liberalizzazione dell’economia che il presidente ha firmato proprio durante i giorni di Glasgow ma che poi è stata in parte rigettata dalla Corte costituzionale che, il 25 novembre, l’ha rinviata al parlamento dando ai deputati due anni di tempo per emendarla.

Nondimeno, Jokowi si vuole giocare la partita: alla viglia del suo insediamento ufficiale ha promesso una «crescita inclusiva, centrata sulle persone, rispettosa dell’ambiente e sostenibile» come impegno principale dell’Indonesia per la sua leadership nel G20. E ha affermato che il G20 dovrebbe essere il motore per lo sviluppo di un ecosistema che guidi la collaborazione e l’innovazione. Per Jokowi l’Indonesia «vuole che il G20 dia l’esempio e guidi il mondo nella gestione cooperativa dei cambiamenti climatici e dell’ambiente in modo sostenibile eseguendo azioni concrete». Jokowi vorrebbe un G20 catalizzatore di una ripresa verde con una «gestione del cambiamento climatico che dovrebbe essere all’interno di un quadro di sviluppo sostenibile». Ma al di là delle belle parole, quali sono i nodi che il presidente deve affrontare? Cominciamo da casa dove lavoratori e ambientalisti sono sul piede di guerra.

La sua «legge omnibus» che dovrebbe dare una svolta all’economia ha fatto infuriare il sindacato ma anche gli ambientalisti che questa estate avevano già fatto ricorso su una controversa legislazione sulle miniere approvata lo scorso anno e considerata una violazione della protezione ambientale a vantaggio delle compagnie minerarie. Anche la «legge omnibus», superliberista, avrebbe le sue ricadute sull’ambiente in un Paese che è ancora una grande riserva naturale del pianeta. Tutti grattacapi da sistemare se l’Indonesia dovrà dar l’esempio di una svolta verde. Sul piano internazionale le sfide sono tante: la baldanzosa avanzata statunitense in Asia condita dalle schermaglie con la Cina, attore che nella regione ha un certo peso.

E, ancor più vicino a casa, la presidenza dell’Asean, l’associazione di dieci nazioni del Sudest asiatico, passata dal Brunei nelle mani del cambogiano Hun Sen: premier autoritario, fedele alleato dei cinesi ma, soprattutto, aperturista nei confronti della giunta birmana con cui Giacarta è ai ferri corti anche perché i golpisti hanno fatto fallire una prima mediazione indonesiana affidata alla ministra Retno Marsudi.

Ma c’è anche un dossier che Jokowi potrebbe sfruttare meglio di come ha fatto Mario Draghi, inventore del G20 Afghanistan, una buona idea con gambe corte a cominciare dal mancato invito a Pakistan e Iran. Jokowi ha buoni rapporti con tutti i Paesi musulmani, radicali o moderati che siano, e può contare su due organizzazioni islamiche del suo Paese che assieme contano una settantina di milioni di aderenti. L’Indonesia ha già lavorato sul tema «Talebani» e potrebbe farne un dossier forte proponendosi come mediatore nell’intricata vicenda del riconoscimento, delle garanzie sull’aiuto umanitario, nella protezione dei diritti della società civile. Più che il verde in economia, che al momento non è il suo forte, il presidente indonesiano potrebbe puntare sul verde islam, il colore preferito dai musulmani.

sabato 9 gennaio 2021

La croce e la miniera

La violenza nell'ex provincia di Irian Jaya (oggi Papua)  ha come vittime soprattutto civili tra cui diversi religiosi. La loro morte ha contribuito a squarciare il velo su quanto accade nella parte occidentale della Nuova Guinea.

“La sera del 24 dicembre 2020 il corpo senza vita di Zhage Sil, seminarista cattolico, è stato trovato in un fossato a Jayapura, città della Papua indonesiana. Secondo la polizia locale – scrive l’agenzia vaticana Fides - sono tuttora ignoti gli autori del delitto… Alla comunità di Sorong-Manokwari, diocesi cui Sil apparteneva, sono giunti numerosi messaggi di condoglianze di leader religiosi e laici che condannano fermamente l'atroce atto”. La vicenda che riguarda il seminarista è solo l'ultimo dei molti episodi che costellano il clima di violenza che avvolge la provincia indonesiana di Papua (ex Irian Jaya), la parte occidentale della vasta realtà insulare che conosciamo come Nuova Guinea, seconda isola al mondo per grandezza.

La violenza, nella parte occidentale che appartiene all’Indonesia, non ha particolari sfumature religiose ma ha visto diversi omicidi senza responsabili di protestanti e cattolici, cosa che li ha fatti venire alla luce gettando un’ombra sinistra sull’Indonesia del presidente riformista Joko Widodo, detto Jokowi. Se Zhage Sil stava per diventare diacono e quindi sacerdote nella diocesi di Jayapura, il motivo del suo omicidio sembra infatti riconducibile più alla sua attività di uomo sensibile ai diritti e non solo di religioso. Nelle parole di un collega, Sil “era una persona coraggiosa che si interessava dei bisogni delle persone, e non aveva paura di alzare la voce, soprattutto quando si trattava di giustizia". Il punto sembra stare qui (alzare la voce), dove si incrocia la lotta al razzismo contro i papuani (di pelle scura e per i quali si contano diversi episodi di esclusione razziale) ma anche il bisogno di giustizia su episodi oscuri, come nel caso del catechista laico Rufinus Tigau, ucciso nell'ottobre scorso nel distretto di Intan Jaya. Un caso che diventa virale e squarcia il velo del silenzio su quanto avviene a Papua e Papua Barat, le due province indonesiane della Nuova Guinea.

(continua su Lettera22)


martedì 21 luglio 2020

La protesta soffia sul Sudest

Manifestazioni di piazza a Bangkok e nelle Filippine e, in Indonesia, contro cinesi della Rpc assunti da un’azienda a Sulawesi. L’Asia di Sudest, l’area del mondo meno colpita dal Covid-19, vede dimostrazioni continue in alcuni dei principali Paesi dove alla morsa del virus e agli effetti del lockdown sull’economia si aggiunge una rinvigorita protesta contro i regimi autoritari di Thailandia e Filippine.

Ieri a Bangkok un gruppo di attivisti ha dimostrato davanti al quartier generale dell'esercito per protestare contro un commento su Fb dell'ex vice portavoce Nusra Vorapatratorn. Il colonnello ha criticato la manifestazione che sabato scorso ha attraversato la capitale descrivendo i manifestanti come mung ming, in gergo chi – spiega il Bangkok Post - è giovane, carino, innocente e, pertanto, ignorante: gente che dovrebbe pensare a guadagnarsi il pane anziché scendere in piazza. Il militare ha poi rimosso il post ma qualcuno lo aveva già “catturato” e condiviso. Gli attivisti hanno sfidato il maggior potere del Paese, forti della manifestazione di sabato, organizzata dall'Unione studentesca e dal gruppo “Gioventù libera” che chiede una nuova Costituzione, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni. Almeno 2mila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfidato il premier Prayut Chan-o-cha e lo stato di emergenza in vigore da marzo per il Covid, che ha però permesso al governo di silenziare le proteste mai interrottesi dopo le contestate elezioni del 2019. Vi si sono aggiunte una sentenza in febbraio che ha sciolto il Future Forward Party, opposizione sempre più emergente, e la scomparsa di attivisti che si erano esiliati in Cambogia e in Laos.

Anche nelle Filippine la protesta va avanti da che il presidente Duterte ha voluto una nuova legge antiterrorismo liberticida e ha messo in difficoltà una delle maggiori reti televisive ritenuta nemica: la Abs-Cbn cui il Parlamento non ha rinnovato la concessione per le trasmissioni e che rischia una multa miliardaria e il sequestro della sede a Quezon City. Ma quel che è più sorprendente è la posizione della Chiesa locale, che si e schierata senza mezzi termini contro le misure emergenziali. Ieri il vescovo ausiliare di Manila, Broderick Pabillo – uomo assai poco tenero con l’autoritario Duterte – ha sfidato il consulente legale del presidente Salvador Panelo a querelare la Lettera pastorale della Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp) che ha sollevato preoccupazioni per la legge antiterrorismo, invitando a pregare per la sua abrogazione. Panelo – riferisce l’Inquirer - aveva affermato che la Lettera potrebbe aver violato la disposizione costituzionale che vigila sulla separazione tra Chiesa e Stato e ha accusato la Cbcp di aver fatto indebite pressioni sulla Corte Suprema in occasione della firma della legge. La vicenda ha anche una coda “politica” interna: quando il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e presidente delle Conferenze episcopali asiatiche, ha chiesto preghiere contro la legge sulla sicurezza imposta a Hong Kong da Pechino (Bo è noto per le sue posizioni anti cinesi), i vescovi filippini gli hanno risposto che con certezza si sarebbero uniti nella preghiera per Hong Kong ma che al contempo gli chiedevano di pregare per le Filippine: non meno che a Hong Kong – dicono i presuli – i filippini sono allarmati per la recente approvazione della legge antiterrorismo.

Il clima filippino lo racconta bene la lettera di un sacerdote pubblicata dall’agenzia di stampa vaticana Fides, in cui paragona alla piazza di oggi quella del 1986 che portò alla caduta del dittatore Ferdinando Marcos: “...posso di nuovo sentire ciò che ho provato durante i giorni del People Power: l'emozione, il disgusto, la rabbia, la dedizione, l'impegno dei giovani". Il sacerdote Daniel Franklin Pilario, che è anche un docente di teologia, non teme di firmare il messaggio col suo nome: “Il 'No' emerge dal profondo della nostra umanità quando la nostra fibra morale viene violata. Diciamo che tutto questo è sbagliato e ci mobilitiamo per protestare… Sono molte le vittime di questo governo che meritano il nostro sostegno. È tempo di alzarsi e far sentire le nostre voci. Di fronte al male, il silenzio è un sì allo status quo. Neutralità significa essere complici del potere".

Di segno totalmente diverso invece le proteste in Indonesia - iniziate ad aprile e ancora in corso a luglio - contro l’assunzione di manodopera cinese da parte di alcune aziende che lavorano nella zona sudorientale dell’isola di Sulawesi: la società mineraria cinese PT Virtue Dragon Nickel Industry e la PT Obsidian Stainless Steel (OSS). Per calmare le acque, gli industriali hanno offerto, in cambio dell’assunzione degli operai specializzati dalla Cina, 5mila nuovi posti di lavoro per la manodopera locale indonesiana.

Articolo uscito oggi su il manifesto

sabato 27 giugno 2020

Indonesia, l’islam vince lo scontro con Jokowi

Pancasila, i “cinque pilastri” alla base della concezione filosofica e ideologica dell’Indonesia sono stati celebrati il 1 giugno scorso a 75 anni dalla loro enunciazione fatta da Sukarno nel 1945 come piattaforma della futura Costituzione dell’Indonesia indipendente. Ma subito dopo si è scatenata una polemica che ha congelato la discussione sulla trasformazione dei Pancasila in legge dello Stato. Una scelta in un certo senso “laica” ma anche di controllo dello Stato su gruppuscoli neo fondamentalisti.
Il disegno di legge viene dal partito del presidente Jokowi (Pdi-p) e per altro la responsabile dell’Agenzia che ne è custode (Bpip-Badan Pembinaan Ideologi Pancasila ) è presieduta dall’ex presidente Megawati Sukarnoputri che del partito è presidente.

La legge su Pancasila (diritto alla propria fede religiosa, umanità giusta e civile, unità del Paese, democrazia e giustizia sociale), dovrebbe dunque essere oggetto di un riforma che, nel trasformarla in legge dello Stato, mira a rafforzarla. Ma alcuni settore del mondo musulmano – a cominciare dal potente Consiglio degli ulama (Mui) l’hanno contestata sostenendo che il progetto di legge appiattisce il ruolo della religione e che l’assenza del famoso decreto del 1966, che mise al bando il Partito comunista, è una porta aperta al comunismo. I suoi fautori sostengono invece che la legge metterebbe in difficoltà i gruppuscoli estremisti di ogni colore che sono contro lo sviluppo della democrazia. L’opposizione alla legge, capeggiata dai partiti e dalle organizzazioni islamiche più radicali, ha contagiato però anche Muhammadiya e Nahdlatul Ulama, le due più grosse organizzazioni di massa dell’islam indonesiano, di solito su posizioni moderate, facendo leva anche sul fatto che Jokowi (il cui braccio destro - il vicepresidente Mar’uf Amin – viene però paradossalmente proprio dalla Nu) non sarebbe un “buon musulmano”. Si dice che la scelta di Mar’uf Amin fu dettata proprio dall’opportunità per Jokowi di dimostrarsi un bravo fedele nel paese musulmano più popoloso del Pianeta. Nel contempo però anche le organizzazioni di tutela dei diritti umani hanno espresso riserve temendo una stretta sulla libertà di espressione.

Alla fine, lo scontro tra presidenza e islam politico, quest’ultimo appoggiato da importanti personaggi dell’esercito, ha fatto saltare la discussione a data da destinarsi. Il fronte conservatore insomma l’ha avuta vinta. Il clima dei giorni scorsi sembrava ricordare quello della nascita dell’Indonesia indipendente che vide anche allora lo scontro tra nazionalisti “laici” da una parte (termine da usare con le molle) e islam politico dall’altro.

Pancasila, aveva nella primigenia idea di Sukarno tre caratteristiche di base chiamate Trisila (tre principi) costituite da socionazionalismo, sociodemocrazia e religione. Tutti e tre questi valori venivano però cristallizzati nell’Ekasila (un principio) del gotong royong, antichissimo termine giavanese che significa aiuto reciproco collettivo. Sukarno però alla fine tornò all’idea di Pancasila, probabilmente per accontentare gli islamisti senza cedere su un altro punto: il preambolo della Costituzione dove l’islam voleva introdurre il principio della sharia che invece venne scartato. Nel suo studio “Gotong-Royong” (2017) il filosofo indonesiano Agustinus Wisnu Dewantara sintetizza così l’origine del dibattito: “Sukarno propose Pancasila (nel 1945 alla vigilia dell’indipendenza ndr) come fondamento filosofico dell'indipendenza dell'Indonesia… proponendo di riassumere i cinque principi basi in Trisila, vale a dire: socio-nazionalismo (sintesi di nazionalità e umanità), socio-democrazia (sintesi di giustizia sociale e democrazia) e divinità. Non fermandosi qui, riassume nuovamente Trisila in Ekasila (gotong-royong)... formulazione che voleva salvaguardare quelli che non fossero d'accordo con Pancasila, per cui Sukarno sentì il bisogno di offrire un'alternativa, vale a dire Trisila ed Ekasila. Lo stesso Sukarno alla fine sottolineò però di nuovo il termine Pancasila”.

Come era già accaduto proprio ai tempi di Sukarno, una parte del mondo musulmano ha reagito scandalizzata all’idea che Pancasila possa diventare legge ordinaria dello Stato, codificata in un corpus che, secondo alcuni, riprendendo quei concetti, metterebbe la religione in secondo piano. Una vecchia polemica alimentata da una nuova decisione: la legge, voluta dal partito di maggioranza, avrebbe escluso il famoso decreto numero 25 del marzo 1966 voluto dal dittatore Suharto che metteva al bando il Partito comunista (e che già Wahid, presidente e leader della Nu aveva tentato di annullare durante la sua presidenza senza riuscirci). Ma anziché essere considerata una mossa di apertura o di riconciliazione per una guerra civile dove morirono almeno 500mila indonesiani in gran parte comunisti, la legge è stata interpretata, oltre come una sorta di legge contro l’islam, addirittura come un’apripista al comunismo, “un’ideologia morta e sepolta”, fa notare una fonte locale secondo la quale la querelle è stata soprattutto un pretesto per agitare le acque attorno al potente presidente della Repubblica per metterlo in difficoltà. E forse anche per non fare i conti con un passato ingombrante proprio perché islamisti e generali appoggiarono quel famoso decreto e sostennero l’Orde Baru inaugurato da Suharto nel 1966.

Questo articolo è stato scritto per atlanteguerre.it

venerdì 24 aprile 2020

L'Indonesia "incatena" il Ramadan

Ha tirato un sospiro di sollievo Ganjar Pranowo, governatore della Propinsi Jawa Tengah, quando ha saputo che il presidente Joko "Jokowi" Widodo aveva finalmente emesso il decreto di divieto di mudik, termine che indica il trasferimento di migliaia di famiglie e individui ai villaggi di origine per il Ramadan. “Meglio tardi che mai”, pare abbia detto, aggiungendo però che almeno mezzo milione di persone erano già arrivate nella sua provincia.

Alla vigilia del mese di Ramadan, che culmina il 23 maggio nella festa di Id ul Fitr, il palazzo, dopo settimane di decisioni ondivaghe e poco chiare, ha improvvisamente fatto marcia indietro. E se prima aveva imposto il divieto di viaggio solo ai dipendenti pubblici e di imprese statali, soldati e poliziotti, adesso il decreto parla chiaro: non si entra e non si esce. La scelta, dopo polemiche al calor bianco, criticata perché tardiva da diversi parlamentari anche del partito di Jokowi, mira a contenere il trasferimento di milioni di persone durante il Ramadan che inizia in questi giorni. L’anno scorso si sarebbero spostati per raggiungere le famiglie d’origine oltre trenta milioni di indonesiani, 20 milioni dei quali dalla sola Giacarta, una capitale da 10 milioni di residenti che diventano trenta con l’area metropolitana chiamata Jabodetabek.

L’Indonesia, che ieri registrava già oltre 7.700 casi e oltre 640 vittime, è il quarto Paese più popoloso del pianeta con 260 milioni di abitanti nella stragrande maggioranza musulmani e il Ramadan è un’occasione sacra per il digiuno ma anche per il ritorno ai villaggi di origine specie dalla capitale. Il governo inizialmente si era limitato a sconsigliare il viaggio - semmai a farlo con molte precauzioni - e predisponendo la possibilità di quarantene. Ma quando Jokowi si è reso conto del rischio che il contagio potesse andare in vacanza dalla capitale, epicentro della pandemia, per disperdersi in tutto l’arcipelago (dove comunque il Covid-19 è già diffuso) ha finalmente faccio marcia indietro.

Il divieto entra in vigore oggi, venerdi 24 aprile, e le eventuali sanzioni verranno applicate a partire dal 7 maggio, come ha spiegato il ministro ed ex generale Luhut Pandjaitan che ha chiarito che sarà vietato entrare e uscire dalle zone “rosse” colpite dal Covid-19 e che dunque si tratta di un blocco selettivo. Lo scenario dei prossimi giorni l’ha disegnato il capo della polizia nazionale Asep Adi Saputraun: chiusura delle strade principali e blocco semitotale per la capitale dove solo i veicoli che trasportano forniture di base come cibo, attrezzature mediche e carburante saranno autorizzati a circolare. Lo sforzo prevede 2.582 posti di blocco. Non tutti sono d’accordo. Un sondaggio rivela che il 24% degli intervistati vuole tornare al villaggio per il Ramadan e che il 7% è già partito. Molti però hanno rinunciato.

C’è più di un motivo dietro ai tentennamenti di Jokowi, accusato di aver pensato soprattutto all’economia e di non aver quindi voluto chiudere il Paese, né al commercio né al turismo, settore quest’ultimo che ha penalizzato moltissimo le economie asiatiche. Ma il presidente, alla sua seconda rielezione, sa che una delle frecce all’arco dei suoi detrattori riguarda la sua fama di non essere un “buon musulmano” e di aver troppe amicizie tra i cristiani. A torto o a ragione, vero o falso, è una delle critiche che brucia di più e che, in Indonesia, conta molto nella testa degli elettori. Impedire il viaggio per il Ramadan costituiva dunque un rischio politico ancor prima che sanitario. Poi però ha prevalso il buon senso. Il Covid-19 oltreché i polmoni può erodere il consenso.

domenica 12 aprile 2020

Indonesia: un dramma in 16mila isole

Quando il 9 aprile anche la provincia di Gorontalo a Sulawesi ha dichiarato il suo primo caso di Covid-19, l’Indonesia si è resa definitamente conto che, con 34 provincie contagiate su 34, l’illusione di aver scantonato dalla pandemia mondiale era definitivamente tramontata. Un’illusione alimentata da dichiarazioni deliranti sulla medicina locale naturale, il clima o il buon Dio che hanno accompagnato la fase della diffusione e che ancora oggi frenano l’ammissione della gravità della situazione. Una situazione che il presidente Jokowi (nella foto sotto), capo dello Stato con grande consenso di massa, rischia questa volta di pagare molto cara. La sfida più grossa – in un Paese che oggi conta quasi 4mila casi e oltre 300 decessi (erano 1500 a inizio aprile con 136 morti), deve ancora venire. Si chiama Ramadan e prevede che tra 20 e 30 milioni di persone si spostino per il mese del digiuno. Ma anziché vietare i viaggi, il governo si è limitato a raccomandare che chi partecipa al mudik - o pulang kampung, il rientro a casa per le feste – faccia la quarantena. Chi controllerà?

Il quarto Stato più popoloso al mondo (270 milioni) dopo Cina, India e Usa non è indenne dai rischi propri dei grandi Paesi dove la mobilità è elevata e che oggi sono esempi di buone o cattive pratiche. Se negli Usa i casi aumentano, l’India ha rinnovato il lockdown e in Cina si sta uscendo dall’incubo, l’Indonesia sembra la negazione di quanto fatto sinora in Asia in Paesi che bene o male gestiscono il virus: Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam. Persino il piccolo Laos o il poverissimo Myanmar. Fino dagli inizi di marzo, con l’ammissione reticente sui primi casi, Giacarta - continuando a gettare acqua sul virus - si è affidata a una sorta di fatalismo della speranza, nascondendo i dati come lo stesso Jokowi ha ammesso “per non suscitare panico”. Negligenza, attendismo, calcolo politico o difesa dell’economia?

Il 10 marzo l’Oms scrive a Giacarta per spingerla ad azioni drastiche ma lo stato di emergenza arriva solo il 1 aprile. Nonostante Jokowi stia costruendo nel Paese un sistema sanitario diffuso e universale, l’Indonesia non è pronta per una crisi in grande stile. La stampa fa i conti: tre posti letto ogni centomila persone, 8mila ventilatori in tutto l’arcipelago e pochissime strutture per terapia intensiva. A fine marzo una proiezione sviluppata da Universitas Indonesia-Bappenas spiega che, senza distanziamento fisico obbligatorio e altra misure drastiche, si potrebbe avere un bilancio tra 48mila e 240mila morti entro aprile e che l’assenza di interventi forti potrebbe portare a circa 2,5 milioni di positivi per fine mese.


Sotto i riflettori anche i litigi interni, manifesto dei quali è lo scontro tra Jokowi e il governatore della capitale Anies Baswedan (nella foto sopra), favorevole a misure coercitive e al blocco totale di Giacarta cui Jokowi si è inizialmente opposto. Il presidente si sarebbe – dicono i detrattori – occupato più dell’economia che della salute dei cittadini. Nel mirino anche il suo ministro della sanità Terawan Agus Putranto, un ex generale secondo cui il Paese sarebbe stato risparmiato grazie alle preghiere.

lunedì 2 marzo 2020

La rivoluzione di Jokowi

L’Indonesia ha il più ambizioso piano di welfare dei Paesi in transizione

A 4 mani con Guido Corradi per l'inserto In Asia de il manifesto uscito  il 25 febbraio

Dal 2009 l’Indonesia ha iniziato a migliorare il sistema di protezione sociale finanziandolo col risparmio ottenuto da un lento abbandono della politica dei sussidi su alcuni prodotti base come riso e, soprattutto, benzina. Una politica andata avanti per decenni e sostenuta da qualche progetto mirato a categorie di cittadini per un certo numero di anni che non dava però grandi risultati. La svolta decisiva si deve a Joko “Jokowi” Widodo, il presidente riformista da poco riconfermato alla presidenza cui si deve una sorta di piccola rivoluzione che, secondo gli entusiasti, ne fa l’operazione numericamente più spettacolare nella storia del welfare dei Paesi in transizione verso lo sviluppo (coi dovuti distinguo che la parola impone).

La rivoluzione inizia il 3 novembre 2014 quando il neo eletto Jokowi lancia il più ambizioso piano di welfare del Paese che si basa essenzialmente su tre programmi nazionali: Carta della famiglia (PSKS), Indonesia Smart Card (KIP) e Carta della salute (KIS): si guadagna persino il plauso dell’Economist: «Obama – scriverà il magazine - ci ha messo 472 giorni per trasformare in legge il suo health-care. Joko Widodo ha impiegato solo due settimane per onorare le promesse in tema di sanità e istruzione».

La sanità

Il presidente ha basato la sua azione innovatrice trasformando il risparmio sul budget ottenuto col graduale taglio dei sussidi sia in denaro da riconvertire in assistenza, sia in investimenti infrastrutturali in grado di attrarre investimenti. La scommessa si basava su un tasso di crescita annua di almeno il 7% annuo e sulla capacità - che ancora si sta testando - di controllare la riforma con database informatici efficaci fatto che, secondo i suoi critici, non farebbe che appesantire e rendere più invasiva la burocrazia statale aumentando deficit e corruzione.

L’assicurazione sanitaria nazionale (Jaminan Kesehatan Nasional-JKN) gestita dal Badan Penyelenggara Jaminan Sosial (BPJS) è tra le più estese del mondo e copre circa l'84% della popolazione. È stata progettata per far accedere soprattutto i bassi redditi ai servizi sanitari: per i poveri, il premio assicurativo è interamente pagato dallo Stato mentre i dipendenti privati dividono il premio tra loro e i datori di lavoro. Resta il problema degli autonomi, le cui iscrizioni sono ancora basse anche se il settore informale costituisce gran parte della forza lavoro. Il piano garantisce assistenza di base, servizi avanzati e ricovero. E’ diviso in tre categorie assistenziali a seconda del premio pagato. I critici fanno notare che nel 2019, Jokowi ha dovuto firmare un decreto per raddoppiare i premi a fronte di un deficit di circa 2 miliardi di dollari. Il piano prevede comunque che alla presenza dello Stato si affianchino forme private di investimento sulla propria salute.

La pensione

A questo punto vale la pena di dare un’occhiata anche al nuovo sistema pensionistico gestito dal BPJS, l’Istituto per la Previdenza Sociale, che ha per scopo l’adesione dei lavoratori privati a un sistema in passato rivolto solo a dipendenti pubblici e militari. I margini di ampliamento dell’adesione al nuovo sistema sono ancora molto ampi. A oggi la platea sarebbe di circa 12 milioni di lavoratori, circa l’11% di una forza lavoro di poco più di 134 milioni, quasi il 50% della popolazione. Un così ridotto numero di partecipanti è in parte dovuto al fatto che sia obbligatorio per le grandi e medie imprese, dove rispettivamente la copertura è del 90% e del 66%, mentre non lo sia per le piccole. A ciò si aggiungono gli informali che sfuggono a qualsiasi formalizzazione del rapporto di lavoro.

La contribuzione richiesta è del 3% del salario mensile: 1% a carico del lavoratore, 2% per il datore di lavoro. Viene riconosciuta una pensione pari al 15% del salario dopo 15 anni di contribuzione e pari al 30% dopo 30 anni. Non è molto (è al di sotto della percentuale minima indicata dall’Organizzazione internazionale del lavoro che è del 40% dopo 30 anni di contribuzione) ma è un grande passo considerando che non vi era alcuna forma di pensione nel privato. Le condizioni per accedervi sono tre: anzianità, invalidità, decesso del lavoratore per i familiari. Per la prima, le condizioni minime sono di avere 57 anni e almeno 15 di contributi. Per la seconda non esiste soglia anagrafica ma, a fronte di invalidità parziale o permanente, è richiesta la contribuzione di almeno un mese di lavoro. In caso contrario si stabilisce un una-tantum. L’ultima condizione richiede che ci sia stata una contribuzione del deceduto pari ad almeno un anno.