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lunedì 1 febbraio 2010

AFGHANISTAN, DOPO LONDRA COSA?

La Conferenza di Londra del 28 gennaio, che doveva ufficialmente concentrarsi sulla “sicurezza” e la “transizione”, si è in realtà trasformata nell'occasione per affrontare il lato più spinoso, ma anche non più rinviabile, del conflitto: la trattativa con i talebani e il piano di riconciliazione nazionale. Si tratta peraltro di una vecchia idea di Karzai, per reintegrare nella vita civile i “fratelli” delusi dalla lotta armata e più desiderosi di imbracciare una zappa che un Ak47.

La Conferenza ha messo a calendario anche alcune date e qualche numero: il primo ministro britannico Gordon Brown ha indicato la metà del 2011 quale deadline per “invertire la rotta” nella lotta contro la guerriglia. Questo il tempo per modificare il corso della guerra e, dunque, per avviare trattative e riportare a casa il maggior numero di manodopera talebana.


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venerdì 29 gennaio 2010

DOPO LONDRA?


Il “karakuli” grigio calcato sulla testa. Giacca e camicia scura. Un elegante “chapan”, il mantellone che lo ha reso famoso, appoggiato con nonchalanche sulla sedia prima di avvicinarsi al podio. Eccolo Hamid Karzai, tornato protagonista indiscusso delle vicende afgane che si avvicina al microfono per un discorso di venti minuti. Ringrazia i suoi co-anfitrioni, Gordon Brown e Ban Ki-moon, e prende la parola per dire quel che tutti si aspettano, già sanno, già hanno con lui concordato prima dell'inizio della Conferenza sull'Afghanistan, cotta e mangiata ieri a Londra in una giornata.

Raramente una conferenza internazionale, che si ripeterà tra un anno, è stata annunciata nei contenuti con tante fanfare, interviste, anticipazioni indiscrezioni. Karzai ci mette un po' prima di arrivare al punto ringraziando prima, con cortesia, la “comunità internazionale” per lo sforzo e l'impegno. Poi enumera un piano in sei punti che è un manifesto di buona governance come tutti si aspettano. Al primo punto c'è il piano di riconciliazione nazionale ampiamente descritto nei giorni scorsi e che ha avuto, più importante fra tutte, la benedizione del comandante Stanley McChrystal, il generalissimo americano che sembra il convitato di pietra della conferenza.

Avrà i suoi soldi Hamid Karzai per “comperare” i talebani moderati e avrà la sua “Loya Jirga”, la grande assemblea tribale che i neocon americani avevano sbeffeggiato come un rimasuglio di anticaglie tribali e che ora, in primavera, si trasformerà in una possibile palestra di democrazia interna se, come Karzai spera, i capi talebani (chi, quali, quanti resta da vedere) accetteranno di sedersi al tavolo. Tavolo presieduto dal monarca arabo Abdullah dei Saud, un uomo potente che tira le fila di una mediazione che si era data per semi defunta. Avrà denaro Karzai, armi e sostegno. “Per almeno 15 anni” chiede il presidente. Poi si vedrà.

Gordon Brown si sbilancia un po' meno. Calendari non ne fissa, di talebani al tavolo negoziale non parla apertamente ma di fatto lascia intendere che l'appoggio occidentale c'è tutto. Nella dichiarazione finale della Conferenza ci si impegna a rafforzare il governo e le forze di sicurezza nella lotta contro i militanti di Al Qaeda e viene ribadito l' “impegno a lungo termine” della comunità internazionale con un occhio alla promessa “transizione”. Entro 5 anni. Il documento dice che la conferenza “rappresenta un passo decisivo per una maggiore leadership afgana per rendere sicuro, stabilizzare e sviluppare l'Afghanistan”. Apre, senza far date, anche la strada al disimpegno dal Paese non appena ci si sarà “assicurati che il governo afgano sia sempre più in grado di assicurare le necessità degli afgani, sviluppando le istituzioni e le risorse del Paese”. Qualche data Gordon Brown la fa: la metà del 2011, deadline per “invertire la rotta” nella lotta contro la guerriglia. Un anno di tempo insomma per modificare il corso della guerra e un anno di tempo, dunque, per avviare trattative e portare a casa il maggior numero di manodopera talebana.

Per Brown la Conferenza segna “l'inizio del processo di transizione” che dovrà dare agli afgani il comando del loro stesso paese. Passo indiscutibile, il rafforzamento dell'esercito nazionale e della polizia. Con queste scadenze: l'Afghan National Army sarà di 134mila uomini entro l'ottobre 2010 e di 171.600 dodici mesi dopo. Così la polizia: 109mila entro l'ottobre di quest'anno, 134mila per ottobre 2011. Un totale di 300mila uomini entro ventun mesi da oggi. Non lontano dai 400mila richiesti da McChrystal.

Ma l'Occidente ha anche da chiedere: lotta senza quartiere alla corruzione. La risposta è già pronta e Karzai promette la creazione di un'istituzione esterna con il compito di monitorare l'impegno degli afgani. Sarà formata da esperti internazionali.

Ban Ki-moon, se la cava in dieci minuti. Discorso piatto e grigio da cui non emerge nessuna novità se non la nomina di Staffan De Mistura come l'uomo che prenderà in mano la missione Unama da cui Kai Eide, l'ultimo reggente, si è dimesso anzitempo. Dopo aver cantato il rituale grido di dolore sul problema della sicurezza, il segretario generale accenna, quasi di sfuggita, a uno dei capitoli più spinosi della guerra: il rapporto tra cooperazione militare e civile che, dice, richiede “un approccio più equilibrato, come due poli di eguale valore nel processo di stabilizzazione e sviluppo del paese”. Fa insomma carta straccia delle polemiche che hanno accompagnato Unama, la sua debolezza intrinseca, l'eccessiva dipendenza dal governo afgano e dai comandi Nato che tante polemiche hanno suscitato. Carta straccia dei consigli che Eide, fautore di un maggior impegno “civile” - declinato punto per punto - ha fatto al Consiglio di sicurezza non più di un mese fa. Auguri a Staffan De Mistura.

giovedì 28 gennaio 2010

CANCELLA IL TALEBANO

Alla vigilia della coinferenza di Londra altri segnali distensivi. Comincia l'Onu con cinque ex capi talebani. Piccoli passi verso un grande negoziato?


Per ora
è solo un segnale. Piccolo ma significativo. Le Nazioni unite hanno cancellato le sanzioni che gravavano su cinque ex talebani di rango che militavano nel passato regime guidato da mullah Omar e in odore di qaedismo. Ora potranno liberamente viaggiare e vedersi scongelare beni e proprietà.
Il primo nome è quello di Abdul Wakil Mutawakil, già ministro degli Esteri talebano e ora tra i mediatori nei complessi tentativi sotto traccia di negoziato con la guerriglia. Il tratto di penna comprende anche Faiz Mohammad Faizan, ex vice ministro al Commercio, Shams-us-Safa, ex funzionario degli Esteri, Mohammad Musa, vice del ministro per la Pianificazione, e di Abdul Hakim, numero2 al dicastero per gli Affari della frontiera. Personaggi abbastanza di spicco ma che ormai si sono lasciati il fucile alle spalle. Uomini tra l'altro, non certo molto amati dalla rigida nomenclatura in turbante che ora governa il movimento. Ma tant'è: si tratta del primo passo che va nella direzione indicata da Kai Eide, già capo della missione Onu a Kabul, e dal presidente Karzai che, prendendo spunto dalla proposta del diplomatico norvegese di rivedere le liste nere, l'aveva rilanciata con forza da Istanbul, ospite in Turchia di un forum regionale (e nel giorno in cui Al Jazeera faceva sapere di una possibile mediazione turca tra Kabul e talebani).

E' l'argomento del giorno, ormai sulla bocca di tutti: dal capo della Difesa americano Robert Gates al generale Stanley McChrystal per finire con la signora Angela Merkel, la cancelliera di ferro che ieri ha quantificato l'assegno tedesco per il Fondo fiduciario (Trsut-Fund) che dovrebbe essere annunciato ufficialmente a Londra e che servirà a pagare chi vuole uscire dalla lotta armata: oltre 70 milioni di dollari che andranno a rendere ancora più brillante l'aiuto che Berlino intende dare all'Afghanistan sul piano della ricostruzione. Che nel 2010 dovrebbe toccare quota 430 milioni di euro!

Alla Conferenza in agenda oggi a Londra i contorni della svolta si dovrebbero conoscere in dettaglio: davanti alla sessantina di paesi riuniti nel Regno unito per discutere del futuro del paese, Karzai dovrebbe chiarire il suo piano di riconciliazione nazionale che grosso modo si muove su tre linee: soldi e lavoro per la manodopera combattente; amnistia (c'è del resto già una legge esecutiva in merito) e cancellazione di alcuni talebani dalle liste nere in cui sono iscritti (solo quella Onu ne comprende 140); il piano vero e proprio di negoziato con le gerarchie. L'aspetto più nebuloso.

La cornice e i paletti posti da Karzai sono chiari: non avere legami con Al Qaeda e accettare la Costituzione afgana. Il che esclude una serie di personaggi come ad esempio la cosiddetta filiera Haqqani, la potente famiglia che sorveglia parte della frontiera orientale del paese, controlla diverse aree in Afghanistan e conta su salde amicizie e sicuri santuari in Pakistan. Ma può facilmente includere Gulbuddin Hekmatyar, un ex mujaheddin dell'epoca sovietica, signore della guerra che controlla parte del Nord e dell'Est afgano e che ha con i talebani un'alleanza tattica. E forse anche lo stesso mullah Omar, un uomo che si è sempre dichiarato contrario al “jihad globale” propugnato da Osama e che ha cercato sempre di far apparire i talebani un movimento di liberazione nazionale, più vicino a Hezbollah o Hamas che non ad Al Qaeda. Mullah Omar, l'uomo che guiderebbe da Quetta, in Pakistan, il Consiglio direttivo, o shura, dei talebani, i suoi paletti li ha resi noti nel dicembre del 2008: il cuore del suo piano riguardava un'agenda per l'uscita di scena dei soldati della Nato e il rimpiazzo con peacekeeper forniti da paesi musulmani; amnistia; inquadramento delle milizie nell'esercito e divisione del potere a Kabul. A ben vedere ci si sta avvicinando.

Secondo alcuni osservatori, almeno una parte dei talebani sarebbe disposta sia a rimuovere il paletto della conditio sine qua non del ritiro immediato dei soldati (già il piano di Omar andava in questa direzione) sia a discutere prendendo per buona la neo Costituzione approvata sotto Karzai. All'amnistia si sta rapidamente arrivando e al reintegro dei guerriglieri nell'esercito si potrebbe giungere con facilità visto che ci saranno soldi per un'armata da 400mila soldati. La condivisione del potere a Kabul è il punto più sensibile. Ma anche quella ormai, seppur molto indigesta, non sembra più un'idea peregrina.

sabato 23 gennaio 2010

KARZAI E I SOLDI PER I TALEBANI

Un fondo spese per reintegrare i talebani che vogliono uscire dalla lotta armata. Un assegno in bianco per “comprare” i combattenti e spingerli a reintegrarsi nella vita civile abbandonando la guerriglia. E' questa in buona sostanza la novità che dovrebbe emergere, settimana prossima, dalla conferenza internazionale sull'Afghanistan che si svolgerà a Londra il 28 gennaio.

A spiegarlo nel dettaglio è lo stesso Hamid Karzai che, in un'intervista alla Bbc, dice quello che per adesso nessuno ha esplicitamente detto anche perché è un tantino imbarazzante ammettere che il piano di riconciliazione nazionale per fare uscire l'Afghanistan dal tunnel del conflitto si misurerà in denaro sonante. Per portarsi a casa il segmento più fragile e sensibile della guerriglia: gli operai della guerra in turbante che sono stati spinti alla lotta più dallo stomaco vuoto che dalla fede.

“Lavoro e denaro”, spiega il presidente rieletto a suon di brogli e che ancora non ha un esecutivo in piena forma ma che andrà a Londra a illustrare qual è il suo schema di riconciliazione nazionale. Karzai è anche certo, spiega alla Bbc, che sia Londra, sia Washington sono d'accordo con lui e che dunque appoggeranno il piano. Non solo loro, aggiungiamo noi: francesi, tedeschi e italiani non si tireranno indietro perché in realtà il piano è già stato silenziosamente concordato con la comunità internazionale. Anzi, aggiunge Karzai, c'è anche chi ha già il portafoglio in mano: il Giappone, ad esempio, pronto a contribuire a quello che, tecnicamente, si chiama un Trust-Fund, un fondo fiduciario in cui i vari paesi verseranno il loro contributo. Quanto? A Londra si saprà.
Karzai è stato molto esplicito: gli afgani hanno diritto alla pace “a qualsiasi prezzo” e il termine non è casuale. Spiega il presidente che molti dei combattenti sono in realtà stipendiati dai talebani ma che in realtà, con sicure garanzie, tornerebbero volentieri al lavoro nei campi. Sino ad ora i talebani si sono dimostrati concorrenziali solo perché, in sostanza, potevano pagare di più rispetto a quanto il governo non potesse offrire loro. Secondo Karzai, i suoi alleati occidentali ci hanno messo un bel po' a prendere dimestichezza con un'idea che non gli sorrideva affatto ma di cui ora si sono convinti. Potrà accedere al fondo chiunque? Karzai ripete quel che ha sempre detto: solo chi accetta la Costituzione del paese e solo chi non ha fatto parte di Al Qaeda o di altri network terroristici. Formula vaga ma forse necessaria.

Karzai è convinto che sia il tempo ormai di un accordo che però ha bisogno di essere finanziato. Nell'intervista Karzai ha anche ammesso le colpe del suo governo, vessato e indebolito da corruzione e poteri forti, quali quelli dei signori della guerra adesso però esclusi dall'ultima lista di ministri presentata al parlamento. Ma il presidente è certo che se otterrà luce verde da Londra le cose potranno cambiare e che il suo governo avrà i mezzi e le risorse che gli sono necessari. In quanto tempo può farcela? Cinque anni dice Karzai e a patto che la comunità internazionale continui ad appoggiarlo e non a insidiarlo come hanno fatto americani e inglesi durante le elezioni.

La conferenza inizierà a Londra il 28 e sarà guidata dal premier britannico Gordon Brown, dal presidente Karzai e dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Gordon Brown l'ha già presentata ma di soldi per i talebani non si è parlato e il focus il premier britannico l'ha messo invece sul tema sicurezza.
Della conferenza sull'Afghanistan hanno parlato al telefono anche il cancelliere tedesco Angela Merkel ed il presidente francese Nicolas Sarkozy che hanno concordato le posizioni dei due paesi in vista dell'incontro. Ma anche da quella telefonata non è trapelato molto altro. Sul fronte tedesco c'è invece da registrare la smentita alle indiscrezioni di stampa secondo cui il ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, vorrebbe aumentare a 6mila unità il livello massimo per il contingente militare del Paese in Afghanistan. Questo livello è “privo di qualsiasi fondamento”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa, Christian Dienst, commentando le indiscrezioni. Soldi si, soldati no.