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| Giovanni Lo Porto. Alla famiglia il denaro ma non la verità sulla morte |
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sabato 17 settembre 2016
Un milione di lacrime. Il prezzo del drone che uccise Giovanni
Gli Stati Uniti “donano” ai Lo Porto un milione di euro per chiudere il caso del cooperante ucciso in Pakistan. E avvertono:“Non è un risarcimento” . Una pratica sempre più diffusa sugli omicidi segreti dal cielo. Ma la famiglia non ci sta
Con una “donazione” di 1 milione e 185mila euro alla famiglia Lo Porto per compensare la morte del figlio Giovanni, gli Stati Uniti considerano chiuso il caso del cooperante ucciso da un drone americano in Pakistan nel gennaio del 2015. Una donazione “in memoria”, formula ribadita ieri dall’ambasciata americana dopo che il quotidiano La Repubblica aveva rivelato l’accordo siglato l’8 luglio da un diplomatico incaricato di mettere una pietra tombale sulla vicenda. Che resta invece aperta in tutta la sua drammaticità anche se Washington si è tutelata con una formuletta che esclude che la donazione - non dunque un risarcimento ma al massimo un asettico riconoscimento del fatto - possa collegarsi a qualsivoglia futura azione legale: «Ciò non implica il consenso degli Stati Uniti d'America all'esercizio della giurisdizione italiana in eventuali controversie direttamente o indirettamente connesse al presente atto...». Punto e basta.
venerdì 29 gennaio 2016
Se un uccello (protetto) cambia la geopolitica
| Esemplare di ubara, dall'arabo hubara, della famiglia degli otididi. Una sorta di otarda (avis tarda) |
A volte le cose più strane creano conflitti o diventano soluzione di problemi. E' il caso di un uccello dal piumaggio colorato, di una dinastia di paludati monarchi del Golfo e di un Paese povero dell'Asia meridionale. L'uccello si chiama ubara – in inglese Houbara bustard - ed è un animale grazioso della famiglia conosciuta come Chlamydotis undulata. E' originario del Nord Africa ma comprende una specie diffusa in Asia, detta MacQueen's bustard. In origine considerata una sottospecie della famiglia africana, è in realtà il tipo di ubara più numeroso. Ma ha un problema: la caccia. La caccia avviene quando l'ubara migra dalle steppe dell'Asia centrale, predilette dalla famiglia MacQueen, per andare a svernare in India e nel Sud del Pakistan, un Paese cui il caldo non manca mai. E qui abbiam detto dell'uccello e del Paese povero. Ora veniamo ai cacciatori: questi abitano tra Riad e Kuwait City, sono ricchi e appassionati della caccia col falco. Per loro, le steppe dell'Asia centrale son lontane. Il Pakistan invece, è il caso di dire, è a un tiro di schioppo. Ed è anche un Paese dove è facile ottenere il permesso per una specie protetta come è nel caso dell'ubara. Non è però la solita storia del ricco che va a caccia nel giardino del povero infischiandosene della legge. L'ubara è diventato un affare di Stato, anzi di Stati, che finisce a raccontare più di geopolitica che di arte venatoria o di giusta indignazione animalista. E' una storia che vale la pena di raccontare.
Se la geopolitica fosse fatta solo di confini, accordi diplomatici e, in caso di guerra, di forniture di
armi, mezzi e soldati, la lettura di come va il mondo sarebbe molto semplice. In poche parole, per capire cosa accade tra il Pakistan e l'Arabia saudita, dopo che Islamabad ha prima negato i suoi soldati a Riad nella guerra in Yemen e, recentemente, si è dimostrata molto fredda verso la coalizione anti sciita messa in piedi dai sauditi per contenere l'Iran, basta guardare la carta geografica: il Pakistan confina con l'Iran, Paese a maggioranza sciita con cui ha accordi commerciali importanti e progetti in corso. Il Pakistan è interessato al petrolio e al gas iraniano e infine ospita una minoranza sciita importante. Se volete c'è anche di mezzo l'Afghanistan, Paese in guerra e con cui i nostri due confinano. Si capisce dunque la riluttanza di Islamabad a schierarsi coi sauditi nel loro jihad anti irano-sciita. Ma c'è dell'altro, un uccello appunto. Il nostro, o la nostra, ubara.
martedì 5 gennaio 2016
La giornata nera di Narendra Modi e Nawaz Sharif (aggiornato)
Quella di ieri è stata sicuramente la peggior giornata del 2016 per il premier indiano Narendra Modi. Un sisma nella zona orientale del Paese e, a Ovest, l'attacco a un consolato indiano a Mazar, in Afghanistan, che al calar del sole non era ancora terminato (ci sono volute 25 ore per chiudere le partita). Ma al calar del sole non era nemmeno terminato il terzo giorno di battaglia tra un manipolo di guerriglieri e una delle maggiori potenze militari del pianeta. Alle tre del mattino di sabato, dopo aver sequestrato alcune persone, almeno sei guerriglieri che fanno capo all'Ujc (il “cartello” kshmiro Consiglio unito del jihad) e a una fantomatica “Highway Squad”, di cui finora non si era avuto notizia, sono riusciti a penetrare in una base dell'aviazione indiana che sorveglia il confine pachistano - a qualche decina di chilometri in linea d'aria – e l'area del Kashmir, ferita mai rimarginatasi dopo la Partition del 1947 che ha diviso il Raj britannico tra India e Pakistan con tutte le malattie che ne sono derivate.Sabato pomeriggio, il governo aveva annunciato una fatidica “missione compiuta” ma prima che ieri scoccassero le sei di sera, lo stesso ministro dell'Interno che aveva dato per chiusa la partita di Pathankot, dove ha sede la base, doveva ammettere di aver detto sabato una bestiata, dettata forse dalla fretta e dall'imbarazzo di aver faticato – allora – 12 ore per averla vinta. Salvo scoprire che alcuni sabotatori erano ancora all'interno della base e ancora non è chiaro se la partita sia davvero chiusa (i guerriglieri morti sono sei e oggi la cosa può dirsi definitivamente finita). Dalla vicenda afgana, che riguarda comunque un problema di sicurezza dell'apparato consolare, alla brutta storia di Pathankot, per il decisionista Modi son ore dure. E non solo per la morte di sette “jawan”, come in gergo sono chiamati i militari. Ma perché la vicenda di Pathankot è piena di buchi e soprattutto, dice qualcuno, quei buchi si devono proprio a un uomo che ha accentrato poteri e decisioni. Scelte che, in casi come questo, fan venire al pettine più di un nodo.
Oltre alla bagarre interna, al problema di mettere in sicurezza una base militare molto ampia e l'apparato diplomatico all'estero, c'è poi la questione tutta politica dei rapporti col Pakistan. Pathankot e Mazar sono strettamente legati: che siano talebani in un caso (non c'è ancora una rivendicazione) e mujahedin kashmiri nell'altro, la fobia per il Pakistan non può che aumentare. E benché il comunicato dell'Ujc prenda le distanze da Islamabad sostenendo che i guerriglieri stanno agendo in autonomia per la secessione del Kashmir, tutto ciò non può che suonare alle orecchie dei falchi indiani come l'ennesima provocazione di un Pakistan percepito più come il vero grande nemico che non come il gemello con cui è bene riconciliarsi. Riconciliazione difficile e appena iniziata col viaggio di Modi in Pakistan nel dicembre scorso e ora a rischio. E' pur vero che Islamabad ha condannato l'attacco di Pathankot e che Delhi ha fatto sapere che un attentato non basta a far deragliare il dialogo, ma è anche vero che gli attentati adesso sono due, uno dei quali ha impegnato i soldati indiani per giorni. Delhi ha intanto reso noto che, del possibile incontro dei ministri degli Esteri – passo fondamentale per dar luce verde al dialogo tra i due colossi –, se ne riparlerà a operazione veramente conclusa, quando su Pathankot (e indagini correlate) sarà scritta la parola fine.
Per Islamabad l'imbarazzo non è meno grande e in un momento difficile nei rapporti internazionali. Uno dei suoi alleati per eccellenza, la retriva e ricca monarchia dei Saud - che non ha mai mancato di dare il suo sostanziale appoggio al governo pachistano e alle varie bande jihadiste del Paese - sta scaldando i motori contro Teheran. L'ultima avventura cui Islamabad vorrebbe partecipare: il Pakistan aveva già irritato i Saud quando, all'inizio della guerra nello Yemen, aveva risposto con una certa freddezza alla chiamata di Riad, limitandosi a frasi di rito ma rifiutando di inviare soldati. Poi, quando i Saud si sono inventati la coalizione islamica anti terrorismo, il Pakistan ha addirittura fatto sapere di non essere stato consultato. Mentre cerca di evitare una guerra a oriente Riad glene propone una a occidente. Anche qui son nodi al pettine.
aggiornato alle 14 del 5 dicembre
sabato 11 aprile 2015
Yemen, il coraggio di Islamabad nel dire no a Riad
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| Il ministro degli Emirati Gargash: ha condannato il Pakistan accusandolo di "ambiguità" |
parlamento di Islamabad, all'unanimità, ha approvato venerdi una
Il gesto è importante e coraggioso. Coraggioso perché dire di no ai sauditi non è facile. Importante perché il Pakistan apre la finestra negoziale chiamando in causa Onu e Organizzazione della conferenza islamica e proponendosi come possibile mediatore per un'uscita diplomatica e negoziale dalla crisi nel piccolo Paese mediorientale. La reazione arriva, furibonda, per bocca del ministro di Stato per gli Affari Esteri degli Uae Anwar Mohammed Gargash che condanna la posizione "ambigua" del Pakistan e secondo cui a Islamabad starebbe più a cuore quanto dicono Teheran e Ankara, favorevoli a una soluzione negoziale, che non a quanto serve ai fratelli arabi. Il Pakistan acquista dunque un ruolo importante: rompe il fronte che Riad vorrebbe unitissimo ma ricorda al Golfo la composizione di tanti Paesi musulmani, dove non tutti sono arabi e dove non tutti sono sunniti. Nel Paese dei puri prevale una posizione morbida, favorevole alla trattativa e che disinnesca in parte la miccia accesa da Riad che gode di molti appoggio, compreso quello (in parte) occidentale e soprattutto americano. Quanto al Golfo, nello schiacciare Islamabad al fianco di Teheren, Gargash leva il velo sulla vera natura del conflitto: fermare l'avanzata dell'Iran come potenza regionale uscita, dopo Ginevra, dalla condizione di paria. Una condizione da cui anche Islamabad evidentemente vuole uscire.
mercoledì 8 aprile 2015
Un ruolo (politico) del Pakistan nella guerra yemenita: verso una mediazione di Islamabad?
Ci sono due buone notizie sul fronte della guerra nello Yemen. La prima è che né Afghanistan né Pakistan, due Paesi eminentemente sunniti e alleati con Riad, hanno alcuna intenzione di entrare in guerra a fianco dei caccia sauditi. Appoggio si ma solo verbale e anche lì con molti distinguo (dopo le dichiarazioni ufficiali di appoggio a Riad, Kabul ha chiarito che "la guerra non è la soluzione"; quanto al Pakistan, in parlamento molti deputati si sono detti contrari a un intervento militare di appoggio al conflitto). La seconda buona notizia è che non solo Islamabad non ha dunque intenzione di garantire un sostegno militare ai sauditi ma che addirittura potrebbe cercare di mediare per arrivare a una soluzione politica della crisi. Così almeno sembra dopo la visita del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif a Islamabad mercoledi (e dove giovedi incontra il premier Nawaz Sharif) che ha chiesto al Pakistan di lavorare a una soluzione politica della crisi. Sembra abbia trovato orecchie attente sull'ipotesi di una possibile mediazione.lunedì 30 marzo 2015
Il Pakistan e la guerra nello Yemen
Per adesso nessuna decisione è stata presa. Nonostante il premier pachistano Nawaz Sharif abbia assicurato alla monarchia dei Saud che Islamabad sarebbe stata pronta anche a impiegare il suo esercito per difendere la sicurezza dell'Arabia saudita, la notte deve aver portato consiglio. A quanto si sa sulla guerra in Yemen nessuna decisione, oltre alla dichiarazione di principio, sarà presa da Islamabad prima del rientro di una visita a Riad capitanata nei prossimi giorni dal ministro della difesa Khawaja Asif e dal consigliere di Nawaz Sartaj Aziz. Per ora il Pakistan ha solo evacuato 500 cittadini col passaporto pachistano e residenti nello Yemen e ha comunque assicurato che nessuno dei pachistani residenti in Arabia saudita partecipa più o meno direttamente nel conflitto. Nawaz Sharif, visto che Riad è un importante finanziatore, doveva forse far mostra di solidarietà ma adesso sembra che la linea del governo sia prudente con una chiamata in causa della Conferenza islamica (Oic).Meglio di ogni altra considerazione mi pare valgano quelle contenute in un articolo di un giovane studioso pachistano, Suleain Akhtar, che mi permetto di suggerire e che, senza giri di parole, sconsiglia vivamente il suo governo dal prendere parte a quella che considera una "guerra imperialista" che non ha nulla a che vedere né col conflitto tra sciiti e sunniti, né con qualsivoglia altra considerazione che non sia un conflitto rivolto a fermare l'Iran di cui Riad teme e ha sempre temuto l'espansione come potenza non solo regionale. Tanto che i suoi finanziamenti al Pakistan (e ai movimenti fondamentalisti del Paese) vanno proprio letti in questa chiave. Una guerra sotterranea che ora in Yemen viene allo scoperto.
venerdì 27 marzo 2015
La guerra nel giardino di casa: prima ti bastono poi (semmai) parliamo
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| Infografica di Al Jazeera: anche la tv del Qatar in queste ore è un pezzo di propaganda probellica |
L'attacco
deciso dall'Arabia saudita - cui partecipano i Paesi del Golfo con
l'appoggio giordano, egiziano, marocchino e pachistano con l'avallo
di Stati uniti e Gran Bretagna, costituisce un pericolosissimo
precedente. Non che sia la prima volta che un Paese decide di
intervenire nel giardino di casa (gli Usa a Panama ad esempio nel
1989 ) ma è forse la prima volta che, in tempi rapidissimi, una
coalizione di volenterosi si mette assieme e manda cento caccia a
bombardare senza nemmeno tentare né un passaggio negoziale, né il
coinvolgimento – almeno di facciata – delle Nazioni unite. Avallo
delle grandi potenze da una parte, silenzio degli altri grandi attori
dall'altro (con l'esclusione di Cina e Russia e ovviamente dell'Iran)
sono il corollario perfetto che ammette le soluzioni di fatto nelle
aree di rispetto delle proprie zone di interesse. Da lì alla guerra
permanente e diffusa in cui ciascuno decide il destino della sua
aerea di influenza con le armi grazie al silenzio assenso degli
alleati, il passo è così breve che è forse già stato fatto. Se
almeno prima c'era una sorta di passaggio negoziale che teneva conto
almeno simbolicamente del parere altrui, adesso va bene così. Certo,
Israele ha fatto altrettanto a Gaza, ma lo Yemen, a differenza di
Gaza, è uno Stato sovrano riconosciuto a livello internazionale.
Dal punto di vista del diritto (da quello umano è la stesa cosa),
siamo di fronte a un passaggio radicale più preoccupante, del resto
già avvenuto nel 2009 quando Riad attaccò il Bahrein nel silenzio
assenso generale.
sabato 19 aprile 2014
L'abitudine del drone
Certe
notizie ormai passano del tutto inosservate: la morte di 15
“sospetti” qaedisti e di 3 civili (forse “sospetti” civili)
sembra talmente un fatto di routine che non mette in conto parlarne.
Abbiamo già parlato di questa pericolosa abitudine alla guerra,
segno inequivocabile dei conflitti moderni che si trascinano senza
fine per anni, e poco importa se i sospetti erano poi innocenti, che
siano stati uccisi da un drone americano che è anche lui “sospetto”
dal momento che l'amministrazione non ammette mai il suo uso e che
ciò avvenga, non tanto attraverso chi a migliaia di chilometri di
distanza schiaccia una bottone, ma senza che ci sia uno straccio di
documento legale che indichi perché si è deciso di commettere
un'azione extra giudiziale in un territorio sovrano senza che nemmeno
un pezzo di carta ne attesti un'almeno apparente legittimità (si veda
l'articolo di S. Marchionna sulle basi legali di queste azioni e i
dubbi a riguardo).
Dopo aver visto Dirty Wars di Jeremy Scahill faccio più caso a queste cose. Ho già
segnalato il bel film sulla guerra segreta a colpi di drone e noto
che va avanti senza che desti grandi preoccupazioni. Il presidente
dello Yemen Abd RabbuhMansur Hadi è d'accordo con la politica dei
droni anche se, secondo l'Onu, nel dicembre scorso 16 persone sono
state uccise e 10 ferite dopo che sono stati colpiti due cortei
nunziali. Cose che capitano. Basta farci l'abitudine.
sabato 26 gennaio 2013
LE GUERRA SEGRETA DEI DRONI
E' di un paio di giorni fa la notizia che l'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani ha aperto un'inchiesta – su domanda di diversi Paesi – per capire i danni dei droni tra la popolazione civili e se la loro azione non si possa configurare come un crimine di guerra. Gli aerei senza pilota sono un'arma “moderna” ritenuta efficacissima dal Pentagono ma a cui tutti guardano, da Israele alla Germania passando per l'Italia, come alla forma bellica del futuro. Tu stai a casa, non rischi una ghirba, guardi e spingi un bottone. C'è ovviamente un problema etico su come si fa la guerra ma non è questo il punto. Il punto è, sembra di capire dall'inchiesta, se questa arma efficacissima nel colpire criminali e terroristi non sia altrettanto efficace nel colpire i comuni mortali che si trovano nell'area. Gli errori commessi dai droni sono già tantissimi benché le loro scorribande siano coperte da segreto militare. Chissà se ne sapessimo di più.
L'emittente qatariotaAl Jazeera spiega che l'Onu intende studiare 25 casi (vedi la lista del team investigativo) in cui sarebbero morti almeno 500 civili in operazioni in Yemen, nelle aree tribali del Pakistan, in Somalia, Afghanistan e Gaza. In realtà i numeri sembrano molto più alti.
Le operazioni dei droni sono materia controversa come controversi sono per altro i numeri: quante ne sono state fatte, quanta gente hanno ucciso, quanti civili (utile dare un'occhiata a questo ottimo lavoro del Bureau of Investigative Journalism)? Ma la decisione dell'ufficio della serissima e determinata signora Pillay non è solo senza precedenti: segna un nuovo punto a favore del diritto in una materia, la guerra, nella quale la tecnologia fa passi da gigante (meno, il diritto).
Le operazioni dei droni sono migliaia ma la maggior parte sono di carattere ricognitivo. Per quel che se ne sa, per fare un esempio che riguarda il Pakistan nel periodo 2004-2013, i dati raccolti (mettendo insieme più fonti) dicono che: il totale dei bombardamenti con droni è stato di 362 azioni (di cui 310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431.
Qui sotto avete una tabella dell'andamento anno per anno per quel che riguarda i morti civili
Si comprende bene che era proprio ora di darsi da fare.
L'emittente qatariotaAl Jazeera spiega che l'Onu intende studiare 25 casi (vedi la lista del team investigativo) in cui sarebbero morti almeno 500 civili in operazioni in Yemen, nelle aree tribali del Pakistan, in Somalia, Afghanistan e Gaza. In realtà i numeri sembrano molto più alti.
Le operazioni dei droni sono materia controversa come controversi sono per altro i numeri: quante ne sono state fatte, quanta gente hanno ucciso, quanti civili (utile dare un'occhiata a questo ottimo lavoro del Bureau of Investigative Journalism)? Ma la decisione dell'ufficio della serissima e determinata signora Pillay non è solo senza precedenti: segna un nuovo punto a favore del diritto in una materia, la guerra, nella quale la tecnologia fa passi da gigante (meno, il diritto).
Le operazioni dei droni sono migliaia ma la maggior parte sono di carattere ricognitivo. Per quel che se ne sa, per fare un esempio che riguarda il Pakistan nel periodo 2004-2013, i dati raccolti (mettendo insieme più fonti) dicono che: il totale dei bombardamenti con droni è stato di 362 azioni (di cui 310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431.
Qui sotto avete una tabella dell'andamento anno per anno per quel che riguarda i morti civili
Si comprende bene che era proprio ora di darsi da fare.
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