Dal Paese della guerra e della confusione infinita arrivano due notizie di segno opposto. La prima dice che funzionari del governo afgano e talebani si sono incontrati in Arabia saudita per discutere di uno scambio di prigionieri in cambio della garanzia che le elezioni previste in ottobre si possano svolgere pacificamente. La notizia è anche che sarebbe stato il fallimento, forse temporaneo, di colloqui diretti tra americani e talebani a convincere parte della guerriglia a parlamentare con i “burattini” del governo di Kabul, come i talebani definiscono l’esecutivo di Ashraf Ghani.
L’altra notizia riguarda invece la conferma dell’arrivo in Afghanistan dell’ultima generazione di F-35 della Lockheed Martin: F-35B Lightning II, un aereo da combattimento in grado di decollare e atterrare anche in condizioni estreme. Giovedi scorso, confermando le indiscrezioni del giorno prima fornite dalla Cnn, avrebbe compiuto il suo primo raid contro i talebani. Ovviamente vittorioso. Nel paese della guerra e della confusione infatti la propaganda militare ostenta i successi della nuova politica di Trump: colpire dall’aria sempre di più costringendo i talebani al tavolo negoziale. Ma se il risultato sperato è quantomeno discutibile, l’opzione aerea è già in voga da tempo. Con pessimi effetti. Alcune decine di civili sarebbero stati uccisi da recenti raid aerei congiunti afgano-americani su cui sta indagando la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) che sostiene come le vittime si debbano a errori commessi durante una caccia dal cielo dell'aviazione. I militari chiamati in causa obiettano un vecchio refrain e cioè che fanno il possibile per non colpire i civili e che le morti denunciate non risultano. Ma Unama ricorda anche che gli attacchi aerei – triplicati nell’ultimo anno – avevano già ucciso 149 persone e ferite oltre 200 nella prima metà del 2018, in crescita del 52 percento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
Incuranti degli appelli umanitari, i militari fanno arrivare gli F-35B ma non senza polemiche. Il caccia è infatti nell’occhio del ciclone non solo in Italia e il Congresso Usa aveva espresso dubbi su una macchina da guerra che continua a mostrare falle (uno di questi velivoli da 100 milioni di dollari si è appena schiantato vicino alla USMC Air Station Beaufort, South Carolina). Forse i marine, e con loro l’industria bellica, devono aver pensato che si dovrà pur testare se l'ultima generazione di F-35 finalmente funziona. Cosa è meglio di una guerra? I negoziati possono attendere.
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sabato 29 settembre 2018
giovedì 27 dicembre 2012
AFGHANISTAN, IL PUNTO A FINE ANNO
Colloqui di pace, kamikaze, posizioni ondivaghe, inverno. Il punto a fine 2012 in un riepilogo scritto per il manifesto
Il bilancio è ancora incerto tra i poliziotti e i civili uccisi o feriti dopo che un kamikaze si è fatto esplodere ieri mattina nei pressi di una base Nato nella provincia orientale di Khost. Un veicolo stava per entrare in un vecchio aeroporto usato come base Nato: fermato dalla polizia afgana, il mezzo è esploso uccidendo almeno un poliziotto e due civili. L'attentato è stato rivendicato dai talebani ma ha fallito, come spesso accade, se l'obiettivo erano gli stranieri. Morti e feriti sono tutti afgani. E' solo l'ultimo episodio di una guerra che nemmeno l'inverno spegne, anche se gli attacchi si limitano a operazioni suicide per tener alta la tensione in attesa che neve e freddo lascino posto ad azioni più mirate.
La guerra non si ferma nonostante una ventina di afgani, tra cui membri importanti del movimento talebano, del governo Karzai, della cosiddetta Alleanza del Nord e della fazione di Gulbuddin Hekmatyar, si siano riuniti giovedi e venerdi prima di Natale, nel castello di la Tour, à Gouvieux, vicino a Chantilly, a 50 chilometri da Parigi. Benché i talebani avessero da subito chiarito che non si trattava di colloqui di pace, qualcosa è successo: ne fa fede un comunicato dell'emirato, riportato dall'agenzia afgana Pajhwok, in cui i turbanti chiedono una nuova Costituzione, reiterano che ogni cosa dipende dall'uscita di scena degli stranieri, ma – questo il fatto rilevante – fanno l'occhiolino alle elezioni del 2014. Cui sembrano interessati a partecipare. Secondo qualche osservatore, sarebbero dunque disposti, se mai si costituissero in partito politico, a condividere il potere con altri. E' un passo avanti. Secondo l'agenzia ToloNews ce n'è un altro: vorrebbero istituire una sorta di commissione che tenga conto di organizzazioni non governative, un passaggio per ora piuttosto oscuro ma che segnala un'apertura verso forme comunque poco gradite all'amministrazione Karzai che, del resto e seguendo l'atteggiamento ondivago che le è proprio, ha partecipato al meeting ma poi ne ha preso le distanze: «Non è ben chiaro chi abbia partecipato all'incontro – ha detto dopo il ministro degli Esteri Zalmai Rasool – e comunque non c'è bisogno di far questo tipo di cose fuori dal Paese. I colloqui di pace vanno fatti in Afghanistan». Posizione concorde con quella espressa dal Pakistan alla viglia del meeting francese (cui Islamabad non è stata invitata).
Come che sia l'incontro (il terzo, ma ai precedenti aveva partecipato solo l'ex talebano Abdul Salam Zaef) c'è stato, preparato dalla Fondation pour la Recherche Stratégique, centro vicino al Quay d'Orsay diretto da Camille Grand. Complicato sapere chi c'era esattamente: le informazioni dicono che Karzai era rappresentato da Haji Din Muhammad, suo consulente per gli Affari tribali (il precedente è stato ucciso dai talebani), dall'ex vice presidente Zia Massoud (fratello minore di Shah Massoud, il "leone del Panjshir") e dal nipote Hekmat Karzai. Per l'Alleanza del Nord c'era Yunus Qanooni, già speaker del parlamento. I talebani erano rappresentati da Shahabuddin Dilawar, ex ambasciatore dell'emirato a Riad e Islamabad e da Mohammad Naeem, membro dell'Ufficio aperto da loro in Qatar il 3 gennaio scorso. Per l'Hezb-i-Islami, c'era invece Ghairat Baheer, genero di Gulbuddin Hekmatyar.
Se non erano “colloqui di pace”, qualcosa comunque si muove: oltre alle due precedenti conferenze francesi (anche questa è stata definita dai talebani una “conferenza scientifica”), in giugno s'era svolto un incontro simile a Tokyo alla Doshisha University (prima del summit dei donatori), ma era stato solo una sorta di seminario. E all'inizio dell'anno in Qatar, Stati uniti e Arabia saudita avevano iniziato un'ipotesi di percorso negoziale coi talebani, subito arenatosi. Adesso l'Onu, secondo il capo di Unama Jan Kubis, ha in mente un "intra-Afghan dialog" in Turkmenistan in febbraio. Ma per ora i talebani sembrano freddi. Va inoltre registrata la freddezza dei pachistani già espressa sul meeting di Parigi e, adesso, la gelata di Rasool. Quanto a Parigi, avendo ritirato tutte le sue truppe, è probabilmente ritenuta dai turbanti un interlocutore possibile come mediatore di altri possibili incontri. Hollande sta giocando bene le sue carte.
Il bilancio è ancora incerto tra i poliziotti e i civili uccisi o feriti dopo che un kamikaze si è fatto esplodere ieri mattina nei pressi di una base Nato nella provincia orientale di Khost. Un veicolo stava per entrare in un vecchio aeroporto usato come base Nato: fermato dalla polizia afgana, il mezzo è esploso uccidendo almeno un poliziotto e due civili. L'attentato è stato rivendicato dai talebani ma ha fallito, come spesso accade, se l'obiettivo erano gli stranieri. Morti e feriti sono tutti afgani. E' solo l'ultimo episodio di una guerra che nemmeno l'inverno spegne, anche se gli attacchi si limitano a operazioni suicide per tener alta la tensione in attesa che neve e freddo lascino posto ad azioni più mirate.
La guerra non si ferma nonostante una ventina di afgani, tra cui membri importanti del movimento talebano, del governo Karzai, della cosiddetta Alleanza del Nord e della fazione di Gulbuddin Hekmatyar, si siano riuniti giovedi e venerdi prima di Natale, nel castello di la Tour, à Gouvieux, vicino a Chantilly, a 50 chilometri da Parigi. Benché i talebani avessero da subito chiarito che non si trattava di colloqui di pace, qualcosa è successo: ne fa fede un comunicato dell'emirato, riportato dall'agenzia afgana Pajhwok, in cui i turbanti chiedono una nuova Costituzione, reiterano che ogni cosa dipende dall'uscita di scena degli stranieri, ma – questo il fatto rilevante – fanno l'occhiolino alle elezioni del 2014. Cui sembrano interessati a partecipare. Secondo qualche osservatore, sarebbero dunque disposti, se mai si costituissero in partito politico, a condividere il potere con altri. E' un passo avanti. Secondo l'agenzia ToloNews ce n'è un altro: vorrebbero istituire una sorta di commissione che tenga conto di organizzazioni non governative, un passaggio per ora piuttosto oscuro ma che segnala un'apertura verso forme comunque poco gradite all'amministrazione Karzai che, del resto e seguendo l'atteggiamento ondivago che le è proprio, ha partecipato al meeting ma poi ne ha preso le distanze: «Non è ben chiaro chi abbia partecipato all'incontro – ha detto dopo il ministro degli Esteri Zalmai Rasool – e comunque non c'è bisogno di far questo tipo di cose fuori dal Paese. I colloqui di pace vanno fatti in Afghanistan». Posizione concorde con quella espressa dal Pakistan alla viglia del meeting francese (cui Islamabad non è stata invitata).
Come che sia l'incontro (il terzo, ma ai precedenti aveva partecipato solo l'ex talebano Abdul Salam Zaef) c'è stato, preparato dalla Fondation pour la Recherche Stratégique, centro vicino al Quay d'Orsay diretto da Camille Grand. Complicato sapere chi c'era esattamente: le informazioni dicono che Karzai era rappresentato da Haji Din Muhammad, suo consulente per gli Affari tribali (il precedente è stato ucciso dai talebani), dall'ex vice presidente Zia Massoud (fratello minore di Shah Massoud, il "leone del Panjshir") e dal nipote Hekmat Karzai. Per l'Alleanza del Nord c'era Yunus Qanooni, già speaker del parlamento. I talebani erano rappresentati da Shahabuddin Dilawar, ex ambasciatore dell'emirato a Riad e Islamabad e da Mohammad Naeem, membro dell'Ufficio aperto da loro in Qatar il 3 gennaio scorso. Per l'Hezb-i-Islami, c'era invece Ghairat Baheer, genero di Gulbuddin Hekmatyar.
Se non erano “colloqui di pace”, qualcosa comunque si muove: oltre alle due precedenti conferenze francesi (anche questa è stata definita dai talebani una “conferenza scientifica”), in giugno s'era svolto un incontro simile a Tokyo alla Doshisha University (prima del summit dei donatori), ma era stato solo una sorta di seminario. E all'inizio dell'anno in Qatar, Stati uniti e Arabia saudita avevano iniziato un'ipotesi di percorso negoziale coi talebani, subito arenatosi. Adesso l'Onu, secondo il capo di Unama Jan Kubis, ha in mente un "intra-Afghan dialog" in Turkmenistan in febbraio. Ma per ora i talebani sembrano freddi. Va inoltre registrata la freddezza dei pachistani già espressa sul meeting di Parigi e, adesso, la gelata di Rasool. Quanto a Parigi, avendo ritirato tutte le sue truppe, è probabilmente ritenuta dai turbanti un interlocutore possibile come mediatore di altri possibili incontri. Hollande sta giocando bene le sue carte.
mercoledì 19 dicembre 2012
COLLOQUI DI PACE, SI, NO, NI
Proprio dopo che il Consiglio di sicurezza ha annunciato che, nonostante il rinnovo della sanzioni contro i talebani del 17 dicembre (riguardano 132 persone e 4 entità), sarà adesso possibile viaggiare per chi tra i turbanti lo fa con la finalità del dialogo di pace, questi ultimi dicono no ai colloqui di pace tra tutte le forze in campo che Unama, la missione Onu, voleva organizzare a Kabul, come annunciato dalla missione settimana scorsa. Per ora regge però ancora l'ipotesi di un incontro a Parigi mediato dalla Francia che, qualche giorno fa, ha terminato il ritiro delle sue truppe.
Il luogo dovrebbe essere Parigi o dintorni e la data conosciuta era, sinora, il 17 dicembre. Per ora però non si sa altro. L'ultima notizia conosciuta fa stato solo dell'opposizione del Pakistan a che negoziati si tengano fuori dall'Afghanistan.
Il luogo dovrebbe essere Parigi o dintorni e la data conosciuta era, sinora, il 17 dicembre. Per ora però non si sa altro. L'ultima notizia conosciuta fa stato solo dell'opposizione del Pakistan a che negoziati si tengano fuori dall'Afghanistan.
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