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giovedì 17 settembre 2009

KARZAI, IL VOTO E LA LEGGE "TALEBANA"



Martedi, l'ammiraglio Mullen, capo di stato maggiore dell'esercito americano, aveva detto davanti al Congresso, che il vero rischio per l'Afghanistan più che mullah Omar è un governo delegittimato. Non conosceva ancora i dati, “provvisori” ma ormai chiaramente definitivi, resi noti ieri che danno Karzai al 54,6%, la percentuale più alta raggiunta dal presidente uscente e ormai lontanissima dal rivale Abdullah Abdullah rimasto sotto al 28%. Ma Mullen forse già sapeva che l'Unione europea avrebbe dichiarato che qualcosa come un milione e mezzo di voti, un quarto delle schede infilate nelle urne, sarebbero “fraudolente”. Condizionale d'obbligo ma sufficiente a fare di Karzai un presidente assai debole. Mullen conosce probabilmente anche i termini di una nuova legge in discussione al parlamento – e di cui si discute animatamente nelle cancellerie – che Lettera22 ha potuto visionare: e che punisce con un anno di galera chi affitta un locale a una coppia non sposata e con una multa la donna che stringe la mano a uno sconosciuto. Una legge sulla morale di sapore “talebano”. Che, unita a un presidente eletto grazie anche a un milione di schede fraudolente, dipinge un quadro davvero a tinte fosche.

Il team elettorale di Karzai non ha esitato a definire “parziali, irresponsabili e in contraddizione con la Costituzione” le valutazioni emerse ieri dalla Election Monitoring Commission europea ma il presidente sa bene che nella comunità internazionale il malessere è palese. “Cosa farebbe lei – ci dice un diplomatico occidentale accreditato a Kabul – se nel suo paese venisse a sapere che una percentuale del voto è fraudolenta?”...

LETTERA22

giovedì 10 settembre 2009

SE LA CORTE INDAGA

La Corte penale internazionale dell'Aja fa sapere che sta raccogliendo informazioni su possibili crimini di guerra commessi da soldati occidentali, talebani o qaedisti

La bufera sul processo elettorale in Afghanistan non accenna a quietarsi. E mentre infuria la polemica sulla liberazione del giornalista americano del New York Times che ha però lasciato sul terreno un cronista afgano, la Corte penale internazionale avanza l'ipotesi di un'indagine per crimini di guerra che potrebbe interessare sia la Nato sia la guerriglia talebana.
Incalzata dalle polemiche la Commissione mista per i reclami (Ecc), presieduta dal canadese Grant Kippen, ha annullato tutte le schede di 83 seggi (circa 5mila) in tre diverse province (51 a Kandahar, 27 a Ghazni e 5 a Paktika) denunciando “chiare e convincenti prove di frode” sia nei procedimenti di voto sia nello scrutinio per l'elezione del capo dello stato tenutasi lo scorso 20 agosto. Fra le irregolarità: schede mai aperte, voti per un candidato inseriti nell'involucro di un altro, conteggi errati, materiale scomparso e segni che possono identificare i votanti.
Il colpo di reni della Ecc cerca dunque di mettere un po' d'ordine in un processo elettorale dove irregolarità di ogni tipo, complicate dalle difficoltà logistiche e dalla situazione di conflitto, mettono molto in forse la dimensione effettiva della riconferma di Karzai che, con lo spoglio al 91,6% dei seggi, è al 54,1%, dunque fuori rischio ballottaggio, davanti ad Abdullah Abdullah rimasto al 28,3%. La Commissione elettorale, sabato prossimo potrebbe dichiarare i risultati definitivi, salvo forse alcuni riconteggi e tenendo in conto le schede annullate (i voti sono stati pari a 6,5 milioni e attestano ormai la reale affluenza a circa il 33-34% degli aventi diritto). Anche la Ue ne approfitta per fare la voce grossa: “Il processo elettorale – dice Bruxelles in una nota - non sarà completo finché i risultati non saranno stati certificati”. Ma, tra esortazioni e inviti, tutti sono ormai convinti che una certezza vera c'è. E cioè che non si farà il ballottaggio evitando così un nuovo inferno, non solo dagli altissimi costi umani e monetari, ma dalla difficilissima certificazione di trasparenza. Prendere tempo però servirà solo fino a un certo punto. In un'intervista alla Bbc, Abdullah Abdullah ha accusato la Commissione elettorale indipendente di essere “schierata” con Karzai che avrebbe così “rubato” le elezioni. A dati definitivi annunciati, ricucire sarà difficile e complesso così come dissipare il temporale che ha investito il processo elettorale denudando la fragilità delle istituzioni nazionali.

A Kabul continua intanto la polemica sulla morte di Sultan Munadi, il reporter afgano ucciso nel raid della Nato che ha liberato l'inviato del Nyt Stephen Farrell. La principale associazione di giornalisti afgani, Press Club, ha duramente critica la Nato per l'esito del blitz accusando l'Alleanza di aver abbandonato il suo corpo, utilizzando così un doppio standard nella protezione degli ostaggi. Un atto che per i giornalisti afgani è disumano e ingiustificabile.

E su questa ennesima bufera se ne profila un'altra: la possibilità che dell'Afghanistan si occupi anche la Corte penale internazionale dell'Aja. La Cpi sta raccogliendo informazioni su possibili crimini di guerra commessi da soldati occidentali, talebani o qaedisti. Il procuratore della Cpi, Luis Moreno Ocampo, ha spiegato che “la Corte sta analizzando numerose accuse, mosse da diverse fonti, di massacri e torture. Se risultassero fondate, potremmo iniziare un'investigazione ufficiale”. Il magistrato ha voluto chiarire che tutti i crimini di guerra commessi in Afghanistan (paese che riconosce la Cpi) , sia ad opera di cittadini afgani sia di stranieri, rientrano nelle competenze della Corte.

venerdì 4 settembre 2009

L'EX MAOISTA CHE VOLLE FARSI RE


Mister Clean Bashardost: Voto “nazionale” per il fuoriclasse senza partito e senza amicizie pericolose


Chi sta vincendo le elezioni? Non c'è dubbio: Bashardost”. Benché le percentuali di Ramazan Bashardost oscillino tra l'11 e il 13%, il dottor Mohamed, un professionista fuggito in Europa quando i mujaheddin arrivarono a Kabul negli anni Novanta ma che da un po' di anni ha fatto ritorno in Afghanistan, ha probabilmente ragione.
Ramazan Bashardost, uno dei quattro Grandi Candidati delle elezioni presidenziali di agosto, anche se è lontano dalla vittoria dei numeri, è già il vincitore morale di questa controversa consultazione. Sul suo nome, come su quello di Asharf Ghani, non c'è l'ombra grigia dei brogli e delle frodi elettorali, non ci sono accuse di voti comprati o di scandali più o meno nascosti come nel caso di Karzai o di Abdullah. Ma Ghani, beniamino di Washington, buone amicizie nei posti che contano - dal Palazzo di Vetro alla Banca mondiale - si è fermato a meno del 3%, oltre due punti sotto a quanto i sondaggi gli avevano attribuito. Bashardost invece, che era dato al 9%, è andato ben oltre. Con una sorpresa.

Se si studia la mappa della consultazione elettorale, Bashardost, un professionista nato nel distretto di Qarabagh nella provincia a maggioranza hazara di Ghazni, non ha fatto il pieno solo nelle roccaforti di questa minoranza etnica che supera il 15% della popolazione. Ha preso voti nelle aree pashtun o tagiche, o tra turcofoni del Nord: tutti in larghissima maggioranza sunniti, il contrario degli hazara che sono gli sciiti d'Afghanistan. Quello per il lui non è un voto etnico o di appartenenza tribale ma “nazionale” che, per una volta, sfata il pernicioso luogo comune che gli afgani rispondono solo al richiamo del sangue e alla casella identitaria in cui siamo soliti cacciarli per decifrane la complessità.
Ma chi è questo outsider senza partito amato per la battaglia alla corruzione, che non si è sporcato le mani (col sangue, le armi, l'oppio) e che non ha amicizie imbarazzanti? Chi è questo gentiluomo senza corona, e - come nella canzone - senza scorta, che ha fatto una campagna elettorale con pochi soldi affidandosi a un gazebo impiantato nel cuore della capitale dove chiunque poteva avvicinarlo e parlargli?
La sua biografia racconta di un esilio iniziato nel 1978 dopo il golpe che porterà l'Urss, l'anno dopo, all'invasione. Ma chi volesse ascriverlo tra gli anti comunisti viscerali sbaglierebbe. E' stato un simpatizzante maoista, come per altro moltissimi hazara, quando il movimento comunista afgano era cresciuto fino a diventare una forza importante e divisa, come allora ovunque, tra filosovietici e filocinesi (i maoisti piacevano così poco agli ortodossi del Partito, che si allearono con Shah Massud, il conquistatore di Kabul, islamista raffinato ma che certo non amava i comunisti, al punto che poi regolò i conti con gli haza-mao prima della presa della capitale).

In quegli anni però Ramazan era adolescente. E all'estero. Figlio di funzionari pubblici, ha di che finire gli studi liceali e universitari in Iran per poi emigrare in Pakistan. Da lì va in Francia dove termina negli anni Novanta università, master e Ph.D. La sua tesi ha come argomento il ruolo dell'Onu durante l'invasione sovietica. Ma anche quell'epoca è agli sgoccioli: arrivano i mujaheddin, i talebani, infine l'invasione del 2001 che li scaccia dal potere. Nel 2002 Bashardost torna a Kabul. Ha 37 anni.
Prima inizia con un incarico al ministero degli esteri, poi viene chiamato da Karzai nel 2004 a dirigere il ministero per la Pianificazione. Ma nel 2005 l'idillio è già finito. Ramazan dichiara guerra a 2mila organizzazioni “caritatevoli”, sia afgane sia internazionali, chiedendo misure draconiane. Ma il governo – compreso l'allora ministro delle Finanze Ashraf Ghani - lo bloccano, costringendolo alle dimissioni. La storia lo rende così popolare che alle successive elezioni parlamentari è il terzo parlamentare più votato. Il suo programma in 50 punti è semplice e onnicomprensivo, con un occhio di riguardo per i contadini. Ma si è anche conquistato la fama, oltre che di Mister Clean, di difensore dei diritti umani. Un elemento che dovrebbe piacere anche a noi.

martedì 25 agosto 2009

SOLDATI SI, SOLDATI NO, LA TENSIONE AFGANA EMIGRA NEGLI USA

In attesa dei risultati ufficiali la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Il Nyt dice che gli alti comandi Usa in Afghanistan vogliono più militari e risorse. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai


La tensione è alta in Afghanistan. Sotto ogni punto di vista: alle accuse di brogli si sommano gli annunci di una vittoria di Karzai non ancora certificata mentre sul fronte militare i vertici impegnati sul campo mordono il freno. Vogliono più soldati e un'accelerazione da opporre a un rinnovato vigore talebano. Guerra contro guerra, più soldati e più armi proprio mentre si dovrebbe celebrare, per quanto controversa e dimezzata, la vittoria della democrazia sull'oscurantismo. Una situazione che sembra allungarsi su un precipizio pericoloso e proprio alla vigilia del giorno della verità: oggi infatti la Commissione elettorale dovrebbe dire, a spoglio ultimato di circa il 90% delle schede, se Karzai ha davvero vinto e quanti, in effetti, hanno votato.

La pressione dei militari per avere più uomini e mezzi, che ieri è diventata semi ufficiale in un lungo articolo del New York Times che anticipa quello che i vertici americani in Afghanistan diranno alla Nato e al presidente degli Stati uniti, viene in realtà da lontano. E non si poteva scegliere momento migliore, adesso che Obama è in difficoltà nei sondaggi e la guerra in Afghanistan è tanto impopolare...soprattutto se dovesse perderla. Per tutto l'inverno scorso il pressing, a colpi di indiscrezioni e anticipazioni sui “giornali amici”, aveva prefigurato uno scenario di almeno 30-40mila soldati in più. Da spostare, per far contento il presidente, dall'Iraq in Afghanistan. E con l'aumento delle truppe si era anche fatta strada l'ipotesi Petraeus: fare anche dell'Afghanistan terra di “surge” sul modello iracheno, milizie tribali armate agli ordini della contro guerriglia. Poi quel piano naufragò. E a marzo Obama annunciò che in Afghanistan sarebbero andati “solo” 21mila soldati, 4mila dei quali non combattenti. 17mila operativi dunque, non uno di più, come pare avesse spiegato proprio ai generali in Afghanistan il consigliere nazionale per la sicurezza di Obama James L. Jones. Era fine giugno.

Da quel viaggio in avanti le acque si sono calmate e la parola d'ordine è stata, per lo stesso Mc Chrystal, il generale che guida i soldati americani in Afghanistan ma che è anche capo della Nato/Isaf, “protezione dei civili”, meno bombe, più ingegneri. Ma la cosa ha retto solo fino alle elezioni: alle fibrillazioni dei candidati afgani si accompagnano quelle degli alti comandi Usa.
Il terreno lo prepara l'Ammiraglio Mullen, che è a capo dello stato maggiore americano: dice che la situazione in Afghanistan si è deteriorata “nonostante” la recente iniezione di 17mila nuovi soldati e lo sforzo extra messo in piedi per le elezioni. Lo dice alla Cnn. Più forte che suggerirlo al Congresso, magari a porte chiuse. I talebani, dice, si sono fatti più sofisticati nella tattica. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai.

In questo quadro, spiegava ieri l'edizione telematica del Nyt, i generali americani diranno alla Nato che le truppe attuali non bastano. E forse questo dirà anche al Congresso il generale Mc Chrystal, di cui è atteso un rapporto sulla nuova strategia che viene continuamente rinviato. Pare che la musica sia già stata cantata dai militari anche all'inviato di Obama per la regione, Richard Holbrooke, un altro fautore dell'opzione politico-diplomatica.
Al momento gli americani hanno nel paese 57mila uomini. Con gli alleati della Nato siamo a circa 100mila, gli stessi che aveva Mosca ai tempi ardenti dell'invasione. Quanto soldati ci vorrebbero adesso?
La bizzarria del corto circuito afgano è che è un serpente che si morde la coda. Il giorno prima che il Nyt battesse la notizia della richiesta di nuove truppe, l'agenzia di stampa Reuters aveva già diffuso la sintesi del cahier de doléance presentato dai generali della Nato a Holbrooke...Il fatto è che ormai Nato e forze americane sono sempre di più la stessa cosa. Quando Richard Holbrooke parla col generale Curtis Scaparotti, che comanda il settore Est, sta parlando con un uomo della Nato o con un soldato americano? La stampa statunitense finisce così per addebitare pressioni per l'aumento di truppe anche agli italiani, quando cita il generale Rosario Castellano che si sarebbe lamentato con Holbrooke che la frontiera con l'Iran è un colabrodo perché ha solo 170 guardie. Ma in realtà, come si è visto nelle interviste date ai giornali italiani, Castellano si è ben guardato dal suggerire un aumento di soldati.

Insomma la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Ne approfitta anche l'ex candidato alla Casa Bianca John McCain che, fautore di aumento della pressione militare, ha resuscitato in un'intervista il vecchio “approccio Petraeus”, il surge miliziano seppellito da Obama.

Voto a Herat: la foto è di Giuliano Battiston

domenica 23 agosto 2009

KARZAI CANTA VITTORIA

Le indiscrezioni sul vincitore delle elezioni afgane continuano a correre veloci come le accuse di brogli, frodi, maneggio delle schede. E mentre da più parti si mette in dubbio la validità di un voto che, stando alle anticipazioni avrebbe visto mettere la scheda nell'urna un afgano su due, i talebani mettono in pratica le minacce della vigilia: e tagliano le dita a due elettori resi riconoscibili dall'inchiostro elettorale.

Un'atmosfera tesa circonda l'attesa dello spoglio mentre la squadra di Karzai, che già aveva annunciato vittoria, ora fa sapere che il presidente uscente sarebbe stato riconfermato col 70% dei voti....contro solo il 23% di Abdullah, il principale rivale. Voci, che aumentano la tensione mentre le contestazioni sui brogli arrivano da molti osservatori: i candidati innanzi tutto, come Mirwais Yassini, vice capo della Camera bassa e uno dei 31 contendenti in lizza che ha annunciato diversi ricorsi. Ma le contestazioni arrivano anche da fonti non interessate: l'Afghanistan's Free and Fair Election Foundation (Fefa), una Fondazione indipendente con 7mila osservatori, denuncia elettori minorenni, il doppio o triplo voto, gli “aiuti” di accompagnatori sospetti. E' la Fefa che ha dato la notizia anche della mutilazione avvenuta nella provincia di Kandahar per due elettori privati del dito della mano segnato dall'inchiostro indelebile (che in molti caso è stato denunciato non lo fosse affatto). A causa delle minacce dei talebani inoltre, specie al Sud molte persone non si sono recate a votare (la percentuale dei votanti non è ancora ufficiale ma pare si attesterà su un 45-50% degli aventi diritto). A quelle della Fefa si uniscono le denunce del National Democratic Institute (Ndi) di Kabul che ha messo in dubbio la credibilità alla Commissione elettorale indipendente (Iec), che meriterebbe, secondo l'organismo, una riforma.

Unite alle preoccupazioni della Ue (che aveva chiesto ai candidati di non pronunciarsi prima dei risultati ufficiali) e alle indiscrezioni emerse dai racconti di molti osservatori internazionali, il quadro si fa serio specie in vista del 25 di agosto, giorno in cui verranno resi noti i dati parziali e quelli sull'affluenza. Il rischio è che la consultazione elettorale anziché produrre stabilità crei un vuoto istituzionale pericoloso specie in un momento in cui si fa strada, dopo il fallimento (in parte) del boicottaggio talebano, il desiderio di avviare un processo negoziale e chiudere il capitolo della guerra. Apre alla guerriglia Rohul Amin, governatore della provincia di Farah, Afghanistan occidentale: i talebani, dice, non accettano la Costituzione e non riconoscono i diritti delle donne, ma per chi si adeguerà “le porte del governo sono aperte” per “partecipare al processo democratico dell'Afghanistan”.

sabato 22 agosto 2009

FIAMME ALTE (POLITICHE) A KABUL

Afghanistan, il giorno dopo. A buttare acqua sul fuoco ci prova il portavoce della Commissione europea, John Clancy: “Incoraggiamo tutti i candidati a rispettare il processo elettorale e ad evitare annunci prematuri su possibili risultati”. Ci prova, ma l'incendio ha le fiamme già alte.
Il giorno dopo il voto in Afghanistan, salutato da tutti come un successo con una rapidità forse eccessiva, già ridimensiona la qualità del voto come i risultati, ancora parzialissimi della partecipazione, confermano:il 70% degli aventi diritto che avevano votato nel 2004 si sono ridotti a un 40-50%. Ma c'è di più: i due candidati presidenziali forti – Hamid Karzai e Abdullah Abdullah – hanno già cantato vittoria poco dopo l'annuncio della chiusura delle urne.
Sia Karzai sia Abdullah, sulla scorta di quelle che sono delle vaghe indiscrezioni che disegnerebbero comunque un testa a testa, dicono di avere la vittoria in tasca. Un modo forse per mettere le mani avanti e per dirsi comunque vincitori anche se le urne premiassero l'altro. In realtà sino al 17 settembre i risultati definitivi non saranno disponibili (anche se pare che l'annuncio verrà anticipato) ma il 25 agosto, ossia tra circa 72 ore, saranno disponibili i risultati parziali che potrebbero gettare altra benzina sul fuoco innescato dalle preventive dichiarazioni di vittoria di Karzai e Abdullah.
Intanto come numeri certi ci sono solo quelli delle vittime di queste giornate di elezioni: solo l'altro ieri, nel giorno del voto, undici funzionari della Commissione elettorale indipendente (Iec) hanno perso la vita e con loro otto soldati afgani. Gli attacchi dei talebani ai seggi sono stati 135 e in molti casi sono risusciti nell'intento, specie nel Sud e nell'Est del paese: non permettere alla gente di recarsi alle urne. Anche ieri ci sono stai nuovi episodi di violenza: incendi ai seggi elettorali accompagnati dal bollettino quotidiano dei morti sul campo di battaglia (due soldati britannici e un americano). Nulla però rispetto ai giorni scorsi. Ma il futuro non è roseo.

La polemica sull'inchiostro che stinge (era già successo nel 2004) non può che alimentare le voci de brogli che costituiranno la benzina per la macchina delle recriminazioni: gli uomini di Abdullah annunciano di aver presentato almeno un centinaio di denunce alla Commissione per i reclami elettorali per brogli rilevati dai 26mila rappresentanti di lista del concorrente di Karzai. Ma anche per Karzi può valere lo stesso discorso senza contare che il presidente uscente può sempre dirsi penalizzato – e non avrebbe torto – dal voto mancato nelle aree a maggioranza pashtun.Preoccupazione la esprime anche Richard Holbrooke, l'inviato di Obama per la regione, che sostiene che il voto in Afghanistan si concluderà sul filo di lana con un testa a testa tra i due maggiori candidati. Ma di più non dice. Conferma però le voci che girano soprattutto a Kabul e nei seggi dove i conteggi (che vengono riprodotti in cinque copie e poi inviati a un centro controllato dalla Iec) sono già finiti: testa a testa tra Karzai e Abdullah.

La vittoria di Karzai o di Abdullah non sono comunque un risultato che farà contentissimi né gli americani né i loro alleati occidentali: il primo si è costruito una fama di abile negoziatore ma anche di capo di un governo corrotto e inefficiente dominato dall'alleanza con gli ex signori della guerra. Il secondo, lui stesso ex signore della guerra e con alle spalle l'Alleanza del Nord (la coalizione di ex mujaheddin che nel 2001 guidò la campagna di terra per spodestare mullah Omar), non ha grande esperienza di governo e ha una squadra debole alle spalle. Ma adesso l'obiettivo è disinnescare la miccia accesa da una guerra tra i due che per ora si limita alle parole ma che potrebbe prefigurare uno scenario pericoloso se Karzai e Abdullah dovessero arrivare ai ferri corti. La possibilità di un esecutivo che rappresenti vincitori e vinti appare come l'unica soluzione in grado di disinnescare la mina. Ma per fare ipotesi è comunque ancora presto. Come è ancora presto per definire le elezioni del 20 agosto in Afghanistan un “grande successo”.

mercoledì 19 agosto 2009

LA PACE NEI PROGRAMMI DEI CANDIDATI


Negoziato. Riconciliazione nazionale. Perdono. Pace. Nessuna di queste parole è stata dimenticata nella campagna elettorale dai poco più di trenta candidati alle presidenziali.
Come ignorare del resto la prima vera preoccupazione di ogni afgano e cioè chiudere il capitolo della guerra? A parte un piccolo gruppo di speculatori che col conflitto fa affari, gli afgani sanno bene che molte delle promesse disattese dipendono anche da una macchina che assorbe la maggior parte delle risorse e delle priorità, la macchina della guerra. Seppur con toni diversi, da Karzai ad Abdullah Abdullah, da Ghani a Ramazan Bashardost (il meno noto dei front-runner ma che i sondaggi danno al 9%), tutti pensano che bisogna negoziare. Come, quando, con chi è un'altra faccenda...

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martedì 18 agosto 2009

MENO DUE

“Afghan Vintage”. A due giorni dal voto, qualche ironico osservatore le ha già definite così queste elezioni arrivate al termine della campagna elettorale chiusa ieri ufficialmente. Tra minacce talebane – che hanno recapitato alla sede di Al Jazeera, un palazzetto nuovo ed elegante vicino al centro, i volantini in cui si afferma che la guerriglia taglierà i nasi, le orecchie e le dita di chi si recherà a votare – e un palpabile clima di tensione, l'antico e il ritorno di vecchi protagonisti della storia afgana hanno segnato l'ultimo scorcio della propaganda dei candidati.

Hamid Karzai, capo dello Stato uscente, ha chiuso la campagna con una conferenza stampa in cui si è fatto bello esibendo i candidati che si sono ritirati in suo favore. Otto su 41 senza contare l'ultimo colpo largamente annunciato: il ritorno dell'ex signore della guerra, generale col filosovietico Najibullah e ministro con Karzai, Abdul Rashid Dostum. Il suo sostegno, e cioè il pacchetto di voti della regione trucofona del Nord, non è di poco conto e gli si può dunque perdonare di avere sul groppone un mandato per omicidio che lo aveva costretto a un breve esilio in Turchia. Dostum riveste comunque la carica – ancorché abbastanza simbolica - di capo di stato maggiore delle forze armate, possiede media e una milizia fedelissima oltre a un fortissimo potere sulle aree attorno a Mazar-i-Sharif, suo feudo personale. La “casetta” di Kabul è un palazzone con una parabola grande quanto quelle della Nato, sorvegliata da un manipolo di miliziani che tengono lontani curiosi e giornalisti. E' chiaro che solo il presidente poteva far cestinare o sospendere le accuse contro di lui ed è dunque scontato il suo appoggio a Karzai che spera di farcela al primo turno. Ma non è l'unico ritorno old style.


Leggi tutto nella rubrica Afghanistan di Lettera22

giovedì 13 agosto 2009

OMBRE E DENARI SULLA CAMPAGNA DI KARZAI


Schede di voto comprate per un pugno di dollari o scambiate con tessere telefoniche. Soldi pubblici utilizzati per la campagna elettorale. Intimidazioni e boicottaggio nei confronti dei rivali più deboli e “patti segreti” con i più forti. Milizie "realiste" a presidiare i seggi. Con la cornice di seggi elettorali che andranno deserti per problemi di sicurezza e dunque si presteranno a brogli e frodi. E' questo il panorama in cui Hamid Karzai, il presidente uscente, cerca la sua seconda rielezione. Ma è proprio lui, coadiuvato da famigliari e consiglieri, una delle zone grigie più controverse di queste elezioni. Che non può e non vuole perdere.

E' lui l'elegante signore pashtun avvolto nel tradizionale chapan di ottima fattura, a utilizzare senza esclusione di colpi ogni mezzo pur di ottenere un'elezione al primo turno senza l'onta del ballottaggio. Anche a costo che la sua stessa campagna elettorale, al centro di critiche e polemiche, rischi di fargli perdere consensi nazionali e appoggi internazionali.
Gli attacchi più violenti glieli ha riservati la stampa britannica e il frasario assai poco diplomatico di uno dei suoi maggiori rivali, Ashraf Ghani, che Karzai avrebbe cercato di “comprare” promettendogli un super premierato nel suo gabinetto, e che ha accusato il presidente di aver fatto dell'Afghanistan lo stato più fallito e corrotto del pianeta.

Così corrotto che adesso Karzai, attraverso intermediari che si rivolgono direttamente ai contadini poveri delle aree più a rischio, quelle del Sud dove infuria la guerra, comprerebbe le schede elettorali per poco più di venti euro o addirittura in cambio di tessere telefoniche per il cellulare. La compravendita di voti non è una novità (in Afghanistan come altrove) ma il Times di Londra ha puntato il dito direttamente su Wali Karzai e su Sher Mohammad Akhundzada, ex governatore della provincia di Helmand, un uomo che, come il fratello del presidente, è stato sempre molto chiacchierato anche in relazione al narcotraffico. Accusa riecheggiata per mesi nei corridoi dei palazzi di Kabul sino ad essere poi approdata a chiare lettere in un articolo della stampa americana e persino nel saggio scritto da un diplomatico in servizio a Kabul.


Wali è molto chiacchierato
anche per i suoi affari nella capitale e per essere considerato un re degli appalti, specie nel lucroso settore edilizio di Kabul. Ma è anche l'amministratore di un ingente patrimonio fondiario nel Sud e l'uomo di cui il presidente si serve per tenere viva la rete di relazioni tribali della potente tribù dei Popolzay, una dei più influenti dell'Afghanistan.
Ma su Karzai sono piovute anche altre accuse, sospetti, preoccupazioni: la sua influenza sui media statali e locali, le intimidazioni fisiche alle squadre dei supporter di altri candidati che sarebbero da imputare ai sostenitori del presidente e, infine, l'utilizzo di soldi pubblici per la sua campagna elettorale. Ma non è tutto. Karzai, abbastanza alla luce del sole, ha stretto accordi più o meno pubblicizzati, con diversi concorrenti promettendo loro posti nel suo futuro gabinetto se si ritirassero: il caso più noto è quello di Ashraf Ghani, lo sfidante a cui i sondaggi attribuiscono un risicato 4% ma che Karzai teme possa frammentare il voto pashtun. Cosi gli avrebbe offerto, pare con i buoni auspici degli americani, un posto da “super primo ministro” che però Ghani, almeno sinora, ha rifiutato. Infine c'è il problema brogli.

Un funzionario internazionale che lavora in Afghanistan spiega a Lettera22 che “la preoccupazione è in termini di conteggi: a causa dell'insicurezza, una serie di seggi nelle aree a rischio potrebbero non vedere alcun votante...dunque, il rischio che in questi casi si maneggi il voto potrebbe essere reale”. A Kandahar del resto, il capo della polizia ha dichiarato che non può garantire la sicurezza in tutti i seggi motivo per il quale il presidente ha decretato la possibilità che questa garanzia venga offerta da “milizie private”. Ma chi garantirà la loro imparzialità?

Ufficialmente dovrebbe trattarsi di circa 10mila “tribsmen” per controllare i seggi in 21 della 34 province afgane: il famoso “surge” all'irachena (milizie tribali per combattere l'insurrezione) sembra rispuntare. Ma questa volta non pilotato dagli Usa ma dal presidente.

Zemeri Bashary, portavoce del ministero dell'Interno, ha detto che queste “ronde” non saranno armate dal governo e non avranno neppure divise: staranno, insomma agli ordini delle forze di sicurezza schierate da Kabul. Ma Maqbool Ahmad, un vice di Noorzai, ha spiegato che nessuno impedirà loro di portarsi da casa il proprio fucile purché sia registrato dalle autorità locali. “A quanto sembra di capire – ci dice un responsabile delle Nazioni Unite - molti seggi non apriranno neppure. E poiché la cosa danneggerebbe Karzai, visto che che si tratterebbe soprattutto di seggi in zone pashtun, ecco perché a Kabul si sarebbe deciso per le milizie”. Una scelta tutta a favore di Karzai.

sabato 25 luglio 2009

TRIBUNA POLITICA IN TV, MA SENZA KARZAI

Non c'è bisogno di scomodare Guy Debord per ricordarsi che la Tv è un'arma potente. Specie in campagna elettorale. Tanto potente da aver spesso sensibilmente modificato le percentuali di voto americane dopo i “faccia a faccia” tra i candidati presidenti o di aver, come in Italia, favorito dal nulla l'ascesa di Silvio Berlusconi. E non è solo un fenomeno da paesi ricchi: fece notizia il faccia a faccia che, per la prima volta nella storia dell'Iran, mise a confronto Ahmadi Nejad e Musavi col pallottoliere che, seppur inutilmente, sembrava essersi molto spostato dalla sua parte dopo il clamoroso confronto. Ma in Afghanistan, almeno per il momento, la neo era dei “face to face”, iniziata l'altro ieri sera con i primi candidati alle elezioni del 20 agosto, dovrà accontentarsi dei numeri 2. Il presidente Karzai, che insegue la riconferma per il suo secondo mandato (il terzo in realtà considerando l'interim dopo la cacciata dei talebani) ha detto no grazie. E anche se Tolo Tv, l'ideatrice dei faccia a faccia spera che non dia buca settimana prossima, un secco comunicato della presidenza, sostenendo che il capo dello stato aveva ricevuto l'invito in ritardo, sembra, almeno per il momento, aver chiuso la partita.

Tolo Tv è un'emittente privata che la vulgata vuole vicina all'Aga Khan, uno degli attori più potenti dell'economia afgana: gode di un'ottima fama non solo in Afghanistan e trasmette nelle due lingue principali su tutto il territorio nazionale e su satellite (alcuni suoi giornalisti hanno subito intimidazioni e persino attentati mortali.) Giovedi sera ha trasmesso in simultanea con Lemar Tv (altra emittente privata) e il canale Arman Fm (che si vuole vicino a uno dei due candidati invitati). Bocciata la possibilità che vi fosse Karzai, i tantissimi telespettatori afgani si sono dovuti accontentare di due figure “minori” ma di tutto rispetto: l'ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah, uno dei consiglieri di Ahmad Shah Massud e tra i capi dell'Alleanza del Nord cui proprio Karzai deve in un certo senso le sue fortune (l'Alleanza appoggiò l'avanzata americana che cacciò i talebani nel 2001); l'ex ministro delle finanze Ashraf Ghani, considerato lo sfidante più pericoloso per Karzai. Dopo il dibattito a due – e in cui ha finito a far la parte del cattivo soprattutto l'attuale presidente – il loro punteggio è dato in risalita anche se non pochi osservatori ritengono che, tutto sommato, Karzai potrebbe benissimo farcela al primo turno.

Per la verità, direttamente con Karzai se l'è presa soprattutto Ashraf Ghani che ha attaccato lui e i suoi ministri senza risparmiare fiato e virulenza. Abdullah Abdullah invece ha preferito astenersi da un attacco frontale contro il suo ex alleato. Ha proposto un volto da moderato, da uomo di pace e riconciliazione nazionale anche se non ha risparmiato critiche alla coalizione militare occidentale, sia per quel che riguarda le vittime innocenti spazzate dai raid aerei, sia per i sistemi spicci della caccia al talebano casa per casa, due argomenti molto sensibili nelle aree del conflitto e utilizzati anche da Karzai durante il suo secondo mandato, specie quando aveva cominciato a temere che gli americani (che poi hanno fatto una tiepida marcia indietro) lo avessero mollato. Ha anche proposto la riconversione del sistema politico da presidenziale a parlamentare.
Quanto a Ghani, il Tremonti afgano, noto per la sua puntigliosità e verve polemica, l'ex ministro delle Finanze ha spiegato dettagliatamente il suo programma incentrato sullo sviluppo economico del paese ma senza dimenticarsi il problema sicurezza su cui ha molto criticato il governo che non saprebbe nemmeno, ha detto, quanti poliziotti ci sono a Kabul.
Entrambi hanno comunque biasimato la scelta di Karzai di dichiarare forfait.

In realtà il presidente sarebbe disposto a scendere a patti ma a due sole condizioni: la prima è che il dibattito si svolga solo a...”reti unificate” e cioè su tutti i canali tv del paese (14 privati e uno statale); la seconda è che il conduttore della tribuna politica dovrebbe essere un giornalista nominato dalla Commissione elettorale, non certo scelto da Tolo Tv un'emittente con cui Karzai si è scontrato più di una volta e che ritiene ostile.
La campagna elettorale comunque si muove e cambiano le alleanze. Diversi candidati hanno deciso di fare cartello e di far correre alla fine uno solo di loro e Nasrullah B Arsalaye, un altro aspirante, ha fatto sapere di aver scelto di uscire di scena in favore proprio di Abdullah Abdullah. Quanto avrà contato il piccolo schermo?