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sabato 5 aprile 2014

Aspettando le elezioni

(Di ritorno dall'Afghanistan) – Il cambiavalute dell'aeroporto di Herat si sbaglia? Dopo aver telefonato alla banca, ha contato 78 afghani per euro, una cifra mai vista. A Kabul diamo un'occhiata ai bollettini: l'euro vale al cambio ufficiale 79,40 e il dollaro 57,30. Il biglietto verde, moneta di riferimento, è stato per anni stabile a circa 55 afghani per dollaro. Poi, un paio di anni fa, Karzai ha fatto lievitare per decreto il suo valore facendo scendere la quotazione a 50. Nei tredici anni di occupazione, la divisa afgana si è mediamente apprezzata su dollaro ed euro di un buon 5% ma adesso il bel tempo è diventato variabile. Con tendenza al brutto.

Arrivati nella capitale, in effetti, ad essere freddo non è solo il tempo atmosferico. La primavera quest'anno si fa aspettare e marzo ha riservato ancora qualche nevicata con fangosi pantani ai margini di strade sommariamente asfaltate e incorniciate da canaletti di scolo appena rifatti ma già ingolfati di plastica, stracci e lerciume. Segno di quanto poco l'ambiente sia nelle preoccupazioni degli esportatori di democrazia. Anche all'economia non è stato dedicato molto pensiero dai Soloni di Washington o di Bruxelles. Ed ecco la sconfitta di un liberismo sfrenato e autoregolatore, capace solo in teoria di far saltare a un'economia semifeudale tutte le tappe delle rivoluzioni economiche del Vecchio e del Nuovo mondo. La speculazione, attratta da affari facili e scarsa capacità di controllo sulla proprietà, ha fatto il resto, accaparrandosi terreni, miniere e naturalmente succulenti appalti dalla Nato. Ma pochi si son preoccupati di tutelare il lavoro, per lo più informale, che agita le preoccupazioni del futuro. I sindacati, che pure esistono, non sono mai invitati alle kermesse blindate di generali e diplomatici – l'élite che si divide con l'esecutivo la governance del Paese – e pochi han dato retta alle proiezioni dell'Ilo, l'Ufficio Onu del lavoro, che ricorda come ogni anno 400mila nuovi afgani si affaccino sul mercato in cerca di occupazione. Molta della quale adesso, con la fine – più che della guerra – della presenza occidentale, sta per svanire come l'ultima neve al sole primaverile.

lunedì 12 luglio 2010

KABUL, AFGHANISTAN


La prima novità che mi saluta dal banco del change money è che il dollaro sta a 44 afghanis e l'euro a 56. Erano a 50 e 70 rispettivamente l'anno scorso. Pare che l'apprezzamento sia dovuto a un decreto che impone agli organismi internazionali di usare la moneta nazionale. Il che ha prodotto al cambio un aumento della moneta nazionale del 20% il che è comprensibile se provate a immaginare quanti dollari circolano quaggiù dove è in vigore un doppio standard monetario e entrambe le valute sono...moneta corrente. Ma è una misura, non sono un economista, a doppio taglio. Lo stato guadagna di più attraverso la Banca centrale ma è pur vero che, chi può, evita di cambiare i dollari e cerca di usarli direttamente proprio per evitare di perderci il 20% e che l'afgano che si ritrova dollari preferisce ovviamente non cambiarli perché, se lo va, vede diminuire il suo introito. Così che il rischio è un aumento indiscriminato dei prezzi e dunque dell'inflazione. Un rischio forte in un'economia debole e super dipendente dagli aiuti esterni.

Vedremo nei prossimi giorni. Per ora non c'è molto altro da dire se non che si allarga la percezione che ogni giorno che passa gli afgani diventino sempre più insofferenti verso di noi. E che c'è una quantità di polvere da non dire