Arrivati
nella capitale, in effetti, ad essere freddo non è solo il tempo
atmosferico. La primavera quest'anno si fa aspettare e marzo ha
riservato ancora qualche nevicata con fangosi pantani ai margini di
strade sommariamente asfaltate e incorniciate da canaletti di scolo
appena rifatti ma già ingolfati di plastica, stracci e lerciume.
Segno di quanto poco l'ambiente sia nelle preoccupazioni degli
esportatori di democrazia. Anche all'economia non è stato dedicato
molto pensiero dai Soloni di Washington o di Bruxelles. Ed ecco la
sconfitta di un liberismo sfrenato e autoregolatore, capace solo in
teoria di far saltare a un'economia semifeudale tutte le tappe delle
rivoluzioni economiche del Vecchio e del Nuovo mondo. La
speculazione, attratta da affari facili e scarsa capacità di
controllo sulla proprietà, ha fatto il resto, accaparrandosi
terreni, miniere e naturalmente succulenti appalti dalla Nato. Ma
pochi si son preoccupati di tutelare il lavoro, per lo più
informale, che agita le preoccupazioni del futuro. I sindacati, che
pure esistono, non sono mai invitati alle kermesse blindate di
generali e diplomatici – l'élite che si divide con l'esecutivo la
governance del Paese – e pochi han dato retta alle proiezioni
dell'Ilo, l'Ufficio Onu del lavoro, che ricorda come ogni anno
400mila nuovi afgani si affaccino sul mercato in cerca di
occupazione. Molta della quale adesso, con la fine – più che della
guerra – della presenza occidentale, sta per svanire come l'ultima
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sabato 5 aprile 2014
Aspettando le elezioni
(Di
ritorno dall'Afghanistan) – Il cambiavalute dell'aeroporto di Herat
si sbaglia? Dopo aver telefonato alla banca, ha contato 78 afghani
per euro, una cifra mai vista. A Kabul diamo un'occhiata ai
bollettini: l'euro vale al cambio ufficiale 79,40 e il dollaro 57,30.
Il biglietto verde, moneta di riferimento, è stato per anni stabile
a circa 55 afghani per dollaro. Poi, un paio di anni fa, Karzai ha
fatto lievitare per decreto il suo valore facendo scendere la
quotazione a 50. Nei tredici anni di occupazione, la divisa afgana si
è mediamente apprezzata su dollaro ed euro di un buon 5% ma adesso
il bel tempo è diventato variabile. Con tendenza al brutto.
Arrivati
nella capitale, in effetti, ad essere freddo non è solo il tempo
atmosferico. La primavera quest'anno si fa aspettare e marzo ha
riservato ancora qualche nevicata con fangosi pantani ai margini di
strade sommariamente asfaltate e incorniciate da canaletti di scolo
appena rifatti ma già ingolfati di plastica, stracci e lerciume.
Segno di quanto poco l'ambiente sia nelle preoccupazioni degli
esportatori di democrazia. Anche all'economia non è stato dedicato
molto pensiero dai Soloni di Washington o di Bruxelles. Ed ecco la
sconfitta di un liberismo sfrenato e autoregolatore, capace solo in
teoria di far saltare a un'economia semifeudale tutte le tappe delle
rivoluzioni economiche del Vecchio e del Nuovo mondo. La
speculazione, attratta da affari facili e scarsa capacità di
controllo sulla proprietà, ha fatto il resto, accaparrandosi
terreni, miniere e naturalmente succulenti appalti dalla Nato. Ma
pochi si son preoccupati di tutelare il lavoro, per lo più
informale, che agita le preoccupazioni del futuro. I sindacati, che
pure esistono, non sono mai invitati alle kermesse blindate di
generali e diplomatici – l'élite che si divide con l'esecutivo la
governance del Paese – e pochi han dato retta alle proiezioni
dell'Ilo, l'Ufficio Onu del lavoro, che ricorda come ogni anno
400mila nuovi afgani si affaccino sul mercato in cerca di
occupazione. Molta della quale adesso, con la fine – più che della
guerra – della presenza occidentale, sta per svanire come l'ultima
neve al sole primaverile.
Arrivati
nella capitale, in effetti, ad essere freddo non è solo il tempo
atmosferico. La primavera quest'anno si fa aspettare e marzo ha
riservato ancora qualche nevicata con fangosi pantani ai margini di
strade sommariamente asfaltate e incorniciate da canaletti di scolo
appena rifatti ma già ingolfati di plastica, stracci e lerciume.
Segno di quanto poco l'ambiente sia nelle preoccupazioni degli
esportatori di democrazia. Anche all'economia non è stato dedicato
molto pensiero dai Soloni di Washington o di Bruxelles. Ed ecco la
sconfitta di un liberismo sfrenato e autoregolatore, capace solo in
teoria di far saltare a un'economia semifeudale tutte le tappe delle
rivoluzioni economiche del Vecchio e del Nuovo mondo. La
speculazione, attratta da affari facili e scarsa capacità di
controllo sulla proprietà, ha fatto il resto, accaparrandosi
terreni, miniere e naturalmente succulenti appalti dalla Nato. Ma
pochi si son preoccupati di tutelare il lavoro, per lo più
informale, che agita le preoccupazioni del futuro. I sindacati, che
pure esistono, non sono mai invitati alle kermesse blindate di
generali e diplomatici – l'élite che si divide con l'esecutivo la
governance del Paese – e pochi han dato retta alle proiezioni
dell'Ilo, l'Ufficio Onu del lavoro, che ricorda come ogni anno
400mila nuovi afgani si affaccino sul mercato in cerca di
occupazione. Molta della quale adesso, con la fine – più che della
guerra – della presenza occidentale, sta per svanire come l'ultima
neve al sole primaverile.lunedì 17 marzo 2014
Le elezioni afgane e lo specchio della moneta
In
Pakistan, per esempio, la rupia - che negli ultimi anni si era
deprezzata rispetto al dollaro di circa la metà - ha riguadagnato
terreno. Un 6,5% sul biglietto verde lo ha recuperato recentemente
durante le prime settimane di marzo con una corsa notevole che si è
poi assestata su una rimonta del 5%, sufficiente però a dar qualche
stimolo all'economia del Paese. E l'afghani, la moneta
dell'Afghanistan?
La
divisa di Kabul è stata piuttosto stabile per diversi anni toccando
un massimo di 53-55 afghani per dollaro ma arrivando a valerne solo
50 fino a non molti mesi fa. Adesso però le cose sono cambiate e
anche l'afghani risente, molto probabilmente, di almeno tre fattori.
Strutturalmente la forza della moneta afgana ha reso sempre meno
competitivo comprare in Afghanistan rispetto a Pakistan, Tajikistan e
Iran. Poi c'è l'imminenza del ritiro e la fine della manna
finanziaria garantita da un traffico di valuta e di merci dovuto alla
presenza di oltre 100mila soldati e decine di migliaia di contractor.
Infine le elezioni: una fase di incertezza che determina uno stallo
e, con ogni probabilità, uno stop degli investimenti in valuta. In
sostanza non si sa davvero chi vincerà la partita e anche la moneta
resta a guardare. Perdendo valore.
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