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lunedì 23 marzo 2020

Afghanistan, tre fronti caldi per un negoziato


L'inviato  degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad ha twittato ieri una notizia molto attesa e cioè che il governo afgano e i talebani hanno tenuto una riunione sulla liberazione dei prigionieri e sul processo di pace. Colloqui dunque che sembrano superare lo stallo che si trascina dalla firma dell'accordo di Doha. Eccone una sintesi prima del tweet di un uomo al centro da mesi di una delle più difficili e  tortuose maratone diplomatiche per far uscire l'Afghanistan dalla palude della guerra. Inshallah...

Martedi 10 marzo doveva essere un giorno particolarmente importante nel calendario della pacificazione dell’Afghanistan. In quella data, secondo quanto stabilito dall’accordo firmato a Doha il 29 febbraio tra americani e Talebani “per portare la pace in Afghanistan”,* sarebbe dovuto iniziare il vero e proprio negoziato intra afgano, tra il governo di Kabul e il governo ombra di mullah Akhundzada, rappresentato sinora dal team negoziale talebano in Qatar capeggiato da mullah Baradar. Se l’accordo di Doha tra guerriglia e parte delle forze di occupazione doveva pavimentare la strada per la pace, la prima data negoziata del vero e proprio processo di pace doveva essere appunto quel 10 marzo. Ma i guai sono iniziati ben prima. E su più fronti.

Il primo fronte caldo da menzionare è quello interno che riguarda l’esecutivo di Kabul cui spettava presentare, per il 10 di marzo, la lista del team negoziale in capo alla Repubblica. Un esecutivo che ancora non c’è e che si è spaccato, se così si può dire, ancor prima di nascere. Ancor prima infatti che la maratona negoziale di 18 mesi condotta da americani e Talebani a Doha partorisse il documento definitivo, Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, rispettivamente presidente e capo dell’esecutivo uscenti, si erano già divisi sui risultati delle presidenziali del settembre 2019, resi noti in forma definitiva dalla Commissione elettorale nazionale il 18 febbraio. I risultati, che hanno confermato Ghani come presidente, sono stati immediatamente respinti dall’eterno secondo Abdullah; né l’intervento americano, né quello di notabili locali sono riusciti a ricomporre una crisi che il 9 marzo – il giorno prima del fatidico 10 – li vedeva entrambi prendere possesso della carica di presidente. Ghani con l’avvallo – seppur senza fanfare - di personalità politiche nazionali e internazionali. Abdullah Abdullah con l’appoggio di diversi personaggi politici dell’arena afgana. Infine, dopo il fallimento dei tentativi di conciliazione tra i due, veniva abolita nei primi decreti di Ghani la carica di capo dell’esecutivo (una figura istituzionale inventata nel 2014 per risolvere la prima crisi tra i due contendenti che aveva portato alla nascita di un governo bipolare).

Il secondo fronte caldo riguarda i rapporti con i Talebani. Se a Kabul non c’è un esecutivo che rispecchi l’equilibrio delle forze non c’è ovviamente nemmeno una lista condivisa per aprire i negoziati né, pertanto, una linea politica univoca – più o meno inclusiva – che rappresenti la Repubblica. La faccenda si complica sia per le colorazioni etniche (Ghani è pashtun come la stragrande maggioranza dei Talebani) sia per gli equilibri e i rapporti di forza, visto che ad Abdullah fa capo quel che resta della famosa e potente “Alleanza del Nord”, la coalizione di signori della guerra considerata la peggior nemica dei Talebani e la forza che, con l'aiuto esterno, determinò la fine dell’Emirato di mullah Omar nel dicembre 2001. A complicare le cose è nata una diatriba immediata sul rilascio di 5mila detenuti talebani rinchiusi nelle carceri della Repubblica cui doveva far seguito il rilascio di circa mille prigionieri (soprattutto militari) nella mani della guerriglia. Abdullah non è nemmeno entrato nel merito della questione mentre Ghani ha posto il rilascio dei primi detenuti talebani non come premessa ma semmai punto di discussione del futuro negoziato di pace. Ghani ha poi con un decreto dato luce verde alla liberazione di 1500 detenuti ma legandola a un calendario e, ancora una volta, non come una premessa per iniziare i colloqui. I Talebani, che in proposito agitano l’accordo di Doha sostenendo che la liberazione di 5mila combattenti è una precondizione e non un punto di discussione, hanno respinto il piano Ghani e, nel frattempo, ricominciato a intensificare le azioni contro l’esercito afgano, attenuatesi per una settimana alla vigilia dell’accordo di Doha del 29 febbraio.

Il terzo fronte caldo riguarda gli Stati Uniti, il loro rapporto coi Talebani e quello con Kabul, a sua volta diviso in due tronconi. Ma c’è anche un fronte interno al Congresso, a una parte del Pentagono poco convinta dagli accordi di Doha e a un clima di sfiducia che dopo la firma ha contagiato un po’ tutte le parti in causa con l'esclusione di Zalmay Khalilzad, l’inviato americano artefice degli accordi di Doha la cui maratona diplomatica non si è mai fermata. Prima, durante e dopo l’accordo di febbraio. Va aggiunta infine la variabile Donald Trump. Il presidente americano, che ha investito sulla riuscita degli accordi buona parte della sua campagna elettorale per la rielezione, si è distinto per una posizione ondivaga sin dall'inizio del suo mandato: favorevole al ritiro durante la prima campagna elettorale era tornato interventista da presidente con la decisione di un aumento degli “stivali sul terreno”, salvo poi caldeggiare il negoziato di Khalilzad. E si deve a Trump se una prima firma dell’accordo è saltata a settembre (famosa la sua frase: “Il negoziato coi Talebani è morto”), costringendo i negoziatori di Doha a una nuova maratona di oltre cinque mesi. Infine il presidente americano ha probabilmente indispettito i più tiepidi verso l’accordo di Doha, sia a Kabul sia a Washington, con una telefonata a mullah Baradar immediatamente dopo la firma del 29 febbraio. Una conversazione così poco gradita che dopo un’altra telefonata tra Trump e Ghani, il neo presidente afgano si affrettava a chiarire che non c’era alcun impegno a liberare 5mila prigionieri talebani, argomento nemmeno trattato nell'amichevole chiacchierata con Donald: “Questione di sovranità nazionale”.

Quanto al fronte interno americano, è sufficiente riportare qualche dichiarazione in merito al ritiro delle truppe (da 13mila a 8.600 in 135 giorni), i cui preparativi sarebbero già iniziati settimana scorsa: Il generale Kenneth "Frank" McKenzie, comandante dell’United States Central Command (Centcom), ha sottolineato a denti stretti la celebrazione degli accordi di Doha da parte di Al Qaeda, che li ha definiti "una grande vittoria storica" del movimento jihadista: “Nell'accordo di ritiro delle forze occupanti – continuava la nota dei qaedisti - c’è un'evidente vittoria e una sconfitta umiliante per l'America e i suoi alleati". Infine il generale notava che il livello di attacchi talebani seguiti alla fine della settimana di tregua di febbraio “non sono coerenti con un'organizzazione che intenda mantenere la sua parola". Gli faceva eco il segretario alla Difesa Mark Esper: "Possiamo fermare il ritiro in qualsiasi momento e metterlo in pausa". Una clausola prevista dagli accordi di Doha se i talebani non dovessero rispettare gli impegni. Ma negli Stati Uniti, già al momento dell’accordo del 29, molti timori erano già venuti a galla surriscaldando il clima: con i repubblicani preoccupati dal calendario del ritiro e poco fiduciosi sugli impegni presi dai Talebani e i democratici a chiedere un maggior coinvolgimento del Congresso nelle decisioni della Casa Bianca. Infine molti parlamentari restano sospettosi sui due annessi “segreti” all’accordo di Doha - ammessi dal segretario di Stato Pompeo - che stabiliscono nel dettaglio le regole sul ritiro delle truppe. Trump però ha sempre respinto tutte le critiche confermando tra l'altro di voler incontrare di persona i Talebani. Le primarie e in seguito il Covid-19, lo hanno poi aiutato a distogliere l’attenzione dalla guerra più lunga del Paese che, al momento, deve comunque a Trump quantomeno la possibilità di un inizio della sua fine.

Un ultimo punto val forse la pena di essere sottolineato. E’ una sorta di peccato originale e al contempo un’ipoteca sul futuro di negoziati che appaiono ancora nebulosi. Purtroppo il dialogo Usa-Talebani si è svolto senza padrini né mediatori. E lo stesso sembra dover accadere per il processo di pace intra afgano – qualora cominci veramente e sempre che compaia una lista di negoziatori. Una lista di possibili parti terze è circolata alcune settimane fa ma gli interessati, citati da un servizio della Cnn, hanno smentito. E’ una delle tante nubi sul futuro, una cattiva stella sotto la quale si è cominciato a trattare senza che il negoziato di Doha fosse, in qualche modo, “accompagnato” da terzi e dunque garantito anche sulla sua interpretazione. Una mancanza cui sarebbe bene – per il dialogo intra afgano - porre rimedio in fretta.

* Come recita il titolo dell’accordo: Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan which is not recognized by the United States as a state and is known as the Taliban and the United States of America



domenica 1 marzo 2020

I nodi del futuro afgano

Dopo 18 anni di guerra e 18 mesi di discussioni, 32mila civili uccisi negli ultimi dieci anni, 45mila soldati afgani ammazzati solo negli ultimi cinque e oltre 2.400 militari americani morti, la guerra sembra lasciar finalmente spazio alla speranza. Ma benché il 29 febbraio sia un giorno da celebrare e il ruolo di Cassandra sempre antipatico, la prudenza è d’obbligo. Un accordo preliminare, quello siglato ieri, non è ancora un negoziato sulla pace che per essere tale – e qui sta il macigno maggiore – deve far incontrare gli afgani: talebani, governo e società civile (termine da prendere con le molle).

I talebani, apparentemente forza omogenea almeno nella conduzione del negoziato con gli americani, si trovano di fronte una compagine governativa spaesata se non in disfacimento guidata al momento ancora dall’ex presidente Ghani e dal “co presidente” Abdullah. Com’è noto entrambi hanno cantato vittoria alle ultime presidenziali (Ghani con la conferma della Commissione elettorale, Abdullah rifiutandola) ma hanno deciso – su pressione americana - di rinviare le autoproclamazioni nel dopo Doha, mettendo per ora le spade nelle fodere. Già comunque alcuni elementi del governo hanno sottolineato i loro dubbi sul futuro: Amrullah Saleh, vice in pectore di Ghani, già ministro e, fino al 2010, a capo dell’intelligence, ha scritto per Time magazine che dopo aver lottato contro i talebani è pronto a incontrarli. Chiosando però il lancio della rivista su twitter con un “posso perdonare – aggiunge - ma non dimenticare”…

Sono gli stessi dubbi di Ghani ma soprattutto di Abdullah, legati al sospetto di simpatie etniche tra pasthun, comunità cui appartengono sia i guerriglieri sia il presidente. Infine aleggia la prospettiva mai fugata di un governo a interim che non solo ricomporrebbe nell’immediato il contenzioso sull’elezione a presidente ma potrebbe aprire la strada a un esecutivo – se non oggi domani – con ministri talebani. Una via che avrebbe anche un senso ma contro cui si schierano anche una ventina di parlamentari del Congresso americano che temono che ritiro significhi carta bianca all’ortodossia islamista dei talebani. Eppure proprio alla vigilia di Doha, il portavoce ufficiale della guerriglia Suhail Shaheen getta benzina sul fuoco: “Siamo favorevoli – dice ad Al Jazeera – a che le donne lavorino e studino come previsto dalle leggi islamiche, basta che portino l’hijab, solo quello… quanto alla libertà di espressione è prevista dalle regole islamiche”. Interessante notare l’uso della parola “hijab” (velo) e non del termine chadri (burqa). Ma cosa significa “regole islamiche”? E quanto revisionismo (o rilettura) è stata fatta dai seguaci della scuola Deobandi e delle ferree leggi del pashtunwali, il codice tribale? Incognite cui si aggiunge la sorte dei prigionieri talebani in mano al governo o agli americani, il congelamento dei beni, i mandati di cattura formalmente ancora in essere.

Infine il ritiro: c’è un calendario certo e uno assai più vago così come la minaccia che il banco salti nel caso di violazioni (elementi impugnabili da tutti gli attori). Manca poi un quadro che accompagni il dialogo intra-afgano. Se ne fa garante Washington ma non basta. Gli appetiti e i timori di vicini e lontani – dal Pakistan all’Iran, dall’India alla Russia – non saranno saziati da un tavolo negoziale afgano coi soli americani a far da padrini. Girano voci di una lista di mediatori possibili (si è fatto il nome anche di Federica Mogherini che però smentisce) che potrebbero accompagnare questo incerto futuro. Ma per ora la fretta di arrivare al punto prima delle presidenziali Usa sembra aver partorito gattini ancora ciechi.

venerdì 30 agosto 2019

I “non detto” dell’accordo di Doha. E Trump spariglia

Il presidente Trump ha sparigliato ieri nuovamente le carte sostenendo che dai 14mila soldati americani in Afghanistan ne dovranno rimanere almeno 8.600: una riduzione dunque e non un totale ritiro come vogliono i Talebani che a Doha negoziano con gli americani. I 4 punti principali, sui quali c’è un’intesa sin dallo scorso gennaio, spono infatti: ritiro delle truppe straniere, garanzia da parte della guerriglia di smarcarsi del tutto dal jihadismo globale, dialogo intra-afghano, cessate il fuoco. Ma le parole di Trump fanno prevedere una strada ancora in salita.

Del resto, nonostante i buoni propositi e un clima apparentemente disteso c’è da sempre qualcosa di segreto e oscuro nel negoziato in corso a Doha. A parte il governo afgano, un fantasma cui per ora non è concesso alcun ruolo, ci sono molti “non detto” sull’accordo in corso oltre a quanto sappiamo più o meno ufficialmente. Tra i tanti fantasmi c’è infatti il convitato di pietra che va sotto il nome di “basi militari”, dossier strettamente collegato al numero di soldati (oggi 14mila) che gli americani vorrebbero conservare sul suolo afgano.

Stando a rare indiscrezioni, Talebani e Americani avrebbero già concordato anche il futuro di Bagram - la grande base militare a Nord di Kabul, principale hub militare Usa nel Paese - e l’utilizzo delle basi aeree dell’esercito afgano sparse per l’Afghanistan da cui l’Us Air Force potrebbe controllare il fianco orientale iraniano e il fianco meridionale dell’Asia centrale ex sovietica, leggi il confine Sud della cintura protettiva russa. Per sorvegliare le basi e garantire il loro utilizzo serve però una forza di alcune migliaia di soldati. Dove stazionerebbero? L’ipotesi è che ci sia un vincolo su Bagram o un trasferimento dei soldati americani nella vasta area dove si trova l’ambasciata Usa e l’attuale comando Nato, vincolata a un accordo ultradecennale di affitto col governo di Kabul e vicina all’aeroporto militare afgano di Kaya dove già stazionano i caccia americani.

Tra i tanti non detto c’è anche un altro esercito con cui fare i conti. Un esercito allevato dall’intelligence americana di milizie paramilitari. Nel loro recente saggio The CIA’s “Army”, Astri Suhrke e Antonio De Lauri scrivono che “le milizie sostenute dalla Cia sono una versione particolarmente problematica di milizie locali sviluppate in Afghanistan negli anni”: un piccolo potere armato afgano sostenuto dall’esterno. Dal 2001 in avanti “le forze militari statunitensi e la Cia hanno organizzato milizie per combattere i militanti islamisti. Quasi due decenni dopo, la Cia gestisce ancora milizie locali nelle operazioni contro Talebani e altri islamisti”: gruppi armati responsabili di “gravi violazioni, tra cui numerose uccisioni extragiudiziali di civili”. Violazioni impunite grazie alla “sponsorizzazione della Cia che assicura la copertura del segreto (militare)… senza alcuna supervisione pubblica...”. La stima varia da 3 a 10mila unità. Tutte cose su cui per ora è meglio regni il silenzio.

domenica 4 agosto 2019

Bastone e carota tra Doha Washington e Kabul

A poco tempo forse da un annuncio congiunto talebano-americano sul negoziato di pace, secondo  uno schema ormai abbastanza usuale nel gioco a scacchi globale del presidente americano, Donald Trump è tornato venerdi proprio sul dossier Afghanistan alla vigilia dell’ottavo round negoziale iniziato sabato a Doha tra il rappresentante americano Zalmay Khalilzad e i Talebani. Dopo che in settimana il Washington Post aveva dato notizia dell’intenzione di ridurre i 15mila soldati Usa in terra afgana di 5-6mila unità – un assist per Khalilzad – Trump è tornato a spiegare che se non fosse per motivi umanitari la guerra in Afghanistan sarebbe vinta in un paio di giorni, forse quattro. Un’affermazione che non solo indispettisce i Talebani ma il governo e tutti gli afgani. Questa volta Trump ha fatto riferimento all’atomica: potremmo uccidere, ha detto, anche 10 milioni di persone ma "molti di loro sarebbero innocenti... non voglio farlo e non sto tra l'altro parlando di nucleare"... (segue su atlanteguerre).

domenica 21 aprile 2019

Afghanistan: il negoziato inciampa tra bombe e segreti

Il ministero delle Comunicazioni (Communications and Information Technology) è un palazzone moderno di 18 piani in cemento armato che domina il centro storico di Kabul. Ieri in tarda mattinata, mentre i suoi quasi 3mila dipendenti erano in pausa pranzo, un uomo si è fatto saltare all’ingresso dell’edifico mentre altri due ingaggiavano una sparatoria con gli agenti della sicurezza. La battaglia è durata poco e i militanti sono stati uccisi. Ma con loro quattro civili e tre poliziotti sono rimasti a terra. L’edifico è stato evacuato rapidamente e così il vicino ministero della Cultura, qualche strada più in là. I sistemi di sicurezza e verifica, fissi e costanti in quest’area che dista qualche isolato dal palazzo presidenziale e che guarda il fiume sul cui lato opposto si trova il Gran Bazar della capitale, non sono serviti a granché come barriera preventiva. Complice forse il fatto che, da quando sono iniziati i negoziati tra talebani e americani, le incursioni in città si sono ridotte anche se la guerra va avanti fuori dai centri urbani. E per la verità i Talebani si sono affrettati a smentire: non è roba loro e per adesso è difficile dare attribuzioni a un attentato non rivendicato e molto simbolico. Scelto con cura e che, per di più, penalizza gli apparati di sicurezza nazionali.

Accade inoltre in un momento delicato anche se, in Afghanistan, è raro che la congiuntura sia serena. Il fatto però è che l’attentato risuona in una giornata che avrebbe dovuto vedere il primo incontro interafgano, organizzato dal Center for Conflict and Humanitarian Studies di Doha - un’emanazione del Doha Institute for Graduate Studies, - che si sarebbe dovuto svolgere tra ieri e oggi. Qatarini, talebani e governo afgano però non si sono trovati d’accordo sulla lista degli invitati. Kabul ne aveva pretesi 250, rifiutati sia dal Qatar sia dai talebani che, in un comunicato, hanno spiegato così le ragioni della cancellazione dell’incontro. Secondo il governo di Kabul è però solo un rinvio così come per i qatarini, disposti a lavorare a un’eventuale nuova lista. Ma una bomba sul fallimento del primo passo del dialogo interafgano sembra la ciliegina su una torta non lievitata. L’impasse negoziale infatti mette sempre più nell’angolo Kabul e il suo governo, alla vigilia di elezioni presidenziali sulle quali pesa il fatto che i colloqui di pace sono per ora nelle mani di due soli interlocutori: guerriglia e occupanti. Il governo resta tagliato fuori e forse, nel tentativo di non perdere la faccia, finisce a inciampare sotto la pressione della fretta di portare a casa almeno qualche piccolo risultato. Chi alla fine sembra invece aver fatto un punto sul tavolo del Grande gioco afgano è Mosca: la conferenza di Doha era infatti figlia del primo incontro tra afgani e guerriglia in Russia mesi fa. All’epoca il governo era assente e questa sembrava la volta buona. Il fallimento non danneggia però l’immagine di Mosca, molto attenta a ritagliarsi un ruolo, ancorché di sponda, nella pace che – inshallah – prima o poi verrà.

Quanto al negoziato tra americani e talebani, le bocce per ora sono ferme ma il dialogo va avanti. Con (almeno ufficialmente) un convitato di pietra: il destino delle basi militari. Gli americani, oltre alla grande base di Bagram (ereditata dai sovietici!), hanno in concessione l’uso di un’altra decina di basi aeree sparse per il Paese. Un accordo col governo Karzai ne consente l’utilizzo e dunque l’intera rete nazionale costituisce uno dei fulcri chiave della presenza stellestrisce nel Paese: il controllo sia dell’Iran sia della frontiera meridionale della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), che raccoglie due terzi delle ex repubbliche sovietiche tra cui quelle dell’Asia centrale. E’ il fianco Sud della Russia. Nei negoziati si è parlato del ritiro delle truppe, di terrorismo e persino di diritti delle donne. Mai delle basi. Gli americani le lasceranno rinunciando così a uno dei motivi per cui si sono impelagati in una guerra che tra poco compierà vent’anni?. Secondo alcune voci, della cosa invece si sarebbe parlato con le basi come oggetto di trattativa. Gli Usa per altro hanno chiesto di evacuare i soldati in anni mentre i talebani ragionano in termini di mesi. Intanto si prende tempo. Bomba o non bomba.

giovedì 28 febbraio 2019

Doha. Il negoziato procede ma senza una tregua

Nel quinto round negoziale a Doha tra talebani e americani non è stato ancora il cessate il fuoco
l’argomento principale della discussione. Le due delegazioni hanno scelto di approfondire i due argomenti principali già emersi alla fine dello scorso incontro di Doha: ritiro delle truppe e garanzie che l’Afghanistan non diventerà la retrovia permanente di gruppi terroristici. Infine questa volta, la presenza autorevole di mullah Baradar al negoziato – considerato un uomo flessibile e influente – è ritenuto da molti un ulteriore segnale positivo. Khalilzad, il negoziatore americano, ha definito i tre giorni di colloquio “produttivi”. Ci sono dunque diversi elementi che segnalano che i colloqui di pace proseguono e proseguiranno alimentando molte speranze. Ma, per ora, deludendone altre.

A Kabul infatti le cose non vanno affatto bene. E per più di un motivo. Il primo è che dal tavolo negoziale, il governo di Kabul – e con lui chi lo ha votato – resta escluso e resta in un limbo denso di incognite che lo indebolisce costantemente e che alimenta tensioni interne, critiche e il rafforzamento delle fazioni. Il secondo riguarda il tentativo del governo di cercare una legittimazione attraverso la Loya Jirga, l’antico sistema di autogoverno dell’Afghanistan. Ma ormai – spogliata del suo antico e originario dettato – la Jirga è solo consultiva ed è diventata il bersaglio di chi, non a torto, la considera solo un maldestro tentativo del governo di Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah per rafforzare una posizione sempre più debole... segue su atlanteguerre

giovedì 31 gennaio 2019

Accordo Usa/Talebani: la lettura della guerriglia

Sappiamo abbastanza delle posizioni americane sulle prime mosse di un accordo di pace in Afghanistan. Ma qual è  esattamente la posizione della guerriglia? Cosa pensano del negoziato i talebani?

Mercoledì scorso - scrive oggi Pak Tribune -  i talebani hanno rilasciato un'intervista video in cui parla l'attuale capo dell'ufficio politico talebano a Doha, Sher Abbas Stanekzai (che sarà sostituito nei colloqui da Mullah Baradar, considerato una "colomba"). Stanekzai  afferma, tra l'altro, che le Nazioni Unite, l'OIC (Organizzazione della conferenza islamica), le maggiori potenze e i Paesi regionali e limitrofi saranno presenti come garanti quando i talebani e gli Stati Uniti firmeranno gli accordi sul ritiro delle truppe e sull'impegno dei talebani a far si che  il suolo afgano non venga usato per danneggiare altri. "Abbiamo convinto  gli Stati Uniti - scrive il quotidiano riportando alcuni stralci dell'intervista - che le questioni relative agli Stati Uniti saranno discusse con loro e quelle relative alle questioni interne dell'Afghanistan saranno discusse con gli afgani e le tribù a tempo debito" (Leggi anche  quanto ha detto in un'intervista audio all'Ap sul fatto che i talebani non vogliono per forza nel futuro governare il Paese da soli).

Stanekzai nel fotogramma di un video
 pubblicato su Youtube da Afghan
 Social Network nel novembre 2018
"Gli Stati Uniti pensano che l'Afghanistan sia stato usato contro di loro in passato e vogliono assicurarsi che il suolo afgano non venga usato contro di loro in futuro. Vogliono che nessuno agisca contro gli Stati Uniti e se ciò viene garantito,  sono pronti a ritirare tutte le truppe straniere sia americane sia della NATO. Abbiamo detto loro che persino un solo soldato straniero non è accettabile sul suolo afgano-... abbiamo detto loro che il Jihad continuerà anche se un solo soldato rimarrà in Afghanistan. Ci hanno assicurato che ritireranno tutte le forze".

Stanekzai sostiene che gli americani hanno assicurato di non volere né la presenza permanente di truppe né basi militari, un punto sensibile sul quale sinora l'inviato americano non aveva detto nulla. Poi c'è il nodo governo afgano che i talebani considerano un esecutivo illegale e imposto con la forza. Il presidente Ashraf Ghani - dice Stanekzai - non può decidere che restino le truppe straniere né chiedere loro di andarsene perché non ha alcun potere: "E dunque - conclude il negoziatore talebano - come possiamo parlare con una persona impotente?"

Quando si dice via dall'Afghanistan, ribadisce  Sher Abbas Stanekzai, significa non un singolo soldato, nemmeno all'interno dell'ambasciata americana.... (segue su atlanteguerre.it)

sabato 26 gennaio 2019

Si tratta, si negozia, forse si decide

Dal Qatar, dove ha sede l'ufficio politico dei talebani nella capitale Doha,arrivano segnali sempre più importanti. Segnali importanti dai colloqui tra l’inviato degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad e il movime nto con cui si tratta, si negozia, si decide. Tutto bene? Fino a un certo punto:  il presidente afgano Ashraf Ghani se n’è uscito ieri  a Davos con un nuovo bilancio delle vittime tra le forze di sicurezza del suo Paese. Non lpo ha fatto a caso:  che è sembrata una risposta al nodo forse tra i più complessi del possibile processo di pace: chi deve trattare con chi.

Ghani, intervenendo al World Economic Forum, ha snocciolato cifre finora tenute nascoste: 28mila uomini uccisi nel solo 2018 e oltre 45mila da che è presidente (settembre 2014). Ma non si è fermato qui: non solo ha ricordato che le perdite tra gli internazionali ammontano a una settantina, ma ha concluso con una frase non certo sibillina. E cioè che questi numeri indicano “chi davvero sta facendo la guerra”.

Il problema del dialogo interafgano, tra ribelli in turbante nero e governo di Kabul, è uno dei nodi sensibili del negoziato con lo Special Representative del Dipartimento di Stato. Ma intanto alcuni punti forti attorno ai quali prendere una decisione sarebbero emersi e visto che i colloqui non si sono risolti in poche ore ma han preso giorni, la lunghezza della trattativa, dicono a Kabul, non è che un buon segnale. Si tratta su un’agenda di disimpegno graduale delle truppe (gli Usa hanno 14mila soldati, di cui 8.500 inquadrati nei circa 17mila della Nato), sulle garanzie per un’uscita tranquilla dal Paese, sul taglio di ogni rapporto col jihadismo sovranazionale. Il passo successivo dovrebbe essere però una tregua generale e quello ancora dopo dovrebbe finalmente riguardare la possibilità che allo stesso tavolo si siedono solo afgani, non importa quale sia il colore del turbante.

Nei giorni scorsi Khalilzad ha cercato di tenere il punto, ossia che ai colloqui di Doha avrebbe dovuto esserci anche chi rappresenta il governo di Kabul. Ma davanti al muro di gomma dei talebani, il diplomatico ha preferito tirar dritto anche senza Ghani. La cosa non è passata inosservata come prova proprio la reazione del presidente a Davos.

Ma c’è anche un altro segnale importante da parte della guerriglia: la nomina come mediatore di mullah Baradar. Il grande vecchio della vecchia guardia, fondatore con Omar del movimento, arrestato e poi liberato dai pachistani, è considerato una colomba oltre che un uomo forse in grado di ricucire la tante anime del movimento.

domenica 14 ottobre 2018

Via le truppe Usa dall'Afghanistan? Se ne sarebbe parlato a Doha

E' ufficiale: il rappresentante speciale per l'Afghanistan Zalmay Khalilzad ha incontrato a Doha i rappresentanti ufficiali del movimento talebano. Ma cosa si sono detti? Un'indiscrezione di Al Jazeera sostiene che hanno iniziato a prefigurare un possibile negoziato sul ritiro delle truppe americane (quindi Nato) dal Paese. Ma come, dove, quando e in cambio di cosa? La notizia è vera o è solo l'intenzione di una delle tante fazioni del movimento?

Ieri il sito dai talebani ha scritto che: "The negotiation team of the Political Office of Islamic Emirate of Afghanistan – comprising the head of the Political Office the respected Al Haj Sher Muhammad Abbas Stanikzai, deputy of Political Office the respected Mawlawi Abdul Salam Hanafi and members of the Political Office Sheikh Shahabuddin Delawar, Qari Deen Muhammad Hanif, Al Haj Muhammad Zahid Ahmadzai and Muhammad Sohail Shaheen – met with the US negotiation team headed the US special representative for Afghanistan, Dr. Zalmay Khalilzad, on 12th October 2018 in Doha where they held a discussion about ending occupation and working towards finding a peaceful resolution to the Afghan conflict. The representatives of the Islamic Emirate identified presence of foreign forces as the greatest obstacle obstructing true peace and solving problems, adding that Afghanistan is an Islamic country and has its own Islamic values and culture. Keeping that in mind, efforts must be made towards a true and intra-Afghan solution. At the end both sides agreed to continue holding meetings in the future".

Per ora è certo solo che c'è stato  l'incontro di venerdi a Doha, riportato da diversi media e confermato dai talebani con un comunicato stampa e poi col messaggio sul sito. Ma se Al Jazeera ha ragione, si sarebbe già entrati nel vivo e non solo vagamente accordati per andare avanti con gli incontri in cerca di una soluzione. Gli americani, che hanno ormai accettato colloqui diretti con la guerriglia bypassando Kabul, avrebbero accettato di mettere in agenda il ritiro delle truppe, forse condizionato al controllo sulle basi aeree che sembra essere l'unico vero motivo della permanenza di 14mila soldati. Probabilmente se i talebani accettassero di lasciare agli Usa la base di Bagram e l'utilizzo di altre basi aeree come oggi è previsto da un accordo (il che consentirebbe loro di controllare l'Iran e i territori meridionali dell'ex pianeta sovietico) l'accordo si troverebbe. E la Nato, a cominciare dall'Italia, si accoderebbe.

Per adesso il nostro Paese ha deciso un ritiro di 100 soldati  (anziché 200 come aveva già deciso, senza metterlo in pratica, il governo Gentiloni) che è poco ma che è soprattutto poco se la notizia viene praticamente nascosta. Il pallino ce l'ha ora Donald Trump. Anche a nome di Roma

domenica 24 gennaio 2016

Pace in Afghanistan: le precondizioni dei talebani (aggiornato)

Il  logo dell'Emirato talebano: apertura?
La creazione di una sede ufficiale per l'Emirato islamico, la rimozione della lista nera e il decongelamento dei beni, il rilascio dei prigionieri e la fine della "propaganda velenosa" contro l'Emirato. Così il sito ufficiale dei talebani (legati a mullah Mansur)  dà conto delle precondizioni che i talebani pongono per il riavvio del negoziato di pace con Kabul. Condizioni presentate a Doha (Qatar) durante il secondo incontro informale promosso da  Pugwash, un organizzazione internazionale per la risoluzione pacifica dei conflitti. E condizioni respinte al mittente oggi dal governo di Kabul.

Nel documento, redatto mentre era in corso l'incontro, i talebani ribadiscono che solo l'Ufficio di Doha (aperto nel 2013 ma poi chiuso dopo le rimostranze di Kabul perché la sede talebana aveva issato lo stendardo dell'emirato) ha le carte in regola per trattare e negoziare. Una puntualizzazione che sembra ribadire che l'interlocutore può essere uno solo (e non la miriade di gruppi in cui si va dividendo il movimento).

Dunque rappresentanti talebani    si sono incontrati con persone vicine al governo afgano sabato e domenica: un incontro non ufficiale di due giorni organizzato da Pugwash Conferences on Science and World Affairs. L'incontro di Doha non fa  parte del processo di pace ufficiale, che ha già visto due incontri a Islamabad e Kabul ma che per ora si svolge senza talebano ma solo tra  funzionari di Afghanistan, Pakistan, Cina e Stati Uniti, impegnati a tracciare una possibile tabella di marcia per la pace. Le precondizioni per aderire sembrano però un passo avanti.

Pugwash aveva organizzato una prima riunione non ufficiale sulla sicurezza in Afghanistan a Doha il 2-3 maggio 2015. L'incontro aveva coinvolto più di 40 partecipanti, che però rappresentavano solo  opinioni personali. Questa volta sembra che si sia andati un po' più in là ma l'incontro arriva in un momento difficile dopo la strage di giornalisti avvenuta a Kabul mercoledi scorso in serata e rivendicata dai talebani. Ferita difficile da rimarginare

* aggiornato il 25 gennaio alle 17.00

giovedì 7 maggio 2015

Colloqui di Doha: visto dall'emirato

Il punto di vista dei talebani sui colloqui di Doha: qui un riassunto delle giornate e le considerazioni sull'incontro. Qui invece il comunicato ufficiale coi punti in agenda secondo la shura di Quetta o, se vogliamo, l'ufficio politico di Doha (di cui si chiede la riapertura). Un profilo di alcuni dei partecipanti si trova invece qui.

martedì 5 maggio 2015

Cos'è successo a Doha: il rapporto degli organizzatori

Paolo Cotta Ramusino,
sgretario di Pugwash
Nel suo Report of a 2-day Pugwash meeting on Security in Afghanistan Qatar, 2-3 May 2015 (preparato dal segretario generale di Pugwash Cotta-Ramusino) l'organizzazione canadese si dà conto dell'incontro della due giorni in una località balneare del Qatar circondato da illazioni, agende, risultati apparsi sulla stampa internazionale. Vediamo cosa dice (inglese):

 The meeting was clearly characterized from the start as a non-official meeting where all participants were free to express their personal opinions on a nonattributive basis. It was repeatedly clarified that the meeting was not supposed to be any sort of negotiation. There were several presentations and interventions by people linked to the various parties and groups of Afghanistan, to civil society people (including a few women), and to people from the United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA). Thus, the discussion represented a wide range of opinions, always keeping in mind the non-official character described above. Let us stress again that everybody in this meeting represented only him/herself and not any Institution or group. Despite the differences of opinions, the climate of the meeting was cooperative, constructive and friendly. Some important common points emerged and are reported below:

lunedì 4 maggio 2015

Governo e talebani a Doha: un pugno di mosche o una svolta?

Si è conclusa per ora con un nulla di fatto la due giorni che ha visto in una località balneare del Qatar - Al-Khor, resort vicino a Doha (nell'immagine) -  partecipare una delegazione talebana e una del governo afgano composta, a quanto si desume, da esponenti dell'Alto consiglio di pace e funzionari. Sull'incontro "informale" a porte chiuse vige il massimo riserbo ma qualcosa è filtrato. Il governo avrebbe chiesto un cessate il fuoco e i talebani - per dirla in soldoni - avrebbero risposto picche adducendo il fatto che finché restano soldati stranieri  in Afghanistan, di tregua non se ne parla (vedi il bollettino quotidiano di morti e attentati). Il governo ha rilanciato sottolineando che le truppe combattenti non ci sono più ma sono rimasti solo istruttori. I talebani hanno però tenuto il punto ma c'è da dubitare che avessero mandato per trattare. Chi ha partecipato con loro alla conferenza organizzata da Pugwash? Secondo Reuters anche esponenti di Usa, Cina e Pakistan.

sabato 2 maggio 2015

Governo e talebani: faccia a faccia Doha

Mentre scriviamo non si sa ancora com'è andato l'incontro a Doha, organizzato dall'organismo internazionale canadese Pugwash - di cui è tra l'altro è segretario generale l'italiano Paolo Cotta Ramusino - che vede faccia a faccia - spiega l'agenzia Pajhwok - una delegazione di otto talebani della Shura di Quetta ed esponenti del governo afgano, come il capo dell'esecutivo Abdullah o l'ex capo di stato Karzai (la delegazione talebana è capeggiata da Sher Mohammad Abbas Stanikzai, ex ministro della sanità dell'emirato), sempre che la notizia di queste presenze di rango sia confermata (secondo il Wsj partecipano solo membri dell'Alto consiglio di pace). Ma, va chiarito subito, non si tratta di un passo negoziale concordato – come incautamente è stato riportato ieri forse su suggerimento di Kabul - ma di un incontro su invito di Pugwash, un organismo terzo (come per altro già avvenuto in passato a Parigi o in Giappone e uno, secondo ToloNews, sempre a Doha nel 2012 organizzato sempre da Pugwash). Un seminario insomma. C'è però una differenza sostanziale, ossia l'alto livello della rappresentanza afgana che si gioca dunque la faccia oltreché una carta - che al momento pare l'unica - per avvicinare gli inavvicinabili partner con cui vorrebbe dialogare. I talebani hanno chiarito però che la delegazione partecipa a titolo personale (il che appare una contraddizione) e che alla fine verrà letto un comunicato. Non è un passo negoziale, chiarisce il sito della guerriglia, e non si può parlare di processo di pace.

martedì 9 dicembre 2014

I nostri migliori alleati


In questa foto pubblicata sul GulfNews (credit: Wam) da dx verso sinistra:
 His Highness Shaikh Mohammad Bin Rashid Al Maktoum, premier Uae
 e sovrano  di Dubai,  King Hamad Bin Eisa Al Khalifa (Bahrain);
  Salman Bin  Abdul Aziz,  (Arabia saudita); Shaikh Sabah Al Ahmad
Al Sabha,  Emiro del Kuwait;  Fahd Bin Mahmoud Al Said, vicepremier
 dell'Oman; Shaikh Tamim Bin Hamad Al Thani, Emiro del Qatar.
 Al summit dell'anno scorso in Kuwait


Eccoli qui schierati a Doha in nostri principali alleati nelle politiche energetiche e nella guerra la terrore. Peccato che siano proprio loro all'origine dei nostri problemi: non tanto energetici (visto che semmai ora il problema è la super produzione statunitense) ma politico militari: nella guerra al terrore una parte ce l'hanno e non perché hanno poi aderito alla nuova coalizione di volenterosi che combatte Daesh, lo Stato islamico che vuole il califfato e che ci spaventa da quando ha iniziato a tagliare teste a fotografi e umanitari occidentali dopo aver decapitato centinaia di iracheni e siriani.

mercoledì 19 febbraio 2014

Spiragli negoziali: l'incontro segreto di Dubai tra governo e talebani

Il reggente di Dubai (Uae)
lo sceicco Mohammed bib Rashed
Secondo l'Alto consiglio di pace afgano (Hpc, voluto da Karzai per condurre il negoziato di pace coi talebani) non c'è nessuna delegazione partita per Dubai per incontrarsi coi talebani. La smentita di una notizia della Reuters di due giorni fa è di questa mattina (sia da parte dell'Hpc sia da parte talebana) ma di per sé non significa molto. E' comprensibile che si cerchi di calmare possibili clamori per quello che sarebbe il primo storico incontro più o meno ufficiale tra emissari del governo in carica e guerriglia in turbante. Infine nessuna smentita è arrivata per ora dal palazzo presidenziale né la notizia campeggia sulle pagine del sito dei talebani (per altro informaticamente molto lenti). Stiamo a vedere cosa salta fuori alla fine anche se un fatto è certo: qualcosa bolle in pentola.

Secondo un lancio dell'agenzia Reuters del 17 febbraio, una missione dell'Hpc capeggiata da Mohammad Masoom Stanekzai, personaggio importante dell'entourage del presidente, è partita domenica per la capitale del Golfo per incontrare emissari talebani. Non è stata scelta Doha, sede del cosiddetto ufficio politico dei talebani nato sotto gli auspici di Washington e molto osteggiato da Karzai, ma la città considerata il forziere dell'Afghanistan e la capitale prescelta per traffici, negoziati e tutto quanto gira attorno al mondo afgano (è collegata a Kabul da una miriade di voli giornalieri sempre pieni). La notizia della Reuters potrebbe dunque non essere vera o non essere quello l'obiettivo della missione, ma ci sono un paio di tasselli che invece rafforzano l'ipotesi di questo primo passo negoziale.

mercoledì 26 giugno 2013

IL CHI E' DEI TALEBANI A DOHA

Estratto dal documentato articolo di ROD NORDLAND e ALISSA J. RUBIN uscito ieri sul Nyt col titolo Taliban’s Divided Tactics Raise Doubts Over Talks. Nomi e funzioni dei delegati della guerriglia in turbante

Among the delegation are six former diplomats, five ex-ministers or deputy ministers, and four preachers...They are all seen as close adherents of Mullah Omar. One, Tayeb Agha, the apparent leader of the delegation, was his secretary and chief of staff. Another, Hafiz Aziz Rahman Ahadi, is the son of Mullah Omar’s teacher at his madrassa in Quetta, Pakistan...
While there are some two dozen Taliban officials here — along with their families, they number a couple of hundred people in all — most are administrative and support staff. The emissaries are by Taliban leadership standards relatively young, mostly in their 40s. Tayeb Agha is apparently the youngest, at age 37 or 38.
Although Mr. Agha is reportedly a fluent English speaker, he was not speaking out for the group last week. That role was filled by Sohail Shaheen, a former second secretary in the Taliban’s embassy in Islamabad, Pakistan...The group’s other spokesman, Mohammad Naim Wardak, in his 40s, is also fluent in English, and speaks Arabic and German as well. When the Taliban were in power, he was posted to embassies and consulates in Pakistan and the United Arab Emirates.
Of the nine known delegates here, at least three are on the United Nations blacklist that authorizes the seizing of assets — and prevents international travel. However, it appears that special arrangements were made to allow them to come to Doha. The listed men are Shahbuddin Delawar, described by the United Nations as either 56 or 60, a veteran diplomat and deputy supreme court justice for the Taliban government; Sher Mohammad Abbas Stanekzai, described as about 50, a former public health minister; and Qari Din Mohammad Hanif, who is about 58, an ethnic Tajik from Badakhshan and the only non-Pashtun member of the delegation. Mr. Shaheen had previously been listed, but was delisted in anticipation of his role in Doha, a Western official said. The other confirmed delegates include Mualavi Nik Mohammad, age unknown, from Panjwai District in Kandahar, a former minister of agriculture and commerce, and Khalifa Sayid Rasul Nangarhari, a former low-level diplomat about whom little is known.
Qatar and other countries are providing extensive monetary aid to support the Taliban office, allocating a total of $100 million for it, according to Mualavi Shahzada Shahid, the spokesman for the Afghan government’s High Peace Council. There was no independent confirmation of that figure, although at one point the United States, Japan and other allies had allocated a quarter-billion dollars for peace and reconciliation efforts in Afghanistan....

L'articolo fa riferimento anche alla "duplice tattica" (parlare di pace a Doha, combattere in Afghanistan) di cui abbiamo appena avuto prova con l'attacco ad Arg, il palazzo presidenziale, e alla sede della Cia di Kabul. Si veda l'articolo di G. Battiston su Lettera22

domenica 23 giugno 2013

BATTAGLIE MINORI

Eccola qui la famosa bandiera dei talebani.



Com'è noto il suo sventolio sull'ufficio del Qatar e la dizione "Ufficio dell'Emirato islamico d'Afghanistan" su una targa all'ingresso dell'edificio a Doha hanno cerato un caso politico. Poi targa e bandiera sono state rimosse. Ecco come la guerriglia in turbante commenta la vicenda sul suo sito, sostenendo che non vi fu mai accordo con gli americani per non farla sventolare e come invece i qatarioti avessero dato il loro assenso a targa e sventolio. Battaglie minori di una tragedia: il negoziato di pace fantasma.

giovedì 20 giugno 2013

PERDERE LA GUERRA E ORA LA PACE (E LA FACCIA)


Qualche consiglio al governo del mio Paese

La Nato, e con lei l'Italia come tutti i Paesi della coalizione, la guerra militare in Afghanistan l'hanno persa. Adesso si tratta di non perdere la pace e, tra l'altro, anche la faccia. A quel che pare di capire della controversa vicenda dell'apertura dell'ufficio dei talebani in Qatar, gli americani hanno sparato una già acquisita riunione con la guerriglia (ieri poi negata). Inevitabile la reazione del governo Karzai che si è sentito delegittimato da possibili colloqui diretti – e questa volta ufficiali – tra Washington e l'Emirato islamico che fa capo a una parte (non certo tutta) della galassia talebana. Per gli americani l'anticipazione serviva forse a rimarcare che nel giorno del passaggio di consegne sulla sicurezza dalla Nato all'autorità afgana, si chiudeva il capitolo guerra per aprire quello negoziale. Sotto il profilo tattico e propagandistico questa linea non fa una piega (per gli americani) ma non poteva che produrne tantissime nel rapporto con l'alleato Karzai, che considera (giustamente) il negoziato una questione “tra afgani”, non certo eterodiretta da qualche capitale, sia Washington o Islamabad. Per quanto attanagliato da una corruzione endemica, delegittimato da un'elezione presidenziale gravata da brogli, ancora inefficiente sul piano della governance, dovrebbe essere il governo di Kabul ad avere in mano le redini del processo di pace. Legittimarlo un giorno e il giorno dopo screditarlo, forse fa il gioco tattico di Washington ma non fa quello di Kabul e, a nostro modesto avviso, nemmeno di Berlino o di Roma.

In questi casi è bene affidarsi ai buoni consigli degli afgani (vedi articolo a fianco) quali sono stati quelli che, ieri pomeriggio, una delegazione della società civile afgana ha suggerito in un incontro a Roma al vice presidente della Commissione esteri del Senato, il Pd Paolo Corsini, che li ha ascoltati con molto interesse.

Gli attivisti afgani,
non sospettabili di simpatie governative né di amicizie talebane, sono stati chiari su due punti: il primo è il principio di sovranità nazionale e quindi, hanno detto a Corsini, è al governo in carica che spetta condurre il negoziato. Il secondo è che la comunità internazionale può avere un ruolo forte nell'appoggiare quelle istanze che rispettino la Costituzione e cioè i pochi successi acquisiti in tema di libertà di stampa e diritti umani e di genere durante oltre dieci anni di occupazione militare. Hanno suggerito che l'Italia spinga il governo Karzai a fare quel che finora non ha fatto: cambiare la composizione dell'Alto consiglio di pace, deputato a trattare coi talebani. La polemica è antica: quando fu istituito, i suoi 80 membri furono accusati proprio dagli attivisti di essere vecchie facce in gran parte legate a signori della guerra marcatamente antitalebani che, agli occhi della guerriglia in turbante, non potevano certo apparire super partes: con tale struttura, composta da personaggi che han sempre fatto la guerra, la riconciliazione non può camminare. Se a questo aggiungiamo il modo in cui gli americani (e i tedeschi, a loro modo francesi e giapponesi e dall'altra parte sauditi, pachistani, catarioti) stanno gestendo la “loro” agenda di pace, la frittata è fatta.
Per uscire dal guado serve una posizione netta: non ingerenza ma debita pressione che raffreddi gli entusiasmi e gli asolo americani, appoggi un processo di pace trasparente e consigli Karzai sulla formazione del Consiglio. Stare a guardare una partita giocata da altri significa, dopo la guerra, perdere anche la pace. E, ovviamente, la faccia.

mercoledì 19 giugno 2013

PASSAGGIO DI MANO A KABUL, INCOGNITE A DOHA, PEOCCUPAZIONI A ROMA

Il 18 giugno potrebbe essere ricordato nella storia afgana come un giorno davvero particolare. E non solo perché ieri, formalmente, la gestione della sicurezza è passata dalla Nato a esercito e polizia locale, ma anche perché la notizia dell'apertura di un ufficio politico dei talebani in Qatar è stata accompagnata da un profluvio di altre notizie inneggianti a una svolta imminente per il processo di pace, nuova speranza in fondo al tunnel. Un'analisi distaccata invita però a raffreddare speranze negoziali troppe volte annunciate ma rimaste pie intenzioni. Tutto questo mentre in Italia una delegazione della società civile afgana è stata ricevuta alla Camera da oltre venti parlamentari a cui è stata espressa la preoccupazione che l'uscita di scena definitiva della Nato nel 2014 equivalga anche un oblio politico. Che – dicono gli afgani – non riprecipiterà il Paese nel caos ma rischia di lasciarlo in balia dei suoi potenti vicini, attori consolidati di una moderna riedizione del “Grande gioco”.

La Nato a Kabul


La quinta fase del passaggio di consegne mette da ieri in mano agli afgani il “90% delle operazioni militari”, spiega con enfasi il segretario della Nato Rasmussen secondo cui, entro il 2014, il passaggio sarà completato, nel momento in cui la stragrande maggioranza delle forze occidentali saranno tornate a casa. Restano ombre tutte da chiarire. Chi e quanti resteranno, dove, come. E appare bizzarro che proprio nel giorno del passaggio di mano, si venga a sapere che un raid Nato avrebbe ucciso tre ragazzini nel distretto di Baraki Barak, provincia di Logar. Resta poi tutta l'incognita politica su cui si interrogano cittadini e analisti. Uno di questi è Ahmad Joyenda, invitato dalla Rete Afgana all'incontro con i parlamentari convocato dalla Pd Federica Mogherini e cui hanno partecipato Pd, Sel e 5stelle.

Afgani a Roma


Joyenda, direttore di un prestigioso centro di ricerca (Areu), ex parlamentare e noto a Kabul come il “Papà della società civile” (ha 62 anni ed è tra i membri dell'intellighenzia a non aver mai lasciato il Paese), spiega che gli afgani non si aspettano il caos: “Abbiamo 350mila soldati e poliziotti e i sondaggi dicono che il consenso ai talebani è del 7%. La vera preoccupazione del 93% degli afgani è l'ingerenza di Iran e Pakistan nei nostri affari”. Uno spettro che, a torto o a ragione, gli afgani pensano possa essere scacciato dalla presenza occidentale. Nell'incontro Giulio Marcon (tra l'altro tra i fondatori di Afgana nel 2007) fa le pulci a una missione che continua a far parte di un'alleanza di parte e rilancia il ruolo dell'Onu augurandosi un «cambio di paradigma e il superamento di una pigrizia politica che ci impedisce di trovare soluzioni diverse nelle aree di conflitto». Mogherini, da sempre attenta alle vicende afgane, promette un «impegno non solo sull'investimento non militare ma proprio sul rafforzamento della società civile». E il 5stelle Artini fa sua la proposta di reinvestire il 30% del risparmio ottenuto dal ritiro militare in attività di cooperazione.

Talebani a Doha

Intanto a Doha
qualcosa di muove anche se per ora la montagna ha partorito un topolino. Da un anno si discute dell'apertura dell'ufficio dei talebani che adesso è realtà. In un comunicato teletrasmesso Mohammed Naim, portavoce dell'ufficio, dice che la guerriglia in turbante vuol parlare agli afgani e non vuole coinvolgere altri Paesi, messaggio che però non cancella gli insulti con cui fino a ieri -a parole e a suon di stragi – ha preso di mira Karzai, “puppet” degli americani. I quali fanno sapere – scrive la Bbc - che negoziati diretti tra loro e la guerriglia sono imminenti. Una sorta di trilaterale o di bilaterale ancora tutta da definire che ognuno pare interpretare a modo suo: Karzai, che della cosa ha parlato durante la cerimonia con Rasmussen per il passaggio di consegne, ha detto di aver mandato in Qatar emissari dell'Alto consiglio di Pace (con cui i talebani si son sempre rifiutati di parlare) e che anche a suo avviso il dialogo deve essere solo interafgano escludendo terzi. Karzai pensa al Pakistan? O agli americani? O all'Iran dove i talebani sono appena stati in delegazione? Per ora in fondo al tunnel la luce è davvero tenue. A tenere acceso quel fioco lume c'è sullo sfondo il potente emiro del Qatar.
Lettera22