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domenica 28 marzo 2021

Myanmar, un altro giorno della vergogna


Oltre 80 secondo il bilancio di Myanmar Now e 90 secondo l’Assistance Association for Political Prisoner ma ben oltre 110 morti secondo la Reuters., numeri che fanno salire il totale delle vittime in Myanmar dall’inizio delle proteste a oltre 420 morti con più di 3mila arresti. Cifre che hanno segnato un sabato di sangue, un’ennesima “giornata della vergogna. Purtroppo era previsto. Alla vigilia della giornata delle Forze armate di ieri, la TV di Stato del Myanmar aveva avvertito venerdi che a scendere per strada “si può essere in pericolo di essere colpiti alla testa e alla schiena". Così è stato.

Il bilancio dei morti del sabato di sangue in varie aree del Paese, dove il Movimento di disobbedienza civile ha sfidato il divieto, non ha fatto che salire dalla mattina di una giornata nella quale la giunta al potere dal 1 febbraio ha fatto sfilare nella capitale Naypyidaw oltre 7000 soldati, mentre caccia a reazione ed elicotteri dell'aeronautica accompagnavano la macabra sfilata col senso anche di una dimostrazione di forza. Mentre i soldati sfilavano decine di persone, tra cui persino un bimbo di 5 e una giovinetta di 13 anni, morivano in diverse zone del Paese. Continuano intanto a giungere dalla periferia notizie di scontri tra le milizie armate delle autonomie regionali e con loro le prese si posizione delle autorità Karen, Kachin e Shan, le più importanti realtà (armate) del Myanmar che rinnegano il golpe, la Costituzione del 2008 (voluta dai militari) e chiedono il ripristino del parlamento democraticamente eletto l’8 novembre scorso e una riedizione della Carta come base per un nuovo Stato federale.

Quanto alla parata di ieri, il paradosso è che il 76mo anniversario delle forze armate birmane corrisponde al giorno in cui il Paese iniziò la sua resistenza armata contro l'occupazione giapponese nel 1945....  segue su atlanteguerre


Nell'immagine  uno dei collage scelti da Aapp nel suo consueto rapporto giornaliero sulla repressione in Myanmar

martedì 23 aprile 2019

Quattro scenari per una strage

Il governo dello Sri Lanka punta l’indice sull’estremismo islamico mentre continua a salire il bilancio delle vittime della Pasqua di sangue

Il giorno dopo la strage che ha stravolto lo Sri Lanka è la pista islamica quella che sembra essere nelle corde del governo e della maggior parte di commentatori, analisti e di pezzi da novanta come il segretario di Stato americano Pompeo che promette guerra al terrore. Mentre il lunedi si chiude con coprifuoco e stato di emergenza – che consegna il controllo della sicurezza al presidente - e mentre la giornata sconta l’ennesima bomba vicino alla chiesa di Sant'Antonio a Colombo (dove resta lievemente ferito l’inviato di Repubblica, Raimondo Bultrini) si fanno i conti della Pasqua di fuoco: quando l’esplosione quasi simultanea di autobombe e kamikaze ha colpito quattro alberghi di lusso della capitale e tre chiese a Colombo, Negombo (poco più a Nord) e Batticaloa nell’Est.

Il bilancio cresce di ora in ora e sfiora quota 300 morti. Diverse centinaia i feriti. In assenza di rivendicazioni, l’indice è puntato su un gruppo radicale locale, la National Thowheed Jamath, un’associazione minore estremista e nota al più per atti vandalici non a caso contro obiettivi buddisti (le due comunità si sono spesso scontrate con gravi incidenti come nel marzo scorso). Il ministro della sanità Rajitha Senaratne ha confermato ieri che i sette kamikaze apparterrebbero a questo gruppo anche se è difficile capire dal corpo martoriato di un attentatore la sua provenienza. Sono presumibilmente di questo gruppo anche gli arrestati che già in parte domenica sera erano stati ammanettati dalla polizia. Senaratne è andato oltre, accusando il presidente Sirisena di non aver dato credito – e di aver nascosto al premier Wickremesinghe – le allerta dei giorni scorsi. Sirisena, presidente dal gennaio 2015, è anche a capo delle forze di sicurezza e forse ha sottovalutato l’allarme. Ma la vicenda riporta allo scontro interno alla politica locale tra presidenza e parlamento, tra Sirisena e Wikremesinghe. Forse è da qui che si può partire per disegnare almeno il contesto in cui le stragi sono avvenute e prima di avventurarsi nell’indicare questa o quella pista.

Il quadro politico

Maithripala Sirisena si presenta come l’uomo nuovo della politica srilankese quando a sorpresa si candida contro Mahinda Rajapaksa, il padre padrone del Paese. Rajapaksa è l’uomo che ha represso le rivendicazioni tamil nel Nord e distrutto – con stragi che non risparmiano civili – la struttura delle Tigri tamil, gruppo secessionista autore di numerosi attentati terroristici (i primi, dopo i giapponesi, a utilizzare kamikaze). Rajapaksa è accusato di essere un autocrate che, circondato da fratelli e parenti, ha garantito un piccolo miracolo economico ma “venduto” il Paese alla Cina. Alla fine del voto, il dittatore – che ha perso nelle urne – tenta un golpe che fallisce in poche ore. Sirisena sale sullo scranno applaudito dal popolino e benedetto dalle ambasciate di Delhi e Washington. Ma qualche anno dopo, nell’ottobre scorso, sconfessa – sorprendentemente - il premier Wickremesinghe e al suo posto insedia proprio l’ex nemico. C’è un braccio di ferro, qualche scontro e qualche vittima. Poi la Corte suprema delegittima l’azione del presidente e Wikremashinghe torna in sella. Il tutto ha un sapore oscuro, con un balletto bizzarro di personaggi e una crisi – che come dimostrano queste ore – perdura.... (segue su atlanteguerre.it)

giovedì 26 luglio 2018

Sangue sulla scheda in Belucistan

Alle sei pomeridiane di ieri le urne pachistane, aperte dalla mattina per eleggere i deputati dell’Assemblea nazionale – la Camera bassa del Pakistan – hanno chiuso i battenti dando luogo al conteggio dei voti espressi da una larga fetta degli oltre cento milioni di aventi diritto. Ma la giornata del voto, come si temeva nonostante il forte dispiegamento di soldati e poliziotti, è stato macchiato dal sangue come accade spesso in questo grande ma disgraziato Paese. Succede a Quetta quando aprono i seggi. Nella capitale del Belucistan, provincia riottosa del confine occidentale e che ha già pagato un altissimo tributo di sangue durante la campagna elettorale, un kamikaze si fa strada tra la gente che va a votare. Ma viene intercettato e si fa esplodere fuori dal seggio: uccide oltre trenta persone e altrettante ne ferisce. Qualche ora dopo, tramite l’agenzia Amaq, il sedicente Stato Islamico rivendica.

La giornata trascorre poi con episodi minori (ma anche con vittime e ferimenti) che vedono al lavoro poliziotti (450mila) e soldati (370mila) in veste di controllori. Scattano le manette, altrove si spara ma poi le operazioni di voto si svolgono nella “calma” sospesa che ha caratterizzato la vigilia mentre gli adepti di Al Bagdadi preparavano la strage. Forse gli stessi che, a metà luglio, hanno firmato la strage sempre in Belucistan dove in un solo giorno hanno ucciso quasi 150 persone che seguivano le mosse di un partito autonomista moderato in ascesa. Perché, viene da chiedersi, proprio lì, tutto sommato marginale al confine con Iran e Afghanistan? Lì è forte autonomismo e secessionismo, la criminalità organizzata ha buone basi, la guerriglia scessionista ha i suoi santuari. Lì intingono la penna i servizi segreti di molti Paesi, quelli indiani in primis.

Il Belucistan è sia una provincia marginale – povera e ai confini del mondo pachistano propriamente detto concentrato su Punjab e Sindh - sia un luogo strategico. Non è solo la porta d’accesso all’Iran sciita e non è solo il luogo che i talebani afgani hanno eletto a domicilio nella città “afgana” di Quetta dove ha sede la shura più importante, il Consiglio politico guidato da mullah Akhundzada, leader dei talebani e che a fatica governa il disomogeneo movimento dei turbanti armati. Il Belucistan è anche il luogo dove ha sede il porto di Gwadar, nato con soldi cinesi per portare gas e petrolio dal Golfo – o meglio dall’Iran – alle assetate industrie del Pakistan, dell’India e ovviamente della Cina. Con tutti quegli occhi addosso, il Belucistan è un posto difficile nel quale si aggiungono tensioni etnico religiose. E’ Quetta la località dove gli Hazara afgani – minoranza sciita vessata in patria – scelgono di andare quando decidono di lasciare una patria che non li protegge e tentare il grande salto verso l’Europa. Ed è a Quetta che i gruppi settari pachistani, non estranei ai circuiti di finanziamento mediorientali, fanno strage di sciiti colpendo una comunità di paria per religione e tratti somatici (turco mongoli).

Ed è ancora il Belucistan la regione dove i maneggi della Lega Nawaz, il partito di centrodestra dominante che in questi giorni è alla prova del fuoco, ha perso consensi in favore di un nuovo partito beluci nato proprio per dissidi interni al partito (a sua volta diviso in due fazioni nazionali): il Baluchistan Awami Party, così duramente colpito durante la campagna elettorale. Dietro all’estremismo islamico radicale si muovono da sempre padrini molto poco religiosi e che, in passato, hanno usato gruppi settari e radicali per fini politici interni. E’ così anche adesso?
Comunque si è votato e tra poco si saprà chi ha vinto la corsa.

lunedì 7 maggio 2018

Strage degli innocenti a Kunduz. Noi c'entriamo?

Dasht-e Archi è un distretto a due ore di macchina a nordest di Kunduz
Il distretto di Dasht-e Archi nella provincia di Kunduz è in mano ai talebani. Tanto è bastato il 2 aprile scorso agli elicotteri delle forze aeree afgane per bombardare un raduno religioso nella madrasa di Gujur Akhundzada. Il bilancio adesso è ufficiale e lo denuncia un rapporto della missione Onu a Kabul (Unama), ripreso da diversi media, secondo cui almeno 36 persone, fra cui 30 bambini, sono morte nel raid e altre 71 sono state ferite. Ma il rapporto, che si basa su testimonianze oculari locali, sostiene anche che se la missione ha individuato 107 vittime civili, fonti locali ne denunciano circa 200. Secondo il governo la missione doveva punire una branca della leadership della shura talebana di Quetta e dunque qualche effetto collaterale valeva ben la pena. La Nato non ha detto una parola e gli americani tanto meno. I talebani, che controllano il territorio, avevano invece denunciato il massacro invitando i giornalisti a recarsi in loco per vedere quanto era accaduto. La cinepresa aveva immortalato i cadaveri (il report completo di Unama si può leggere qui).

martedì 24 aprile 2018

La terza via (di pace) afgana

Mentre continuano gli attentati ai centri di registrazione per il voto di ottobre, entra nel secondo mese la protesta di un movimento pacifista autoconvocato. In Afghanistan e in Pakistan.

Sarebbero ormai una sessantina i morti dell’ultimo attacco stragista rivendicato dallo Stato islamico che domenica, a Kabul, ha ucciso in un quartiere a maggioranza sciita chi si stava registrando per le elezioni che si terranno in ottobre. Lo stesso giorno, nella provincia di Baghlan, un altro attentato uccideva sei persone, sempre in un centro di registrazione per il voto. La notizia delle stragi, ormai pane quotidiano da che anche gli emuli del califfato operano nel Paese, non è che l’ennesimo boicottaggio di un processo elettorale cui credono davvero in pochi. La mancanza di sicurezza gioca sicuramente a sfavore, ma c’è altro. La gente non ci crede, dicono i giornali afgani indipendenti, e sta per altro trovando nuove vie per dimostrare cosa vuole veramente: né col governo, né coi talebani, né ingerenze esterne ma una tregua pur che sia, come chiede ormai da un mese un vasto movimento autoconvocato dal basso e che raccoglie – già in diverse province – il vero sostegno popolare di cui non gode né il governo, né la guerriglia, né le truppe di occupazione.

I dati della registrazione elettorale parlano chiaro: in dieci giorni si sono registrate poco più di 290mila persone, ossia un segmento irrisorio degli aventi diritto. E un quarto di loro sono kuchi, i nomadi afgani (pashtun ma non solo) che, proprio grazie al loro nomadismo che li tiene un po’ fuori dai giochi, sembrano sfuggire più dei residenti ad attentati, bombardamenti e bombe sulla strada. La gente insomma non va volentieri a registrarsi: nel Paese ci sono 1400 centri per farlo di cui 83 del resto sono chiusi (20 dei quali nella capitale). Andrà a votare?

Il movimento pacifista, nato dal basso dopo l’ennesima strage a Lashkargah, in una delle aree più conflittuali del Paese, si è allargato a macchia d’olio con sit in, manifestazioni, scioperi della fame e una proposta a governo e guerriglia (e dunque alle forze straniere): tregua subito senza ma o se. La cosa – come spiega bene unrapporto uscito ieri dal centro di ricerca afgano Afghanistan Analysts Network – ha messo in imbarazzo sia la guerriglia in turbante, sia il governo, latore di un piano di pace sempre snobbato dai talebani. Adesso che la richiesta di pace viene dal popolino – analfabeta, ignorante, povero e disarmato, vessato dalla guerra e unico vero pagatore degli effetti del conflitto – i combattenti della fede sono spiazzati tanto quanto la leadership di Kabul. Il governo tace e manda emissari più o meno dissimulati. I talebani han fatto prima il muso duro (accusando i manifestanti di essere eterodiretti) poi han scelto un imbarazzato silenzio.


Reazioni spontanee hanno cominciato a fiorire prima nella provincia di Helmand (Lashkargah è la capitale) poi nella vicina Kandahar. Poi in giro per il Paese in ben 16 province, come testimonia il resoconto del ricercatore afgano Ali Mohammad Sabawoon: sit in di appoggio alla protesta dei famigliari delle vittime di Lashkargah si contano a Herat, Nimruz, Farah, Zabul, Kandahar, Uruzgan, Ghazni, Paktia, Kunduz, Kunar, Nangrahar, Balkh, Parwan, Daykundi, Maidan Wardak e Jawzjan. La novità consiste proprio nella resistenza nel tempo della protesta pacifica e nell’assenza di una leadership: un moto spontaneo che potrebbe essere un’occasione eccezionale per tutti. Per lo stesso governo, i talebani e l’insipiente diplomazia internazionale, chiusa nelle sue ambasciate-fortino che ormai non rilasciano più visti agli afgani. Colpevoli di cercare la pace nei Paesi dei loro supposti alleati.

Il fatto interessante è che nel vicino Pakistan accade qualcosa di molto simile. Qui c’è un movimento pashtun strutturato - Pashtun Tahaffuz Movement – e una piattaforma pragmatica che ha visto domenica a Lahore migliaia e migliaia di pashtun criticare governo e militari il cui pugno di ferro anti terroristico colpisce indiscriminatamente. La manifestazione era vietata ma la polizia è rimasta immobile anche se il governo ha obbligato molti media a censurare la notizia della protesta che, per l’establisment militare, sarebbe – guarda caso – eterodiretta. Si ripeterà a breve a Karachi. La protesta ha molto in comune con quella oltre frontiera. E a Islamabad, come a Kabul, come nelle montagne dove si rifugiano talebani pachistani e afgani, l’imbarazzo è palpabile.

venerdì 2 febbraio 2018

Dietro la nuova offensiva talebana

La guerra in sordina dell’Afghanistan, un conflitto che ogni anno reclama un sempre maggior numero di vittime, è tornata improvvisamente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. L’esposizione mediatica è dovuta soprattutto a due attentati che, in rapida sequenza, hanno colpito la capitale e che portano la firma dei talebani, il movimento guerrigliero fondato da mullah Omar e oggi guidato da mullah Akhundzada. Il primo ha colpito il 20 gennaio l’hotel Intercontinental, un vasto edificio razionalista da sempre residenza di corrispondenti esteri e uomini d’affari che si trova su una collina alla periferia della città. L’assedio al commando asserragliato nell’edifico, durato quasi un’intera giornata, si è concluso con un bilancio di almeno 25 vittime, tra cui molti stranieri. Una settimana dopo, i talebani hanno colpito nel mucchio con una strage nel cuore della capitale: un’auto bomba – nascosta dalle insegne di un’ambulanza – è saltata in aria col suo conducente in un’area dove si affacciano gli uffici dell’Unione europea, alcune sezioni del ministero dell’Interno e, poco più in là, il quartier generale della polizia. La zona, sempre molto trafficata e non lontana dal municipio e dal gran bazar di Kabul, è frequentata da funzionari e poliziotti ma soprattutto da cittadini ordinari. Il bilancio ha superato i cento morti, in uno degli attentati più sanguinari della storia della capitale. A rendere ancora più tragica la sequenza di attentati talebani, è stato – qualche giorno dopo – la strage di oltre una decina di soldati sempre a Kabul e – alcuni giorni prima - l’assalto alla sede di una Ong internazionale a Jalalabad, nell’oriente afgano a ridosso del Khyber Pass. I terroristi hanno firmato i due massacri con la sigla dello Stato islamico: prendendo in ostaggio la sede di Save the Children e uccidendo membri del personale locale e dello staff internazionale di un organismo per la protezione dell’infanzia, gli emuli di Al-Bagdadi si sono assicurati la pubblicità che consente loro di dimostrare di essere sopravvissuti alle macerie di Raqqa…

giovedì 8 giugno 2017

Il "week end" nero di Kabul

Sulla copertina de Il Tascabile l'ultimo attentato
a Herat il 6 giugno 
Stragi senza rivendicazioni, collasso del sistema politico, lotta tra fazioni, confusione tra gli alleati internazionali. L’Afghanistan sembra attraversare un nuovo periodo buio. O un’ennesima riedizione del Grande Gioco. Un tentativo di analisi

Alle 8 e venti del mattino di mercoledi 31 aprile un’autocisterna rossa per l’acqua viene fermata all’imbocco della cosiddetta “green zone” di Kabul, un’area blindatissima dove si trovano diverse ambasciate – l’americana, la tedesca, la nostra –, il quartier generale della Nato, rimesse e caserme che ospitano soldati americani. Appena fermato e probabilmente sviato dal suo vero obiettivo, uno dei luoghi inviolabili della zona verde, l’autista si fa esplodere facendo saltare l’autobotte che contiene 1500 chili di esplosivo e che, nel creare un cratere vasto e profondo, uccide un centinaio di persone e ne ferisce circa 500, alcune delle quali in maniera semi letale. Si tratta del più grosso attentato che la capitale abbia conosciuto dal 2001, da che sono iniziati gli ormai 16 anni di guerra infinita che hanno seguito i dieci di conflitto con i sovietici dal 1979 all’89 e in seguito altri sette tra soli afgani fino alla nascita dell’emirato di mullah Omar nel settembre del 1996.
Il fatto singolare è che l’attentato non viene rivendicato...

segue su Il Tascabile

Vedi anche questo servizio della Bbc sulla vita sotto i talebani nell'Helmad

domenica 4 giugno 2017

Dietro le bombe senza un padrino

Babur: si vuole che la sua tomba a Kabul
respingesse le pallottole durante la guerra
tra mujahedin
Sono da poco passate le tre del pomeriggio al cimitero di Khair Khana a Kabul. Un migliaio di persone sono li a rendere l’ultimo omaggio alle vittime della manifestazione antigovernativa di venerdi dove le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla. Tra questi c’è anche il cadavere di Salem Izdyar, figlio di un senatore della Repubblica e dunque sono presenti anche le alte cariche dello Stato: c’è il primo ministro Abdullah Abdullah e il ministro degli Esteri Salahuddin Rabbani. Anche perché il padre di Salem, Mohammad Alam Izdyar, non è un senatore qualsiasi ma il rappresentante alla Meshrano Jirga della Provincia del Panjshir – a maggioranza tagica e bacino elettorale fieramente antitalebano di Abdullah. La funzione religiosa viene interrotta da tre esplosioni: un ordigno e due kamikaze che si fanno saltare in aria e gettano nello scompiglio la folla che cerca salvezza nella fuga. Il bilancio è ancora incerto: decine i feriti e, secondo alcune fonti, almeno 20 morti.
Ma cosa c’è dietro questa nuova stagione del terrore con un quadro ancor più confuso dal fatto che gli attentati non vengono rivendicati e sono stati prontamente condannati dai talebani?

La pista pachistana

I servizi segreti afgani lo hanno detto sin dalle prime ore di mercoledi quando una cisterna è esplosa nel cuore ella capitale uccidendo un centinaio di civili: dietro le stragi ci sono i servizi pachistani che si servono, come in passato, della Rete Haqqani, la fazione più stragista dei talebani. E’ un’ipotesi non nuova e con diversi precedenti anche se spesso Islamabad sembra solo il colpevole più facile da indicare: una pista che raccoglie sempre il consenso dell’uomo della strada. In passato queste stragi senza paternità erano soprattutto servite a far deragliare l’avvio degli stentati tentativi di mettere in piedi un tavolo negoziale che però – almeno per quel se ne sa – in questo momento è ben lungi dall’essere apparecchiato.

sabato 3 giugno 2017

Kabul spari sulla folla 5 morti

Chi non vuole vedere l'abisso afgano?
La strage senza paternità che mercoledi ha ucciso un centinaio di cittadini di Kabul e ne ha feriti ennesimo episodio mortale. A farne le spese alcuni dimostranti uccisi dalle forze di sicurezza afgane mentre, assieme ad altri, erano convenuti sul ruolo della strage per protestare contro l’insicurezza quotidiana che circonda la vita nella capitale e in un Paese dove, nei primi tre mesi del 2017, sono state uccise oltre settecento civili e che nel 2016 ha totalizzato il bilancio più grave della guerra infinita: 3.500 morti, in aumento rispetto all’anno precedente.
oltre 400 con effetti devastanti sul centro città che si sono sentiti fino a 4 chilometri dal sito dell'esplosione, è stata seguita ieri da un

La protesta che dalle prime ore del mattino aveva raccolto un migliaio di persone si è rapidamente trasformata in una manifestazione politica con slogan che chiedevano la testa dei capi degli apparati di sicurezza ma anche le dimissioni del governo di unità nazionale. Numerosi gli slogan contro i talebani (che hanno preso le distanze dalla strage) e il Pakistan. I media locali sostengono che molti dimostranti fossero armati e che abbiano lanciato pietre contro gli agenti (alcuni dei quali sono stati feriti) ma la reazione delle forze dell’ordine, stando anche a quanto dichiarato dai responsabili di Amnesty International nella regione, sarebbe stata spropositata. L’organizzazione internazionale chiede ora un’inchiesta sull'impiego di armi da fuoco durante il corteo. Quel che è certo è che la tensione è salita alle stelle quando i dimostranti hanno cercato di spingersi verso il palazzo presidenziale, non molto distante dal luogo dell’attentato. In sostanza, quando la manifestazione, da semplice reazione di rabbia spontanea, è diventata politica, la sicurezza del governo è entrata in azione. Gas e acqua non sono stati ritenuti sufficienti e si è iniziato a sparare. I morti accertati sarebbero almeno cinque. Molti anche i feriti, con pallottole che hanno colpito alcuni dimostranti ai piedi e alle gambe.

mercoledì 31 maggio 2017

Strage a maggio senza padrini

Afghanistan, la guerra infinita
Nel Paese che l’Unione europea considera ormai sicuro e dove i migranti sono obbligati a tornare, la guerra infinita continua a mietere vittime con atrocità sempre maggiori. Una gara al rialzo dove stamattina la protagonista è stata una cisterna per l’acqua carica di esplosivo saltata in aria a Kabul nell’ora di punta, le 8 e trenta, uccidendo almeno ottantacinque persone e ferendone almeno quattro centinaia. Un bilancio che mentre scriviamo continua ad aggravarsi e che non ha ancora una paternità (illazioni, ma solo quelle, su Haqqani e Stato islamico). Paternità che i talebani, con un messaggio affidato invece in tempi rapidissimi al loro sito ufficiale, hanno sdegnosamente rifiutato chiarendo che il movimento non prende mai di mira la popolazione civile.

L’esplosione (1500 chili di esplosivo), che si è udita in tutta la città e il cui fumo ha invaso interi quartieri del centro, è avvenuta poco distante dalla porta d’ingresso della zona diplomatica dove ha sede anche l’ambasciata italiana. Sembra ricordare quella che, nel 2009, fece saltare in aria una cisterna di benzina davanti all’ambasciata tedesca che si trova appunto sull’ingresso della cosiddetta “green zone”. Da allora aumentarono sbarramenti di cemento, poliziotti privati e controlli accurati ma nessuno è ancora riuscito a trovare la ricetta per impedire atti terroristici di tale portata anche se per fare esplodere un tale quantitativo di esplosivo c’è chi lo vende e chi lo compre in un Paese dove il commercio delle armi – legali e illegali – è moneta corrente.

giovedì 13 ottobre 2016

Strage di sciiti in Afghanistan firmata Daesh

Sono due nel giro di 24 ore gli attacchi alla minoranza sciita dell’Afghanistan che hanno ucciso oltre una trentina di persone e ne hanno ferite a decine durante la vigilia e la festa dell’Ashura, che segna l’inizio del primo mese del calendario islamico (Muharram) e commemora la morte di Husain ibn Ali, il nipote del profeta Maometto. L’ultima strage in ordine di tempo avviene ieri con una bomba che esplode fuori da un tempio sciita a venti chilometri da Mazar-i-Sharif, la capitale della provincia settentrionale di Balkh. I morti erano già saliti a 15 nel pomeriggio di ieri, mentre i feriti sono oltre una ventina. La sera prima invece è la volta di Kabul dove un cecchino uccide almeno 18 persone e ne ferisce una cinquantina tra i fedeli che si stanno recando ala moschea Cart-i-Sakhi (nell'immagine un particolare del tempio) in un distretto della capitale. Tra loro c’è anche Sumaia Mohammadi, un membro del Coniglio provinciale della provincia di Daikundi, ma non è lei l’obiettivo. La strategia, già testata dallo Stato Islamico, è colpire nel mucchio come ha già fatto in luglio, sempre a Kabul, uccidendo oltre 80 hazara (sciiti) che protestavano per un progetto governativo che li penalizzava. Daesh infatti ha rivendicato la strage di martedì notte ed è molto probabile, se non certo, che sia da attribuire ai sodali di Raqqa in Afghanistan anche il massacro di Mazar.

L’effetto degli attentati è quello di dare al presidente Ashraf Ghani, che con altri membri del governo ha partecipato ieri a una manifestazione di pubblica celebrazione dell’Ashura, la possibilità di ribadire l'unita degli afgani al di là del tipo di appartenenza religiosa e di chiedere agli ulema di entrambe le correnti – sciiti e sunniti – di unirsi contro il terrorismo. Ma è anche quello di far capire che una nuova stagione di violenza è cominciata anche se Daesh appare isolato ma comunque in grado di sparare nel mucchio e far crescere la tensione in un Paese quotidianamente vittima di un conflitto che dura ormai da oltre 35 anni.

lunedì 25 luglio 2016

Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

La strage dell'altro ieri a Kabul con un'ottantina di morti tra gli hazara (ma non c'erano solo loro) che protestavano per essere stati tagliati fuori da un progetto energetico che bypassa la loro provincia, racconta molte cose. La prima è che Daesh ci sta provando sempre più seriamente con l'unica strategia che ormai gli resta. L'altra è che non colpisce solo nel mucchio: seleziona e, per la prima volta, si intromette in una manifestazione politica. L'altra cosa ancora è che - come a Parigi o a Dacca - bisogna difendersi in tanti modi e la sola repressione non basterà. Bisogna saldare alleanze e in Afghanistan l'unica alleanza possibile per sgominare Daesh... sono i talebani.

Nate nell'humus della guerra, le cellule di Daesh sono più esposte sul fronte islamista che non su quello della pura repressione governativa: com'è noto, in certe zone del Paese la polizia o l'esercito non ci vanno proprio. E se un villaggio da solo non ce la fa a estromettere queste cellule del cancro califfale, i talebani possono farlo. L'hanno già fatto. Sono i loro peggior nemici. Il movimento talebano non è mai stato jihadsita nel senso che comunemente attribuiamo alla parola "jihad", meccanicamente tradotta (e ridotta) alla locuzione "guerra santa". I talebani sono un movimento di liberazione nazionale che anche da Al Qaeda, e dal suo progetto di jihad globale, si sono sempre dissociati fin da tempi non sospetti. Ospitare bin Laden non significava aderire al suo progetto. Così vero, che i talebani furono disposti a negoziare direttamente con gli americani, nemico numero uno di Al Qaeda. Può non piacere ma la guerra talebana è una lotta per la liberazione dell'Afghanistan dall'invasore straniero. E', a tutti gli effetti, una lotta partigiana, benché possa non piacerci né la radice ideologica (la lettura religiosa della scuola Deobandi) né tantomeno i mezzi con cui viene condotta che, va detto, non sono troppo dissimili da quelli che anche noi e l'esercito afgano utilizziamo o abbiamo utilizzato (voglio dire che, se per colpire un obiettivo militare, si fa poi una strage di civili, non c'è molta differenza tra una bomba sporca sulla strada messa dai talebani e un drone che spara un missile su un matrimonio perché le informazioni erano sbagliate). Ora, per i talebani Daesh non è solo un "concorrente" sulla piazza dell'islam politico: è un invasore i cui obiettivi sono del tutto diversi da quelli del movimento.

martedì 19 aprile 2016

Attacco al cuore di Kabul, la versione dei talebani (aggiornato)

La bandiera dei talebani
La strage di martedi a Kabul (64 morti e 340 feriti) è stata rivendicata dai talebani con un comunicato sul sito della guerriglia che per la prima volta  dettaglia l'intera operazione, la prima grossa prova di forza dell'operativo "Omari", ossia la cosiddetta campagna di primavera intitolata a mullah Omar (c'era anche Gentiloni a Kabul). I talebani dettagliano momento per momento l'attacco (pubblicato poco dopo la chiusura degli incidenti con un "final report" quasi in tempo reale) durato dal mattino alle 9 sino alle tre del pomeriggio con un autobus carico di esplosivo e alcuni  guerriglieri che hanno cercato di forzare l'ingresso di un'unità dei servizi segreti che si occupa della protezione dei Vip. L'obiettivo si trova accanto al ministero della Difesa (Pul-e-Mahmood Khan) e all'interno di un'area sempre affollata a quell'ora, sino alle  cinque del pomeriggio, perché a due passi dal bazar cittadino che è particolarmente frequentato la mattina. I talebani fanno mostra di aver preso in considerazione l'aspetto vittime civili in una zona, scrivono, dove civili non ce ne sono proprio perché situata vicino alla Difesa e al palazzo presidenziale. A detta loro nessun civile sarebbe stato ucciso ma solo lievemente ferito dalle schegge dell'esplosione perché chi non è autorizzato non può circolare nei pressi dei ministeri. In realtà, anche le zone più sorvegliate, come la Difesa o il ministero dell'Interno, sono molto frequentate da civili che a piedi, in bici o in macchina ci passano davanti. Non si può sostare ma ci si può tranquillamente passare accanto. Secondo la guerriglia in turbante 92 agenti sarebbero stati uccisi e tra loro alcune figure chiave dei servizi. Con l'arrivo di mullah Mansur la propaganda talebana e la capacità mediatica sono notevolmente aumentate anche nella qualità dell'esposizione dei fatti. La veridicità è un altro discorso.

martedì 2 febbraio 2016

Strage di civili (l'ennesima) a Kabul

Arg, il palazzo presidenziale di Kabul
Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo ma è sicuro che si tratta in gran parte di civili. Nell'attacco di ieri i morti (almeno una ventina) e i feriti sono in gran parte cittadini di una capitale che ormai quasi ogni giorno vede una strage. Ieri pomeriggio verso le due, poco dopo l'ora di pranzo, un guerrigliero si avvicina a un posto di polizia nel quartiere di Deh Mazang (Forze di ordine pubblico e di frontiera) e cerca di entrare nella base ma viene fermato sull'ingresso. Si fa esplodere e trasforma Kabul nell'ennesimo palcoscenico di una strage. I talebani la rivendicano. E il conto delle vittime continua a crescere: soltanto tra agosto e ottobre 2015 si sono verificati più di 6mila incidenti con un bilancio di 3600 civili uccisi o feriti. Dati ormai superati e che continuano a crescere come quelli degli sfollati interni che – ha denunciato l'Onu appena qualche giorno fa durante un appello per almeno 400 milioni di dollari in aiuto umanitario per il 2016 – nel solo anno passato sono stati almeno 300mila.

Ma nel mirino del terrore non c'è solo la gente comune (benché i talebani abbiano dichiarato di seguire un “codice di condotta” per evitare le vittime civili): in ballo c'è il tentativo – l'ennesimo – di un negoziato di pace. Che non riesce a decollare nonostante i tentativi di Pugwash e quelli della  cosiddetta "Quadrilaterale", un comitato (Afghanistan, Pakistan, Usa e Cina) che sta cercando di mettere in piedi un'agenda per possibili colloqui. Ma oggi il presidente Ghani ha chiarito che non si tratta con gli stragisti

giovedì 21 gennaio 2016

Pakistan, ancora una strage a scuola

Simbolo pacifista: Abdul Ghaffār Khān,
 detto anche Fakhr-e Afghān (orgoglio degli afghani),
 noto col nomignolo di Bāchā Khān (re dei capi)
 e conosciuto anche come
 Gandhi della frontiera o Gandhi musulmano
A distanza di poco più di un anno da quando un commando talebano ha attaccato una scuola militare a Peshawar uccidendo oltre 140 persone, lo scenario si ripete. Questa volta siamo alla Bacha Khan University di Charsadda, sempre nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa di cui Peshawar è la capitale. L’università è intitolata al pashtun della Frontiera del Nord Ovest (così si chiamava la provincia nel Raj britannico): un uomo che, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, aveva fondato un movimento non violento ancor prima di Gandhi, anche se è ricordato come il “Gandhi musulmano”. Gli studenti stanno proprio commemorando il personaggio che è dunque un simbolo anche della lotta pacifista e di un islam non combattente. Il commando entra nell'ateneo: sarebbero in una decina a scalare le mura dell’edifico. Hanno armi automatiche e cinture esplosive (quest'ultima ipotesi è poi stata smentita dalle autorità: i guerriglieri volevano fuggire dopo l'attacco). Il massacro va in onda poco dopo anche se assai più contenuto rispetto alle aspettative. I morti tra chi era nell'istituto sarebbero (finora) almeno 21 ma non è chiaro se nel conto ci siano quattro guerriglieri che l’esercito sostiene di aver ucciso.

domenica 4 gennaio 2015

Fuoco amico sul matrimonio

Il bilancio è per ora di 27 vittime e almeno 70 feriti, in gran parte donne e bambini. La strage è avvenuta durante un matrimonio mercoledì scorso nel villaggio di Milan Rodi, distretto di Sangin nel Sud del paese. Ma questa volta la Nato non c'entra e nemmeno i talebani, come all'inizio era stato invece denunciato.

Le vittime sarebbero state infatti l'oggetto di un bombardamento con mortai contro una festa di matrimonio dove un gruppo di guerriglieri si sarebbe rifugiato. Nella zona la guerriglia è ben posizionata e, come si sono giustificati i militari, è difficile per esercito e polizia nazionali operare senza rischi; da qui a bombardare una residenza piena di civili però ce ne corre. Il presidente Ashraf Ghani, alle prese con la sua prima grossa grana di guerra che coinvolge oltre a molti civili le responsabilità del “suo” esercito, ha mandato nella provincia di Helmand, dove si trova il villaggio, una nuova equipe di inquirenti, allo scopo di indagare sulla strage del mercoledì il cui primo rapporto non ha affatto soddisfatto il neo capo dello Stato che ha tra l'altro in quelle aree parte della sua base elettorale. Non si tratta solo di un caso di coscienza: ieri per il terzo giorno consecutivo la gente è scesa in piazza andando a protestare nella capitale della omonima provincia di Lashkargah dove sono arrivati anche diversi parlamentari che però, per motivi di sicurezza, non hanno poi raggiunto i ricoveri dei feriti suscitando polemiche in una zona sotto controllo della guerriglia e dove quindi l'attenzione a come si muovono (o non si muovono) Stato e parlamento è molto alta (Ghani fra l'altro non ha ancora formato l'esecutivo). La gente del posto vuole che i responsabili della strage vengano processati e puniti.

Il matrimonio è un rito collettivo che in Afghanistan rappresenta un momento più che centrale nella vita delle famiglie e dell'intero villaggio. Ma questa tradizione è stata più volte macchiata dal sangue di stragi che hanno colpito feste o processioni nuziali, trasformando le nozze in funerali. 



giovedì 18 dicembre 2014

Peshawar, il giorno dopo

La bandiera del Ttp, i talebani pachistani
La mattina dopo il massacro della scuola militare a Peshawar che si è chiuso con un bilancio di oltre 130 studenti e una decina di insegnanti uccisi, non è solo una giornata di dolore, cortei funebri e bandiere a mezz'asta nel primo dei tre giorni di lutto nazionale. Molto si muove: tra le intelligence, i capi militari, gli esponenti politici pachistani e internazionali. E l'onda lunga di Peshawar muove anche gli americani a prestar maggior attenzione a quel che avviene nel quadrante dove si incastrano le vicende afgano-pachistane: Obama ha convocato ieri una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale per valutare «potenziali minacce». Preoccupazioni diffuse dopo una delle stragi più clamorose della storia del Pakistan. Per gli americani del resto, Islamabad è un alleato scomodo ma fondamentale, una pedina sulla quale ogni anno il Pentagono gioca un chip milionario. Per l'anno fiscale 2014 sono stati chiesti al Congresso 766 milioni, la metà dei quali sono per assistenza militare il che fa del Pakistan il quarto beneficiario dell'aiuto Usa dopo Afghanistan, Israele e Irak.

Ma se a Washington qualcosa si muove, molto di muove anche a Islamabad – dove il premier Nawaz Sharif ha decretato la fine della moratoria sulle esecuzioni capitali in caso di terrorismo – e tra Islamabad e Kabul dove ieri è volato Raheel Sharif, il capo dell'esercito pachistano, che ha incontrato il neo presidente Ashraf Ghani e il comandante Nato John Campbell. Questa volta, anziché assistere all'ennesima reprimenda di Kabul per l'ospitalità concessa ai talebani afgani, le parti si sono invertite. Raheel ha chiesto aiuto a Kabul proprio per i santuari afgani che ospitano i talebani pachistani tra cui il capo del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp), mullah Fazlullah (noto come Radio mullah). Secondo Raheel gli ordini per la strage di martedì sarebbero partiti proprio dall'Afghanistan: dal cellulare di Umar Naray (alias Umar Khalifa Adinzai, comandate della piccola fazione Tariq Geedar con base nella zona di Darra Adam Khel e già responsabile di un attacco contro un aereo della Pakistan Airlines a Peshawar in giugno). Anche lui è rifugiato sulle montagne afgane. La sua fazione ha anche mostrato immagini del commando stragista: sei uomini tra cui il comandante Omar Mansoor, tutti uccisi nell'operativo nell'esercito per liberare la scuola.

martedì 4 novembre 2014

Wagah, gli scissionisti firmano la strage

“Flag off” è la cerimonia della bandiera che si svolge ogni sera al tramonto alla frontiera indo pachistana di Wagah, dove i Punjab Ranges pachistani, in divisa nera, e il personale di sicurezza indiano in kaki, danno sfoggio di una sorta di “passo dell'oca” in sincronia. Si è tenuta anche ieri nonostante domenica scorsa la frontiera sia stato teatro di una strage che ha visto lievitare il suo macabro bilancio a 60 morti, tra cui sette donne e dieci bambini; oltre un centinaio i feriti.



Una bomba, forse insaccata nel corpo di un kamikaze, è esplosa alla porta di in un ristorante che dista pochi metri da un checkpoint paramilitare a 500 metri dal luogo dove si accalcano non solo transfrontalieri e viaggiatori, ma anche centinaia di persone che, come a Londra, a Mosca o al Quirinale, assistono alla piccola parata militare che rende persino simpatico uno dei confini più caldi del mondo. Lungo la frontiera che dal 1947 divide i due Paesi, scaramucce e persino vittime non mancano mai di punteggiare le cronache delle turbolente relazioni tra le due nazioni sorelle uscite dalla fine del Raj britannico.

giovedì 10 aprile 2014

Il giorno dopo la strage al mercato. Islamabad respinge l'ipotesi beluci

Il ministro dell'Interno Nisar.
 E' il fautore della linea dura
Il ministero dell'Interno non crede alla rivendicazione beluci dell'attentato di ieri al mercato di Islamabad. E' l'ultimo aggiornamento su una vicenda nella quale era già salito a 24 ieri sera il numero delle vittime dell'ennesima strage in Pakistan. Oltre cento i feriti Una strage che non ha eguali, nella capitale, dai tempi di quella avvenuta all'Hotel Marriot di Islamabad nel 2008. Ma l'episodio non si può ascrivere alla routine cui le vicende del Paese dei puri ci hanno abituato. La strage di ieri mattina, particolarmente odiosa perché avvenuta in un affollato mercato nella zona di Sabzi Mandi, tra Islamabad e Rawalpindi, avviene infatti mentre è in corso un faticoso negoziato di pace tra il governo e il Ttp, la sigla dei talebani pachistani, entrati in guerra con gli empi governi di Islamabad nel 2007 sulle orme e su ispirazione dei confratelli afgani. E' una guerra civile che esce dai confini delle aree tribali e dilaga nelle altre province e che, in soli sei anni, uccide 50mila persone. Poi, con l'arrivo del premier Nawaz Sharif al governo, la svolta. Seppur faticosamente inizia un negoziato, già prima tentato e più volte fallito. E' la volta buona?

mercoledì 9 aprile 2014

Strage a Islamabad. Quando il gioco si è fatto troppo duro

E' una strage* a grandi numeri che richiama ala memoria quella all'Hotel Marriot di Islamabad nel 2008. Ma allora non era in corso un negoziato di pace, ora si. Quindi la strage di stamattina (oltre venti morti e un centinaio di feriti), prodottasi in un affollato mercato della verdura nella capitale (area Metro Shopping center a Sabzi Mandi, tra Islamabad e Pindi), è una pessima notizia cinque volte. Una volta perché a pagare sono sempre i civili, una seconda volta perché c'è una scelta deliberata di terrore, che colpisce nel mucchio in un luogo pubblico e affollato di poveracci (i ricchi vanno al supermarket). La terza perché dimostra come il Ttp, i talebani pachistani impegnati in trattative col governo, non controlli più i suoi polli e i suoi sodali. La quarta riflessione è che il Pakistan ha tollerato e spesso incoraggiato l'estremismo radicale giocandolo in chiave interna ed esterna (Afghanistan). Ora quel mostro è così cresciuto da essere divenuto incontrollabile persino dai “duri” del Ttp (che hanno condannato la strage e smentito un loro coinvolgimento). E c'è anche un quinto aspetto.