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martedì 15 ottobre 2019

In morte di un ambientalista indonesiano

Golfrid (a sinistra) in uno scatto di Walhi
E’ del 6 ottobre la morte per “incidente” di Golfrid Siregar, avvocato indonesiano di 32 anni trovato con la testa fracassata in un sottopasso di Medan, capoluogo di Sumatra settentrionale. Golfrid, dato per scomparso il 2, viene trovato in fin di vita il 3 ottobre da un conduttore di risciò che lo porta in ospedale. E’ ancora vivo ma in condizioni critiche. Muore tre giorni dopo. La polizia liquida rapidamente il caso come incidente stradale ma, dopo i rilievi degli amici di Golfrid, cambia versione: furto. Mancano all’appello zaino, soldi, laptop e cellulare. Qualche giorni dopo le autorità spiccano mandati d’arresto per tre persone accusate di rapina. Caso chiuso? Non per gli amici di Siregar che non sono amici qualsiasi.

Golfrid è un avvocato che lavora nella sezione legale del Forum per l’ambiente (Walhi), organizzazione nazionale indonesiana con una sezione a Sumatra. La direzione di Walhi, che ha chiesto un’indagine indipendente, ha sollecitato la polizia a non giungere a conclusioni affrettate sulla causa della morte: “Lo stato fisico di Golfrid aveva poco a che vedere con un incidente. Il suo corpo – dicono - non aveva lesioni e la sua moto non era pesantemente rovinata”. "Sembrava che metà della sua testa fosse sparita. Aveva un livido sul lato destro del viso – dice ad Al Jazeera Khairul Bukhari, anche lui del Forum di Sumatra - e l'occhio destro era gonfio, ma il suo corpo non aveva altri segni”. Si muovono anche Amnesty International e Human Rights Watch.

Purtroppo le violenze contro gli ambientalisti non sono una novità nell’arcipelago: all'inizio dell’anno, il responsabile di Walhi della sezione Nusa Tenggara Ovest è sopravvissuto all’incendio doloso della sua casa. Secondo il sito ambientalista Mongabay, la morte di Golfrid è l'ultima di una serie di casi avvenuti in Indonesia in circostanze sospette come testimonia Ainul Yaqin dell’Indonesian Human Protection Foundation (Ypii): dal 2010 al 2018, ci sono stati 171 casi registrati di violenza contro attivisti e la maggior parte delle vittime erano attivisti ambientali. Ora la polizia sta procedendo all’autopsia sul corpo di Golfrid. Ma poiché il cadavere era stato inizialmente restituito alla famiglia, il risultato si annuncia già controverso perché Golfrid – dopo le pressioni esterne – è stato riportato alla Morgue: le autopsie vanno fatte entro poche ore altrimenti molti elementi probatori vanno persi.

Gli ultimi due casi di cui il giovane avvocato si era occupato riguardano il progetto di una diga idroelettrica a Batang Toru, nel Sud della reggenza di Tapanuli (Nord Sumatra), considerata una minaccia, secondo Greenpeace Indonesia, per l'habitat locale degli orangutan e delle tigri. Ma oltre alla salvaguardia dell’orango e della tigre, anche la valutazione di impatto ambientale era entrata nel mirino legale di Golfrid: era stata falsificata. Le sue indagini gli avevano fruttato minacce.
Il progetto idroelettrico da 1,6 miliardi di dollari gestito da una società con sede a Giacarta - PT North Sumatra Hydro Energy - è un progetto “protetto”. Considerato di interesse nazionale è addirittura un tassello del Paris Agreemnt del 2016 per mitigare il riscaldamento del pianeta. Secondo la società non è in contraddizione con la sopravvivenza degli oranghi e, una volta operativo nel 2020, potrà ridurre le emissioni di carbonio di circa 1,6 milioni di tonnellate l’anno. Dunque un progetto verde. Che però l’Asia Development Bank e la World Bank si sono rifiutate di finanziare proprio per le controversie ambientali. Lo ha fatto invece the Bank of China con la società costruttrice cinese Sinohydro. Sarà un pezzo della Belt and Road Initiative.

giovedì 29 marzo 2018

Potere e morte a Islamabad

Figlia del destino
Benazir Bhutto, figlia
di Zulfikar: assassinata

Bhutto: la tragica epopea di una dinastia asiatica

Il potere e la morte. Sembrano questi i due segni distintivi di una famiglia asiatica che ha attraversato i momenti più cruciali della storia recente del subcontinente indiano. La famiglia Bhutto, originaria dell’attuale Rajastan (india), ha infatti dato al Pakistan premier, presidenti e diversi protagonisti della vita politica e pubblica del Paese dei puri. E’ la storia di una dinastia ma anche di un susseguirsi di tragedie e omicidi politici, successo e consenso ma anche anni di prigione, arresti domiciliari, esilio. I Bhutto oggi fanno ancora parlare di sé e benché le vicende politiche contemporanee li vedano un po’ in disparte, potranno forse giocare un nuovo ruolo nella politica del Paese. Eredi di una dinastia che, come l’Araba fenice, sembra continuamente risorgere dalle sue ceneri.


Patriarca: Shah Nawaz.
Muore nel suo letto
Cominceremo dunque dalle origini di questa famiglia di rajputi che, con Sheto Khan Bhutto, migra nel 1700 dal Rajputana al Sindh, dove elegge a residenza questa odierna provincia del Pakistan. I Bhutto dall'induismo si sono convertiti nel 1600 all’islam durante l’epoca dell’imperatore mogul Aurangzeb per il quale sono diventati collettori di imposte. E’ un mestiere che rende e procede bene fino alla divisone del Raj quando i Bhutto, che sono intanto diventati anche funzionari del nawab di Junagadh, devono abbandonare la loro posizione nel momento in cui il principato passa all’India. Si ritirano definitivamente nel Sindh dove già hanno accumulato una vasto impero fondiario: nel 1957, alla morte di Shah Nawaz, padre di Zulfikar Ali, posseggono 100mila ettari di terra nei distretti di Larkana, Sukkur e Jacobabad. Zulfikar Ali, terzo figlio di Nawaz, fonda dieci anni dopo la morte del padre il Partito del popolo pachistano (Ppp), organizzazione di ispirazione socialista, nazionalista e secolare.

Zulfikar Ali, figlio
di Shah Nawaz: impiccato
Nel 1971 il padre di Benazir ricopre la carica di presidente del Pakistan. Capo dello Stato dal ‘71 al ‘73 e poi premier dal ‘73 al ‘77, è una speranza. E’ un civile e non un militare. E’ un socialista, visto con timore e sospetto a Washington ma anche indigesto a Mosca perché il Pakistan guarda con simpatia alla Cina. Oratore appassionato e instancabile, ama i bagni di folla e sa entusiasmare la platea. La sua carriera politica viene però fermata da un generale: Zia Ul-Haq, cui non piace il socialismo di Bhutto e che vuole un ritorno all’islam che per Zia deve essere il collante del Paese. Bhutto in realtà, popolare tra i poveri, piace poco anche a molti del suo partito che gli remano contro e che, dopo le elezioni legislative che lo premiano, decretano illegittima la sua vittoria. La situazione di caos giustifica agli occhi dell’esercito il ritorno al potere delle divise e nel luglio del 1977 Bhutto viene arrestato. Ma Zia lo vuole morto. Il generale, che ribalterà la politica di nazionalizzazioni di Bhutto privatizzando le aziende nazionalizzate, nel 1979 lo fa condannare a morte per omicidio.

Benazir racconterà nella sua autobiografia intitolata “Figlia del destino” le ultime ore di suo padre prima dell’impiccagione. Anche lei è in prigione, ai domiciliari. Ha solo 26 anni ma già si sente figlia del destino. Un destino che deve aspettare fino al dicembre del 1988 quando viene eletta e scelta a guidare il governo. La sua forza sta anche nell’ondata emotiva che ha travolto il Paese con la morte del padre e quando, nell’agosto del 1988 l’aereo che trasporta il dittatore Zia precipita, arriva l’occasione. Il Ppp riprende vigore e la casta militare fa un passo indietro. Quel cognome è una carta che si può spendere dal Punjab al Belucistan, da Lahore a Peshawar. Benazir, che intanto si è sposata con Asif Zardari, può guidare il Paese e tornare da Londra, dove vive con la famiglia. Londra, perché il Pakistan è un posto pericoloso per i Bhutto: nel 1985 suo fratello Shah Nawaz è stato avvelenato, forse proprio su ordine di Zia. Il governo Bhutto però non dura due anni. Nell’agosto del 1990 il governo cade e Benazir affronta per la prima volta il peso di accuse a lei e al marito che il popolino chiama mister 10%. Asif Zardari non è amato. Lei piace, lui no. Nel 1993 Benazir ci riprova e vince di nuovo. Coopta il marito nel governo come ministro e gli affida i servizi segreti. Non tutti digeriscono.
Murtaza, figlio di Zulfikar
Vittima  di uno scontro a fuoco 

Tra chi non digerisce c’è anche il fratello di Benazir, Murtaza: coraggioso, spericolato, vendicativo. La prima vendetta la vorrebbe fare per vendicare la morte di suo padre e durante la dittatura di Zia si è macchiato di due delitti. Scappato in Afganistan, viene condannato a morte in contumacia. Quando torna in Pakistan nel 1993 con sua sorella al governo, lei lo fa arrestare. E quando Murtaza esce comincia una campagna politica che vuole un ritorno alle origini del Ppp e Zardari fuori dai piedi. Son scintille con Benazir di cui Murtaza diventa uno dei più fieri critici. Nel 1996, in un controverso incidente con la polizia, viene ucciso. Va male anche a Benazir che viene sfiduciata dal presidente mentre si diffonde l’idea che con l’omicidio di Murtaza c’entri Zardari.

Eppure Benazir resta l’icona di un Pakistan guidato da un governo civile, di un Paese islamico dove al potere è andata una donna. Il mito resiste, dagli slum di Karachi, alle periferie di Peshawar, dal Sindh rurale ai circoli diplomatici. La sua fortuna è la dittatura di Pervez Musharraf. Il dittatore, che la comunità internazionale ha messo all’angolo, negozia con lei il suo rientro dall'ennesimo esilio. Firma un’amnistia che proscioglie lei e il marito. Nell’ottobre 2007, dopo otto anni di esilio, torna e incarna ancora una promessa di riscatto. Ma è un trionfo che non dura. In dicembre viene uccisa. Vent’anni dopo quel dicembre del 1988, questa volta ad aspettarla non c’è lo scranno da primo ministro ma la morte che se la prende dopo l'ultimo bagno di folla. La sua eredità politica è adesso nelle mani di suo figlio Bilawal che il padre chiama alla guida del Ppp. C’è chi mormora: “Non è un Bhutto, è un Zardari”. E c’è chi gli preferirebbe Fatima, figlia di Murtaza. Ma lei si schermisce, almeno per ora. Vuole stare lontana dai giochi politici della sua tragica dinastia.

Questo articolo è stato scritto per l'inserto Asia de il manifesto
Una storia radiofonica dei Bhutto  preparata per  Wikiradio


Fonte: Wikipedia

martedì 4 ottobre 2016

Congiura di palazzo: esordio letterario con vendetta

"Orgogliosi di supportare il turismo verso l'Italia", dice questo manifesto di Ryanair appeso alloscalo  romano di Fiumicino. Come, scusi? Supportare? Cosa potrebbe fare al grafico pubblicitario e al responsabile delle campagne di Ryanair Claudia Palazzo, una giovane e brillante scrittrice alla sua prima opera letteraria da qualche mese in libreria? L'autrice di "Morte del piccolo principe e altre vendette" ha infatti una sacrosanta ossessione: l'italiano. E quei maledetti inglesismi di cui è piena la lingua scritta persino più di quella parlata (supportare, implementare o il terribile "di sempre" che ora impazza), Ma non solo; anche quel non meno terribile "piuttosto che" divenuto ormai una delle tante inesplicabili aberrazioni dell'italiano (c'è un'indagine in proposito della Crusca sulla sua origine, pare toscana). Il problema è che Claudia Palazzo non perdona. Non perdona non soltanto il cattivo uso dell'italiano, e dunque l'ignoranza, ma nemmen la supponenza, il potere mal esercitato, la spocchia. le ingiustizie. E, in ogni racconto della sua breve raccolta, punisce. Ferisce mortalmente e nella maniera più feroce. Dissacrando.

Tanto dissacrando che persino il piccolo, tenero principino uscito dalla penna di Saint-Exupéry fa una pessima fine. Ma come, persino lui tanto carino? Si, perché altrettanto viziato, moccioso spocchiosello che non merita pietà. Ed è forse - proprio per la sua carica dissacrante -  il racconto più riuscito che apre una piccola galleria di feroci esecuzioni. Favolette moderne ma... attenzione. Molto più feroci di quanto non lo siano le favole dei fratelli Grimm. Dunque lettura consigliata per far addormentare i vostri pargoletti. Dopo la lezione di italiano piuttosto che d'inglese, piuttosto che di matematica, piuttosto che...

Claudia Palazzo
Morte del piccolo principe e altre vendette
Il Palindromo 2016
pp 109 
euro 10