Estratto dal documentato articolo di ROD NORDLAND e ALISSA J. RUBIN uscito ieri sul Nyt col titolo Taliban’s Divided Tactics Raise Doubts Over Talks. Nomi e funzioni dei delegati della guerriglia in turbante
Among the delegation are six former diplomats, five ex-ministers or deputy ministers, and four preachers...They are all seen as close adherents of Mullah Omar. One, Tayeb Agha, the apparent leader of the delegation, was his secretary and chief of staff. Another, Hafiz Aziz Rahman Ahadi, is the son of Mullah Omar’s teacher at his madrassa in Quetta, Pakistan...
While there are some two dozen Taliban officials here — along with their families, they number a couple of hundred people in all — most are administrative and support staff. The emissaries are by Taliban leadership standards relatively young, mostly in their 40s. Tayeb Agha is apparently the youngest, at age 37 or 38.
Although Mr. Agha is reportedly a fluent English speaker, he was not speaking out for the group last week. That role was filled by Sohail Shaheen, a former second secretary in the Taliban’s embassy in Islamabad, Pakistan...The group’s other spokesman, Mohammad Naim Wardak, in his 40s, is also fluent in English, and speaks Arabic and German as well. When the Taliban were in power, he was posted to embassies and consulates in Pakistan and the United Arab Emirates.
Of the nine known delegates here, at least three are on the United Nations blacklist that authorizes the seizing of assets — and prevents international travel. However, it appears that special arrangements were made to allow them to come to Doha. The listed men are Shahbuddin Delawar, described by the United Nations as either 56 or 60, a veteran diplomat and deputy supreme court justice for the Taliban government; Sher Mohammad Abbas Stanekzai, described as about 50, a former public health minister; and Qari Din Mohammad Hanif, who is about 58, an ethnic Tajik from Badakhshan and the only non-Pashtun member of the delegation. Mr. Shaheen had previously been listed, but was delisted in anticipation of his role in Doha, a Western official said. The other confirmed delegates include Mualavi Nik Mohammad, age unknown, from Panjwai District in Kandahar, a former minister of agriculture and commerce, and Khalifa Sayid Rasul Nangarhari, a former low-level diplomat about whom little is known.
Qatar and other countries are providing extensive monetary aid to support the Taliban office, allocating a total of $100 million for it, according to Mualavi Shahzada Shahid, the spokesman for the Afghan government’s High Peace Council. There was no independent confirmation of that figure, although at one point the United States, Japan and other allies had allocated a quarter-billion dollars for peace and reconciliation efforts in Afghanistan....
L'articolo fa riferimento anche alla "duplice tattica" (parlare di pace a Doha, combattere in Afghanistan) di cui abbiamo appena avuto prova con l'attacco ad Arg, il palazzo presidenziale, e alla sede della Cia di Kabul. Si veda l'articolo di G. Battiston su Lettera22
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mercoledì 26 giugno 2013
domenica 23 giugno 2013
BATTAGLIE MINORI
Eccola qui la famosa bandiera dei talebani.
Com'è noto il suo sventolio sull'ufficio del Qatar e la dizione "Ufficio dell'Emirato islamico d'Afghanistan" su una targa all'ingresso dell'edificio a Doha hanno cerato un caso politico. Poi targa e bandiera sono state rimosse. Ecco come la guerriglia in turbante commenta la vicenda sul suo sito, sostenendo che non vi fu mai accordo con gli americani per non farla sventolare e come invece i qatarioti avessero dato il loro assenso a targa e sventolio. Battaglie minori di una tragedia: il negoziato di pace fantasma.

Com'è noto il suo sventolio sull'ufficio del Qatar e la dizione "Ufficio dell'Emirato islamico d'Afghanistan" su una targa all'ingresso dell'edificio a Doha hanno cerato un caso politico. Poi targa e bandiera sono state rimosse. Ecco come la guerriglia in turbante commenta la vicenda sul suo sito, sostenendo che non vi fu mai accordo con gli americani per non farla sventolare e come invece i qatarioti avessero dato il loro assenso a targa e sventolio. Battaglie minori di una tragedia: il negoziato di pace fantasma.
lunedì 28 gennaio 2013
AFGHANISTAN/NEGOZIATI, EPPUR SI MUOVE
Sul fronte negoziale tra talebani e governo le notizie non sono molte ma qualcosa c'è. Secondo il Gulf Times ripreso da ToloNews, una serie di personaggi di primo piano della guerriglia in turbante sono arrivati a Doha in vista dell'apertura del famoso “ufficio” politico dei talebani in Qatar. Se ne parla da mesi (si veda questo articolo del Nyt del gennaio scorso) e pare che la cosa adesso si stia per fare. Finora il processo sembrava arenato, ora sembra riavviato. Forse i colloqui di Parigi sono serviti a qualcosa o qualcosa si muove con gli americani (assai meno sembra con l'Alto consiglio di pace del governo che continua ad aprire ma che i talebani non prendono molto sul serio).
A proposito dei colloqui di Parigi val la pena di segnalare l'analisi The outcomes of the ‘Taliban/Paris Meeting on Afghanistan’ scritta dalla giornalista pachistana Saba Imtiaz per l'Al Jazeera Centre for Studies (è un breve report di 7 pagine). Infine sul fronte Hekmatyar è da segnalare l'intervista a una rete televisiva afgana (citata da Pajhwok) nella quale il vecchio signore della guerra fissa due regole per partecipare alle elezioni presidenziali (avance già fatta qualche tempo fa) alle quali l'Hezb andrebbe con un suo candidato: elezioni trasparenti e uscita di scena degli stranieri dall'Afghanistan. Hekmatyar ha anche aggiunto che esclude qualsiasi negoziato col governo di Karzai se questo dovesse garantire l'immunità alle truppe statunitensi dopo il 2014, il nodo più grosso da risolvere tra Washington e Kabul (detto fra noi se secondo lui le truppe se ne devono essere già ndate cade anche l'immunità).
A proposito dei colloqui di Parigi val la pena di segnalare l'analisi The outcomes of the ‘Taliban/Paris Meeting on Afghanistan’ scritta dalla giornalista pachistana Saba Imtiaz per l'Al Jazeera Centre for Studies (è un breve report di 7 pagine). Infine sul fronte Hekmatyar è da segnalare l'intervista a una rete televisiva afgana (citata da Pajhwok) nella quale il vecchio signore della guerra fissa due regole per partecipare alle elezioni presidenziali (avance già fatta qualche tempo fa) alle quali l'Hezb andrebbe con un suo candidato: elezioni trasparenti e uscita di scena degli stranieri dall'Afghanistan. Hekmatyar ha anche aggiunto che esclude qualsiasi negoziato col governo di Karzai se questo dovesse garantire l'immunità alle truppe statunitensi dopo il 2014, il nodo più grosso da risolvere tra Washington e Kabul (detto fra noi se secondo lui le truppe se ne devono essere già ndate cade anche l'immunità).
lunedì 30 gennaio 2012
TALEBANI A DOHA



martedì 10 gennaio 2012
DIPLOMAZIA TALEBANA TRA DOHA, WASHINGTON E KABUL
Se l'ultimo indirizzo conosciuto dei talebani, o quantomeno della leadership più accreditata della guerriglia in turbante, era sino a ieri la città pachistana di Quetta, nei prossimi giorni potrebbe veder la luce un loro “ufficio politico” a Doha, in Qatar. La gestazione di un passo politico così importante, anche se ancora di là da venire e che desta speranze ma anche tensioni e timori, è stata lunga e sofferta. Solo settimana scorsa, sia i talebani, sia l'ufficio di presidenza di Karzai hanno effettivamente dato luce verde a un'ipotesi per settimane oggetto soltanto di mezze dichiarazioni e indiscrezioni di stampa. Ma la strada, da una parte e dall'altra, resta ancora in salita.
I talebani legano l'apertura dell'ufficio a due precondizioni: il rilascio di alcuni leader guerriglieri detenuti a Guantanamo e l'abbandono della presenza militare internazionale in Afghanistan. Possibile la prima, da escludere la seconda. Ma, sebbene apparentemente, la prima precondizione sembri quella più facilmente esaudibile, si tratta di un nodo difficile da sciogliere e su cui un accordo – tra talebani, governo afgano e autorità statunitensi – appare ancora complicato. La seconda precondizione è in realtà la più facile da bypassare se si applica alla richiesta la dialettica della diplomazia politica. La consegna del Paese in mani afgane, previsto dalla Nato per il 2014, indica infatti già che un passo in quella direzione è stato compiuto rendendo quindi la precondizione, almeno in parte, superata. Per la vicenda Guantanamo le cose sono più complesse. A Kabul e a Washington.
I nomi dei possibili prigionieri da rilasciare sono più o meno noti. Il più controverso è quello di mullah Mohammed Fazl, ex “capo di stato maggiore” talebano, responsabile dell'uccisione di migliaia di hazara, la minoranza sciita. I parlamentari americani meno sedotti dall'ipotesi del rilascio, ne hanno agitato lo spettro sostenendo che non è ammissibile liberare un assassino che corre il rischio di tornare alla sua antica occupazione. Gli altri potrebbero essere maulavi Khairullah Khairkhwa, già ministro ed ex governatore di Herat, il comandante Norrullah Nuri, maulavi Wasiq e Mohammad Nabi Khosti, entrambi funzionari dell'intelligence talebana. Infine haji Wali Mohammad, molto più businessman che talebano. Per motivi tattici, prudenza interna o in attesa di definire esattamente nomi e modi del trasferimento, la Casa bianca non ha ancora avviato la procedura di notifica al Congresso. Procedura che richiede un mese di tempo e che serve forse anche a convincere che la merce di scambio non prenderà il volo come, nello scorso aprile, accadde in una prigione afgana da cui fuggirono, con un tunnel scavato dai talebani, un centinaio di prigionieri. Uno dei nodi infatti è: dove andranno una volta liberati?
Kabul ha colto al palla al balzo per far sapere che non se ne parla di una liberazione in Qatar. Lo ha fatto il giorno dopo aver anche rivendicato il diritto dell'Afghanistan di giudicare tutti i reclusi sul suo territorio, segnatamente le diverse centinaia di talebani detenuti nella nuova prigione americana a Parwan, che ha sostituito il contestatissimo carcere di Bagram, allestito in un ex hangar sovietico e sotto il fuoco incrociato di giornali e organizzazioni per i diritti umani. Gli americani, per altro, hanno già chiarito da tempo che non se ne parla di cedere il controllo del carcere sino al 2014, ma gli afgani hanno rilanciato, menzionando un agreement con la Nato che riconoscerebbe a Kabul il diritto di giudicare e custodire i nemici catturati sul suolo patrio. Ma se l'argomento è sensibile da tempo, adesso c'è un motivo in più. Negli stessi giorni infatti le autorità afgane hanno anche arrestato due contractor britannici accusati di possesso illegale di armi e Karzai ha ripreso il tema della condanna dei raid aerei notturni, a base della strategia americana antiguerriglia. Segnali chiari che cercano di ristabilire, almeno davanti all'opinione pubblica, un minimo di sovranità nazionale.
In realtà, e senza nasconderlo dietro tatticismi diplomatici, Karzai ha dovuto approvare l'ufficio del Qatar obtorto collo, dopo aver inizialmente reagito col ritiro del suo ambasciatore a Doha. Non che fosse contrario in linea di principio all'apertura di un ufficio politico dei talebani, che comunque avrebbe preferito in Turchia o in Arabia saudita. Quel che ha infastidito Karzai è stata la gestione dei contatti coi talebani da parte degli americani (e in parte dei tedeschi), presumibilmente attraverso Sayed Tayeb Akbar Agha, ex comandante talebano perdonato da Karzai nel 2009 e uscito dal carcere nel giugno 2010. Contatti diretti senza passare da Kabul e tanto meno dall'Alto consiglio di pace afgano da poco istituito e che i talebani, dopo averlo ripetutamente ignorato, hanno umiliato uccidendone il capo, l'ex presidente Rabbani. Oppositore di Karzai, Rabbani era comunque l'uomo scelto dal presidente per guidare il negoziato di pace. La sua uccisione (imputata genericamente ai talebani) e, soprattutto, la gestione segreta e diretta di negoziati coi turbanti da parte degli alleati, significa per Karzai, agli occhi dei suoi cittadini e a quelli del mondo (oltre che di mullah Omar), che il numero uno del governo afgano non è nient'altro che il “sindaco di Kabul”, nomignolo che Karzai si porta dietro dall'inizio della sua carriera politica ma divenuto intollerabile nel momento in cui gli alleati stanno per andarsene, decidendo coi suoi nemici il futuro del Paese.
Dopo molti indugi, gli americani sembrano infatti davvero decisi a gestire direttamente il negoziato anche se dovranno fare qualche concessione a Karzai. La nuova dottrina strategica chiarisce del resto quanto già deciso a proposito della guerra afgana: meno uomini e più droni. Meno militari e più politica, compreso il riconoscimento dei talebani come controparte. Ma la nuova situazione rende più difficili i rapporti sia con Kabul, sia con Islamabad.
Di Kabul abbiamo detto. E se per ora un effetto è stato ottenuto, è che, nella capitale afgana, l'emarginazione dal processo di pace, o da quel che potrebbe essere, è stata mal digerita da tutti: il governo si è ricompattato e Karzai potrebbe trarre vantaggio politico dallo schiaffo americano anche in parlamento, dove non ha più una maggioranza amica. E tra l'opinione pubblica, nella quale le sue azioni sono in calo. E a Islamabad?
Le tensioni tra americani, Nato e Pakistan per ora non si sono raffreddate dopo il raid che in novembre ha ucciso oltre venti soldati pachistani. Da allora i due passi di Chaman e Kyber tra Pakistan e Afghanistan sono chiusi e impediscono a un terzo dei rifornimenti logistici (il resto arriva aviotrasportato o attraverso i Paesi dell'ex Urss) di raggiungere le caserme di Isaf. Anche se la Nato sostiene di avere riserve a sufficienza, il contenzioso non potrà protrarsi a lungo. E i pachistani lo utilizzeranno come leva per alzare la posta dei loro accordi con Washington. Uno riguarda gli aiuti civili e militari, sempre sotto il mirino del Congresso, e l'altro il negoziato afgano da cui anche Islamabad si sente in parte tagliata fuori. Una situazione che ha persino favorito un miglioramento dei rapporti con Kabul.
C'è infine un ultimo punto. La trattativa coi talebani chi riguarda? Apparentemente, per quel che concerne l'ufficio a Doha, si sta trattando con la shura di Quetta. Ma mullah Omar non si è ancora espresso direttamente. Con la fazione di Hekmatyar, che controlla parte dell'Est e del Nordest, qualche passo avanti c'è stato. I suoi emissari, guidati dal genero Ghairat Baheer, sono appena stati a Kabul dove hanno incontrato Karzai e funzionari americani. Sono favorevoli al negoziato e all'ufficio di Doha. Ma resta l'incognita della cosiddetta Rete Haqqani, la più qaedista e filopachistana fazione della guerriglia. Che per ora non ha ancora preso una posizione ufficiale e che resta un'altra leva in mano a Islamabad.
Le foto 1 e 4 di A. Ferrari. L'altra è di R. Martinis

I nomi dei possibili prigionieri da rilasciare sono più o meno noti. Il più controverso è quello di mullah Mohammed Fazl, ex “capo di stato maggiore” talebano, responsabile dell'uccisione di migliaia di hazara, la minoranza sciita. I parlamentari americani meno sedotti dall'ipotesi del rilascio, ne hanno agitato lo spettro sostenendo che non è ammissibile liberare un assassino che corre il rischio di tornare alla sua antica occupazione. Gli altri potrebbero essere maulavi Khairullah Khairkhwa, già ministro ed ex governatore di Herat, il comandante Norrullah Nuri, maulavi Wasiq e Mohammad Nabi Khosti, entrambi funzionari dell'intelligence talebana. Infine haji Wali Mohammad, molto più businessman che talebano. Per motivi tattici, prudenza interna o in attesa di definire esattamente nomi e modi del trasferimento, la Casa bianca non ha ancora avviato la procedura di notifica al Congresso. Procedura che richiede un mese di tempo e che serve forse anche a convincere che la merce di scambio non prenderà il volo come, nello scorso aprile, accadde in una prigione afgana da cui fuggirono, con un tunnel scavato dai talebani, un centinaio di prigionieri. Uno dei nodi infatti è: dove andranno una volta liberati?


Dopo molti indugi, gli americani sembrano infatti davvero decisi a gestire direttamente il negoziato anche se dovranno fare qualche concessione a Karzai. La nuova dottrina strategica chiarisce del resto quanto già deciso a proposito della guerra afgana: meno uomini e più droni. Meno militari e più politica, compreso il riconoscimento dei talebani come controparte. Ma la nuova situazione rende più difficili i rapporti sia con Kabul, sia con Islamabad.
Di Kabul abbiamo detto. E se per ora un effetto è stato ottenuto, è che, nella capitale afgana, l'emarginazione dal processo di pace, o da quel che potrebbe essere, è stata mal digerita da tutti: il governo si è ricompattato e Karzai potrebbe trarre vantaggio politico dallo schiaffo americano anche in parlamento, dove non ha più una maggioranza amica. E tra l'opinione pubblica, nella quale le sue azioni sono in calo. E a Islamabad?

C'è infine un ultimo punto. La trattativa coi talebani chi riguarda? Apparentemente, per quel che concerne l'ufficio a Doha, si sta trattando con la shura di Quetta. Ma mullah Omar non si è ancora espresso direttamente. Con la fazione di Hekmatyar, che controlla parte dell'Est e del Nordest, qualche passo avanti c'è stato. I suoi emissari, guidati dal genero Ghairat Baheer, sono appena stati a Kabul dove hanno incontrato Karzai e funzionari americani. Sono favorevoli al negoziato e all'ufficio di Doha. Ma resta l'incognita della cosiddetta Rete Haqqani, la più qaedista e filopachistana fazione della guerriglia. Che per ora non ha ancora preso una posizione ufficiale e che resta un'altra leva in mano a Islamabad.
Le foto 1 e 4 di A. Ferrari. L'altra è di R. Martinis
mercoledì 4 gennaio 2012
giovedì 29 dicembre 2011
LE ULTIME DA KABUL
Le ultime dall'Afghanistan dal CSM e da ToloTv:
China wins $700 million Afghan oil and gas deal
China’s National Petroleum Corporation became the first foreign company today to tap into Afghanistan’s oil and gas reserves. Officials estimate that the deal could be worth more than $700 million. In a deal finalized on Wednesday, China’s National Petroleum Corporation became the first foreign company to tap into Afghanistan’s oil and gas reserves. Chinese officials have estimated that the deal could be worth at least $700 million, but some say China could earn up to 10 times that. China has not participated in the war effort, but it has managed to gain the biggest stake in Afghan minerals. In 2007, China inked a $3 billion deal securing access to copper mines in Mes Aynak, south of Kabul...(source:Christian Science Monitor By Tom A. Peter, Correspondent, December 28, 2011 Kabul, Afghanistan)
Questa notizia riprende il discorso dell'avanzata cinese, sotterranea a silenziosa, per accaparrarsi le ricchezze del sottosuolo afgano. L'Afghanistan non ha pratiamente petrolio ma ha qualche interessante riserva di gas. E' vicino alla Cina e l'accordo sembra in realtà facilitare soprattutto i rapporti economici tra i due Paesi presto collegati da un'autostrada che, passando dalla valle del Panjshir, raggiungerà Kabul.
Taliban, US Agree Several Negotiation Points
A former leader of Taliban's Jaish-ul-Muslimin Movement said that some agreements have been made to negotiate with the US. Sayed Mohammad Akbar Agha, the former leader of Taliban's Jaish-ul-Muslimin Movement said that Qatar would be the best place for the Taliban to open an office. Some reports say that Sayed Tayeb Agha, Shahabuddin Delawar and Shir Mohammad Stanikzai who are close to Mullah Mohammad Omar the leader of Afghan Taliban have met with US representatives. Taliban have no problems in negotiating with the US, he added. Meanwhile, Afghan President Hamid Karzai for the first time agreed with a Taliban liaison office in Qatar.The leader of Taliban's Jaish-ul-Muslemin, Sayed Akbar Agha, says that the Taliban always welcomed a peace initiative....(source: TOLOnews.com, By Shakeela Abrahimkhil
Wednesday, 28 December 2011)
Akbar Agha è un ex comandante talebano che si è avvicinato da tempo al governo di Kabul. Perdonato da Karzai nel 2009, in galera dal 2004 (è uscito nel giugno 2010) conferma i contatti tra talebani e americani (e tedeschi) che starebbero portando all'apertura di un ufficio dei turbanti in Qatar. Inizialmente Karzai aveva sbattuto la porta e ritirato il suo ambasciatore a Doha perché tagliato fuori da una mediazione condotta, tramite il Qatar, da Germania e Usa e uscita come anticpazione sui giornali indiani (la cosa era piaciuta poco anche ai pachistani). Ora farebbe buon viso a cattivo gioco pur continuando a ribadire di preferire al Qatar la Turchia e l'Arabia saudita (come dargli torto? Specie pensando ad Ankara, più trasparente del Qatar nelle sue mire geopolitcihe e nel ruolo che intende giocare in Asia?). Islamabad che farà?

China’s National Petroleum Corporation became the first foreign company today to tap into Afghanistan’s oil and gas reserves. Officials estimate that the deal could be worth more than $700 million. In a deal finalized on Wednesday, China’s National Petroleum Corporation became the first foreign company to tap into Afghanistan’s oil and gas reserves. Chinese officials have estimated that the deal could be worth at least $700 million, but some say China could earn up to 10 times that. China has not participated in the war effort, but it has managed to gain the biggest stake in Afghan minerals. In 2007, China inked a $3 billion deal securing access to copper mines in Mes Aynak, south of Kabul...(source:Christian Science Monitor By Tom A. Peter, Correspondent, December 28, 2011 Kabul, Afghanistan)
Questa notizia riprende il discorso dell'avanzata cinese, sotterranea a silenziosa, per accaparrarsi le ricchezze del sottosuolo afgano. L'Afghanistan non ha pratiamente petrolio ma ha qualche interessante riserva di gas. E' vicino alla Cina e l'accordo sembra in realtà facilitare soprattutto i rapporti economici tra i due Paesi presto collegati da un'autostrada che, passando dalla valle del Panjshir, raggiungerà Kabul.
Taliban, US Agree Several Negotiation Points
A former leader of Taliban's Jaish-ul-Muslimin Movement said that some agreements have been made to negotiate with the US. Sayed Mohammad Akbar Agha, the former leader of Taliban's Jaish-ul-Muslimin Movement said that Qatar would be the best place for the Taliban to open an office. Some reports say that Sayed Tayeb Agha, Shahabuddin Delawar and Shir Mohammad Stanikzai who are close to Mullah Mohammad Omar the leader of Afghan Taliban have met with US representatives. Taliban have no problems in negotiating with the US, he added. Meanwhile, Afghan President Hamid Karzai for the first time agreed with a Taliban liaison office in Qatar.The leader of Taliban's Jaish-ul-Muslemin, Sayed Akbar Agha, says that the Taliban always welcomed a peace initiative....(source: TOLOnews.com, By Shakeela Abrahimkhil
Wednesday, 28 December 2011)

giovedì 15 dicembre 2011
LA GUERRA INFINITA VISTA DALL'ITALIA E DAGLI USA
Visita lampo del capo del Pentagono che vede il bicchiere mezzo pieno: «Resteremo anche dopo il 2014». Pure l’Italia fa i conti sul suo ritiro. Che non si sa quando inizierà. Intanto i talebani aprono un ufficio in Qatar e Kabul protesta
Il Segretario alla Difesa americano Leon Panetta, in visita in Afghanistan, è tranquillo e sereno. Il ministro italiano Di Paola, in visita a Palermo, anche. Entrambi pensano che in Afghanistan tutto stia andando per il suo verso. Per motivi differenti. Panetta è certo che «stiamo vincendo questo difficile conflitto». Chi si contenta gode, verrebbe da dire. Di Paola conferma il ritiro dei nostri soldati ma non dice quando. C'è tempo. Intanto Kabul striglia il Qatar dove i talebani starebbero per aprire un ufficio di rappresentanza.
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Il Segretario alla Difesa americano Leon Panetta, in visita in Afghanistan, è tranquillo e sereno. Il ministro italiano Di Paola, in visita a Palermo, anche. Entrambi pensano che in Afghanistan tutto stia andando per il suo verso. Per motivi differenti. Panetta è certo che «stiamo vincendo questo difficile conflitto». Chi si contenta gode, verrebbe da dire. Di Paola conferma il ritiro dei nostri soldati ma non dice quando. C'è tempo. Intanto Kabul striglia il Qatar dove i talebani starebbero per aprire un ufficio di rappresentanza.
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