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lunedì 24 giugno 2019

Morti bianche nella città del "principe rosso" (aggiornato)

E' la città del "principe rosso" cambogiano Norordom Sihanouk quella che da ieri è il teatro di nuove morti bianche. Eppure sul principale quotidiano in lingua inglese di Phnom Penh la notizia non c’è. Nemmeno stamane. Bisogna andare su altre testate meno note, dove comunque non è la prima notizia. O su giornali che han dovuto trasferirsi altrove perché in Cabogia sono stati chiusi.


Eppure il collasso di un edificio di sette piani nel centro di Sihanoukville sulla costa, non è una notizia secondaria visto che, non solo il crollo in sé di un edificio in costruzione merita attenzione ma la struttura – ripiegatasi su se stessa prima dell’alba di sabato mattina – si è portata via 25 dei cinquanta operai che vi lavoravano mentre altre decine  sono state feriti dal crollo ma almeno hanno salvato la pelle. Quattro per ora gli arresti, tra cui il proprietario della società cinese di costruzione. Il numero dei morti però potrebbe salire mentre un migliaio di persone partecipano alle operazione di soccorso per trovare qualcuno magari ancora vivo sotto le macerie. Gli operai dormivano nell'edificio il che già dice molto sulle condizioni in cui si lavora – già denunciate dall'ufficio Onu del lavoro (Ilo)- nel regno-dittatura cambogiano. Unico effetto: le dimissioni del governatore provinciale  Yun Min.

Ma la vicenda illustra anche un altro aspetto: la faccia nera degli investimenti cinesi e l'acquiescenza di un governo che sta svendendo pezzi del Paese al miglior offerente. La Cina da alcuni anni sta investendo in strutture turistiche e casinò nella città intitolata al “principe rosso” Sihanouk stimolando l’arrivo di sempre più cinesi: imprenditori e turisti. Il governo locale stima in un miliardo di dollari l’investimento del governo e di imprese private cinesi tra il 2016 e il 2017 in un’area dove i cinesi sono (almeno dal regno, un po’ meno dai suoi sudditi) ben accetti: circa il 30 per cento della popolazione di Sihanoukville sarebbe cinese e cinesi sono i proprietari, oltreché dei casinò (circa una cinquantina), di gran parte di case, terreni, alberghi e ristoranti così che il mercato immobiliare ha visto una crescita passata da da 500 dollari al metro quadro a cinque volte tanto, specie se si può costruire in riva al mare. Anche le isole di fronte alla città, un paradiso in via di estinzione, stanno ormai subendo la stessa sorte: lievitano i prezzi, cresce la cementificazione. Un Paese in vendita: tra il 1994 e il 2012, il Centro cambogiano per i diritti umani stimava che il governo  avesse già dato in concessione oltre 4,6 milioni di ettari a 107 imprese di proprietà cinese.

Infine, come si costruisce? Con che materiali e con che sistemi di garanzia per la manovalanza cambogiana? Il collasso dell’edifico la dice lunga. Ma per la Cambogia non è una notizia da prima pagina. A certe cose meglio non far troppa pubblicità.

L’immagine a è tratta dal fotogramma di un filmato di Bbc

martedì 12 giugno 2012

ADDIO A CHICKEN STREET

Famosa ai tempi dei frikkettoni negli anni Settanta e diventata poi di fatto la via degli antiquari, Chicken Street, una perpendicolare delle trafficatissime strade che circondano il parco di Sharenaw, non è mai stata una bella via. Casette basse tradizionali e qualche palazzo a più piani, massimo due forse tre, di quell'architettura anni Sessanta, un po' razionalista, che riempie Kabul. Durante l'inverno sovietico deve essersi aggiunta qualche altra costruzione in cemento armato ma, fino a qualche mese fa, la strada conservava quel fascino particolare che in parte viene dalla memoria, in parte dalle attività commerciali e artigianali che hanno passato più o meno indenni trent'anni di guerra.

Ormai però la speculazione edilizia, volgare e incontinente come tutte le speculazioni, sta divorando anche Chicken Street e quel poco o tanto di fascino che le era rimasto. Personalmente non sono un conservazionista becero ma un conto è ammodernare o rimodernare, un conto è stravolgere. La strada, che aveva un suo colpo d'occhio, lo sta perdendo. I grandi palazzi in costruzione ne faranno una via angusta sempre in ombra e zeppa di macchine laddove, fino a ieri, la viabilità era vietata. Ora, tra jeep e calcinacci, mucchi di sabbia e di mattoni, stentate a camminarci. Già si vede come sarà. Era bruttina ma piena di fascino, sarà orrenda e ributtante. Marmetti rilucenti, balconate senza storia, edifici con architetture di dubbio gusto. Tutto trama contro Chicken Street, ex via di polli, ieri strada per allocchi (noi occidentali in cerca di souvenir), domani camminamento per gonzi disposti a pagar caro un pranzo cattivo in un posto orribile. Spero di sbagliarmi ma temo di no.

Considerandomi un po' un cittadino onorario di questa città, mi piange il cuore nel vedere come viene distrutta giorno per giorno. La gente comune non sembra trarne vantaggio e costruire troppe cose e case per ricchi significa che finiranno fallite e disabitate, se va bene solo degradate. Il patrimonio urbano di Kabul, che non è molto ma c'è, andrebbe salvaguardato, reso vivibile per chi ci abita e trasformato in attrattiva turistica. Nulla di male a fare di Chicken Street una piccola Via Spiga o, meglio ancora, una piccola Via dei Coronari. Passeggiare non costa nulla e la bellezza e il fascino di un posto bastano a far passare una domenica anche al più povero tra i poveri. Ma il municipio di Kabul non la pensa così. E anche se in passato aveva messo un'indicazione turistica per questa strada, adesso il cartello l'ha tolto. Al suo posto ci sono le transenne per le nuove costruzioni, figlie illegittime di una città che si sta prostituendo quotidianamente inebetita da un flusso di denaro ancora rigoglioso e che sta vendendo al miglior offerente i suoi gioielli. Anche quelli di scarso valore come la povera Chicken Street.