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martedì 16 dicembre 2025

Le Scam City lungo i confini del Sudest asiatico

Dentro le Scam Cities del Sudest asiatico

Scam Cities, lungo i confini del Sudest asiatico”, è il podcast in due puntate prodotto da un team di giornalisti – Monika Bulaj, Nicola Bellucci ed Emanuele Giordana – che per tre anni hanno seguito l’evoluzione delle “città delle truffa”, hub della modernità criminale in Asia sudorientale sviluppatisi sulle frontiere che collegano Myanmar, Laos, Cambogia e Thailandia. Dove un esercito di cyber schiavi lavora per le mafie locali truffando via Internet e con l’Intelligenza artificiale vittime asiatiche, americane ed europee che cascano nel miraggio dei soldi facili con investimenti fasulli in criptovalute. Un fenomeno in continua espansione. Scam Cities è stato prodotto col sostegno del Journalism Fund Europe e fa parte della collana di approfondimento giornalistico 11Decimi di Next New Media.

Ascolta le puntate qui

La foto in copertina è di Monika Bulaj




martedì 1 luglio 2025

Il conflitto di frontiera tra Thai e Cambogiani fa la prima vittima politica


I
l breve conflitto di frontiera che è già costato un morto in maggio ai cambogiani fa adesso una vittima politica a Bangkok: la prima ministra Paetongtarn Shinawatra (nell'immagine a sinistra) sospesa oggi dalla carica di premier per 15 giorni dalla Corte costituzionale. Vicenda all'ombra di un altro conflitto che ha nel mirino suo padre Thaksin,a capo di una potente dinastia e che rischia una serie di incriminazioni. Anche grazie a una telefonata di Paetongtarn con un vecchio amico di famiglia. Leggi tutta la storia su Ispionline

giovedì 21 marzo 2024

Giovani speranze a Sihanoukville


Il mio arrivo a Sihanoukville, per un lavoro che non è l’oggetto di questo post, è coinciso con la discesa negli inferi della via dov’è situato il mio albergo. E’ una stradina di bordelli dove l’età media mi sembra – se lo è – di poco superiore alla maggiore età.

Ci son f
ile di ragazzine apollaiate su pancacci che si fanno le unghie o cuciono un vestito in attesa di clienti. La prostituzione in Cambogia non è una novità, ma qui colpisce l’insieme di sporcizia, rifiuti accumulati e cani randagi che mordono questa perpendicolare di una grande arteria di una “città cinese” dove l’elemento khmer è piuttosto defilato. Scritte cinesi, negozi cinesi, casinò cinesi, bordelli cinesi. Mi ha assalito un certo malessere che sa di impotenza. Così che mi è sembrato un raggio di sole in questo inferno a cielo aperto (la città ha una cattiva fama criminale non certo imputabile solo ai cinesi), l’incontro con Jen Hoggett, una giovane donna del Regno Unito che vive qua da diversi anni e che lavora per una piccola Ong britannica che si chiama Goodwill Cambodia. Che gestisce due centri scolastici per bambini dai due ai 14 anni.


Non penso, come certo anche Jen,  che una piccola scuola di quartiere possa salvare il mondo,né fare uscire la Cambogia dall’abisso in cui si trovano molti minorenni. Per altro i centri non hanno la minima intenzione di sostituirsi al sistema della scuola pubblica. Semmai integrarlo, offrendo un servizio di dopo scuola e refettorio a famiglie che lavorano e che altrimenti lascerebbero la prole in strada. Ma il piccolo centro di Sihanoukville  mi è rimasto dentro.

Mentre siamo d’accordo con Jen che domani andrò a vedere anche l’altra scuola (che ha in parte ereditato i pargoli di Shine Cambodia, una Ong che ha dovuto chiudere i battenti per mancanza di denaro) penso alle difficoltà che incontra una piccola associazione che dipende dal buon cuore di qualche britannico. Così che c’è una lotta per la sopravvivenza, non solo per i cambogiani poveri ma anche per chi cerca di aiutarli.

Per una volta ho lasciato da parte il cinismo che contraddistingue il nostro lavoro. Altrimenti passeremmo il tempo a piangere sulle miserie del mondo e a maledire la nostra impotenza. E ho scelto di dedicare parte delle mie giornate qui se non altro a vedere le facce di questi ragazzini (sono circa 150) e di questi maestri/e cambogiani che fanno parte dello staff di Godwill Cambodia (9 persone). Mi hanno accolto con grandi sorrisi e un saluto educato d’altro tempi che posto qui sotto. Giovani volti pieni di speranza che hanno fatto sorridere anche me. E ricordato, fuor di retorica, che la speranza è davvero l’ultima a morire. 

Anche nell’inferno di Sihanoukville.




Questa qui sotto invece è la scuola che era in capo a un'altra Ong australiana, Shine Cambodia, che - come dicevamo - ha chiuso i battenti e ora Goodwill se ne fa carico. Con fatica. "Bastano 1000 dollari al mese per pagare uno stipendio dignitoso a due insegnati e il cibo, ma - dice Jen - sono comunque tanti per noi. Stringiamo i denti ma abbiamo bisogno di una mano". Meritatissima.


(mi scuso per la formattazione del testo ma da che blogger.com lo ha cambiata è diventato tutto complicato)

giovedì 23 luglio 2020

I Paesi della “cintura” a Sud della Cina: un mistero del Covid-19?

La fiammata del ritorno di Covid-19 in Cina, all’inizio dell’estate, ha creato timori in tutto il mondo e in particolare in Asia orientale, dove si teme che nuovi focolai di infezione riportino indietro le lancette dell’orologio. Non ovunque: il Giappone per esempio ha tolto lo stato di emergenza e Paesi come Taiwan o la Corea del Sud sono abbastanza tranquilli sulla capacità di governare possibili nuovi picchi, forse anche grazie al loro relativo isolamento geografico. Nel Sudest asiatico, la vasta regione al confine meridionale della Cina, le cose sono un po’ diverse. I Paesi hanno reagito sin dall’inizio della crisi con modalità differenti e la paura non è certo passata, specie in Indonesia e Malaysia, che presentano ancora i tassi più alti di infezione. Ma il timore di una ripresa è contagioso anche per chi ha meno infetti e riguarda in particolare quelli che potremmo chiamare i “Paesi della cintura”: Paesi che non hanno molti casi di contagio ma che proprio per questo continuano a tenere alta la guardia.

Sono in particolare i quattro Stati che confinano con la grande Cina Popolare – dunque i più vicini geograficamente al primo focolaio di Wuhan,e quindi, a rigor di logica, i più esposti. Come un po’ ovunque nel Sudest, vi abitano comunità cinesi della diaspora e, soprattutto, sono crocevia di un intenso via vai commerciale e di una grossa circolazione di persone da e verso la Cina, e si trovano sulla rotta di lavoratori stagionali impegnati nei grandi lavori della Nuova Via della Seta.
Eppure, Cambogia, Laos, Vietnam e Myanmar sono tra gli Stati meno colpiti al mondo. E’ una sorta di mistero perché si tratta di Paesi poveri, con evidenti casi di sottosviluppo, malnutrizione, povertà e, soprattutto, con una struttura sanitaria di base – fatta forse esclusione per il Vietnam – fragile e, in diverse aree, inesistente. Come è possibile dunque che siano tra i pochi Stati al mondo a essere sostanzialmente immuni dal virus? Con l’esclusione del Myanmar, che ha avuto sei decessi, sono tutti Paesi dove il virus non ha ufficialmente fatto vittime e dove la somma dei casi di infezione non arriva a mille. Davvero poco su un totale di circa 180 milioni di abitanti. Qual è il segreto del “mistero della cintura”?

Continua su AspeniaOnline

lunedì 24 giugno 2019

Morti bianche nella città del "principe rosso" (aggiornato)

E' la città del "principe rosso" cambogiano Norordom Sihanouk quella che da ieri è il teatro di nuove morti bianche. Eppure sul principale quotidiano in lingua inglese di Phnom Penh la notizia non c’è. Nemmeno stamane. Bisogna andare su altre testate meno note, dove comunque non è la prima notizia. O su giornali che han dovuto trasferirsi altrove perché in Cabogia sono stati chiusi.


Eppure il collasso di un edificio di sette piani nel centro di Sihanoukville sulla costa, non è una notizia secondaria visto che, non solo il crollo in sé di un edificio in costruzione merita attenzione ma la struttura – ripiegatasi su se stessa prima dell’alba di sabato mattina – si è portata via 25 dei cinquanta operai che vi lavoravano mentre altre decine  sono state feriti dal crollo ma almeno hanno salvato la pelle. Quattro per ora gli arresti, tra cui il proprietario della società cinese di costruzione. Il numero dei morti però potrebbe salire mentre un migliaio di persone partecipano alle operazione di soccorso per trovare qualcuno magari ancora vivo sotto le macerie. Gli operai dormivano nell'edificio il che già dice molto sulle condizioni in cui si lavora – già denunciate dall'ufficio Onu del lavoro (Ilo)- nel regno-dittatura cambogiano. Unico effetto: le dimissioni del governatore provinciale  Yun Min.

Ma la vicenda illustra anche un altro aspetto: la faccia nera degli investimenti cinesi e l'acquiescenza di un governo che sta svendendo pezzi del Paese al miglior offerente. La Cina da alcuni anni sta investendo in strutture turistiche e casinò nella città intitolata al “principe rosso” Sihanouk stimolando l’arrivo di sempre più cinesi: imprenditori e turisti. Il governo locale stima in un miliardo di dollari l’investimento del governo e di imprese private cinesi tra il 2016 e il 2017 in un’area dove i cinesi sono (almeno dal regno, un po’ meno dai suoi sudditi) ben accetti: circa il 30 per cento della popolazione di Sihanoukville sarebbe cinese e cinesi sono i proprietari, oltreché dei casinò (circa una cinquantina), di gran parte di case, terreni, alberghi e ristoranti così che il mercato immobiliare ha visto una crescita passata da da 500 dollari al metro quadro a cinque volte tanto, specie se si può costruire in riva al mare. Anche le isole di fronte alla città, un paradiso in via di estinzione, stanno ormai subendo la stessa sorte: lievitano i prezzi, cresce la cementificazione. Un Paese in vendita: tra il 1994 e il 2012, il Centro cambogiano per i diritti umani stimava che il governo  avesse già dato in concessione oltre 4,6 milioni di ettari a 107 imprese di proprietà cinese.

Infine, come si costruisce? Con che materiali e con che sistemi di garanzia per la manovalanza cambogiana? Il collasso dell’edifico la dice lunga. Ma per la Cambogia non è una notizia da prima pagina. A certe cose meglio non far troppa pubblicità.

L’immagine a è tratta dal fotogramma di un filmato di Bbc

mercoledì 12 giugno 2019

La Cambogia al Teatro Parenti di Milano


TEATRO FRANCO PARENTI (Milano)
venerdi 14 giugno 2019
ore 18
OLTRE IL CINEMA .Tasselli d'Arte

SOKSABAY Il coraggio di Marie
Di Floriana Chailly
in sala l'autrice e Emanuele Giordana, giornalista, racconteranno della Cambogia di oggi

Il cortometraggio:

SOK SABAY in lingua Khmer significa felicità  ed  è davvero una oasi nel traffico caotico di Phnom Phen.E' una Associazione no-profit fondata  dagli anni 90 da Marie Cammal, coraggiosa infermiera francese con una  lunga esperienza nei campi profughi  in Thailandia, Hong Kong e Singapore,  una comunità di bambini e giovani violati e maltrattati  che Marie cura personalmente. Qui l'educazione, nutrita di buon cibo, di musica, ballo, sport e attività come yoga e aikido aiuta i bimbi e i ragazzi a riprendere forza, speranza e serenità. Il governo-regime appena confermato di  Hun Sen  comincia già a prendere di mira   le associazioni  benefiche e Marie vuole garantire ai suoi  attuali 45  protetti  gli insegnamenti privati di musica, yoga e sport ,  perchè le scuole pubbliche sono ancora teatro di una educazione autoritaria. Per questo cerca aiuti anche in  Europa e sostegno morale. Nel 2004 Time Magazine ha nominato Marie Cammal  tra i 27 Eroi europei. Ma lei dice sempre che i veri eroi  sono i bambini.

Nella foto: le cellette della prigione khmer rossa di Tuol Sleng. A malapena ci sta un uomo disteso. E' il contraltare alla realtà di oggi a Sok Sabay

lunedì 18 marzo 2019

La memoria della guerra nel Vietnam. La Cambogia -2

La frontiera cambogiana, ma sarebbe meglio dire le frontiere cambogiane, esibiscono soprattutto casinò. Alti, lucenti, accattivanti in un paesaggio di case basse e misere come al posto di confine di Brum dove, tra duty free e roulette, è sorto un polo di attrazione che fa varcare il confine ai tailandesi in cerca dell’ebrezza del tavolo verde, vietato nel regno Thai. Da qui, se l’interesse non è quello di dilapidare il denaro, si prosegue per Battambang e poi verso Siem Reap, la meta più gettonata per le struggenti rovine di Angkor Vat, uno dei siti archeologici più affascinanti del pianeta. Ma sulla strada da Brum a Battambang si passa inevitabilmente per Pailin, una provincia – con capitale la città omonima – di circa un migliaio di chilometri quadrati e 70mila abitanti. La provincia è tra le più piccole del Paese ma ha due caratteristiche principali: i soldi e una storia davvero strana.

I casinò di Brum  si trovano infatti nella provincia di Pailin dove prima – e in parte è ancora così – i soldi si facevano col commercio illegale di pietre e legname. Gemme e tronchi andavano in Thailandia (Chantaburi al di là del confine è la città thai per le pietre) e il ricavato manteneva un piccolo esercito: quello dei khmer rossi rintanatisi qui dopo l’invasione vietnamita  nel 1978. Il paradosso è che oggi – in un Paese in cui la guerra per eccellenza è stata quella di liberazione dal delirio sociale di Pol Pot – Pailin è ancora il posto dove i gerarchi del vecchio regime possono godersi la vecchiaia. Un esempio: fino a cinque anni fa il  governatore di Pailin - poi presidente del Consiglio provinciale – era un ex khmer rosso. Ma non era certo uno qualsiasi il generale di corpo d’armata Y Chhien, responsabile personale della sicurezza di Saloth Sar, il vero nome del fratello Numero Uno. Su questa Salò in sedicesimo, abitata in gran parte da ex khmer rossi o contadini che beneficiarono dell’ultima roccaforte orientale (l’altra era più a Nord, verso Along Veng), è come se il governo avesse chiuso un occhio. Finita la resistenza khmer rossa negli anni Novanta (Pol Pot muore nel 1998), si son lasciate un paio di enclave per evitare grane a Phnom Penh. I tronchi oggi non si commerciano quasi più, semplicemente perché non c’è più una pianta, ma le gemme abbondano. E così gli affari legati al casinò.

Ma Pailin e Along Veng, dove si trovano le tombe di Pol Pot, Ta Mok e Son Sen, sono davvero due
Along Veng la piazza centrale
eccezioni. Due buchi neri per sistemare gli ultimi brandelli di guerriglia o i rappresentanti del Governo di coalizione khmer rosso, monarchico  e nazionalista che aveva sede a Pailin: riconosciuto dall’Onu, sostenuto dai cinesi, ben sopportato dai thailandesi e assai ben tollerato dalle potenze occidentali nemiche storiche dei vietnamiti. Che qui invece sono dei liberatori. I liberatori. La Cambogia, come il Laos, era una delle anticamere o se si preferisce delle retrovie, della guerra americana in Vietnam che doveva terminare nel 1975. Prima, quella che un tempo era l’Indocina francese, aveva combattuto la sua guerra di indipendenza coloniale per poi trovarsi ad aver a che fare con l’ingombrante presenza americana. Gli americani avevano bisogno di governi amici e dunque favorirono un golpe repubblicano in Cambogia, che doveva mettere nell’angolo il “principe rosso” Norodom Sihanouk, e – in Laos – il Pathet Lao, l’esercito di liberazione laotiano appoggiato dal Vietnam (lui pure col “principe rosso”  Souphanouvong). Anche Hanoi aveva bisogno di amici e attraverso Laos e Cambogia passava la famosa pista di Ho Chi Minh per rifornire la guerriglia in Sud Vietnam. Fu quella pista, unita al timore dell’“Effetto Domino” - che avrebbe tinto di rosso l’Asia sudorientale - a scatenare le ire e le bomba americane. La campagna dei B-52 iniziò nel 1969 per finire nel 1973. Ma bombardamenti “tattici” risalivano al 1965. Era la guerra segreta di Nixon: oltre 500mila tonnellate di bombe. Oltre 100mila morti soltanto per i raid.

La guerra americana però non ha lasciato grandi tracce nella memoria ufficiale della Cambogia. Per Hun Sen, l’ex ufficiale khmer rosso che passò poi ai vietnamiti e che, dopo l’invasione del 1978, dai vietnamiti fu messo al vertice del potere, la vera guerra da ricordare è soprattutto una: la sua. A gennaio, Phnom Penh ha celebrato i 40 anni dalla fine del regime khmer rosso caduto nel 1979 dopo i tre anni di terrore con cui aveva governato. Ma genocidario e folle che fosse quel regime, il mondo condannò i liberatori e Hun Sen finì con loro tra i paria. L’indiscusso leader cambogiano però non si era perso d’animo. E così, festeggiando con una mano  la fine dei khmer rossi e perdonando con l’altra i quadri minori e i loro maggiori sodali (i cinesi), il capo dei capi – 35 di potere ininterrotto -  ha rimodellato la Storia. A sua immagine. Eppure sul periodo khmer rosso i cambogiano preferiscono stendere un velo d’oblio. “Troppo dolore – dice un insegnante straniero di Siem Reap – e lo si capisce da certi comportamenti. Molto difficile vedere un cambogiano con un libro in mano. Troppo vivo il ricordo di quando, se che eri colto a leggere, venivi ucciso all’istante”

C’è però la macchina di propaganda del regime. Che non dimentica, Esalta gli amici vietnamiti e il grande leader e dice anche che – adesso - la Cina è un ottimo compagno di viaggio. Hun Sen c’è appena stato in gennaio portando a casa  promesse di investimenti, da qui al 2021, per circa 600 milioni di dollari. Nel 2018 il premier cinese Li Keqiang era già venuto a Phnom Penh con un pacchetto di 19 accordi da firmare e nel  2016 la Rpc era comunque  già diventata  la più grande fonte di capitale da investimento nel Regno.  Pechino val bene una messa. Per seppellire quell’aiuto a Pol Pot che Hun Sen preferisce dimenticare.


Moun  Sinarth è una delle guide del museo della guerra di Siem Reap. Entra nei dettagli mentre
conduce un gruppo di stranieri a visitare i piccoli allestimenti  con pezzi arrugginiti e mal conservati pur se si lavora a un ampliamento del sito. Nulla a che vedere  con Tuol Sleng, il museo del genocidio khmer rosso a Phnom Penh - curato e stravisitato – sulla lista di ogni tour nella capitale. Tra i tanti carri armati russi Moun ne indica uno: “In questo, c’è morto un mio parente”. Maledetta guerra. Una guerra che anche qui è soprattutto quella contro i khmer rossi di cui sono esibite fotografie e armi acanto agli abiti verdi e neri che, nella coreografia di un’omogeneità purista, il popolo da rieducare doveva vestire nei campi di lavoro da cui spesso non si faceva ritorno. Ma quando gli chiediamo cos'è stata la guerra per lui e da che parte stava, Moun si fa laconico: “Raggiunsi l’esercito nel 1979… avevo fame”.

Questo articolo è uscito su il manifesto il 13 marzo
La prima puntata si può leggere qui

domenica 3 marzo 2019

Il mondo salvato dai topolini

Esistono ratti in grado di annusare l’esplosivo di una mina e individuare così gli ordigni inesplosi. Storia di un topo africano e di un ricercatore belga. Una storia scritta per l'inserto green de il manifesto uscita giovedi scorso


Siem Reap (Cambogia) - Se siete tra coloro che temono o detestano i topi, forse dovreste avere a che fare con il Cricetomys Gambianus, un ratto che del criceto ha solo una certa somiglianza fisica perché può arrivare a pesare oltre un chilo con una lunghezza di quasi un metro. E se queste misure vi spaventano ancora di più, allora bisogna sapere che questo topo africano ha una qualità eccezionale che gli permette di salvare – come ha già fatto – centinaia di vite umane. Il criceto del Gambia infatti ha un odorato finissimo in grado di percepire sostanze nascoste anche nel terreno. O dentro il corpo umano. E sì, il nostro eroe è in grado, se ben addestrato, di scovare una mina interrata da anni annusando il terreno e scovando il contenitore che emana odore di esplosivo. E’ persino in grado di capire chi è ammalato di tubercolosi. E’ una storia incredibile che rivolta la percezione che abbiamo in genere dei topi, nemici che tentiamo di uccidere con trappole e veleno, portatori di microbi e virus.

Tutto comincia nel 1995 quando il giovane belga Bart Weetjens si mette a studiare come impiegare i
roditori per trovare le mine antiuomo. Mancano ancora quattro anni alla nascita della Mine Ban Convention di Ottawa che verrà firmata da 133 Paesi tra cui l’Italia. Ma il problema c’è e – bando o non bando – Bart vorrebbe dare il suo contributo. Oltre che un ricercatore è un animalista da quando, all’età di nove anni, gli hanno regalato un criceto. Paradossalmente Bart in gioventù è stato attratto dall’arte della guerra e diventa cadetto all’Accademia in cui resta però solo un anno. La sua biografia non dice cosa è scattato nella sua testa ma da quel momento la sua vita prende un’altra strada. Si laurea in ingegneria ma continua la sua attività preferita: allevare ratti. Poi arriva la svolta rivoluzionaria. All’inizio i donatori sono scettici. Topi contro le mine? Idea balzana. Ma i suoi ex docenti dell'università di Anversa gli danno una mano. Un’altra gliela dà la Sokoine University of Agriculture di Morogoro, in Tanzania. Di lì a poco nasce Apopo, l’organizzazione che è attualmente attiva nello sminamento in diversi Paesi. E con lei i criceti africani diventan degli HeroRATS. Dei roditori “eroici”. Che però non sacrificano la loro vita per l’uomo. Semplicemente, troppo leggeri per saltare sulla mina, si limitano a scovarla in cambio di cibo.

A Siem Reap, nella sede cambogiana di Apopo, vediamo gli HeroRATS in azione. La Cambogia è un Paese dove, tra il 1979 e il 2017, ordigni inesplosi hanno ucciso – dice il Landmine Report - quasi ventimila persone (l’ultima a fine gennaio) e ne hanno ferite 44.962. Il ratto viene legato a un guinzaglio corto che scorre lungo una corda fermata alle due estremità alle caviglie dei suoi datori di lavoro. Delimitata una certa area, preventivamente disboscata dal braccio di una trituratrice vegetale per liberare il campo d’azione, il topo comincia a correre a destra e sinistra, avanti e indietro lungo la corda, annusando finché non sente l’odore dell’esplosivo. A quel punto si ferma e comincia freneticamente a scavare. I suoi addestratori allora lo fermano e, mentre con un segnaposto segnalano l’ordigno, danno al topo da mangiare. E avanti cosi per tre quattro ore al giorno.

Michael Heiman, capo progetto in Cambogia di Apopo, è un ragazzo giovane ma con una solida esperienza come sminatore. E’ compiaciuto del nostro stupore ma la prima cosa che fa è smorzare l'entusiasmo: “Purtroppo, anche se gli HeroRATS fanno un enorme lavoro, non sono adatti a tutte le situazioni. Non c’è una soluzione unica per le mine e i topi hanno limiti che conosciamo bene: lavorano solo all’alba perché sono animali notturni. E lavorano bene solo su terreni pianeggianti dove l’impatto del vento è minore e dunque è minore la possibilità che il loro olfatto sia distratto. Ma sono un’enorme risorsa se paragonati a un metal detector”. La natura sorpassa la tecnologia. “Il metal detector individua i metalli… tutti i metalli – spiega Michael – il ratto invece individua solo ciò che contiene esplosivo. Ci mette dunque la metà del tempo”. Senza contare che le mine possono anche essere di materiale plastico o persino contenute nel ferro o nel legno... In molti casi si sono usate le capre: saltavano in aria salvando vite umane ma sacrificando la propria. I cani si usano ancora: è raro che si facciano male perché allungano il muso verso la fonte dell’odore senza calpestarla. Ma un cane potrebbe scappare spaventato da qualcosa e magari finire su un ordigno. Il topo no.

Il piccolo animaletto è un lavoratore serio: “Ma attenzione: è ammaestrato, non addomesticato. Ecco una differenza importante col cane che si affeziona al “suo” sminatore. Il topo no. Va con chi gli dà da mangiare. E costa assai meno: circa 8 dollari al mese in vegetali. Ma, ripeto, non tutte le condizioni si prestano al suo impiego”.

Apopo: bilancio di un anno
Apopo in Cambogia lavora in copia con il Cambodian Mine Action Centre (CMAC), l’organismo nazionale più importante del Paese. Apopo non è ovviamente l’unica organizzazione presente in Cambogia, ma è l’unica a usare i ratti. Vive soprattutto di sovvenzioni private e solo in parte di denaro pubblico. Una gara dunque per sopravvivere. Con molta concorrenza: “La Cambogia, come il Laos o il Vietnam, restano Paesi ad altro rischio. Purtroppo però la guerra si sposta creando nuove emergenze. E il denaro tende ad andare comprensibilmente verso queste nuove necessità”. Siria, Irak, Afghanistan... Sempre meno attenzione per la Cambogia e per l’Africa è ancora peggio.

Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, conferma che, nel nostro Paese, la spesa pubblica per lo sminamento è tornata a livelli costanti (sopra i 3 mln annui) ma che non bisogna dimenticare le vittime: “In generale i fondi per la bonifica sono cresciuti - al crescere comunque di conflitti e guerre asimmetriche - ma sono anche cresciute le vittime. Esiste ancora un problema di sostegno ai disabili, sia nel contesto post emergenziale (protesi e fisioterapia) sia per il reinserimento socio economico dei sopravvissuti”. Gente che non dovrebbe aspettare. Già lo fanno le mine, dormienti anche per decenni prima di sferrare l’attacco mortale per cui son state progettate.

lunedì 4 febbraio 2019

I cascami della guerra Usa-Cina (e della Guerra Fredda)

La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, una guerra che si combatte su più livelli (legale, diplomatico, commerciale), ha code un po' ovunque. Nel Sudest asiatico ne sono molto molto preoccupati.

Se la guerra dovesse andare avanti,  la Cina - in certi Paesi il maggior investitore - potrebbe veder contrarsi la sua economia con effetti molto temuti da un'area che ha già visto una forte crisi in passato e dove l'immobiliare di Bangkok - per citare il caso più eclatante - è sempre sul punto di rivelarsi una bomba in grado di scoppiare (e non è diverso a Sihanoukville o a Phnom Penh). Ora è successo che qualche giorno fa - stuzzicata da Fb sul golpe che portò Lon Nol al potere nel 1970 e che, si scriveva nel post, rovesciando il "principe rosso"  (come Sihanouk era noto per aver abdicato) apri la strada ai Khmer rossi, allo sterminio, alla barbari -  l'ambasciata statunitense ha voluto puntualizzare.

Pol Pot e Wang Dongxingsi
Tratta da The Cambodia Daily
I funzionari statunitensi, anziché lasciar perdere su una questione sulla quale la Storia ha già detto la sua, hanno invece preso le distanze dal post dichiarando che loro non c'entrarono un bel nulla col golpe ma che semmai i Khmer rossi qualcun altro li favorì: e cioè i cinesi. Per aggiungere benzina sul fuoco - scrive il PhnomPenh Post - gli americani hanno anche pubblicato  qualche foto imbarazzante e cioè quella - ma ve ne sono tantissime (vedi sotto)  - in cui  Pol Pot e l'allora vice del Comitato centrale del Pcc Wang Dongxing si scambiano sorrisi e convenevoli durante una visita ufficiale dei vertici cinesi nella Repubblica democratica di Kampuchea nel novembre del 1978. A volte la stupidità (della guerra) sembra davvero non avere confini.

Mao e Pol Pot nel 1975. Autore ignoto
I cinesi (il cui sostegno ai khmer rossi è fuor di dubbio)  l'han presa però con filosofia: in un botta e risposta a colpi di dichiarazioni, i funzionari cinesi dell'ambasciata della Rpc in Cambogia, han risposto per le rime e con un filo d'ironia: certo che non furono gli Stati Uniti a far si che Lon Nol si insediasse a capo di una nuova Repubblica (filoamericana ndr)...

...Ci pensò la Cia...

lunedì 21 gennaio 2019

La guerra dormiente sotto il Prasat Preah Vihear

Raggiungere il tempio khmer di Prasat Preah Vihear non è facile. Il grande complesso, composto di lunghi corridoi, cinture murarie ed enormi mura di pietra, è un gioiello dell’arte khmer della prima metà dell’XI secolo, quando il buddismo ancora non era diventato religione di Stato. Dedicato a Shiva, discretamente conservato e solo in parte ricostruito, si trova sulla linea di confine tra Cambogia e Thailandia ed è uno dei tanti nodi che segnano i non facili rapporti nei due Paesi che, otto anni fa, si presero a cannonate proprio nella zona del tempio. Sul motivo del contendere, la sovranità sui territori che circondano i resti sacri, non c’è ancora intesa ma solo una pace fredda e dunque una tensione sopita. Pronta a riaccendersi in una ventata nazionalista. Ma questo antico tempio, che in parte ricorda il maestoso complesso dell’Angkor Wat in pianura e che è tutelato dall’Unesco, è sempre stato un oggetto del contendere e ha visto più segni di guerra che non di pace.

Ci si arriva o con un tour organizzato da Siem Reap o utilizzando la miriade di minivan privati che in Cambogia sostituiscono il servizio pubblico e che partono solo quando sono pieni. Il tempio è situato in cima a una collina (nella catena dei monti Dângrêk) nella provincia di Preah Vihear, una delle più povere del Paese e che fu una delle ultime aree sotto il controllo dei Khmer rossi quando il loro regime – esattamente 40 anni fa – fu destituito da un’invasione del Vietnam, che lo tenne a lungo sotto tutela. I Khmer rossi si ritirano a Nord e a Est sulla linea di confine con la Thailandia. Tra i luoghi prescelti c’era anche Prasat Preah Vihear.

Per guadagnare la possibilità - rarissima in Cambogia -  di uno sguardo dall’alto sull’immensa pianura che costituisce questo Paese di 181mila kmq con solo 16 milioni di abitanti, bisogna prima attraversare un paesaggio piatto e desolato. In attesa delle piogge i campi vengono dati alle fiamme e una nera sequenza di arbusti e alberi bruciacchiati costeggia la strada. Una strada dove, se si sono salvate dagli incendi, allignano mucchi di spazzatura non biodegradabile. Appena si arriva in prossimità del confine, le rare montagne del Paese che fanno da frontiera naturale con la Thailandia, mostrano tutte lo stesso segno: una deforestazione selvaggia che avrebbe mangiato l’80% della foresta di questo Paese. Bisogna arrivare alla cittadina di  Sra'em, a una trentina di chilometri a Sud del tempio e da li proseguire in motocicletta (oltre 10 dollari) sino all’ingresso (biglietto 10 dollari) dove un’altra motoretta del parco archeologico (5 dollari) vi porterà sino in cima. A Sra'em non c’è nulla da vedere tranne un povero mercato di frutta e pesce circondato da baracche e da numerose officine di riparazione meccanica che sembrano l’unica attività reale del piccolo borgo...

...segue su Atlanteguerre.it con foto


sabato 19 gennaio 2019

Gli occhi di Jayavarman VII

Il viso scolpito di questo monarca khmer è quello di Jayavarman VII, il re cambogiano che, tra il 1181 e il 1218, fece raggiungere alla cosiddetta civiltà di Angkor il suo apogeo. Jayavarman VII è famoso per almeno quattro cose: aveva estromesso gli invasori Cham vincendoli in battaglia, era un monarca attento alle esigenze del popolino per cui costruì ospedali, magazzini e case di riposo ed era un fervente buddista.

La quarta cosa per cui è ricordato  è la costruzione del “suo” tempio, l’Angkor Tom, all’interno del quale c’è il tempio fortezza del Bayon. La sua particolarità è che vi sono raffigurate 52 teste del monarca che guardano in tutte le direzioni: il suo occhio benevolo ti protegge – ci spiega la guida – ma anche ti sorveglia. Sorride ma potrebbe pure arrabbiarsi.

Andare a visitare le rovine di Angkor (Angkor Wat, il tempio più grande, Angkor Tom e così via) è sempre stato un mio grande desiderio. Ma ero preparato al peggio. Sapevo che ogni anno tre milioni di turisti varcano i cancelli di un’area dove un controllo rigorosissimo esige il pagamento di ben 36 dollari per la visita di un giorno (il minimo indispensabile se non altro per rendersi conto di questo immane tesoro dell’umanità). Ci sono cinesi, giapponesi, francesi, australiani in tal numero che, come sull’Arca di Noè, quasi tutto il mondo vi è rappresentato (scarsi i latinoamericani, assenti gli africani….). Ma devo dire che nonostante il flusso incessante di turisti, la potente magia di quel luogo rimane intatta. E sembra persino contagiare l’osservatore la cui curiosità raramente si tramuta in schiamazzo. E del resto, mi dico, non è forse una meraviglia che tutti possano godere (nonostante il prezzo del biglietto), di una simile bellezza?

Il turismo, lo sappiamo è una benedizione e una piaga. Quando lo critichiamo non pensiamo mai di far parte anche noi di quel flusso e quando diciamo uffa non pensiamo alla quantità di denaro, di posti di lavoro, di occasioni che questa attività rappresenta. Purtroppo però l’eccesso di turismo è anche un fenomeno distruttivo: alberghi, albergoni, alberghetti, lievitazione dei prezzi (4mila dollari al metro quadro il terreno a Siem Reap) e poi plastica, consumo esorbitante di acqua, bolle speculative…

Eppure la potenza evocativa dell’arte khmer sembra sopravvivere. I monumenti strappati alla foresta con un lavoro attento, restituiscono una delle opere artistiche dell’uomo più sconvolgenti: decine e decine di bassorilievi delicatissimi e struggenti accompagnano il visitatore stupefatto che riconosce il guerriero e il dio, il pescatore e il demone, il re e il contadino. Una guida sembra necessaria per addentrarsi in questo splendore e poterselo godere piano piano capendo l’idea che ha guidato la mano di migliaia di scalpellini (Angkor Wat costò oltre trent’anni di lavoro….). Una settimana sembra il tempo giusto con un pass per tre giorni che non vi costerà meno di una settantina di dollari (nb in Cambogia c’è la doppia circolazione della moneta: riel e dollaro a un cambio fisso).

Insomma, se avete in mente un viaggio in Cambogia, ricordatevi di Jayavarman (a destra una testa in pietra del sovrano che si trova al Museo nazionale a Siem Reap). Sappiate che il circo che gli sta attorno vi spillerà tutto ciò che è possibile (il bellissimo museo  di Siem Reap vi chiede altri 12 dollari) ma sappiate anche che ne vale la pena. Sappiate pure che ce n’è per tutte le tasche: da 150 dollari a notte a 3 in un dormitorio.

sabato 17 novembre 2018

La parola genocidio


Pol Pot

La Corte straordinaria della Cambogia, un organismo giuridico misto creato dall’Onu, ha condannato ieri a Phnom Penh per genocidio Nuon Chea e Khieu Samphan, gli ultimi due capi khmer rossi al vertice della Kampuchea Democratica di Pol Pot, artefice di uno dei maggiori stermini di massa della seconda metà del secolo scorso. I due vecchi sono già stati condannati all’ergastolo per crimini contro l’umanità ma la rilevanza della notizia sta nell’uso di quella parola: “genocidio”. Che, finora, non era mai stata usata ufficialmente e legalmente nelle sentenze di una corte che non prevede la pena capitale e che dunque non ha potuto che reiterare la condanna già in essere alla catena perpetua.

domenica 5 agosto 2018

La biblioteca di Amanullah: Pol Pot e uno sterminio che non invecchia

Quel che spesso disntigue un libro riuscito da una somma di parole è anche il modo in cui un testo – romanzo o saggio che sia – si lascia leggere. Se a un certo punto, arrivando in fondo o a metà, cominciate a sfogliare le pagine per vedere quante ne mancano alla fine, forse non ci siamo. Ma quando al contrario iniziate a sfgoliare le pagine perché, aihmé, vi stanno tragicamente segnalando la conclusione, allora – almeno per voi – quello è un grande libro. “Pol Pot. Anatomy of a Nightmare” di Philip Short, che per ironia della sorte ha un cognome che signifca “corto”, fa parte di questi. Con un altro indicatore – trattandosi di un saggio - del valore del testo: la avida lettura delle note per poter guadagnare qualche altra decina di pagine alle misere... 660 del volume.

“Pol Pot. Anatomia di uno sterminio”, come Rizzoli ha preferito tradurre nel 2005 il titolo originale, è in realtà davvero un viaggio in un vero e proprio incubo. Un incubo per milioni di cambogiani, trasferiti in massa dalle città alla campagna, che nasce dal sogno folle del loro laeder Pol Pot, al secolo Saloth Sar, in seguito noto anche come Fratello numero 1. In effetti il compagno Pol Pot (1925-1998), vocazione monacale, riservatezza austera, grande carisma e disciplina morale, all’inizio appare soprattutto come un libearatore: la sua storia però si presta a essere raccontata come una sorta di romanzo dell’orrore; un orrore corroborato, nello stile asciutto di Short, un giornalista della Bbc, da documenti e prove certificate che lasciano assai poco all’inventiva.

Il giovane Saloth Sar matura le sue idee in Francia, nel ristretto circolo universitario dove i cambogiani che se lo possono permettere, studiano le scienze politche e si avvicinano al marxismo. Ma sviluppa poi un pensiero molto personale, solo apparentemente “orientale” e in realtà assai vicino al nazismo, che prevede la creazione di un uomo nuovo: ideologicamente puro, etnicamente khmer, socialmente sottomesso alla logca numerica di fratelli – 1, 2, 3, 4 e così via – vestiti tutti allo stesso modo e obbedienti all’inattaccabile macchina del partito. Nessuno escluso. Nemmeno lui, sempre in sandali e con un vestito nero ingentilito da una sciarpetta a scacchi rossi.

Short (ha dedicato anche un libro a Mao e uno a Mitterand) ne delinea il percorso – storico, ideologico e di guerriero – conducendo il lettore per mano nell’incubo poltico peggiore della fine del secolo scorso. Aggiungendo a una luce già sinistra – quella della guerra vietnamita – l’epilogo disgraziato della reinterpretazione del concetto di tabula rasa. Un perido controverso, attraversato dall’incapacità iniziale della sinistra (salvo pochissime eccezioni alla Tiziano Terzani) di rendersi conto del baratro cambogiano.

Come diceva un saggio, di alcuni libri basta leggerne la metà, di altri ancora l’incipit e la conclusione. Altri al contrario si divorano sino alla fine. Note comprese appunto. Eccone uno che non invecchia.

Una recensione scritta per l'inserto Asia de il manifesto uscito il 31 luglio

lunedì 3 luglio 2017

T-shirt e scarpe dell'altro mondo

Non sempre la filiera tra i grandi marchi della moda e i Paesi poveri è così diretta. Un maglietta made in Bangladesh può essere tessuta con cotone uzbeco. E il cuoio di una scarpa prodotta in Cambogia può arrivare da Dacca. Viaggio nella catena nascosta di un’industria che nasconde bene anche il dolore



Il "palazzo rosa" simbolo del potere del Nawab di Dacca
Oggi è un museo. Poco più a Nord i quartieri produttivi
di Kamrangirchar e  Hazaribagh. Sversano nel Buriganga
Dal cuore di Old Dakha, la capitale del Bangladesh, bisogna prendere dei piccoli battellini per attraversare il Buriganga e raggiungere l’altra sponda. Su questo largo fiume dalle acque nere come la pece si viene traghettati su piroghe sottili e dall’equilibrio apparentemente instabile. C’è un gran traffico di umanità, animali, utensili che, per qualche centesimo, si spostano dalla riva dove troneggia il palazzo rosa di Ahsan Manzil, una volta sede del “nababbo” (nawab), a un quartiere anonimo dall’altra parte del fiume che scorre verso il Golfo del Bengala. Pieno di negozi di tessuti naturalmente, una delle grandi ricchezze del Bangladesh che ogni anno porta al Paese 30 miliardi di dollari in valuta. Le fabbriche però, grandi o piccole, sono lontane dal centro città: stanno a Savar, dove si è consumato il dramma del Rana Plaza, o adAshulia, distretti suburbani industriali. Ma in pieno centro c’è invece il cuore della produzione di un altro grande bene primario del Bangladesh che se ne va tutto in esportazione: il cuoio. Decine di fabbriche dove si fa la concia delle pelli: la prima lavorazione e quella più tossica che trasforma la materia prima nel prodotto base che può poi diventare scarpa o borsetta. A un pugno di isolati dal Palazzo rosa, nel distretto di Kamrangirchar e in quello gemello di Hazaribagh, divisi dal Buriganga, si lavora in condizioni bestiali anche con l’aiuto di ragazzi di 8 anni. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il 90% di chi lavora in queste fabbriche di veleni che si sciolgono nel fiume non supera i cinquant’anni. Pavlo Kolovos, il responsabile di tre cliniche di Medici Senza Frontiere a Kamrangirchar, spiega che «la metà dei pazienti che viene negli ambulatori di Msf lo fa per problemi legati al lavoro: malattie della pelle, intossicazioni, insufficienze respiratorie...». Dice Deborah Lucchetti della campagna “Abiti Puliti”: «Le nostre inchieste mostrano come l'esposizione al cromo, quando viene trattato in maniera non adeguata e si trasforma in cromo esavalente, può portare anche al tumore. Senza contare che gli scarti delle lavorazioni vanno a finire in falde e terreni espandendo il danno anche oltre la fabbrica».

sabato 10 ottobre 2015

Tenebre cambogiane (Wikiradio)

Tra il 1950 e il 1959 un gruppo di studenti cambogiani si incontra a
Parigi nelle aule dell'università e nei caffè sulla rive gausche della Senna. Studiano alla Sorbona o a (sianspo) SciensPo, il famoso istituto di scienze politiche, e le loro tesi di laurea sono tutte focalizzate sul futuro di un Paese che nel 1954, con gli accordi di Ginevra firmati dal presidente del consiglio francese Pierre Mendès-France, è diventato indipendente. Si chiamano Saloth Sar – che poi prenderà il nome di Pol Pot - Ieng Sary Khieu Samphan. Hou Yuon. Il loro circolo intellettuale si sforza di immaginare un Paese di tipo nuovo: più giusto, più equo e che abbia come motore di sviluppo i contadini della Kampuchea, il nome in lingua khmer del regno di Cambogia.

Trasformano l'Associazione degli studenti khmer, che raccoglie circa duecento espatriati cambogiani, in un organizzazione nazionalista e di sinistra che prefigura la rinascita di una Cambogia anticolonialista e antimperialista. Pol Pot, che ha sposato a Parigi Khieu Ponnary, è il primo a tornare a casa: nel 1953, un anno prima degli accordi di Ginevra che chiudono il capitolo dell'Indocina francese, prepara l'organizzazione che 22 anni dopo sostituirà col nome di Kampuchea democratica la Repubblica khmer nata il 9 ottobre del 1970...

Ascolta qui la trasmissione di Wikiradio

venerdì 8 agosto 2014

Phonm Penh, quel verdetto pieno di vuoti

I due khmer rossi accusati di cirmini contro l'umanità:
 a sinistra Nuon Chea, l'ideologo, a destra  l'ex presidente
Khieu Samphan
Il “fratello numero 1” - di nome Pol Pot – è morto diversi anni fa. Il “fratello numero 3” - a nome Ieng Sary – è deceduto in prigione a 87 anni. Kain Guek Eav, il compagno Duch, il macellaio della prigione di Tuol Sleng è già in carcere dove sconta l'ergastolo. Mancavano solo il “fratello numero 2” - al secolo Nuon Chea, braccio destro di Pol Pot - e Khieu Samphan, il volto ufficiale del regime, presidente della Kampuchea democratica, il regime dei khmer rossi che prese il potere in Cambogia nel 1975 e la governò col terrore per quattro anni, fino all'invasione dei vietnamiti che ne decretarono la fine sostituendolo con un governo fantoccio, amico di Hanoi e Mosca e che, in un certo senso, ancora dura. Ieri la Corte speciale cambogiana, meglio nota come Tribunale per i khmer rossi, ha comminato l'ergastolo agli ultimi due uomini del regime in attesa di verdetto, accusati di crimini contro l'umanità e, nelle parole del giudice Nil Nonn, colpevoli di «sterminio, persecuzioni politiche e altri atti inumani come il trasferimento forzato, la scomparsa di persone e attentati contro la dignità umana».

venerdì 17 maggio 2013

DA DACCA A PHNOM PENH, IL FILO CHE LEGA LE MORTI NELLE FABBIRCHE DEL TESSILE

Non è il Rana Plaza di Dacca la fabbrica cambogiana di scarpe dove il crollo di un mezzanino ha ucciso ieri almeno due persone (bilancio provvisorio) tra cui Sim Srey Touch di soli 15 anni, e ferito gravemente diversi lavoratori a Kampong Speu, a ovest di Phnom Penh. Le operazioni di soccorso, nella fabbrica che ospita 2mila operai, si sono svolte in fretta ma l'episodio “minore”, che non avrebbe normalmente occupato la cronaca internazionale, rimbalza sui giornali e in rete. Troppo fresca la memoria dell'implosione del palazzo del Bangladesh che ha ucciso più di 1100 persone. Fresca la polemica sulle condizioni di lavoro e sulle fabbriche in cui, nei Paesi più poveri, si lavora per i più ricchi. Qui si tratterebbe di una firma giapponese: la fabbrica appartiene a un marchio di Taiwan, Wing Star Shoes, trai cui clienti c'è la nipponica Asics, scarpe sportive, il cui acronimo starebbe paradossalmente per...Anima sana in corpore sano, latino traslato con licenza. In Bangladesh i marchi coinvolti sono invece tantissimi, da Benetton a H&M o Tesco, per citare alcuni tra quelli che, in questi giorni (ultima proprio Benetton) hanno firmato l'accordo che garantisce ispezioni nelle fabbriche perché non si ripeta una strage come a Dacca o un omicidio colposo plurimo come a Kampong Speu (disinvolta ignoranza della possibile catastrofe: un lavoratore ha testimoniato di pezzi di mattone e ferro che cadevano dal soffitto poi rovinato sotto il peso delle masserizie) .



Tra i due eventi c'è un nesso fin troppo evidente e che proprio ieri, sul New York Times, giornale di un grande Paese del tessile che delocalizza molto lavoro, era al centro di un'inchiesta che approfondiva la reazione di chi ha investito, negli ultimi trent'anni, nelle fabbriche e nel lavoro a poco prezzo dei Paesi più o meno sviluppati. E che ora, in fuga dal Bangladesh, cerca altre strade. La Cambogia ad esempio. In questo Paese, vessato dalla guerra e retrovia storico del Vietnam che lo occupò a fine anni Settanta, i salari non sono a livello del Bangladesh ma comunque al di sotto dei 100 euro/mese per i 650mila operai del settore. Le leggi, come in Bangladesh, ci sono. Pochi le rispettano.

Al Nyt Bennett Model, a capo di una “fashion factory” di New York, spiega che accostare un prodotto al nome Bangladesh è oggi “politicamente scorretto”. Per questo molti guardano altrove. E non da oggi. Model iniziò a lavorare coi cinesi nel 1975, un lustro prima che si avviasse il boom del settore in Bangladesh dove il tessile occupa oltre due terzi dell'export. Vietnam e Cambogia sono i Paesi più gettonati perché tutto sommato l'Asia resta il luogo preferito, sia per la capacità della manodopera, sia per la lunga tradizione tessile (che la rivoluzione industriale mise in crisi con i telai meccanici) sia per la reperibilità di materia prima. Anche India e Pakistan figurano nella lista per la loro capacità, tra l'altro, di garantire sistemi industriali di confezione, impacchettamento, spedizione.

L'Indonesia sembra però il preferito di questa nuova “colonizzazione”. Con l'eredità della dittatura ormai alla spalle, produce ottimo cotone (kapok) e ha già una lunga esperienza nella produzione concentratasi a Giava e Bali. Politicamente corretta e con bassi salari, per chi fugge dalla Cina (troppo cara), o da tentativi in America latina e Africa (lente nella produzione), l'Indonesia è la terra promessa: il centro di formazione di Semarang ad esempio forma 12mila persone l'anno. Poco in un Paese dove stanno per aprire 4 nuove fabbriche con 30mila nuovi posti di lavoro.