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venerdì 1 maggio 2020

Primo maggio col Covid-19 in Asia

Nel Myanmar dell’emergenza Covid-19 il governo sta facendo tornare a casa i suoi emigrati all’estero. Alcuni sono “ufficiali”, altri lavoravano più o meno clandestinamente in Cina nelle piantagioni di canna o banane e mille, scriveva qualche giorno fa il Myanmar Times, sono tornati a casa per vie altrettanto clandestine. Ma secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sarebbero oltre 3 milioni i birmani che lavorano all'estero. Secondo Ong locali e straniere, i birmani più o meno stagionali sono nella sola Thailandia più di 2 milioni. Numeri impressionanti che l’emergenza ha portato alla ribalta e che dicono molto su cosa succede in caso di pandemia. Alla perdita del lavoro si accompagna l’espulsione e un futuro incerto nel proprio Paese da cui non si è certo partiti per turismo. Per quelli che restano - perché non vogliono o non possono tornare a casa – va anche peggio, perché all’estero non c’è la protezione della cittadinanza e men che meno la rete sociale dei villaggi.

Nella sola Malaysia, circa un milione di lavoratori migranti indonesiani soffrono la fame a causa del parziale lockdown in atto nel Paese, come hanno denunciato in aprile i volontari della Nahdlatul Ulama, la più grande organizzazione islamica d'Indonesia. Un inchiesta del South China Morning Post ha rivelato le condizioni drammatiche dei migranti nella ricca Malaysia che ne ospita temporaneamente 5,5 milioni, “dei quali - circa 3,3 milioni - privi di documenti”. Provengono principalmente da Indonesia, Bangladesh e Nepal.

Se gli indocumentati e i migranti stanno male, non se la passa bene nemmeno chi aveva un lavoro “sicuro” in qualche fabbrica. Nel tessile ad esempio che in Asia occupa decine di milioni di lavoranti. Cento nella sola India, oltre 3 e mezzo in Bangladesh. Nel continente il tessile calzaturiero su commissione è un architrave dell’export di molti Paesi. Un export che fa fare profitti soprattutto a chi utilizza la filiera del lavoro asiatico per abbassare i prezzi. Fabbriche in Thailandia, Cambogia, Vietnam, Myanmar. Sedi e negozi a Parigi, New York, Milano. Del resto quasi mezzo miliardo di persone nel mondo lavora oggi meno ore retribuite di quanto vorrebbe o non ha accesso a un lavoro a un salario equo, dice il rapporto Ilo World Employment and Social Outlook – Trends 2020: e nonostante l’Asia sia un continente che se la cava meglio di altri “la scarsa qualità del lavoro e gli alti tassi di informalità rimangono la sfida... Nel 2019 nonostante il progresso economico degli ultimi decenni, 79,1 milioni di lavoratori -il 4,2% - sono rimasti in estrema povertà e 277 milioni - il 14,6% - vive ancora in moderata povertà”. Il virus ha peggiorato le cose.

Quanto all’industria della moda, la pandemia l’ha travolta, minando le lotte per la protezione sociale e la sicurezza, i salari equi, la libertà sindacale. Anche perché molte “firme” non pagano ordini già eseguiti o ritirano quelli in produzione. Da sapere quando ci compriamo un vestitino o le scarpette. La situazione è così grave (alcune fabbriche riaprono ma lasciano a casa molti lavoranti) che a Dacca, domenica scorsa, ci sono state manifestazioni pubbliche per il salario nonostante il lockdown. Rischioso. Pagare il giusto le avrebbe evitate.

Una dichiarazione congiunta dell’Organizzazione Internazionale delle Imprese (IOE) e dei Sindacati Internazionali (GUF) lancia un appello per mitigare la perdita massiccia di vite, posti di lavoro e reddito. Si chiede ai marchi di sottoscriverlo ma finora in molti fan orecchie – è il caso di dirlo – da mercante: Arcadia, ASOS, Bestseller, C&A, EWM/Peacocks, Gap, JCPenney, Kohl’s, Mothercare, Next, Primark, Tesco, Under Armour, Urban Outfitters e Walmart/Asda non hanno ancora preso alcun impegno. In Italia la Campagna Abiti Puliti ha chiesto trasparenza a importanti firme della moda come Armani, Benetton, Calzedonia, Ferragamo, Geox, Gucci, Miroglio, Moncler, OVS, Prada, Salewa, Versace, Zegna. Al momento solo Prada e Salewa hanno fornito rassicurazioni sul fatto che rispetteranno gli impegni assunti prima del virus con i fornitori. Il network della Clean Clothes Campaign monitorerà gli impegni dichiarati dalle aziende e ne renderà conto pubblicamente. Nei giorni scorsi Abiti Puliti ha scritto a Conte e ai ministri responsabili del “Cura Italia”: “Riteniamo – dice Deborah Lucchetti responsabile della Campagna - che solo le aziende che dimostrino di saper proteggere sia i propri lavoratori sia quelli che appartengono all'intera catena di fornitura debbano poter contare su misure pubbliche di sostegno”.

lunedì 24 giugno 2019

Morti bianche nella città del "principe rosso" (aggiornato)

E' la città del "principe rosso" cambogiano Norordom Sihanouk quella che da ieri è il teatro di nuove morti bianche. Eppure sul principale quotidiano in lingua inglese di Phnom Penh la notizia non c’è. Nemmeno stamane. Bisogna andare su altre testate meno note, dove comunque non è la prima notizia. O su giornali che han dovuto trasferirsi altrove perché in Cabogia sono stati chiusi.


Eppure il collasso di un edificio di sette piani nel centro di Sihanoukville sulla costa, non è una notizia secondaria visto che, non solo il crollo in sé di un edificio in costruzione merita attenzione ma la struttura – ripiegatasi su se stessa prima dell’alba di sabato mattina – si è portata via 25 dei cinquanta operai che vi lavoravano mentre altre decine  sono state feriti dal crollo ma almeno hanno salvato la pelle. Quattro per ora gli arresti, tra cui il proprietario della società cinese di costruzione. Il numero dei morti però potrebbe salire mentre un migliaio di persone partecipano alle operazione di soccorso per trovare qualcuno magari ancora vivo sotto le macerie. Gli operai dormivano nell'edificio il che già dice molto sulle condizioni in cui si lavora – già denunciate dall'ufficio Onu del lavoro (Ilo)- nel regno-dittatura cambogiano. Unico effetto: le dimissioni del governatore provinciale  Yun Min.

Ma la vicenda illustra anche un altro aspetto: la faccia nera degli investimenti cinesi e l'acquiescenza di un governo che sta svendendo pezzi del Paese al miglior offerente. La Cina da alcuni anni sta investendo in strutture turistiche e casinò nella città intitolata al “principe rosso” Sihanouk stimolando l’arrivo di sempre più cinesi: imprenditori e turisti. Il governo locale stima in un miliardo di dollari l’investimento del governo e di imprese private cinesi tra il 2016 e il 2017 in un’area dove i cinesi sono (almeno dal regno, un po’ meno dai suoi sudditi) ben accetti: circa il 30 per cento della popolazione di Sihanoukville sarebbe cinese e cinesi sono i proprietari, oltreché dei casinò (circa una cinquantina), di gran parte di case, terreni, alberghi e ristoranti così che il mercato immobiliare ha visto una crescita passata da da 500 dollari al metro quadro a cinque volte tanto, specie se si può costruire in riva al mare. Anche le isole di fronte alla città, un paradiso in via di estinzione, stanno ormai subendo la stessa sorte: lievitano i prezzi, cresce la cementificazione. Un Paese in vendita: tra il 1994 e il 2012, il Centro cambogiano per i diritti umani stimava che il governo  avesse già dato in concessione oltre 4,6 milioni di ettari a 107 imprese di proprietà cinese.

Infine, come si costruisce? Con che materiali e con che sistemi di garanzia per la manovalanza cambogiana? Il collasso dell’edifico la dice lunga. Ma per la Cambogia non è una notizia da prima pagina. A certe cose meglio non far troppa pubblicità.

L’immagine a è tratta dal fotogramma di un filmato di Bbc

venerdì 23 giugno 2017

Lacrime sul golfo del Bengala - Passioni del 24 e 25 giugno

Sabato e domenica a "Passioni", programma di Radio3 a cura di Cettina Flaccavento con la regia di
Giulia Nucci, un viaggio nel lavoro esternalizzato. E nel dolore

alle 14.30 sulle frequenze di Radio3
Diretta
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Dacca non è solo la capitale del Bangladesh ma anche la capitale della globalizzazione del lavoro, dalle nostre scarpe alle magliette. Finisce così anche per essere una capitale del dolore in un Paese che cresce a ritmi vertiginosi ma dove i profitti vanno a vantaggio di un'élite molto ristretta. Dalle macerie del Rana Plaza alle concerie del cuoio in pieno centro città, viaggio nella nazione affacciata sul Golfo del Bengala. Che sembra lontanissima ed è invece presente nella quotidianità diffusa del "Made in Bangladesh".

Il viaggio che mi ha permesso di scrivere il capitolo sul Bangladesh di "A Oriente del Califfo"

sabato 15 ottobre 2016

Non solo guerra: Le ombre del futuro afgano

Nel gennaio del 2015, a sei mesi dalle ultime elezioni presidenziali, un sondaggio di Acso-Lra (Afghan Center for socio economic and opinion research con Langer Research Associates) rivelava un atteggiamento positivo sulle aspettative prodotte dalla nuova tornata elettorale, pur se per il 53% degli intervistati le elezioni erano state fraudolente e solo il 44% le aveva valutate trasparenti. Inoltre la bizzarra alchimia istituzionale, che ha posto accanto al presidente un capo dell’esecutivo che ha quasi gli stessi poteri, era ritenuta accettabile dall’87% del campione. Una percentuale elevatissima. Ma soltanto 11 mesi dopo, nel novembre del 2015, i risultati di Asia Foundation (Af) – che conduce sondaggi da diversi anni in Afghanistan studiando soprattutto il consenso – rivelava quasi esattamente il contrario: il 57% del campione di Af sosteneva che il Paese andava nella direzione sbagliata e il 75,3% di consenso guadagnato dalle promesse della campagna elettorale del 2014 (come abbiamo visto salite all’87% dopo la tornata elettorale) erano calate al 57,8%. Più della metà degli intervistati, il 56,3%, oltre a esprimere paura per la crescente insicurezza del Paese (le vittime civili sono in costante aumento), era fortemente insoddisfatto dei servizi erogati in quasi tutti i settori pubblici: elettricità, strade, acqua potabile, sanità, agricoltura e persino dello stato dell’istruzione, realtà che, dall'inizio della guerra nel 2001, ha visto un rilevante salto in avanti. Unica vera luce nel tunnel della guerra afgana.

domenica 1 maggio 2016

1 maggio: lavoro e diritti nei Paesi “cerniera” della guerra infinita

Tra il grande mondo mediorientale, le repubbliche centro asiatiche dell'ex Urss e il subcontinente indiano, tre Paesi – Iran, Afghanistan e Pakistan - rappresentano una sfida aperta tra lavoratori e padronato, che sia rappresentato dall'industria di Stato come in Iran, da landlord e speculatori come in Afghanistan o dal grande settore dell'economia controllato dalle Forze armate in Pakistan. Inoltre queste tre nazioni, oltre alla vicinanza geografica, hanno un elemento comune e cioè sono, seppur a diverso titolo, Paesi in guerra. La guerra, più o meno dichiarata e combattuta in casa o altrove, gioca un elemento fondamentale nel controllo delle istanze di giustizia sociale e dei diritti sul lavoro: leggi speciali, richiami alla difesa della patria, autorità indiscussa delle forze dell'ordine sono infatti tutti elementi che finiscono per governare un mercato del lavoro che con la guerra fa i conti ogni giorno. Questi Paesi “cerniera” tra mondi diversi – il Medio oriente con i suoi conflitti e i suoi governi instabili e autoritari, l'Asia centrale ex sovietica con le sue centrali di potere autocratiche e l'lndia che rappresenta l'eccezione democratica asiatica – stanno vivendo una fase di cambiamento importante in cui la guerra resta però un elemento stabile da decenni. Che finisce a gettare una luce oscura sulle loro economie e soprattutto sui diritti negati di chi lavora.

Iran

Il sindacato ha in Iran una storia antichissima: la prima centrale fu fondata infatti un secolo fa ed ebbe poi un ruolo chiave nella lotta allo Scià. Ma da che esiste la Repubblica islamica, il governo ha fatto del sindacato una sorta di istituzione governativa con limiti fortissimi alla rappresentanza e dove la contrattazione viene regolata non attraverso le lotte ma con un negoziato dove alla fine vince sempre il governo. Dirigenti politici e sindacali vengono arrestati – come nel caso di Ismail Abdi, segretario generale degli insegnanti, imprigionato per aver organizzato “riunioni illegali” - anche se Teheran è un vecchio membro dell'Ilo (l'ufficio Onu del lavoro) di cui ha firmato quasi tutte le convenzioni rifiutandosi di siglare quelle relative alla libertà di associazione (C87) e di organizzazione (C98). Il Paese, che ha ricominciato a crescere nel 2014, sta conoscendo – dopo la fine delle sanzioni – una stagione di apertura che potrebbe farlo uscire da una crisi che si protrae da anni anche in ragione delle altissime spese militari. Non formalmente in guerra, l'Iran sostiene infatti i fronti sciiti nel mondo (dal Libano alla Siria) che rifornisce di armamenti e consiglieri militari.