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mercoledì 1 aprile 2026

La Cina vince la guerra Usa Iran


Guangzhou – Quello che colpisce la mattina qui a Canton, mentre si prende il caffè leggendo sul tablet i giornali, è l'assenza di rumore nel traffico di questa città da  15 milioni di abitanti. E' perché, a parte qualche clacson, auto, moto e motorini sono elettrici. La Cina, un miliardo e passa di residenti, non ha il problema della benzina in un Paese che la svolta elettrica (pur se dominata dal fossile) l'ha fatta anni fa investendo sulle rinnovabili e limitando benzina e gasolio e sempre meno mezzi. Con riserve energetiche stimate a sei mesi, è l'unico Paese dell'Asia che per la guerra in Iran registra solo qualche turbolenza. Una cosa ben diversa dalla vicina Thailandia dove eravamo a inizio settimana quando, in previsione del rincaro di mercoledi scorso, che ha aumentato il costo del litro del 18%, la gente è accorsa con taniche e bidoni e nelle province i rubinetti dei benzinai sono stati sigillati. Ben diverso dal Myanmar o dalle Filippine che, dipendendo per il 90% dell'energia dal Golfo, ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. O ancora dalla Corea del Sud, come il Giappone affamata di energia, che sta correndo ai ripari. Paesi che non hanno solo un problema di costi ma che rischiano di rimanere a secco.

L'Asia è in termini globali il continente più penalizzato dalla chiusura di Hormuz e se il pieno dal benzinaio è solo uno dei sintomi di malessere, visto che aumenta tutto dagli alimentari ai fertilizzanti, la Cina tiene. E anzi, se uno volesse chiedersi chi sta vincendo la guerra in Iran – a parte Israele che non vuole mollare l'osso libanese – verrebbe da dire che l'unica capitale che ne esce vittoriosa è Pechino. L'America, che continua rinviare la promessa resa dei conti, è visibilmente impantanata e l'Iran, comunque vadano le cose, dovrà fare i conti con un Paese a pezzi. Ma gli effetti collaterali, i detriti dei missili, piovono ovunque. Molto poco al The Wheele of History, una bettola del quartiere centrale di Canton sempre affollata di giovani e classe media che succhiano da pentoloni di brodo di pollo le prelibate zampe di gallina. Ci sono arrivati col motorino elettrico.... 


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sabato 14 novembre 2020

Un plebiscito per Aung San Suu Kyi



I dati ufficiali della Commissione elettorale birmana non sono ancora definitivi. Ma lo spoglio è più che sufficiente alla Lega nazionale per la democrazia (Lnd) per dichiararsi la vincitrice della prima elezione del Myanmar che si sia svolta sotto un governo civile. Si sa già anche che la Lega, il partito di Aung San Suu Kyi, ha ampiamente superato i 322 seggi necessari, nelle due Camere, per formare un nuovo governo. Voto più voto meno qui e là e una piccola batosta in aree come il Rakhine, dove la metà dei seggi son rimasti chiusi a causa della guerra, la Lega può vantare un consenso che ha riproposto un sostegno a valanga. Ne escono con le ossa rotte i militari e il loro partito per la solidarietà e lo sviluppo che, tanto per stare in linea con il trend generale, han subito contestato i risultati (con altri 16 partiti minori) chiedendo una Commissione di indagine sotto l’egida dell’esercito. 

Anche le organizzazioni di monitoraggio del voto han sollevato questioni su alcune irregolarità ma non c'è abbastanza per dichiarare nullo un plebiscito per altro largamente previsto, nonostante i dubbi per via del Covid-19 e per i tanti risultati mancati nelle promesse fatte nel 2015 quando si svolsero le prime elezioni libere. La Lega intanto ha aperto il dialogo con 39 parti “etnici” (che rappresentano le varie nazionalità del Paese, esclusi ovviamente i Rohingya) per fare dell’Unione repubblicana birmana - com'è ora - una Federazione, passaggio fondamentale anche per far si che la guerra tra Bamar e altre nazionalità smetta di consumare vite ed energie. Persino Tatmadaw, il nome con cui sono noti i militari birmani, sembra in realtà prepararsi già al futuro governo della Lega, tanto che l’altro ieri ha fatto sapere che sarebbe  d’accordo a un nuovo riavvio del processo di pace già in corso con diversi gruppi armati (per ora 10), includendo nel negoziato anche quelli che non hanno ancora siglato l’Accordo di cessate-il-fuoco (Nca), precondizione che hanno sempre ritenuto (e imposto) come pregiudiziale e che, cadendo, aprirebbe la strada al dialogo con almeno altre sette formazioni. Resta da vedere cosa fare con l’Arakan Army, protagonista del conflitto più recente negli Stati Chin e Rakhine. La Lega sarebbe disposta a negoziare. I militari, che hanno inserito l’AA tra i gruppi terroristi, han sempre detto no.... (continua su il manifesto)

sabato 28 luglio 2018

Il cricketer e il premier

Enigma Imran. Un'analisi per il manifesto sul "chi è" del nuovo leader pachistano. Con qualche ipotesi

La nota biografica più famosa del vincitore delle elezioni in Pakistan, il capo del Partito della Giustizia Imran Khan, è quella dell'ex cricketer prestato alla politica. Ma il controverso sessantaseienne nato a Lahore in una ricca famiglia pashtun è forse il leader politico più chiacchierato da sempre nel Paese dei puri: playboy con diversi matrimoni, divorzi e controversie legali per affari di cuore alle spalle, Imran è tutt'altro - per sua stessa ammissione - che un "angelico" emblema della dirittura morale islamica. Eppure ha saputo trattare con i partiti islamisti e con i talebani dichiarando guerra alla "guerra al terrore" degli Stati Uniti e accusando il governo in carica della Lega Nawaz di aver mandato nelle aree tribali pashtun un esercito di occupazione, tollerando i droni killer made in Usa. "Taleban Khan" come l'ha chiamato, è per ammissione di tutti un populista nato con la camicia e l'ossessione della corruzione. C'è chi lo vede come un pazzo pericoloso e chi invece come una sfida per i landlord, che governano di fatto alleati alla potente casta militare.

Con buone performance nei sondaggi elettorali ma con la possibilità reale di non farcela contro il potente partito di Nawaz Sharif al potere dal 2013 e ben addentro ai gangli della macchina burocratico-amministrativa (che Imran vuole riformare), l'ex cricketer - che può vantare di aver condotto la squadra che capitanava alla vittoria della Wolrd Cup nel 1992 - alla fine ce l'ha fatta, seppur non con abbastanza voti per formare un governo da solo. Ma la vittoria è doppia: non solo sarà premier ma il suo partito ha superato la Lega-Nawaz, antagonista da decenni, da quando nel 1996 Imran fondò il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti), lasciando mazza e palla di cervo per scegliere la politica e fondare un partito che rivoluzionasse il Pakistan senza fargli perdere la vocazione primigenia immaginata da Ali Jinnah, l'uomo che negli anni Quaranta era riuscito a convincere Londra (senza difficoltà) a separare i musulmani dall'India in un Paese nuovo, basato sui principi morali dell'islam ma laico nelle fondamenta istituzionali. Dopo 22 anni, giovani, donne e maschi delusi gli hanno creduto.

Time Magazine ha scritto che è come Trump, ma benché entrambi siano uomini ricchi e forse anche capricciosi, inascrivibili a un'ideologia politica, Imran è molto diverso e probabilmente più affidabile di the Donad anche se più indigesto agli americani dell'ex premier Nawaz Sharif, tutto sommato obbediente. Contrariamente a Trump, che al massimo gioca a golf, Imran è un corridore. E molta della sua ricchezza - di famiglia o accumulata con la fama e in parte con gli affari - è finita in beneficenza, attività per cui Trump non è molto famoso.

Controverso o meno che sia, cosa farà adesso? Il governo è questione di numeri e i suoi sono buoni: a scrutinio quasi ultimato il suo partito ha 117 seggi contro i soli 66 della super sconfitta Lega Nawaz. Il Partito dei Bhutto ne ha 43 e 13 la coalizione di partiti islamisti moderati. Su 342 seggi, 70 non valgono per i fare i conti del governo perché sono attribuiti alle donne e alle minoranze (!) e dunque il conto si fa su 272 (seggi musulmani e maschili): per governare da soli ce ne vogliono 137 e dunque Imran è ancora lontano ma, come si vede, allearsi non sarà difficile, persino se il Pti decidesse di fare a meno dei Bhutto. Ma allearsi significherà anche far capire se Imran ha veramente deciso di esautorare landlord e potentati e in quali rapporti sarà con l'esercito. Nelle rituali accuse di brogli, la Lega Nawaz, che dai militari si è sentita tradita, li accusa di aver tramato con Imran che, per altro, ha avuto parole di elogia proprio per le divise nel suo primo discorso pubblico post voto.

Imran però, che prima appoggiò il colpo di Stato militare di Musharraf (contro Nawaz) è anche uno che i militari han messo in carcere. E un uomo che, seppur a parole, sostiene che la vicenda Kashmir non si può risolvere militarmente. Può darsi, che al netto di qualche aiutino, i generali stiano a guardare per vedere se il cavallo è di rango. Poi c'è la questione islam e amicizie bizzarre come quella con Muhammad Tahir-ul-Qadri, un mullah nazionalpopulista che più volte lo ha aiutato. Si potrà tener tutto assieme? Il capitano gioca la sua partita più difficile proprio adesso che ha vinto.