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mercoledì 16 luglio 2014

Stragi fuori cronaca

Comprensibilmente attenta alla strage in corso a Gaza, dove ieri sera il numero dei morti oltrepassava la cifra di 200, stampa e quindi opinione pubblica hanno dedicato poca attenzione a un'altra strage che, in un colpo solo, ha fatto la metà delle vittime. Sono gli 89 civili uccisi (una cinquantina i feriti) nell'esplosione di un camion carico di tritolo e del suo autista suicida che, nelle stesse ore, si faceva saltare in una zona di mercato del distretto di Argon (Urgun), nella regione orientale del Paktika in Afghanistan, a cinquanta chilometri dal confine col Pakistan. La strage non ha rivendicatori (i talebani afgani hanno anzi preso le distanze) e l'indice è puntato sulla solita Rete Haqqani, il gruppo terrorista filotalebano e radicale che di solito si incolpa delle stragi più efferate quando non si sa bene a chi dare la colpa.

Incolpare gli Haqqani è un po' come accusare il Pakistan, o meglio i suoi servizi segreti o parte di loro, che per anni hanno banchettato col gruppo radicale nato durante l'occupazione sovietica e poi diventato una mina vagante del mondo stesso dei talebani e forse anche dei servizi. Il fatto è che forse, nella strage di Argon, il Pakistan c'entra davvero. Non direttamente ma per via degli effetti incontrollabili della guerra senza quartiere che, abbastanza sorprendentemente, Islamabad ha deciso di condurre in Waziristan contro talebani (pachistani) e gruppi affiliati (stranieri di varia provenienza tra cui anche gli afgani della rete Haqqani).

Di questa guerra nascosta, che ha già prodotto oltre mezzo milione di sfollati molti dei quali proprio nelle aree oltre confine, son stati fatti due giorni fa, con una certa soddisfazione, i numeri. Secondo il portavoce dei militari del Pakistan, generale Asim Bajwa, l'operazione Zarb-e-Azb sta dando i suoi frutti e si fermerà solo quando«santuari e nascondigli in Nord Waziristan non saranno stati distrutti». Secondo Asim, finora circa 447 terroristi sono stati uccisi e 88 nascondigli distrutti contro una perdita di 26 soldati nell'operativo su vasta scala iniziato ormai un mese fa. Asim ha anche spiegato che a Mir Ali  le operazione di terra sono ormai iniziate mentre l'80% dell'area di Miranshah (capitale del Nord Waziristan) è stato ripulito.
Il generale Asim non ha menzionato né vittime civili né la condizione degli sfollati, buona parte dei quali ha cercato rifugio in Afghanistan dove, con ogni probabilità, si è trasferita anche parte della guerra attraverso quella frontiera porosa dove passano capre e fucili, profughi e spalloni. Distratte dalla strage di Gaza, o forse generalmente distratte sull'argomento, nemmeno le cancellerie dei Paesi che hanno sempre il ditino alzato sui diritti umani hanno chiesto conto. In fondo, questa guerra tardiva e che certamente aiuta a mantenere vivo l'incendio nella prateria asiatica, non interessa quasi a nessuno o quasi (gli americani continuano a utilizzare droni nella zona). Fatti salvi quei 600mila profughi e un numero di vittime cui si sono appena aggiunte le 89 afgane di Paktika. 

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