Comprensibilmente
attenta alla strage in corso a Gaza, dove ieri sera il numero dei
morti oltrepassava la cifra di 200, stampa e quindi opinione
pubblica hanno dedicato poca attenzione a un'altra strage che, in un
colpo solo, ha fatto la metà delle vittime. Sono gli 89 civili uccisi (una cinquantina i feriti) nell'esplosione di un camion carico
di tritolo e del suo autista suicida che, nelle stesse ore, si faceva
saltare in una zona di mercato del distretto di Argon (Urgun), nella regione
orientale del Paktika in Afghanistan, a cinquanta chilometri dal confine col Pakistan. La strage non ha rivendicatori
(i talebani afgani hanno anzi preso le distanze) e l'indice è
puntato sulla solita Rete Haqqani, il gruppo terrorista filotalebano
e radicale che di solito si incolpa delle stragi più efferate quando
non si sa bene a chi dare la colpa.
Incolpare
gli Haqqani è un po' come accusare il Pakistan, o meglio i suoi
servizi segreti o parte di loro, che per anni hanno banchettato col
gruppo radicale nato durante l'occupazione sovietica e poi diventato
una mina vagante del mondo stesso dei talebani e forse anche dei
servizi. Il fatto è che forse, nella strage di Argon, il Pakistan
c'entra davvero. Non direttamente ma per via degli effetti
incontrollabili della guerra senza quartiere che, abbastanza
sorprendentemente, Islamabad ha deciso di condurre in Waziristan
contro talebani (pachistani) e gruppi affiliati (stranieri di varia
provenienza tra cui anche gli afgani della rete Haqqani).