Rischio di travasi della guerriglia jihadista?
Frontiere porose: l'internazionale del jihad e il caso dell'Azerbaigian*
Recentemente sono apparsi diversi articoli sulla città post industriale di Sumqayit, costruita alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso e divenuta un polo di attrazione interessante per la presenza di fabbriche siderurgiche, chimiche e petrolchimiche. La città non è mai stata un centro religioso importante e anzi non possedeva neppure una moschea sino al collasso dell'Urss, ma adesso Sumqayit, una trentina di chilometri a Nord della capitale Baku, sembra essere diventata la città del jihadismo azerbaigiano, o meglio la risorsa maggiore per partire alla volta dei luoghi dove il jihad, quello armato, si combatte davvero, come in Siria. La città ha una storia particolare, sia perché molte fabbriche hanno chiuso ed è in corso un processo di riconversione industriale e ambientale, sia perché è stata teatro di scontri violenti nel 1998 e in seguito anche il luogo di residenza di molti sfollati. Terza città del Paese dopo Baku e Ganja (oltre 300mila abitanti) è un agglomerato urbano che ha cambiato anima diverse volte – è stata per esempio completamente abbandonata dalla popolazione armena – e ha cercato un nuovo destino dopo essere stata classificata nel 2007 come una delle città più inquinate del mondo. Degli oltre 600mila sfollati interni del Paese (Idp) censiti nel 2009 dal governo (oggi siamo attorno al milione), la maggioranza viveva nella zona di Baku e Sumqayit (fino a oltre 60mila nella città sita sull'omonimo fiume). Effettivamente, il processo di riconversione, le tensioni create dalla mancanza di lavoro e la residenza forzata di un numero in proporzione rilevantissimo di sfollati interni o rifugiati, sembrano le precondizioni ideali perché si crei un humus perfetto per il reclutamento di giovani ragazzi in cerca di occupazione o di un ideale eroico – il martirio - per cui combattere. Fonti di polizia citate negli articoli menzionati, attesterebbero oltre 200 residenti sotto stretta osservazione come possibile manodopera jihadista, il bilancio più alto di tutto il Paese.
C'è in Azerbaigian un pericolo jihadista? Quanto l'islam radicale è diffuso e quanto è stato ed è una risorsa per gruppi radicali all'estero? Quanto questi, a loro volta, hanno contribuito e contribuiscono, a creare un clima favorevole in Azerbaigian verso l'islam radicale? Gli incidenti a Sumqayit (furti, arresti per detenzione d'armi, colluttazioni e risse tra islamisti in luoghi pubblici) sono fatti occasionali o l'indice di un allarme da tenere in alta considerazione? Quanto il caso Azerbaigian infine testimonia della globalizzazione del jihad pur in tutte le sue diverse anzi diversissime declinazioni?