Se distruggi il mio Paese distribuendo 5,1 miliardi di pesos di shabu ... ti ucciderò", parola del presidente filippino Rodrigo Duterte, uno che non le manda a dire. Shabu o Yaba è la metanfetamina e la minaccia è per spacciatori e tossici non importa se sospetti o colti in flagrante. Lo dice dopo un maxi sequestro di 756 kg di cristalli di metanfetamina per un valore di oltre 5 miliardi di pesos (100 milioni di dollari) ma anche il giorno dopo che l'Onu ha tacciato di impunità la sua guerra alla droga di cristallo, che ha connotato il suo esecutivo fin dal 2016 quando Duterte è diventato presidente. Ora però ha un arma in più.
Si tratta di nuova legge dello Stato voluta proprio dal presidente che consente di schiaffare in galera sostanzialmente chi gli si oppone. La nuova legge passata a larga maggioranza alla Camera bassa, dopo il via libera del Senato in febbraio, è stata votata come “urgente” benché il Paese abbia ben altri problemi a cominciare dalla pandemia. La nuova legge anti terrorismo – nome buono per tutte le stagioni – serve a rendere regolari l'arresto senza giustificazione e la detenzione per 14 giorni di sospetti "terroristi", attribuzione che sarà deputata a un nuovo Consiglio antiterrorismo che dovrà dire cosa si intende con questo termine e che potrebbe addirittura, bypassando la magistratura, ordinare gli arresti. Nel mirino chiunque proponga e partecipi – ma anche solo inciti – alla pianificazione o all'addestramento di un "attacco terroristico". Formule vaghe ma con pene da 12 anni di reclusione fino all’ergastolo oltre all’eliminazione di un rimborso in caso di errore giudiziario. Insomma una legge liberticida varata proprio nel momento in cui l’Ufficio Onu per i diritti umani di Ginevra torna sulla controversa campagna di Duterte per sradicare le droghe illegali iniziata nel 2016 e che ha portato all'uccisione di almeno 8.600 persone. Un bilancio per difetto che potrebbe essere tre volte quella cifra, come ha reso chiaro ieri un rapporto dell’Ufficio Onu che cita la "quasi impunità" per gli omicidi, continuati insieme ad altri presunti abusi durante la pandemia Covid-19.
Ma a Duterte le critiche dell’Onu interessano poco. Dopo aver ricevuto dal parlamento una sorta di mandato ai pieni poteri per via della pandemia, adesso mette a punto con la nuova legge un altro modo per proseguire impunemente con le sue campagne di pulizia a 360 gradi. Che la nuova sterzata non riguardi solo terroristi o tossici lo si evince del resto dalle parole del portavoce presidenziale Harry Roque che, in un comunicato stampa televisivo, ha detto che la libertà di parola non potrà mai essere soppressa nelle Filippine ma che non si tratta di un diritto "assoluto", un chiarimento con distinguo rivolto proprio al rapporto dell’Onu. Le cose per altro sono già andate molto avanti: la prova che la libertà di espressione è in gioco eccome la racconta la vicenda di Abs-Cbn, colosso mediatico critico con Duterte e da Duterte messo a tacere. La Corte Suprema ha concesso alla rete di tornare a trasmettere ma pende sempre il rischio, agitato dal presidente, del rinnovo della concessione governativa che potrebbe slittare ancora e vedere alla fine una decisione negativa che farebbe saltare l’azienda che già accusa perdite secche da quando è stata oscurata il 5 maggio scorso.
C’è anche un’altra novità: Duterte in febbraio aveva comunicato a Washington l’intenzione di abrogare il Visiting Forces Agreement con gli Stati Uniti, un accordo bilaterale che facilita i rapporti militari tra i due Paesi. Ma adesso, qualcuno dice per via delle tensioni marittime con la Cina, ha per ora sospeso l’iter che lo dovrebbe concludere. Fino al prossimo colpo di teatro.
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venerdì 5 giugno 2020
giovedì 7 maggio 2020
Calor bianco tra Duterte e la Chiesa nelle Filippine
Nel Paese più cattolico dell’Asia Stato e Chiesa non vanno affatto d’accordo. Nemmeno in epoca di Covid-19. Davanti a tutte le scelte messe sul tavolo del presidente filippino Rodrigo Duterte – a cominciare dalla famosa guerra alla droga – le gerarchie dell’arcipelago han sempre storto il naso. Lo ha fatto l’ex arcivescovo Luis Antonio Tagle, a febbraio richiamato a Roma e promosso il 1 maggio al rango di cardinale vescovo, lo fa ora il suo sostituto, Broderick Pabillo, amministratore apostolico dell'Arcidiocesi di Manila e considerato meno tenero di Tagle. Qualche giorno fa ha detto che tempi difficili mostrano quali leader hanno davvero a cuore il “bene delle persone e quali pensano solo a se stessi o non si preoccupano molto delle loro responsabilità”. Come d’abitudine, il nome di Duterte – che gode tra l’alto (o almeno godeva) di grande consenso popolare – non viene fatto ma era fin troppo chiaro come il riferimento fosse al presidente sceriffo.
Eppure Pabillo ancora non aveva saputo dell’ultima decisione del suo governo: dimezzare il numero delle famiglie beneficiarie di un programma varato per sostenere l’economia popolare durante il virus, dal momento che “diminuiranno le famiglie sottoposte a quarantena”. Il Dipartimento per il benessere sociale e lo sviluppo considererà solo 11,5 milioni di famiglie anziché i quasi trenta considerati nel primo mese di erogazioni (aprile) e che hanno ricevuto assistenza finanziaria per oltre 237 milioni di euro. Anche se – ricorda la stampa locale – secondo la Banca Mondiale il sussidio avrebbe “impedito un aumento della povertà” destinata a crescere senza interventi di sostegno.
Esattamente quel che pensa il presule secondo cui, in epoca di Covid-19, le conseguenze di come agisce o non agisce le leadership è un gioco sulla pelle della gente: “Le loro decisioni incidono sul benessere economico dei loro elettori e hanno un impatto sulla salute e la qualità della vita”. Sempre senza far nomi, “sarebbe di grande aiuto – ha aggiunto - se i leader potessero essere chiari perché molte dichiarazioni sono vaghe e spesso irrilevanti. E questo perché chi parla è confuso, ha un secondo fine o semplicemente non gli interessa se la gente capisce o no”. Un affondo condiviso visto che diversi osservatori hanno espresso preoccupazione per i pieni poteri che Duterte si è fatto attribuire da un parlamento che controlla completamente e che ora ha aumentato i suoi spazi di manovra. La riprova dei timori è l'ordine alla rete ABS-CBN - notoriamente critica con Duterte - di interrompere immediatamente martedi le trasmissione dopo la scadenza della licenza. La rete, che impiega circa 11.000 persone, martedì è andata in onda su TV e radio gratuite attraverso le Filippine. Babillo ha subito commentato dicendo che la mossa agita lo spettro della legge marziale.
La querelle con la Chiesa è antica: dopo che in febbraio Tagle è stato richiamato a Roma per dirigere la Congregazione di Propaganda Fide – e a far parte del ristretto team di consiglieri del papa tanto che molti lo danno come possibile nuovo pontefice – Duterte ha detto che Francesco lo aveva richiamato per la sua eccessiva politicizzazione e che Tagle usava fondi della Chiesa per finanziare l'opposizione filippina. I vescovi reagirono liquidando le accusa come “ridicole”. Ma non era la prima volta: nel 2018 a proposito delle accuse alla sua campagna anti droga, Duterte definì i vescovi degli “idioti”.
Eppure Pabillo ancora non aveva saputo dell’ultima decisione del suo governo: dimezzare il numero delle famiglie beneficiarie di un programma varato per sostenere l’economia popolare durante il virus, dal momento che “diminuiranno le famiglie sottoposte a quarantena”. Il Dipartimento per il benessere sociale e lo sviluppo considererà solo 11,5 milioni di famiglie anziché i quasi trenta considerati nel primo mese di erogazioni (aprile) e che hanno ricevuto assistenza finanziaria per oltre 237 milioni di euro. Anche se – ricorda la stampa locale – secondo la Banca Mondiale il sussidio avrebbe “impedito un aumento della povertà” destinata a crescere senza interventi di sostegno.
Esattamente quel che pensa il presule secondo cui, in epoca di Covid-19, le conseguenze di come agisce o non agisce le leadership è un gioco sulla pelle della gente: “Le loro decisioni incidono sul benessere economico dei loro elettori e hanno un impatto sulla salute e la qualità della vita”. Sempre senza far nomi, “sarebbe di grande aiuto – ha aggiunto - se i leader potessero essere chiari perché molte dichiarazioni sono vaghe e spesso irrilevanti. E questo perché chi parla è confuso, ha un secondo fine o semplicemente non gli interessa se la gente capisce o no”. Un affondo condiviso visto che diversi osservatori hanno espresso preoccupazione per i pieni poteri che Duterte si è fatto attribuire da un parlamento che controlla completamente e che ora ha aumentato i suoi spazi di manovra. La riprova dei timori è l'ordine alla rete ABS-CBN - notoriamente critica con Duterte - di interrompere immediatamente martedi le trasmissione dopo la scadenza della licenza. La rete, che impiega circa 11.000 persone, martedì è andata in onda su TV e radio gratuite attraverso le Filippine. Babillo ha subito commentato dicendo che la mossa agita lo spettro della legge marziale.
La querelle con la Chiesa è antica: dopo che in febbraio Tagle è stato richiamato a Roma per dirigere la Congregazione di Propaganda Fide – e a far parte del ristretto team di consiglieri del papa tanto che molti lo danno come possibile nuovo pontefice – Duterte ha detto che Francesco lo aveva richiamato per la sua eccessiva politicizzazione e che Tagle usava fondi della Chiesa per finanziare l'opposizione filippina. I vescovi reagirono liquidando le accusa come “ridicole”. Ma non era la prima volta: nel 2018 a proposito delle accuse alla sua campagna anti droga, Duterte definì i vescovi degli “idioti”.
giovedì 13 febbraio 2020
La Cina dietro la guerra Manila-Washington
(Vientiane) - Il ministero degli Esteri di Manila – su diretto mandato del presidente Duterte – ha formalmente inviato martedi scorso l’avviso di chiusura dell’accordo VFA (Visiting Forces Agreement) al governo degli Stati Uniti. Il VFA è l’accordo bilaterale che riconosce un determinato status legale alle truppe statunitensi presenti nel Paese per esercitazioni militari e operazioni di assistenza umanitaria. Uno schiaffo a Washington che appare anche come un capitolo della guerra tra Stati Uniti e Cina e dunque con Paesi che guardano più da una parte o più dall’altra.
Il patto – che è stato applicato in almeno due casi famosi di stupro e omicidio che hanno coinvolto soldati americani – durava da vent’anni. La cancellazione è una ritorsione annunciata da Duterte dopo che gli Usa hanno negato il visto d’ingresso in America al senatore Ronald “Bato” Dela Rosa (nella foto a sn), uomo di fiducia del presidente e alla guida della sanguinosa guerra a trafficanti, spacciatori e tossicodipendenti condotta da Manila su impulso della presidenza. Il generale Bato è stato a capo della Polizia nazionale dal luglio 2016 all’aprile del 2018.
Anche se l’accordo era in scadenza (agosto 2020) e anche se non riguarda il rapporto nel suo complesso della collaborazione militare tra Filippine e Stati Uniti, è ovviamente uno schiaffo all’Amministrazione Trump che ha infatti reagito immediatamente: l’ambasciata americana a Manila – scrive Cnn – ha confermato di aver ricevuto dal Dipartimento degli affari esteri filippino l’avviso di chiusura del VFA, definendo il gesto un “passo serio con implicazioni significative per l’alleanza USA-Filippine”. Ieri poi il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Mark Esper ha rincarato la dose sostenendo che l’incombente conclusione dell’Accordo sulle forze di visita (VFA) con le Filippine “sarebbe una mossa nella direzione sbagliata”, una mossa “sventurata” in un momento in cui gli Stati Uniti e i suoi alleati stanno spingendo la Cina a rispettare le norme internazionali. Una frase rivelatrice.
La guerra tra Manila e Washington va infatti vista nell’ottica dell’enorme influenza che Pechino ha su Manila e su un dissidio che nel tempo si è consumato con Washington proprio per via dei rapporti tra le Filippine e la Rpc. Questo è infatti il secondo schiaffo di Duterte a Trump di cui ha rifiutato l’invito a partecipare in marzo a una riunione dell’Asean a Las Vegas. Per Trump è l’occasione per rilanciare la politica americana in Asia; per Duterte, la prova di una pressione indebita. E’ solo però: gli altri leader dell’Associazione del Sudest asiatico ci andranno proprio perché ci vedono l’occasione di equilibrare i giochi in Asia tra Usa e Rpc.
Il patto – che è stato applicato in almeno due casi famosi di stupro e omicidio che hanno coinvolto soldati americani – durava da vent’anni. La cancellazione è una ritorsione annunciata da Duterte dopo che gli Usa hanno negato il visto d’ingresso in America al senatore Ronald “Bato” Dela Rosa (nella foto a sn), uomo di fiducia del presidente e alla guida della sanguinosa guerra a trafficanti, spacciatori e tossicodipendenti condotta da Manila su impulso della presidenza. Il generale Bato è stato a capo della Polizia nazionale dal luglio 2016 all’aprile del 2018.
Anche se l’accordo era in scadenza (agosto 2020) e anche se non riguarda il rapporto nel suo complesso della collaborazione militare tra Filippine e Stati Uniti, è ovviamente uno schiaffo all’Amministrazione Trump che ha infatti reagito immediatamente: l’ambasciata americana a Manila – scrive Cnn – ha confermato di aver ricevuto dal Dipartimento degli affari esteri filippino l’avviso di chiusura del VFA, definendo il gesto un “passo serio con implicazioni significative per l’alleanza USA-Filippine”. Ieri poi il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Mark Esper ha rincarato la dose sostenendo che l’incombente conclusione dell’Accordo sulle forze di visita (VFA) con le Filippine “sarebbe una mossa nella direzione sbagliata”, una mossa “sventurata” in un momento in cui gli Stati Uniti e i suoi alleati stanno spingendo la Cina a rispettare le norme internazionali. Una frase rivelatrice.
La guerra tra Manila e Washington va infatti vista nell’ottica dell’enorme influenza che Pechino ha su Manila e su un dissidio che nel tempo si è consumato con Washington proprio per via dei rapporti tra le Filippine e la Rpc. Questo è infatti il secondo schiaffo di Duterte a Trump di cui ha rifiutato l’invito a partecipare in marzo a una riunione dell’Asean a Las Vegas. Per Trump è l’occasione per rilanciare la politica americana in Asia; per Duterte, la prova di una pressione indebita. E’ solo però: gli altri leader dell’Associazione del Sudest asiatico ci andranno proprio perché ci vedono l’occasione di equilibrare i giochi in Asia tra Usa e Rpc.
venerdì 1 giugno 2018
Il modello Manila contagia Dacca
“Se non si taglia la domanda (di stupefacenti) come si può pensare di fermare lo spaccio”? Se lo chiedono oggi sullo Daily Star, giornale in lingua inglese di Dacca, due opinionisti - Inam Ahmed e Shakhawat Liton – che fanno il punto sull’incapacità di risposta – sanitaria e legislativa – del Bangladesh sul problema della diffusione degli stupefacenti, in particolare della yaba, una metanfetamina molto diffusa in Asia e che crea forte dipendenza psicologica.
In Bangladesh è in corso una vera e propria guerra alla diffusione di droghe che ha ormai assunto i connotati e i numeri di un vero e proprio conflitto interno al paese: a fine maggio – sempre secondo il Daily Star – erano state uccise 108 persone in sole due settimane. La crociata, che utilizza mezzi molto simili a quelli impiegati dal presidente filippino Duterte e per i quali – come nel caso filippino - non si esita a utilizzare la locuzione “esecuzioni extragiudiziarie”, avrebbe portato a questi risultati: l’arresto di circa 10mila individui legati al traffico; 3.276 già in carcere o multati con sentenza del tribunale.
Sarebbero state confiscate oltre 2 tonnellate e mezzo di cannabis, 26 chili di eroina, migliaia di litri di liquore prodotto localmente, 23mila bottiglie di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina) e qualcosa come 23mila tavolette di yaba (detta anche “droga della pazzia”).
La premier Sheikh Hasina ha confermato il pugno di ferro, sostenendo che nessun “padrino” sarà risparmiato, e ha cercato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche nate quando è stato fin troppo chiaro che tra i 10mila arrestati c’erano sia spacciatori sia consumatori e che molto probabilmente tra quegli oltre cento morti vi erano persone addirittura innocenti. Gli osservatori più acuti citano la storia recente e i fallimenti nel mondo delle varie “guerre alla droga” che uccidono e privano della libertà senza risolvere il problema. Molti ritengono infatti che la battaglia contro gli stupefacenti possa essere combattuta più efficacemente sul piano legislativo (con la depenalizzazione di alcune sostanze) e con la creazione di centri di cura, riabilitazione e reinserimento sociale per i consumatori, considerati dei malati e non dei delinquenti.
Il Bangladesh sembra però aver scelto di seguire le orme di Duterte, riuscendo però ad evitare per ora i riflettori della stampa internazionale. Nelle Filippine, a metà 2017, il britannico The Guardian riportava un bilancio – a un anno dall’insediamento del presidente – di quasi 6mila morti tra filippini coinvolti a diverso titolo in vicende legate al narcotraffico. Un bilancio che, secondo le stime riportate dall’articolo di Inam Ahmed e Shakhawat Liton, sarebbe arrivato nel 2018 a 12mila vittime.
Questo articolo è uscito oggi anche su Atlante delle guerre. Nella foto di copertina, un'immagine a corredo di un articolo del Daily Observer che illustra un sequestro di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina)
In Bangladesh è in corso una vera e propria guerra alla diffusione di droghe che ha ormai assunto i connotati e i numeri di un vero e proprio conflitto interno al paese: a fine maggio – sempre secondo il Daily Star – erano state uccise 108 persone in sole due settimane. La crociata, che utilizza mezzi molto simili a quelli impiegati dal presidente filippino Duterte e per i quali – come nel caso filippino - non si esita a utilizzare la locuzione “esecuzioni extragiudiziarie”, avrebbe portato a questi risultati: l’arresto di circa 10mila individui legati al traffico; 3.276 già in carcere o multati con sentenza del tribunale.
Sarebbero state confiscate oltre 2 tonnellate e mezzo di cannabis, 26 chili di eroina, migliaia di litri di liquore prodotto localmente, 23mila bottiglie di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina) e qualcosa come 23mila tavolette di yaba (detta anche “droga della pazzia”).
La premier Sheikh Hasina ha confermato il pugno di ferro, sostenendo che nessun “padrino” sarà risparmiato, e ha cercato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche nate quando è stato fin troppo chiaro che tra i 10mila arrestati c’erano sia spacciatori sia consumatori e che molto probabilmente tra quegli oltre cento morti vi erano persone addirittura innocenti. Gli osservatori più acuti citano la storia recente e i fallimenti nel mondo delle varie “guerre alla droga” che uccidono e privano della libertà senza risolvere il problema. Molti ritengono infatti che la battaglia contro gli stupefacenti possa essere combattuta più efficacemente sul piano legislativo (con la depenalizzazione di alcune sostanze) e con la creazione di centri di cura, riabilitazione e reinserimento sociale per i consumatori, considerati dei malati e non dei delinquenti.
Il Bangladesh sembra però aver scelto di seguire le orme di Duterte, riuscendo però ad evitare per ora i riflettori della stampa internazionale. Nelle Filippine, a metà 2017, il britannico The Guardian riportava un bilancio – a un anno dall’insediamento del presidente – di quasi 6mila morti tra filippini coinvolti a diverso titolo in vicende legate al narcotraffico. Un bilancio che, secondo le stime riportate dall’articolo di Inam Ahmed e Shakhawat Liton, sarebbe arrivato nel 2018 a 12mila vittime.
Questo articolo è uscito oggi anche su Atlante delle guerre. Nella foto di copertina, un'immagine a corredo di un articolo del Daily Observer che illustra un sequestro di phensedyl (un farmaco che contiene clorofenamina e codeina)
venerdì 9 dicembre 2016
Le telefonate del presidente
Quando settimana scorsa, nel suo giro di telefonate asiatiche, Donald Trunp ha parlato anche con il suo omologo di Manila, la nota ufficiale diceva che il presidente americano aveva augurato al capo di Stato filippino di avere successo con la sua campagna contro spacciatori e malavitosi. Ma poi Rodrigo Duterte, un uomo come Trump poco avvezzo alla diplomazia felpata, non ha potuto fare a meno di rivelare i dettagli dell'amichevole conversazione.![]() |
| Somiglianze. Duterte in una foto tratta dal SunStar, sopra Trump |
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