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sabato 24 gennaio 2026

Trump insulta i soldati italiani. Ma il governo patrio tace e acconsente


Ancorché distratto dalle mille luci di Bangkok, dalle tenebra birmane o dalle pianure alluvionali del Mekong, non manco mai di seguire l’Afghanistan, un Paese che ho nel cuore dagli anni Settanta. L’ultima occasione è stata un’uscita come al solito grave, falsa e fuori dalle righe, di Donald Trump che è stata resa nota in questi giorni.

 In una trasmissione radiofonica  di giovedì scorso, Trump ha detto che gli Stati Uniti non hanno "mai avuto bisogno" dell'alleanza transatlantica e hanno accusato gli alleati di essere rimasti  "un po' fuori dalle linee del fronte" in Afghanistan. Come dire, codardi da seconda linea. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito il commento insultante e spaventoso. Gli ha fatto eco il principe Harry, che in Afghanistan è andato a combattere. A seguire,  diverse altre figure tra cui chi ha ricordato che Trump – era di leva all’epoca della guerra nel Vietnam -  ha evitato il servizio militare rinviandolo 5 volte.

Per la cronaca, durante i 20 anni di guerra afgana le perdite delle forze della coalizione Nato complessivamente ammontarono a circa 3.500–3.600 morti, di cui circa 2.461 americani, 457 britannici e 53 italiani assieme a  francesi (90), canadesi (150) e così via. Certo, 53 italiani non sono 2.461 marine ma sarà bene ricordare che quella guerra la vollero gli Stati Uniti e l’Europa si accodò, nonostante Trump nel suo discorso a Davos abbia detto che la Nato non ha mai dato niente all’America… Noi italiani, “soltanto” 53 soldati che non torneranno mai più a casa. Vergogna!

A parte Trump e le sparate fuori luogo cui ci ha abituato è però davvero singolare che a prendere le difese dei militari italiani sia chi ne ha sempre osteggiato la missione come ho fatto lungo tutti quei vent’anni. Ma il rispetto della vita umana trascende le diatribe politiche. Penso che quella missione fosse sbagliata (oltre 43mila civili afgani ci morirono) ma riconosco il sacrificio di quei 53 soldati tricolore jn nome di un Paese che quei militari li ha ormai archiviati. Non ho letto infatti prese di posizione né del ministro Tajani né di Giorgia Meloni. Forse a Roma è ancora presto e non hanno letto le agenzie (però ieri la notizia era già sul 24Ore per fare un esempio) perché il minimo sarebbe ricordare quelle morti dovute alla scelta scellerata cui ci costrinsero gli americani.  Ma sembra difficile di questi tempi disturbare il manovratore. Anche se ci insulta. Anche se il governo si riempie sempre la bocca di riferimenti alla Patria. Anche se lui, il manovratore, il militare non l’ha fatto nemmeno in fureria.

mercoledì 18 settembre 2019

Mattanza afgana

Nell’arco di 90 minuti ieri i Talebani hanno messo a segno un duplice attentato. A Charikar,
capoluogo della provincia di Parwan, hanno colpito un comizio elettorale del presidente Ghani e poco dopo, a Kabul, la cosiddetta rotonda Massud, nel centro della città, a ridosso di numerosi edifici governativi. Almeno 22 morti a Kabul, altri 26 a Parwan. Decine e decine i feriti. La strategia è unica, ma l’attentato è duplice e due sono i destinatari del messaggio. A Charikar, l’attentatore suicida ha colpito uno dei checkpoint di controllo all’ingresso di un centro di addestramento della polizia. All’interno c’erano cinquemila persone ad ascoltare il comizio elettorale del presidente Ashraf Ghani, in una delle rare uscite pubbliche, tanto più fuori Kabul, in vista delle presidenziali del 28 settembre. Fino a pochi giorni fa Ghani – alla ricerca di un secondo mandato – ha evitato gli spostamenti, tenendo video-conferenze con gli elettori. Ieri ha deciso di presentare la sua agenda a Charikar, accompagnato da Amrullah Saleh, già capo dell’intelligence e ora suo vice nel ticket elettorale.

L’attentatore non è riuscito a impedirne il comizio, ma il messaggio era proprio per lui: per i Talebani, il governo di Kabul continua a essere illegittimo e lo sarà tanto più in futuro se a presiederlo dovesse continuare a essere lui, Ghani, tra l’altro ai ferri corti con Islamabad, tradizionale sponsor degli studenti coranici. Per i Talebani, illegittime e “farsesche” sono anche le elezioni, in un Paese sotto occupazione. Così hanno dichiarato settimane fa, minacciando il boicottaggio violento e intimando agli afghani di non partecipare. Fino al 7 settembre, nessuno avrebbe scommesso che le presidenziali si sarebbero tenute davvero. Si dava infatti per imminente la firma dell’accordo tra gli Stati Uniti e i Talebani, che le avrebbe probabilmente fatte annullare. La certezza che si tenessero è arrivata soltanto dopo che Trump ha fatto saltare il negoziato.

Il secondo messaggio è per lui. La rotonda Massud è a poche centinaia di metri dall’enorme ambasciata Usa, da mesi in espansione. E la provincia di Parwan è una delle due, insieme a Kabul, dove avrebbe dovuto cominciare il cessate il fuoco con gli americani, secondo le indiscrezioni sul testo dell’accordo. Così, mentre tessono i rapporti con le potenze regionali, e senza chiudere del tutto la strada a un’eventuale ripresa dei colloqui di pace, i Talebani con il duplice attentato di ieri dicono a Trump che se Washington rinuncia al tavolo negoziale loro sono pronti a combattere “per altri cento anni”, come dichiarato da uno dei membri della delegazione di Doha, in Qatar.
Sono anche disposti a pagarne le conseguenze, condivise con soldati governativi ma soprattutto con i civili come racconta un’inchiesta della Bbc nella quale si scrive che agosto è stato il peggior mese in assoluto con una media di 74 morti al giorno. L’indagine rivela una serie di cose: tra i 2.307 morti accertati dall’emittente britannica in quel solo mese (quasi 2mila i feriti) ci sono soprattutto militari e miliziani mentre un quinto sono civili con una buona percentuale di donne e bambini. Ma tra i “soldati” morti, i più numerosi sono proprio i Talebani: la guerriglia – scrive Bbc – non è mai stata tanto potente dal 2001 “ma i suoi combattenti rappresentano quasi la metà di tutti i decessi di agosto, un numero enorme, il che è una sorpresa”. Potrebbero esserci diversi fattori per questo, incluso il fatto che i talebani “son passati all’offensiva durante i colloqui di pace e che le forze guidate dagli Stati Uniti hanno aumentato gli attacchi aerei e le incursioni notturne in risposta, uccidendo molti talebani e civili”. Talebani e governo hanno contestato le cifre.

L’indagine della Bbc non fa invece che confermare un trend di violenza che già in luglio aveva registrato un bilancio elevatissimo e ne aveva fatto il mese peggiore dell’anno in corso. Ma se agosto è stato ancora più negativo e con le elezioni in vista ci si può solo aspettare il peggio. Se Talebani, governativi e alleati han combattuto duro mentre si negoziava, ora che il negoziato è nelle secche, la situazione sul piano militare può solo peggiorare.

Nel contempo però chissà se non sia stato anche il naufragio del negoziato a spingere i giudici della Corte penale internazionale dell’Aja a rivedere il loro giudizio sul rigetto della richiesta del pubblico ministero di aprire un'indagine su gravi reati connessi al conflitto afgano. Han reso noto ieri infatti che accetteranno il suo ricorso. L'indagine proposta era stata respinta perché era stato giudicato improbabile ottenere risultati importanti con un Paese, gli Stati Uniti, che non riconoscono l’autorità del Cpi. Riconosciuto invece dal governo di Kabul.

A 4 mani per il manifesto con G. Battiston

mercoledì 11 settembre 2019

Afghanistan: il negoziato è morto?

“Per quel che mi riguarda il negoziato è morto”. E’ lunedi in America e in Afghanistan è già buio quando Donald Trump mette la pietra apparentemente tombale sul processo di pace coi Talebani. Zalmay Khalilzad, il suo uomo a Doha che ha sudato diverse camice per trovare un accordo, viene richiamato a Washington accompagnato dalle parole del segretario di Stato Pompeo: “In soli dieci giorni abbiamo ucciso oltre mille talebani”. Parole che chiosano l’ennesimo tweet del suo presidente “Negli ultimi quattro giorni abbiamo colpito il nemico come mai prima negli ultimi dieci anni”. Dunque?

Trump twitta di nuovo: “Ce ne andremo – ribadisce – ma con i nostri tempi” e intanto ieri il capo delle forze Usa e Nato in Afghanistan, generale Scott Miller, durante una visita nel Sud col Rappresentante civile dell’Alleanza, fa professione di fede seminegoziale: “Siamo tutti impegnati nella pace”. Si ma che vuol dire? Che il negoziato riprenderà? E con che tempi? Gli esegeti del Trump pensiero hanno un bel daffare poiché ancora non è chiaro come sia andata e cosa abbia fatto decidere a Donald (che ha intanto silurato il suo consigliere per la sicurezza Bolton contrario all'incontro) di cancellare il meeting segreto coi capi guerriglieri. Che un americano ucciso dai Talebani alcuni giorni fa – quando di militari Usa ne son morti 2.500 – abbia fatto cambiare idea al presidente sull’incontro previsto a Camp David non è pensabile. Forse Trump – così suggerirebbe la vicenda coreana – ha voluto all’ultimo alzare il prezzo, magari ridisegnando l’accordo su tempi più lunghi per abbandonare il Paese coi suoi soldati o per non abbandonarlo affatto come qualcuno vorrebbe (parte dei militari e Condoleeza Rice ad esempio). Nella logica da bazar cara a Trump (dico 100 e poi scendo a 50) l’ipotesi avrebbe senso ma nella capitale afgana gira un’altra ipotesi che taluno dà per certa. I Talebani si sarebbero irritati dell’improvviso invito non concordato e della presenza del presidente Ghani pure lui tra gli invitati: avrebbero così sdegnosamente rifiutato sostenendo che la data per la firma dell’accordo era altra e, soprattutto, che senza un garante terzo non avrebbero mai firmato. Il gran rifiuto avrebbe fatto infuriare Trump facendogli cancellare il meeting peraltro già saltato.

Secondo alcune fonti, nella capitale gira da tempo un testo in dari e pashto nel quale tutti i punti dell’accordo son nero su bianco: completi di tempi, accordi sulle basi militari, ritiro e forse anche cessate il fuoco e incontro intra afgano. Il colpo di teatro dunque avrebbe davvero mandato a monte tutto il lavoro di Khalilzad per far poi tentare a Trump di salvare la faccia. Ma ora la strada è più che in salita. C’è da aspettarsi una recrudescenza delle azioni talebane e dunque nuovi bombardamenti americani. Mai smessi per altro se quel che dice Pompeo è vero. Intanto il fragile Ghani si porta a casa le sospirate elezioni di fine settembre anche se i maligni dicono che gli Usa stanno per abbandonarlo, magari per puntare sul suo vice oppure su qualche nuovo asso nella manica. Nascosto sotto il biondo riporto del presidente.

domenica 4 agosto 2019

Bastone e carota tra Doha Washington e Kabul

A poco tempo forse da un annuncio congiunto talebano-americano sul negoziato di pace, secondo  uno schema ormai abbastanza usuale nel gioco a scacchi globale del presidente americano, Donald Trump è tornato venerdi proprio sul dossier Afghanistan alla vigilia dell’ottavo round negoziale iniziato sabato a Doha tra il rappresentante americano Zalmay Khalilzad e i Talebani. Dopo che in settimana il Washington Post aveva dato notizia dell’intenzione di ridurre i 15mila soldati Usa in terra afgana di 5-6mila unità – un assist per Khalilzad – Trump è tornato a spiegare che se non fosse per motivi umanitari la guerra in Afghanistan sarebbe vinta in un paio di giorni, forse quattro. Un’affermazione che non solo indispettisce i Talebani ma il governo e tutti gli afgani. Questa volta Trump ha fatto riferimento all’atomica: potremmo uccidere, ha detto, anche 10 milioni di persone ma "molti di loro sarebbero innocenti... non voglio farlo e non sto tra l'altro parlando di nucleare"... (segue su atlanteguerre).

domenica 14 ottobre 2018

Via le truppe Usa dall'Afghanistan? Se ne sarebbe parlato a Doha

E' ufficiale: il rappresentante speciale per l'Afghanistan Zalmay Khalilzad ha incontrato a Doha i rappresentanti ufficiali del movimento talebano. Ma cosa si sono detti? Un'indiscrezione di Al Jazeera sostiene che hanno iniziato a prefigurare un possibile negoziato sul ritiro delle truppe americane (quindi Nato) dal Paese. Ma come, dove, quando e in cambio di cosa? La notizia è vera o è solo l'intenzione di una delle tante fazioni del movimento?

Ieri il sito dai talebani ha scritto che: "The negotiation team of the Political Office of Islamic Emirate of Afghanistan – comprising the head of the Political Office the respected Al Haj Sher Muhammad Abbas Stanikzai, deputy of Political Office the respected Mawlawi Abdul Salam Hanafi and members of the Political Office Sheikh Shahabuddin Delawar, Qari Deen Muhammad Hanif, Al Haj Muhammad Zahid Ahmadzai and Muhammad Sohail Shaheen – met with the US negotiation team headed the US special representative for Afghanistan, Dr. Zalmay Khalilzad, on 12th October 2018 in Doha where they held a discussion about ending occupation and working towards finding a peaceful resolution to the Afghan conflict. The representatives of the Islamic Emirate identified presence of foreign forces as the greatest obstacle obstructing true peace and solving problems, adding that Afghanistan is an Islamic country and has its own Islamic values and culture. Keeping that in mind, efforts must be made towards a true and intra-Afghan solution. At the end both sides agreed to continue holding meetings in the future".

Per ora è certo solo che c'è stato  l'incontro di venerdi a Doha, riportato da diversi media e confermato dai talebani con un comunicato stampa e poi col messaggio sul sito. Ma se Al Jazeera ha ragione, si sarebbe già entrati nel vivo e non solo vagamente accordati per andare avanti con gli incontri in cerca di una soluzione. Gli americani, che hanno ormai accettato colloqui diretti con la guerriglia bypassando Kabul, avrebbero accettato di mettere in agenda il ritiro delle truppe, forse condizionato al controllo sulle basi aeree che sembra essere l'unico vero motivo della permanenza di 14mila soldati. Probabilmente se i talebani accettassero di lasciare agli Usa la base di Bagram e l'utilizzo di altre basi aeree come oggi è previsto da un accordo (il che consentirebbe loro di controllare l'Iran e i territori meridionali dell'ex pianeta sovietico) l'accordo si troverebbe. E la Nato, a cominciare dall'Italia, si accoderebbe.

Per adesso il nostro Paese ha deciso un ritiro di 100 soldati  (anziché 200 come aveva già deciso, senza metterlo in pratica, il governo Gentiloni) che è poco ma che è soprattutto poco se la notizia viene praticamente nascosta. Il pallino ce l'ha ora Donald Trump. Anche a nome di Roma

domenica 1 aprile 2018

Somiglianze repubblicane

La Storia non si ripete ma insegna qualcosa. E ci sono almeno tre elementi in comune tra Donald e Dick: l’ostacolo alla giustizia e il pugno duro per risolvere le crisi, conditi da un fiume di reticenze.
Che il genere umano abbia la memoria corta è risaputo. Eppure non molti anni fa, un presidente repubblicano si comportò esattamente come Donald Trump. Come Trump licenziò chi gli dava fastidio e, come Trump, pensò che mostrare i muscoli in guerra l’avrebbe fatta concludere prima. Benché la Storia non si ripeta mai, le somiglianze tra quanto accadde all’epoca di Richard Nixon e della guerra nel Vietnam, potrebbe insegnare molto rispetto a quanto accade e può accadere nell’era Trump. Sia per le guerre (dall’Afghanistan alla Siria) in cui è impegnata la sua amministrazione, sia per le situazioni di crisi in corso (Siria, Iran, Corea), sia per il futuro stesso della presidenza.

mercoledì 25 ottobre 2017

Luce verde ai raid segreti della Cia in Afghanistan

Mike Pompeo: muscolare come Trump
Il viaggio lampo del segretario di Stato americano Rex Tillerson, che dopo Irak e Afghanistan è arrivato ieri in Pakistan per visitare poi Nuova Delhi, è la prima vera offensiva diplomatica in casa dell’amico-nemico. L’amico nemico è il Pakistan verso cui Tillerson - assai più morbido a Islamabad - ha avuto parole durissime durante i suoi colloqui afgani. Accusati di essere la sentina della guerra, i pachistani - colpevoli di dare rifugio ai talebani afgani - non la prendono molto bene questa offensiva diplomatica preceduta dalle parole di fuoco di Trump e della sua ambasciatrice all’Onu che sul Paese dei puri han sparato duro. I pachistani – messi in imbarazzo anche da un’intervista di Caitlan Coleman (un’americana liberata col marito canadese Joshua Boyle che ha appena detto al Toronto Star, smentendo Islamabad, che il rapimento afgano si è trasformato in una cattività in Pakistan per più di un anno) sono allarmati soprattutto da due cose: una diplomatica e l’altra militare. Quella diplomatica riguarda l’India, il fratello-coltello oltre confine, la cui espansione in Afghanistan preoccupa molto Islamabad. E da che gli americani hanno addirittura chiesto a Delhi di “tenere d’occhio” il Pakistan, il furore è difficile da nascondere. La seconda è che il viaggio di Tillerson inaugura anche un nuovo stadio della guerra afgana e della sua scia pachistana.

giovedì 3 agosto 2017

Afghanistan, la prima vittima della guerra di Trump

Trump. A sn John Nicholson.
Sotto il trailer di
War machine
La prima vittima eccellente della nuova strategia della Casa bianca per l'Afghanistan potrebbe proprio essere la persona che ha sostanzialmente
chiesto al presidente un nuovo "surge", con un maggior impegno di soldati e soldi a un capo dello Stato che, in campagna elettorale, voleva tirare via anche l'ultimo singolo soldato dal Paese dell'Hindukush.

 Stando a un dispaccio di Reuters, in una burrascosa riunione il 19 luglio scorso col segretario alla Difesa  James Mattis e il capo del Joint Chiefs of Staff (lo stato maggiore) Joseph Dunford, Trump avrebbe chiesto la testa di John Nicholson,  che comanda nel Paese asiatico gli americani e la Nato dal marzo del 2016. La sua colpa? Non aver vinto la guerra... che adesso Trump invece vuole vincere senza indugi. Come? Non si sa. Il suo stratega  Steve Bannon e il suo national security adviser H.R. McMaster hanno tentato di blandire Trump nel burrascoso meeting ma non sembra ci siano riusciti.

giovedì 15 giugno 2017

La luce verde del guerrafondaio riluttante ai generali

Tre generali: Mattis, attuale capo del Pentagono.
 Sotto a sn Nicholson. A dx McMaster
Alla fine la luce verde del presidente è arrivata. E benché si tratti ancora una volta di indiscrezioni giornalistiche, anche se ben verificate, Donald Trump, l’uomo che aveva promesso il disimpegno dai fronti di guerra, ha  dato l’autorità al titolare della Difesa James Mattis di decidere come e quanti soldati americani andranno a ingrossare le fila degli 8.400 militari stellestrisce che operano in Afghanistan.

In un’audizione al Senate Armed Services Committee, Mattis - un generale dei marine, già a capo dell’US Central Command, responsabile del teatro afgano e mediorientale – numeri non ne ha fatti. Ma a detto che a metà luglio renderà conto della nuova strategia per battere la guerriglia talebana. Un “nemico barbaro”, come Mattis l’ha definito in altra occasione, in perfetta sintonia con le recenti aperture del governo di Kabul a quelli che Karzai chiamò persino “fratelli”. Mattis però, così come il consigliere per la sicurezza di Trump generale McMaster, alla via pacifica crede poco. E in questo è davvero in sintonia con John Nicholson, il capo delle forze Usa e Nato sul terreno (altri 5mila uomini tra cui mille italiani): è lui il principale fautore di “più stivali” in teatro, come si dice in gergo.

mercoledì 14 giugno 2017

Stivali sul terreno

Il presidente Donald Trump ha dato al suo ministro della Difesa Jim Mattis l'autorità per decidere un aumento delle truppe americane sul terreno in Afghanistan. La decisione sul numero esatto dei soldati si aspetta tra circa un mese e dovrebbe essere nell'ordine delle "migliaia". Attualmente vi sono 8.400 soldati Usa in Afghanistan, 2mila dei quali impegnati in combattimento. L'aumento potrebbe essere tra 3 e 5mila soldati.

E' ormai da un mese che se ne discute e ci si attendeva da Trump una aperta richiesta di sostegno ai partner della Nato nell'ultimo vertice dell'Alleanza dove però il presidente non ha fatto menzione di una scelta che contraddice quanto ha sempre sostenuto in campagna elettorale. La Nato ha comunque già chiesto agli alleati un possibile aumento delle loro forze nel Paese dove sono schierati in totale circa 13mila militari stranieri, 5mila dei quali in forza all'Alleanza (l'Italia con 1000 uomini).

mercoledì 24 maggio 2017

Un summit per Donald

E’ un’agenda zeppa di impegni quella che il presidente americano Donald Trump, arrivato martedi sera a Roma, ha davanti prima del suo ritorno in Italia per l’incontro del G7 in Sicilia. Tra le due tappe italiane c’è infatti il summit della Nato a Bruxelles dove, accanto ai partner dell’Alleanza, Trump vedrà anche i presidenti della Commissione e del Consiglio europei, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk, ma anche il neo presidente francese Macron o il difficile alleato turco che Erdogan rappresenta. Non è ancora chiaro infine cosa dirà sui due temi di punta del vertice: la spesa militare della Nato – prima definita «obsoleta» poi rivalutata a struttura ineludibile – né in fatto di guerra al terrorismo. Una guerra che, dicono le indiscrezioni, si basa anche su una nuova strategia americana in Afghanistan con un aumento delle truppe di terra: statunitensi e dell’Alleanza. Sul due volte spinoso tema russo ucraino forse sorvolerà.

Prima di partire per Bruxelles Trump vedrà il papa, nelle prime ore del mattino, e poi Mattarella e Gentiloni. L’accoglienza a Roma ha già visto muoversi diverse associazioni anche di “expat” pacifisti americani che contestano la sua politica guerrafondaia di cui Trump ha dato prova coi bombardamenti in Siria e con la “madre di tutte le bombe” (Moab) sganciata il 13 aprile in Afghanistan. Una bomba che al papa non è proprio piaciuta: «....la mamma dà vita – ha detto Francesco al recente Meeting delle Scuole per la pace – le bombe danno morte». Chissà se il santo padre toccherà l’argomento.

mercoledì 10 maggio 2017

Surge afgano

Ci siamo. Anzi, ci risiamo. La guerra afgana torna al centro della politica militare americana con un
nuovo piano strategico che, una volta siglato da Trump, riporterà nel Paese asiatico migliaia di nuovi soldati: 3mila secondo il Washington Post, che per primo ha rivelato il piano, fino a 5mila secondo il New York Times e i giornali afgani. Si aggiungeranno agli 8.400 già sul posto che partecipano in parte alla missione Nato di sostegno all’esercito afgano. E proprio la prossima riunione della Nato a Bruxelles, il 25 maggio, dovrebbe vedere la conferma del nuovo “surge” americano, accompagnata da una richiesta ai partner dell’Alleanza, dunque anche all’Italia, di mettere a disposizione truppe fresche nell’ordine di “migliaia”.

La cosa era nell’aria da mesi, preceduta dalle audizioni al Congresso di alte cariche militari e in particolare del generale John Nicholson che comanda le truppe Nato in Afghanistan e che è fautore dell’aumento di “stivali sul terreno”. Poi se ne è riparlato quando Trump – in campagna elettorale favorevole al ritiro delle truppe – ha mandato a Kabul il suo consigliere per la sicurezza Herbert Raymond McMaster, un falco che viene dalle forze armate e che, durante Bush, fu uno dei padrini del “surge” - aumento consistente di truppe - in Iraq. McMaster si era fatto precedere dalla Gbu-43 - Moab (massive ordnance air blast bomb o anche mother of all bombs), un ordigno da 11 tonnellate di esplosivo sganciato alla vigilia della Conferenza di pace sull’Afghanistan organizzata a Mosca dai russi. McMaster era andato a Kabul per verificare con il presidente Ghani proprio il possibile invio di nuove truppe (cosa cui il governo di Kabul è favorevolissimo) tanto che adesso, i contrari alla nuova operazione hanno ribattezzato il piano: “McMaster’s War”, la guerra di McMaster.

venerdì 9 dicembre 2016

Le telefonate del presidente

Quando settimana scorsa, nel suo giro di telefonate asiatiche, Donald Trunp ha parlato anche con il suo omologo di Manila, la nota ufficiale diceva che il presidente americano aveva augurato al capo di Stato filippino di avere successo con la sua campagna contro spacciatori e malavitosi. Ma poi Rodrigo Duterte, un uomo come Trump poco avvezzo alla diplomazia felpata, non ha potuto fare a meno di rivelare i dettagli dell'amichevole conversazione.

Somiglianze. Duterte in una foto tratta
dal SunStar, sopra Trump
Secondo Duterte, Trump gli ha detto di non preoccuparsi delle critiche americane per l’azione delle sue forze dell’ordine che hanno già collezionato 4mila esecuzioni sommarie, aggiungendo che: «...presidente Duterte, dovremmo risolvere i nostri cattivi rapporti... Stai andando alla grande... stai facendo bene, devi andare avanti». I cattivi rapporti sono quelli tra Washington e Manila dopo gli insulti di Duterte a Obama e lo strappo filocinese di qualche settimana fa (poi un po’ rientrato). Il commento del Trump filippino alla battute del Duterte americano è stato che quella telefonata lo ha fatto sentire «come un santo». Dopo la polemica su Taipei, chissà cosa pensano a Pechino di un riavvicinamento (telefonico) anche con Manila. Discretamente rozzo per altro, come i suoi due protagonisti.