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mercoledì 1 aprile 2026

La Cina vince la guerra Usa Iran


Guangzhou – Quello che colpisce la mattina qui a Canton, mentre si prende il caffè leggendo sul tablet i giornali, è l'assenza di rumore nel traffico di questa città da  15 milioni di abitanti. E' perché, a parte qualche clacson, auto, moto e motorini sono elettrici. La Cina, un miliardo e passa di residenti, non ha il problema della benzina in un Paese che la svolta elettrica (pur se dominata dal fossile) l'ha fatta anni fa investendo sulle rinnovabili e limitando benzina e gasolio e sempre meno mezzi. Con riserve energetiche stimate a sei mesi, è l'unico Paese dell'Asia che per la guerra in Iran registra solo qualche turbolenza. Una cosa ben diversa dalla vicina Thailandia dove eravamo a inizio settimana quando, in previsione del rincaro di mercoledi scorso, che ha aumentato il costo del litro del 18%, la gente è accorsa con taniche e bidoni e nelle province i rubinetti dei benzinai sono stati sigillati. Ben diverso dal Myanmar o dalle Filippine che, dipendendo per il 90% dell'energia dal Golfo, ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. O ancora dalla Corea del Sud, come il Giappone affamata di energia, che sta correndo ai ripari. Paesi che non hanno solo un problema di costi ma che rischiano di rimanere a secco.

L'Asia è in termini globali il continente più penalizzato dalla chiusura di Hormuz e se il pieno dal benzinaio è solo uno dei sintomi di malessere, visto che aumenta tutto dagli alimentari ai fertilizzanti, la Cina tiene. E anzi, se uno volesse chiedersi chi sta vincendo la guerra in Iran – a parte Israele che non vuole mollare l'osso libanese – verrebbe da dire che l'unica capitale che ne esce vittoriosa è Pechino. L'America, che continua rinviare la promessa resa dei conti, è visibilmente impantanata e l'Iran, comunque vadano le cose, dovrà fare i conti con un Paese a pezzi. Ma gli effetti collaterali, i detriti dei missili, piovono ovunque. Molto poco al The Wheele of History, una bettola del quartiere centrale di Canton sempre affollata di giovani e classe media che succhiano da pentoloni di brodo di pollo le prelibate zampe di gallina. Ci sono arrivati col motorino elettrico.... 


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giovedì 24 febbraio 2022

Quanto pesa sull'Afghanistan la vendetta su chi ha vinto la guerra

Nel numero di Mondoperaio appena uscito in versione cartacea (una rivista cui sono legato da un antico affetto), ho analizzato la questione dei fondi afgani “congelati” nelle casse della Federal Reserve americana dove si trovavano il 15 agosto quando il governo di Ashraf Ghani crollò sotto la spinta talebana. Si tratta di sette miliardi di dollari “congelati” negli Usa e di altri 2 miliardi che si troverebbe soprattutto in Germania, Svizzera, Emirati e Qatar. Il contante “fisico”, stampato su ordine della Banca centrale afgana, si trova invece, congelato anch’esso, in Polonia. Ne denunciavo l’uso politico da parte di un Paese che ha perso la guerra afgana e che sembra voglia gestire il blocco di quei fondi come una vendetta postuma. I fatti recenti ci hanno dato ragione. L’11 di febbraio il presidente Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo di spezza in due gli asset congelati: parte del denaro – 3,5 miliardi - tornerà in Afghanistan ma non nelle casse del regime che ha vinto la guerra. Gli altri 3,5 miliardi resteranno congelati in attesa che la magistratura americana decida sulla richiesta di 150 familiari delle vittime dell’11 settembre che vogliono che quel denaro li ripaghi della loro sofferenza.

I 3,5 miliardi per l’Afghanistan scongelati, secondo quanto deciso da Biden confluiranno, in un fondo fiduciario per assistenza umanitaria ma che sarà tenuto lontano dalle mani dei Talebani. La creazione del trust fund non sarà però un meccanismo semplice perché l’istituzione di questo fondo e l'elaborazione dei dettagli legali potrebbero richiedere diversi mesi. Resta dunque lo schiaffo al regime e l’attesa su una tempistica incerta. La decisione garantisce una punizione ai nemici mentre riconosce il diritto ai cittadini americani di essere ripagati per la strage del 2001. Si potrebbe proprio dire che la vendetta è un piatto che si consuma freddo.

La decisione di tenere congelati in America il denaro degli afgani come compensazione per le vittime di un atto cui i Talebani sono tra l'altro estranei (l’11/9 fu opera di Al Qaeda), ha sollevato dubbi legali e un coro di critiche e costituisce un pericoloso precedente. Ma anche la seconda opzione solleva forti perplessità: scegliendo di far tornare metà dei fondi in Afghanistan, scavalcando il governo dei Talebani, Biden fa una sorta di operazione umanitaria di facciata che avrà però riflessi nefasti su un Paese al collasso. Non solo perché occorreranno altri mesi (sei sono già passati) per scongelare realmente i fondi. Ma perché decidere di bypassare l’esecutivo di Kabul significa non metterlo in grado di pagare gli stipendi a insegnanti, medici, funzione pubblica. Significa che quei soldi si trasformeranno in una carità pelosa che non mette il governo nelle condizioni di risollevare la macchina dello Stato, in capo a scuole, ospedali, uffici pubblici. Una vendetta che certo colpisce i Talebani ma che, innanzi tutto, penalizza oltre 30 milioni di afgani che dovranno accontentarsi di cibo e medicine ma non di uno Stato – buono o cattivo che sia - in grado di assisterli.

Non si tratta qui di avere pietà o simpatia per un regime oscurantista e teocratico con un esecutivo quasi etnicamente puro e responsabile – direttamente o indirettamente – di sequestri di attiviste e di esecuzioni extragiudiziali. Si tratta di capire se si intende proseguire la guerra con altri mezzi, vendicandosi dei nemici e punendo coloro che vivono in Afghanistan sotto il loro regime. Si tratta di capire se si vuole chiudere davvero il capitolo di quel conflitto o fingere di poterlo vincere con il ricatto e la vendetta. Uscirne a testa alta tenendo fermi i principi sacrosanti della democrazia e del diritto o aggirare meschinamente il problema affamando un popolo per colpirne i vertici.

mercoledì 20 maggio 2020

La guerra Cina Usa tra gli atolli

Venerdi scorso i ministri della Difesa dell’Asean hanno tenuto una videoconferenza trasmessa da Hanoi, che ha la presidenza dell'associazione dei dieci Paesi del Sudest asiatico, per fare il punto sul Covid-19, una “crisi medica ma anche una crisi totale per l'umanità, che potenzialmente può portare a cambiamenti geopolitici e nelle relazioni internazionali, in particolare tra le potenze”. Un modo molto soft per fare forse riferimento a quanto avviene tra Usa e Cina, impegnati in una battaglia commerciale e politica a colpi di accuse e sanzioni dove il virus è stato occasione di guerra anziché di collaborazione multilaterale. Con maggior chiarezza, il giorno prima, la portavoce del ministero degli Esteri Lê Thị Thu Hằng aveva preso nuovamente posizione sulle vicende del Mar orientale, come i vietnamiti chiamano il Mar cinese meridionale. Ai giornalisti che chiedevano lumi sugli aerei militari cinesi avvistati su un gruppo di isole contese ha ribadito che il Vietnam ha tutte le prove storiche e legali per far valere la sua sovranità sui piccoli arcipelaghi di Hoang Sa (Paracel) e Trường Sa (Spratly) dove oltre al corallo c’è il petrolio.

La storia è antica perché Pechino rivendica un’area estesa per circa mille miglia dalle sue coste e la controlla con navi militari, aerei e pescherecci. Una forza di pressione che nel 2018 obbligò Hanoi - che ha rivendicazioni territoriali in quello specchio di mare assieme a Malaysia, Brunei, Filippine e Taiwan – a sospendere  i progetti di trivellazione petrolifera della spagnola Repsol. A fine aprile tra l’altro il Vietnam ha  protestato con Pechino conto l’istituzione di due distretti sull’isola cinese di Hainan col compito di governare  Paracel e  Spratly.

In questo contenzioso – che già turba i sonni asiatici – si è inserita con  forza l’America di Trump, facendo di un’area già calda l’ennesima zona bollente e un’occasione per rafforzare la sua presenza militare. Sempre venerdi, il cacciatorpediniere americano Rafael Peralta (nella foto) è stato avvistato a 116 miglia (214 chilometri km) al largo delle coste cinesi intorno alle 8 del mattino. E’ la seconda nave da guerra in un mese. I nervi sono tesi. E le armi schierate tante, sia dalla Cina sia dagli Usa. Ma non bastano.

L’idea di potenziare la difesa americana nel Pacifico ha cominciato a circolare ai primi di aprile quando le conclusioni di un rapporto dell’ammiraglio Phil Davidson, a capo del  Comando Usa Indo-Pacifico (Usindopacom), ha chiesto al Congresso 20 miliardi di dollari per rafforzare operazioni navali, aeree e terrestri nella regione (sistemi d’arma, logistica, training, intelligence etc). Nel giro di 15 giorni la richiesta è diventata una proposta di legge (H.R.6613), presentata al Congresso  il 23 aprile dal repubblicano Mac Thornberry a capo dell’Armed Services Committee della Camera, comitato con compiti di sorveglianza su Pentagono, servizi militari e agenzie del Dipartimento della Difesa, compresi budget e politiche. Falco texano, Thornberry presenta la “Indo-Pacific Deterrence Initiative” come il corollario orientale necessario della “European Deterrence Initiative” che, per controbilanciare l'espansionismo russo, ha già messo sul tavolo fino al 2021 oltre 26 miliardi di dollari. Adesso se ne chiedono più di sei per la sola regione indo-pacifica e per il solo 2021 con un piano che probabilmente arriverà ai venti miliardi chiesti dall’ammiraglio Davidson nel giro dei prossimi esercizi finanziari. Il virus della guerra Cina-Usa non passa solo dai  laboratori.


Uscito ieri anche su  il manifesto

giovedì 13 febbraio 2020

La Cina dietro la guerra Manila-Washington

(Vientiane) - Il ministero degli Esteri di Manila – su diretto mandato del presidente Duterte – ha formalmente inviato martedi scorso l’avviso di chiusura dell’accordo VFA (Visiting Forces Agreement) al governo degli Stati Uniti. Il VFA è l’accordo bilaterale che riconosce un determinato status legale alle truppe statunitensi presenti nel Paese per esercitazioni militari e operazioni di assistenza umanitaria. Uno schiaffo a Washington che appare anche come un capitolo della guerra tra Stati Uniti e Cina e dunque con Paesi che guardano più da una parte o più dall’altra.

Il patto – che è stato applicato in almeno due casi famosi di stupro e omicidio che hanno coinvolto soldati americani – durava da vent’anni. La cancellazione è una ritorsione annunciata da Duterte dopo che gli Usa hanno negato il visto d’ingresso in America al senatore Ronald “Bato” Dela Rosa (nella foto a sn), uomo di fiducia del presidente e alla guida della sanguinosa guerra a trafficanti, spacciatori e tossicodipendenti condotta da Manila su impulso della presidenza. Il generale Bato è stato a capo della Polizia nazionale dal luglio 2016 all’aprile del 2018.

Anche se l’accordo era in scadenza (agosto 2020) e anche se non riguarda il rapporto nel suo complesso della collaborazione militare tra Filippine e Stati Uniti, è ovviamente uno schiaffo all’Amministrazione Trump che ha infatti reagito immediatamente: l’ambasciata americana a Manila – scrive Cnn – ha confermato di aver ricevuto dal Dipartimento degli affari esteri filippino l’avviso di chiusura del VFA, definendo il gesto un “passo serio con implicazioni significative per l’alleanza USA-Filippine”. Ieri poi il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Mark Esper ha rincarato la dose sostenendo che l’incombente conclusione dell’Accordo sulle forze di visita (VFA) con le Filippine “sarebbe una mossa nella direzione sbagliata”, una mossa “sventurata” in un momento in cui gli Stati Uniti e i suoi alleati stanno spingendo la Cina a rispettare le norme internazionali. Una frase rivelatrice.

La guerra tra Manila e Washington va infatti vista nell’ottica dell’enorme influenza che Pechino ha su Manila e su un dissidio che nel tempo si è consumato con Washington proprio per via dei rapporti tra le Filippine e la Rpc. Questo è infatti il secondo schiaffo di Duterte a Trump di cui ha rifiutato l’invito a partecipare in marzo a una riunione dell’Asean a Las Vegas. Per Trump è l’occasione per rilanciare la politica americana in Asia; per Duterte, la prova di una pressione indebita. E’ solo però: gli altri leader dell’Associazione del Sudest asiatico ci andranno proprio perché ci vedono l’occasione di equilibrare i giochi in Asia tra Usa e Rpc.

giovedì 16 gennaio 2020

Afghanistan 2019: l'anno peggiore

Sebbene, secondo fonti giornalistiche, il leader talebano mullah Hibatullah Akhundzada si sarebbe detto d’accordo con una riduzione di sette giorni della violenza in Afghanistan a condizione che venga firmato un accordo di pace con gli americani, il 2019 si è chiuso per il Paese nella maniera più nefasta per le vittime civili della guerra. Lo dice Human Rights Watch nel suo World Report 2020. E per la prima volta, le vittime civili causate dalle forme armate afgane sostenute dagli alleati superano quelle imputabili ai talebani... (segue su atlanteguerre)

martedì 18 giugno 2019

Iran-Usa: l'escalation militare e il "fronte orientale"

Il ministero della Difesa americano ha reso noto il dispiegamento di circa 1.000 altri soldati in Medio
Oriente "a scopo difensivo", per le minacce che proverrebbero dall'Iran. Secondo Washington i recenti attacchi iraniani convaliderebbero “informazioni affidabili e credibili” sul comportamento “ostile” dell’Iran che minaccia gli “interessi degli Stati Uniti in tutta la regione". Continua dunque l’escalation della tensione nel Golfo.

Venti di guerra tra Stati Uniti e Iran non hanno del resto mai smesso di soffiare dalla caduta dello Scià nel 1979 e da allora Teheran ha sempre cercato di coprirsi le spalle in caso di un eventuale attacco, che preveda bombardamenti o l’avanzata di truppe di terra. Il fianco occidentale e il mare sono pericolosi: a Ovest ci sono Paesi alleati o amici degli americani e a Sud una distesa d’acqua in cui parcheggiare le portaerei. Sul fianco orientale invece ci sono due Paesi con cui si può lavorare, più meno facilmente, più o meno ufficialmente. Il Pakistan è un Paese sunnita e dove i finanziamenti del Golfo hanno armato gruppi settari anti sciiti. Ma il governo di Islamabad sarebbe riottoso a una guerra con l’Iran. Il gioco diplomatico ha dimostrato in passato un grande attivismo dalle due parti. Poi c’è l’Afghanistan e quello si è un vero pericolo. I colloqui di pace tra Talebani e americani preoccupano Teheran. In quei colloqui, che dovrebbero disegnare una possibile pace, c’è un convitato di pietra: un argomento di cui ufficialmente non si sta discutendo, e che è la vera preoccupazione dell’Iran. Con l’arrivo di Ashraf Ghani alla presidenza nel 2014, Kabul ha già firmato con Washington un controverso Bilateral Security Agreement (Bsa) che Karzai si era rifiutato di siglare. In soldoni l’accordo prevede sia l’immunità per i soldati americani davanti a un tribunale nazionale, sia il diritto di usufruire della logistica militare afgana, ossia delle basi aeree delle Forze armate. Basi aeree da cui si potrebbe sferrare un attacco in grande stile all’Iran. Che fine farà il Bsa?

Continua su atlanteguerre

lunedì 4 febbraio 2019

I cascami della guerra Usa-Cina (e della Guerra Fredda)

La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, una guerra che si combatte su più livelli (legale, diplomatico, commerciale), ha code un po' ovunque. Nel Sudest asiatico ne sono molto molto preoccupati.

Se la guerra dovesse andare avanti,  la Cina - in certi Paesi il maggior investitore - potrebbe veder contrarsi la sua economia con effetti molto temuti da un'area che ha già visto una forte crisi in passato e dove l'immobiliare di Bangkok - per citare il caso più eclatante - è sempre sul punto di rivelarsi una bomba in grado di scoppiare (e non è diverso a Sihanoukville o a Phnom Penh). Ora è successo che qualche giorno fa - stuzzicata da Fb sul golpe che portò Lon Nol al potere nel 1970 e che, si scriveva nel post, rovesciando il "principe rosso"  (come Sihanouk era noto per aver abdicato) apri la strada ai Khmer rossi, allo sterminio, alla barbari -  l'ambasciata statunitense ha voluto puntualizzare.

Pol Pot e Wang Dongxingsi
Tratta da The Cambodia Daily
I funzionari statunitensi, anziché lasciar perdere su una questione sulla quale la Storia ha già detto la sua, hanno invece preso le distanze dal post dichiarando che loro non c'entrarono un bel nulla col golpe ma che semmai i Khmer rossi qualcun altro li favorì: e cioè i cinesi. Per aggiungere benzina sul fuoco - scrive il PhnomPenh Post - gli americani hanno anche pubblicato  qualche foto imbarazzante e cioè quella - ma ve ne sono tantissime (vedi sotto)  - in cui  Pol Pot e l'allora vice del Comitato centrale del Pcc Wang Dongxing si scambiano sorrisi e convenevoli durante una visita ufficiale dei vertici cinesi nella Repubblica democratica di Kampuchea nel novembre del 1978. A volte la stupidità (della guerra) sembra davvero non avere confini.

Mao e Pol Pot nel 1975. Autore ignoto
I cinesi (il cui sostegno ai khmer rossi è fuor di dubbio)  l'han presa però con filosofia: in un botta e risposta a colpi di dichiarazioni, i funzionari cinesi dell'ambasciata della Rpc in Cambogia, han risposto per le rime e con un filo d'ironia: certo che non furono gli Stati Uniti a far si che Lon Nol si insediasse a capo di una nuova Repubblica (filoamericana ndr)...

...Ci pensò la Cia...

sabato 22 dicembre 2018

Da gialloverdi a grigioverdi


Alcuni giorni fa la ministro Trenta ha compiuto la sua missione di rito in Afghanistan dove ha visitato il comando di Herat a guida italiana. Si è presentata in mimetica come già aveva fatto – per nulla apprezzato da chi la divisa la porta per mestiere – da un suo predecessore di nome Ignazio La Russa. Nemmeno il messaggio rivolto al contingente è stato molto diverso anche se, in campagna elettorale, M5S in primis, si era fatto del ritiro della truppa un cavallo di battaglia. Poi, un po’ come per la finanziaria, le cose sono cambiate. La gestione del lodo afgano è passata direttamente al ministro Moavero Milanesi, uomo che non nasconde le sue simpatie per la Nato e che ne ha sottratto la competenza al sottosegretario incaricato dell’Asia. Di conseguenza, benché il governo Renzi avesse programmato un ritiro di 200 soldati, il governo gialloverde si è accontentato di ritirarne solo cento. O almeno così era stato detto a ottobre. Al momento, sul sito della Difesa restano i dati al 30 settembre 2018, con “...un impiego massimo di 900 militari, 148 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei” suddivisi tra Herat e Kabul, escluso quindi il nostro personale della logistica negli Emirati.

Mentre Trump vuole ritirare parte dei suoi soldati, mentre i francesi han fatto le valige da tempo seguiti da altri più o meno alla chetichella, l’Italia resta impegnata col terzo contingente per numero di uomini, solo da poco superato dalla Gran Bretagna. Restiamo dunque. E il ritiro è tanto “graduale” che persino gli americani ci battono sulla velocità dopo averci chiesto, un anno fa, di restare. Più realisti del re. E più che gialloverdi, grigioverdi.

sabato 3 novembre 2018

Scommessa Imran Khan

Dopo aver condannato le proteste dei gruppi radicali in seguito alla liberazione di Asia Bibi, il governo del Pakistan ha fatto un accordo con i gruppi islamisti per por fine alle proteste cedendo di fatto alle loro richieste: il divieto per Asia Bibi di lasciare il Paese e la possibilità di una petizione alla Corte suprema che chiede la revisione del procedimento che ha assolto la donna cristiana accusata di blasfemia. A complicare il quadro, negli stessi giorni, è stato assassinato Sami Ul Haq, teologo della scuola Deobandi e uno degli ideologi del movimento talebano sia pachistano sia afgano tanto da esser stato chiamato "padre dei talebani" (sulla sua morte si è acceso un dibattito). Al centro della controversia e delle preoccupazione per le reazioni degli islamisti il neo premier Imran Khan, personaggio controverso e che, dicono diversi osservatori, si è rimangiato il discorso con cui aveva inizialmente condannato le proteste. Ne tracciamo un profilo.

La scena politica del Pakistan, abbastanza abituata agli scossoni politici, ha appena assistito all’ennesimo cambio della guardia. Impensabile soltanto pochi mesi fa. L’ex cricketer Imran Khan, un personaggio dal solido linguaggio populista e fino ad ora rimasto sempre un po’ al margine della scena, ha vinto clamorosamente le elezioni parlamentari dello scorso luglio, guadagnando al suo partito della giustizia - Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI) – gran parte dei seggi dell’Assemblea nazionale. Da 35 nelle passate consultazioni ai 149 attuali. Da comparsa a protagonista ora a capo del partito più forte nel Paese.

Imran ha dovuto però molto in fretta far i conti con la realtà e frenare le promesse elettorali che la crisi economica in cui versa il Paese non gli consente per ora di mantenere. Durante la campagna aveva promesso un nuovo welfare (un welfare “islamico” come quello prospettato a Medina dal Profeta), la riduzione delle tasse, giustizia sociale, dieci milioni di posti di lavoro e soprattutto una lotta senza quartiere alla corruzione. Ma appena raggiunto lo scranno di primo ministro si è trovato tra le mani una patata davvero bollente. Non certo la palla di pelle di cervo con cui era abituato a giocare nel campionato dello sport più popolare del Paese e dell’intero subcontinente indiano. La grana si chiama Fondo monetario internazionale. In altre parole, bisogno di denaro. Bisogno impellente che lo sta costringendo a giocare una partita non molto diversa da quella che avrebbero giocato sia il Partito del popolo della famiglia Bhutto, rimasto ormai importante solo nella provincia del Sindh, sia la Lega musulmana dei fratelli Sharif (Nawaz, l’ex premier, è stato condannato a 10 anni per lo scandalo emerso coi famigerati Panama Leaks, mentre Shahbaz è appena stato arrestato per dieci giorni per un indagine su un caso di corruzione) Imran si è ritrovato con 18 miliardi di dollari di deficit e la necessità di doverne sborsare a breve circa una dozzina per ripagare i debiti a breve termine. La necessità di un salvataggio finanziario ha costretto Islamabad a rivolgersi al Fondo monetario e a quel punto il terreno è diventato una sabbia mobile. Non solo sul piano interno ma perché gli americani, che col Pakistan hanno una politica del bastone e della carota – dettata soprattutto dalla situazione in Afghanistan – han fatto sapere che non sarebbe stato certo l’organismo nato a Bretton Woods a ripagare i debiti contratti dai pachistani soprattutto con i cinesi, che pure sono membri dell’Fmi. Uno scontro politico mirato forse a prender le misure sul nuovo inquilino di palazzo e a disturbare Pechino.

domenica 15 aprile 2018

Quanto pesa una bomba

In Siria sono stati lanciati un centinaio di missili per colpire gli arsenali chimici di Assad. Intercettate o
meno che siano state, il numero delle bombe è importante, tanto da farne parlare tutti i media del globo. Ma sono state poca cosa se paragonate a quello che in Afghanistan avviene tutti i giorni: lo stesso numero di ordigni viene infatti lanciato dal cielo in meno di dieci giorni. Secondo i dati diffusi dall’United States Air Force, nel 2017 sono state sganciate in Afghanistan 4.300 bombe, con un ritmo di una dozzina al giorno. I risultati sono sotto occhi di tutti (la guerra va avanti, gli attentati non diminuiscono, le vittime civili aumentano).

Già dalla fine di ottobre, dopo l’inizio della nuova strategia americana in Asia, si sapeva che i bombardamenti americani erano erano triplicati (al 31 ottobre 2017 l’aviazione americana aveva sganciato 3.554 bombe in Afghanistan contro le 1.337 del 2016 e le “sole” 947 del 2015). Quanto agli afgani, secondo il ministero della Difesa di Kabul, ogni giorni l'aviazione afgana conduce una quindicina di raid ma non è dato sapere quanti ordigni hanno sganciato i piloti addestrati da Stati Uniti e Nato (nella foto un EMB 314 Super Tucano, un aereo a elica impiegato da Kabul per attacchi "leggeri" diurni).

Si potrà obiettare che la potenza degli ordigni è mediamente assai minore rispetto a quella di un missile tomahawk. Ma si potrà anche ricordare che, proprio nell’aprile scorso, gli americani sganciarono in Afghanistan una bomba con la potenza di 11 tonnellate di esplosivo (GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast o Moab), in grado di disintegrare qualsiasi cosa fino a 300 metri di profondità e con un raggio d’azione di oltre un chilometro e mezzo.

Pesi, misure, inefficacia dei bombardamenti.

giovedì 9 novembre 2017

Eravamo in centomila...

Eravamo in centomila, cantava Adriano Celentano nel 1967. Lui si riferiva allo stadio dove aveva visto una ragazza che gli piaceva. Ma questo è anche il bel ricordo dei generali della Nato e del Pentagono e, chissà, di Via XX Settembre. La voglia di stivali sul terreno cresce e la Nato annuncia che da 13.400  soldati passeremo a 14.400 circa. Che con i nuovi arrivi americani (3mila più 11mila già presenti)  farà circa 30mila uomini. Non sono i quasi 150mila di una volta ma son pur sempre di più dei 15mila di qualche mese fa. Per fare che? La nebulosa dice che faremo assistenza tecnica ma questo termine vago preannuncia un lavoro in cui ci si sporcano le mani. Cambia la strategia però: bombe dal cielo, sempre di più, sempre più mirate (?), sempre più potenti, sempre meno segrete. Nell'indifferenza del mondo che guarda stupefatto ai deliri calcolati dei Kim, alla macelleria saudita, e all'America first di Trump - che si traduce in profitti per il comparto industrial militare - l'Afghanistan sta conoscendo una nuova escalation. In sordina. Ssssssssssssstttt. Che nessuno se ne accorga. Eravamo centomila e abbiam perso la guerra. Ci riproviamo in 30mila e poi vediamo.




domenica 17 settembre 2017

Come ti insegno a uccidere meglio

Dopo l'assurdo errore del volantino sganciato dal cielo in cui un cane "cattivo", animale impuro per l'islam, portava una frase del Corano sul corpo mentre era inseguito da un leone "buono" (l'idea era che il cane fossero i talebani), a dimostrazione di una confusa strategia anche mediatica, l'unica certezza all'orizzonte del nuovo surge trumpiano è  che dal cielo non cadranno solo volantini ma sempre più bombe


Volantini dal cielo bombe dall’aria

Dai cieli afgani non piovono solo volantini...(continua nei prossimi giorni su il manifesto in un articolo a due mani con Giuliano Battiston)

giovedì 31 agosto 2017

Sorpresa: in Afghanistan le truppe Usa son già aumentate! (aggiornato)

Con adamantina franchezza e a dimostrazione di un'amministrazione più "trasparente" della guerra afgana, il generale Kenneth McKenzie, joint staff director al Pentagono, ha fatto sapere che le truppe Usa sono 11mila e non 8.400 come si è sempre detto. Solo 2600 soldati in più! Washington chiarisce che non si tratta di un aumento di truppe: semplicemente erano già lì. Intanto si comincia a intravedere la nuova linea della guerra: ancora più soldati e più vittime civili. Ci sono già due casi con una dozzina di civili morti per raid aerei avvenuti recentemente a Logar e a Herat. Raid aerei a caccia di talebani con effetti collaterali. Ecco la nuova guerra dello sceriffo Trump che resta comunque una nebulosa. Pericolosa (le vittime civile sono state confermate venerdi da Uanma, la sede Onu a Kabul.

 Ma come la vedono gli alleati nell'area. Cosa ne pensano a Kabul e a Islamabad? C'è chi la approva e chi ne teme gli effetti. Quanto agli americani, sono divisi della nuova strategia presidenziale (vedi foto in basso)?

Lunga gestazione

Il 22 agosto, a oltre un mese dalla data in cui i nuovi obiettivi americani sull’Afghanistan avrebbero dovuto essere resi noti, il presidente Trump li ha definiti con un discorso ripreso in diretta Tv. Ma tutti gli osservatori, americani e non, sono abbastanza concordi nel definire la nuova strategia presidenziale abbastanza oscura e non molto dissimile da quella che aveva caratterizzato il mandato di Obama. Quella che al momento appare una nebulosa senza obiettivi tattici – se non quello strategico finale di “vincere! - e che dovrebbe modularsi senza un’agenda precisa sulle richieste “che vengono dal terreno” ha lasciato perplessa buona parte dei commentatori statunitensi e gli analisti dei Paesi della Nato che, al di là delle dichiarazioni di principio (la fedeltà all'alleato americano), non nascondono le preoccupazioni per un nuovo surge di cui non si capisce né la portata né la quantità e la qualità di nuove possibili truppe, né quali esattamente saranno gli accordi tra Usa, Nato e governo afgano sulla gestione della catena di comando.
Ma la strategia di Trump, costata almeno otto mesi di gestazione e svelata in parte col filtrare ciclico di indiscrezioni di stampa basate su fonti anonime dell’Amministrazione, ha però certamente sollevato due reazioni, diametralmente opposte quanto chiaramente espresse, nei due principali attori regionali: l’Afghanistan, felice e soprattutto sollevato dalle dichiarazioni di Trump, e il Pakistan, additato in modo più violento che in passato come il “cattivo” istituzionale, eterno inaffidabile doppiogiochista, colpevole di ospitare le retrovie talebane.

lunedì 19 giugno 2017

Armiamoci e partiamo: anche i nostri stivali nel deserto afgano

Leggendo La Repubblica di domenica scorsa abbiamo saputo che il ministero della Difesa italiano ha in mente di spedire altri cento soldati in Afghanistan. Non contenti di avere il contingente più numeroso dopo quello americano, qualcuno ha già deciso, ancor prima che ne fosse informato il parlamento (che almeno teoricamente deve avere l'ultima parola) che altri cento ragazzi partano per una missione militare che ormai sta per compiere diciott'anni e che, nonostante si sia rivelata un disastro, anziché uscire di scena sceglie di restare e anzi di rilanciarsi. Cosa faranno cento soldati in più non si sa ma par di capire, dall'articolo del giornale, che ci sia anche una necessità di scambio di favori perché ci sono in ballo posti di comando che qualche nostro generale potrebbe occupare. Dove? Nella casa della guerra, quell'Alleanza atlantica sempre in cerca di nemici che ne giustifichino l'esistenza. Fare un favore a Trump in questo momento potrà pure fruttare qualche poltrona ma è anche l'ammissione di un vassallaggio privo di strumenti critici in una guerra che tutti sanno perduta e dove la presenza straniera è un elemento che anziché frenarla continua a gettare benzina sul fuoco. Distratti dal sistema tedesco (a proposito, la Merkel ha risposto picche alla proposta di aumentare i suoi soldati)  i parlamentari e le forze politiche subiscono: dal governo all'opposizione, dalla Sinistra ai Cinque stelle, che tanto si erano vantati di aver reiterato la richiesta di ritiro dei nostri soldati. Il tema è il solito: a furia di guardarci l'ombelico lasciamo che le cose in politica estera vadano come devono andare e come il padrone comanda. Che triste esempio di sovranità nazionale. Chissà se i vari sovranisti nazionali se ne rendono conto

Il “si” italiano seguirebbe quello di altri Paesi che, come Regno Unito e Danimarca, hanno già promesso alla Nato il loro appoggio al surge americano, anche quello per ora affidato solo a indiscrezioni di stampa. Stando al capo del pentagono James Mattis.  i dettagli della nuova missione saranno chiariti definitamente a metà luglio. Il dibattito intanto infuria. E mentre sui giornali ci si chiede a cosa serve il nuovo “surge” americano in un Paese dove la missione militare non sta ottenendo risultati, il massimo teorico del “surge”, il generale in pensione David Petraeus, non solo ha dato il suo appoggio all’invio di nuovi soldati ma ha chiarito, in un'intervista, alcuni dei dettagli che probabilmente Mattis si prepara e mettere nero su bianco: non solo, dice l’ex teorico del surge in Irak e Afghanistan, 3 o 5mila soldati sono un numero “sostenibile”, ma gli Stati Uniti devono “sciogliere le restrizioni" ancora in piedi nell’uso della forza aerea. Se non si dovesse render più conto nemmeno a Kabul di quel che si fa, quello militare diventerebbe uno strapotere che ha già comunque dato un segno nell’aprile scorso col lancio della famosa Moab da 11 tonnellate di esplosivo. Operazioni di cui, ancora una volta, stiamo diventando non solo silenti spettatori ma solerti conniventi.

A seguire per il manifesto un'analisi a 4 mani con G. Battiston

sabato 22 aprile 2017

Trump vs Putin via Kabul

La bomba americana GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast (Moab), sganciata giovedì 13 aprile, ha colpito sì il distretto di Achin della provincia orientale afgana del Nangarhar, ma lo sguardo degli osservatori vi ha colto un messaggio rivolto ad altri. In particolare, alla Corea del Nord, uno dei punti di tensione più elevati del continente asiatico.

Una serie di apparenti coincidenze invita però a una riflessione d’altro tipo che forse può essere utile considerare. E che fa dell’Afghanistan, ancora una volta, non solo uno dei maggiori terreni di scontro col terrorismo di matrice islamica – obiettivo dell’azione – ma anche il teatro di un confronto tra due potenze in contrapposizione su varie caselle dello scacchiere geopolitico internazionale: gli Stati Uniti e la Russia.

Il 13 aprile non era infatti un giorno come un altro, ma la vigilia della terza Conferenza sul futuro dell’Afghanistan organizzata dal Cremlino nella capitale russa. Nelle due tornate precedenti la diplomazia di Vladimir Putin aveva convocato solo alcuni attori regionali ed era assente il protagonista principale – l’Afghanistan. Il 14 aprile doveva invece segnare il vero e proprio rientro sulla scena afgana della Russia - dopo l'uscita dell’URSS da quel Paese nel 1989, dieci anni dopo l’invasione e nel momento in cui l’impero sovietico si avviava alla disintegrazione.

Per diversi anni i russi hanno tenuto un profilo molto basso sull’Afghanistan, limitandosi a criticare in qualche intervista l’intervento della Nato e, soprattutto, a mettere in guardia l’Occidente sui rischi insiti nella “tomba degli imperi”, come l’Afghanistan è stato più volte soprannominato per la capacità di infliggere sconfitte militari agli eserciti più forti. Ma negli ultimi tre-quattro anni Mosca ha tentato, con qualche successo, di riaffaccciarsi sulla scena: promesse d’aiuto e regali di armamenti hanno accompagnato una morbida e sottile offensiva diplomatica con le autorità di Kabul....(segue)


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sabato 8 aprile 2017

Usa/Russia: Afghanistan, il fronte nascosto

C’è un altro fronte di scontro tra russi e americani in Asia. Un fronte nascosto e dimenticato ma
dove la guerra infuria con continuità e, per numero di decessi, più di prima. E’ il fronte afgano, la porta che dal Medio oriente e dall’Asia centrale arriva al subcontinente indiano. Un fronte di guerra che l’anno scorso ha contato 11mila vittime civili e dove si sta assistendo a un’escalation dei bombardamenti americani nel Sud e alla possibilità che Trump, in campagna elettorale favorevole al ritiro, aumenti le truppe nel Paese. Come anche il governo di Ashraf Ghani gli chiede.

L’Afghanistan fu terreno di scontro durante il “Grande Gioco” tra Impero zarista e Inghilterra nell’800 e divenne il confine della guerra guerreggiata durante la Guerra Fredda quando l’Urss invase l’Afghanistan e gli Usa armarono, con sauditi e pachistani, l’armata mujaheddin: i primi “combattenti della fede” manovrati anche dall’Occidente come da lì a poco sarebbe avvenuto anche per la guerra in Bosnia.

mercoledì 5 ottobre 2016

Un po’ meno poveri ma sempre in guerra

La Conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan promette nuovi aiuti alla ricostruzione. Ma il Paese è a ferro e fuoco e i veri nodi per pacificarlo restano un tabù


Mentre i talebani hanno lanciato una nuova massiccia offensiva proprio alla vigilia della Conferenza sull’Afghanistan che si è aperta ieri a Bruxelles, nella capitale belga arriva il momento delle promesse per un Paese dove – sono dati Ue – il 40% della popolazione vive sotto la linea di povertà e un terzo degli afgani ancora non sa leggere né scrivere. Mentre scriviamo si combatte a Kunduz, nell’Helmand e in altre aree a Nord e a Sud. E si litiga: in parlamento e nel governo, scaricandosi le responsabilità per l’ennesima battaglia in una città - Kunduz – tenuta un anno fa dalla guerriglia per quasi una settimana. C’è chi dice che l’offensiva finirà per favorire l’apertura della borsa dei Paesi amici. E c’è chi invece pensa che sia l’ennesimo colpo basso a un governo in perenne crisi e a una presenza della Nato che, pur ridotta nel numero dei soldati, è rimasta nel Paese a presidiare soltanto le caserme che proteggono i suoi militari.


Sempre in guerra: combattenti anti inglesi
in una stampa del 1800. Sotto la bandiera Nato
Ieri l’Unione Europea ha promesso, in aggiunta al suo programma 2014-2020 (circa 1,4 miliardi di euro) oltre 200 milioni annui per due anni dal 2017 per sostenere l’agenda del governo di Ashraf Ghani, il presidente “dimezzato” insediato due anni fa dopo faticose elezioni presidenziali (ora dovremmo essere alla viglia di una nuova corsa elettorale per il parlamento) che alla fine hanno sancito un governo a due teste: quella di Ghani e quella di Abdullah Abdullah, ex mujaheddin cui, in barba alla Costituzione, gli americani, veri artefici della nascita del nuovo governo, hanno ritagliato – per raffreddare le sue accuse di brogli - un ruolo di primo piano che lo apparenta al presidente. Col risultato che il governo a due teste – si sa ma non si dice – non funziona. Oggi, se tutto va secondo i piani, gli americani dovrebbero annunciare altri 3 miliardi di dollari l’anno cui dovrebbero aggiungersi – oltre ai 200 milioni figli dell’accordo Ue per favorire lo “State building” - il miliardo che l’insieme dei Paesi membri* verserà annualmente a Kabul almeno sino al 2020. Poi ci sono altri attori (a Bruxelles siedono settanta Paesi e venti tra organizzazioni e agenzie internazionali) e quindi il piatto si arricchirà. Ma con molti però e legando l’aiuto futuro a quanto gli afgani sapranno e soprattutto vorranno fare. Non è un assegno in bianco né per gli europei né per gli americani.

mercoledì 15 giugno 2016

Dopo Orlando: oltre la pista islamo qaedo daeshista. Le armi in pugno

La piaga della diffusione di pistole e fucili tra i privati. Negli Usa sono 89 ogni cento abitanti. La percentuale più alta del pianeta


Negli Stati Uniti ogni giorno in media 36 persone vengono uccise da armi da fuoco. La metà di loro sono giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni; un terzo sono giovanissimi con meno di 20 anni. Per aggiungere un altro dato, tra queste trentasei vittime quotidiane (il bilancio esclude i suicidi), nel 2015 circa il 50% sono stati afroamericani che rappresentano solo il 6% della popolazione. E son stati proprio i controversi omicidi di afroamericani ad aver rialimentato, negli ultimi 12 mesi, il dibattito e la polemica sulla diffusione delle armi in America.

Anche la strage di Orlando ha finito, per forza di cose, per riportare il problema del possesso diffuso di armi nel dibattito pre elettorale. Ma l’insieme dei commenti, in America e altrove, sembra prestare poca attenzione al fatto che gli Stati Uniti sono il Paese dove circola liberamente il maggior numero di piccole (e grandi) armi del pianeta. La ricerca del “lupo solitario”, della pista islamo qaedo daeshista o dei motivi, materiali o psicologici, che spingono qualcuno ad ammazzare uomini come formiche, è più seducente che risollevare una vecchia polemica con la quale gli americani non riescono a fare i conti e con la quale anche Obama ha perso un’altra battaglia. Se però si dà un’occhiata alle tabelle, i dati parlano chiaro. I Paesi dove si muore di più per colpa di un’arma da fuoco sono quelli in guerra: Afghanistan o Irak ma, appena dopo le nazioni in conflitto, appaiono gli Usa. Nel mondo girano - secondo lo Small Arms Survey- circa 875 milioni di armi leggere (pistole, fucili, carabine e mitragliatrici), prodotte da oltre un migliaio di aziende in circa cento Paesi per un giro d’affari di circa sei miliardi di dollari all’anno. Chi le possiede? Soldati, poliziotti, guardie? In minima parte

martedì 24 maggio 2016

In morte di mullah Mansur*

Mullah Mansur è morto. Almeno così si crede.  L'uomo che dal luglio 2015 ha sostituito
l'evanescente mullah Omar alla guida dei Talebani è stato ucciso sabato pomeriggio da un drone americano, mentre era in viaggio nel Belucistan pachistano. I Talebani non hanno confermato ufficialmente la notizia, ma i più alti membri dell'amministrazione Usa e i funzionari dell'intelligence afghana si dicono certi: Mansur è stato ucciso. «Perché era l'ostacolo maggiore al processo di pace», ha dichiarato dal Myanmar il segretario di Stato Usa John Kerry, convinto che con l'uscita di scena del loro leader i Talebani siano disposti a sedersi al tavolo negoziale.

Ashraf Ghani. La svolta
dopo l'ennesimo attentato
Mullah Mansur ha faticato molto, in questi mesi, a tenere le redini del movimento. Nato nel 1960 nella provincia meridionale di Kandahar, roccaforte dei Talebani, già governatore-ombra della sua provincia di nascita e ministro dell’Aviazione civile e dei trasporti all’epoca dell’Emirato islamico d’Afghanistan, dal 2013 Mansur è il leader de facto del movimento. Da allora, ha ristabilito il primato della shura di Quetta, uno dei tre principali centri di potere talebano, sulla shura di Peshawar e su quella di Miran Shah (la rete Haqqani), marginalizzando i principali antagonisti, cooptando gli indecisi e ottenendo il controllo di buona parte dei fondi – in diminuzione – provenienti dai tradizionali sponsor regionali. La sua nomina a leader assoluto, nel luglio 2015, è stata fortemente contestata da alcuni turbanti neri, tra cui il figlio del mullah Omar, Yacub, che poi gli ha concesso l'appoggio; Qayyum Zakir, già a capo della Commissione militare; Tayyeb Aghha, che in polemica con la nomina ha lasciato l'Ufficio di rappresentanza politica di Doha, di cui era responsabile. Tutti e tre, ora, vantano le credenziali giuste per potergli succedere.

domenica 28 febbraio 2016

Ecco quanto vale la vita di un afgano

Quanto vale la vita di un afgano? Quanto costa un cadavere della nazionalità respinta in questi giorni alle eurofrontiere? A giudicare da quanto gli Stati uniti hanno offerto per compensare le vittime dell'ospedale di Kunduz, che agli inizi di ottobre venne fatto segno di un bombardamento mirato che lo ridusse in cenere, la morte di un afgano – anche se con laurea – vale seimila euro. Tremila se è stato solo ferito, anche in modo grave. Lo hanno raccontato all'Associated Press i parenti delle vittime dell'attacco al nosocomio di Msf di Kunduz e la risposta dei Medici sena frontiere, che l'ospedale gestivano con personale soprattutto locale, non si è fatta attendere: Guilhem Molinie, portavoce di Msf in Afghanistan, definisce «ridicolo» il cosiddetto pagamento di “sorry money”. Insufficiente per molte famiglie che avevano nei loro morti l'unico salario con cui sopravvivere. Il Paese della guerra infinita è intanto alle prese col tentativo di rinegoziare l'ennesimo incontro tra governo e talebani mentre ieri due attentati della guerriglia (uno a Kabul, l'altro nella provincia orientale di Kunar) hanno ucciso oltre venti persone, in gran parte civili. Il che rende il negoziato - messo in piedi da una “Commissione quadrilaterale” formata da afgani, pachistani, americani e cinesi - estremamente in salita.
 Guilhem Molinie di Msf: compensazione ridicola

La vicenda di Kunduz e del bombardamento dell'ospedale di Msf è una delle tante vicende della guerra infinita e uno dei capitoli più bui per militari afgani e internazionali, responsabili di mezze ammissioni, scuse e reticenze fustigate anche da un recente rapporto dell'Onu. A quanto si sa, gli americani – che chiamati dagli afgani fecero il raid sull'ospedale - dopo aver espresso le loro condoglianze a oltre 140 famiglie e individui hanno reso noto che la ricompensa sarà per tutto lo staff. Ma al di là dei numeri (14 morti tra il personale, 24 tra i pazienti, 14 altri civili) la cifra sembra per ora quella lamentata dalle vittime - e ritenuta inadeguata e offensiva - quando in altre occasioni (come nel caso del militare “impazzito” che fece una strage nel 2013 andando di casa in casa da solo a fare giustizia sommaria) gli Stati Uniti sborsarono fino a 50mila dollari per ogni vittima. E non c'è solo la questione dei soldi. Secondo l'Ap, un documento congiunto Nato-Usa che l'agenzia ha potuto visionare ammette che un Ac-130 sparò con 211 colpi per mezz'ora prima che ci si rendesse conto del disguido. Il documento dice anche che, contrariamente a quanto sostennero inizialmente le autorità militari di Kabul, non c'era nessuna evidenza che nell'ospedale vi fossero dei guerriglieri. Il raid avrebbe anzi dovuto colpire un edificio a poca distanza: un tragico “errore”. Sarebbe anche pronta l'indagine condotta in proprio dagli americani: un dossier di 3mila pagine che però non è ancora stato reso pubblico. Quanto alla commissione indipendente che Msf ha chiesto per far luce sulla vicenda, niente è successo poiché sarebbero necessarie alcune procedure di indagine che devono ricevere luce verde da Washington e Kabul.