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sabato 23 marzo 2013

PERCHE' TERZI E DI PAOLA DOVREBBERO DIMETTERSI

Mentre dai due militari riconsegnati all'India, arriva una lezione di stile per due ministri della Repubblica, Terzi e Di Paola si preparano a rispondere in parlamento. Con le spiegazioni che daranno martedi alla Camera, dovrebbero forse consegnare al governo e ai deputati anche le loro dimissioni



Se alle spiegazioni che martedi prossimo Terzi e Di Paola dovranno dare in parlamento sulla vicenda “marò”, i due ministri aggiungessero le loro dimissioni, la partita aperta l'11 marzo scorso con la decisione di trattenere Latorre e Girone in Italia avrebbe forse una degna conclusione. Ma già ieri sul Corriere della sera, il titolare della Farnesina metteva le mani avanti, convinto che tra l'aver trattenuto i due militari in Italia e averli poi restituiti dieci giorni dopo non ci sia nulla di strano.

Ieri Palazzo Chigi ha smentito le ricostruzioni secondo cui al Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, l'organismo presso la presidenza del Consiglio in cui si trattano materie delicate, si sarebbe svolto una sorta di processo a Di Paola e Terzi, sin dall'inizio indicati come coloro che avevano pensato e poi attuato la “svolta” dell'11 marzo, quando Roma comunicò a Delhi che i marò, in licenza elettorale, non sarebbero tornati in India. Che un governo che non gode di ottima salute e che è ormai agli sgoccioli non voglia proprio dare l'idea di essere stato alla fine anche un colabrodo si può capire, ma il fatto resta. Il malumore di Monti e Napolitano (e di parte del corpo diplomatico e delle Forze armate) parla da solo e isola i titolari dei due dicasteri che per ora cercano di non dover pagare un prezzo troppo alto per una delle peggiori figure dell'Italia all'estero che la storia repubblicana ricordi.

La tesi italiana è che Roma non ha ceduto alle pressioni indiane ma che da Delhi ha ottenuto garanzie scritte sulla non applicazione della pena capitale. Tesi fragile perché non esiste esecutivo che possa garantire per un soggetto indipendente come la magistratura. E poi resta la questione della giurisdizione e del tribunale, dunque del giudice. Per ora gli indiani rifiutano l'arbitrato internazionale e insistono sulla corte speciale ma le cose potrebbero ammorbidirsi. La ministra Severino è ottimista: «Le ultime notizie sono di apertura e di dialogo diplomatico forte, che offre la prospettiva di una soluzione garantita della vicenda». Quanto ai possibili danni d'immagine dell'Italia, «contano i risultati», dice. Non è chiaro quali.

Sulla retromarcia italiana fioccano le ipotesi. C'è la chiave interna (Napolitano e Monti infuriati perché male informati) e quella internazionale: nei dieci giorni in cui si consuma il caso, la Ue resta tiepida quando non se ne lava le mani. Prende posizione sull'immunità dell'ambasciatore Mancini, ma sembra in realtà farlo solo perché la vicenda costituirebbe un pericoloso precedente per altri diplomatici Ue. Dal caso in sé prende invece le distanze, anche perché non coinvolta dall'Italia e neppure avvertita (nemmeno del rientro in India). Poi la presa di distanze arriva anche da Washington, una doccia fredda che a Terzi, molto sensibile alle sirene di Washington (tanto da aver, unico ministro Ue, consigliato ai palestinesi di non chiedere lo status di Osservatore all'Onu) deve essere suonata come la vera resa dei conti.

Leggi l'articolo completo su Lettera22 o su il manifesto

giovedì 21 marzo 2013

FARSA ITALIANA

Così i due marò italiani tornano in India. Incredibile. Dopo le trionfanti dichiarazioni del ministro Terzi sulle "solide" ragioni che avevano consigliato la scelta, la marcia indietro a due giorni dalòlo scadere dell'ultimatum indiano. E non convincono le precisazioni di Staffan De Mistura: "Il governo indiano ha garantito che non ci sarà la pena di morte nei loro confronti" e "La parola data da un italiano è sacra: noi avevamo sospeso" il loro rientro "in attesa che New Delhi garantisse alcune condizioni". L'Italia chiederà un "arbitrato internazionale, che venga rispettato il concetto che militari che operano per la propria nazione all'estero vadano giudicati in Italia e nel proprio Paese e che tutto questo venga risolto rapidamente".

In realtà noi non avevamo "sospeso", avevamo detto che i marò sarebbero rimasti in Italia. Parola di Terzi. Poi però Terzi sparisce e riappare Staffan De Mistura un gentiluomo che aveva gestito con abilità e correttezza la complessa vicenda sino al colpo di teatro del ministro e che, nei giorni del rimpatrio baldanzoso, era apparso molto defilato. Adesso, nell'ora della diplomazia vera, riappare. E Terzi sparisce. Sarebbe ionesto se si dimettesse e chiudsse questa farsa che ci ha coperto di ridicolo e che ha messo a rischio i nostri rapporti con un colosso da 1 miliardo e due di persone. E sarebbe corretto che si dimettesse anche Di Paola, se non altro per aver illuso due suoi soldati (e relative famiglie) che sarebbero restati a casa.

lunedì 24 dicembre 2012

LA DELUDENTE "ITALIA A TESTA ALTA" DELL'AGENDA DI MARIO MONTI

“Una parte rilevante dell'azione di governo è stata dedicata all'azione sul fronte internazionale”. Comincia così la parte dedicata al Belpaese nel mondo (L'Italia a testa alta è il titolo del sottocapitoletto) dell'Agenda Monti. Una parte così “rilevante” che - se si esclude l'Europa che occupa l'inizio dell'Agenda (due pagine) e i riferimenti alla Ue contenuti poi nel testo - il premier in pectore vi dedica esattamente 24 righe: una pagina sulle 25 dell'agenda (che con l'Europa arriva a tre su 25). Non è molto. E non c'è molto nemmeno per andare a testa alta a fare il bilancio del suo anno di politica estera governativa.

Intanto gli alleati. Monti, confermando quanto il ministro Terzi ha fatto per tutto il corso del suo mandato, rivendica di aver rafforzato la posizione dell'Italia nella Ue, rinsaldando “i legami con gli Stati Uniti” e “Promuovendo un forte legame transatlantico”. L'unico Paese da citare è dunque l'America e l'unica istituzione internazionale è la Nato. Per l'Onu c'è una sola citazione. Che viene dopo il passaggio sulla Nato.

Avremmo però rafforzato il nostro posizionamento in Asia e Medio Oriente “in tuttI gli scacchieri”. Quali? All'Afghanistan non è dedicata nemmeno una parola né dunque al ruolo che potremmo giocare in futuro in un Paese dove abbiamo ancora circa 4mila uomini. C'è solo una rapido passaggio sulle “missioni di pace”. Quanto all'Asia, non si può dire che si siano fatti grandi passi avanti. Se ci si pensa, viene in mente un solo Paese: l'India. E subito dopo viene in mente “marò”. C'è di che congratularsi. E il Medio Oriente? Meglio sarebbe stendere un velo pietoso visto che il ministro Terzi, ancora prima che lo facesse la signora Clinton, aveva consigliato alla Palestina, in netta controtendenza con la Ue, di rinviare la richiesta all'Onu come Stato osservatore. Poi il governo ha fatto una rapidissima marcia indietro (si dice grazie a Bersani sullo stesso Monti) che ha evitato al nostro Paese l'isolamemnto internazionale. Terzi era stato più realista del re, in questo caso gli Stati Uniti.

Vanno aggiunte quelle che sembrano affermazioni di rito, alcune delle quali sfiorano l'ironia. “Occorre maggior attenzione alle relazioni coi Paesi in via di sviluppo” e “va rafforzato il coordinamento delle politiche di cooperazione, mettendo a coerenza l'intero sistema di cooperazione italiano (pubblico, privati, territori e società civile)”. Per un Pese e un governo che si sono distinti nel taglio lineare dei fondi di cooperazione in netta continuità col passato, non c'è male.

E su tutto il resto? Confermando le linee guida che Terzi inviò ai suoi diplomatici alla fine dell'estate, Monti pensa che l'Italia debba valorizzare “la rete di italiani nel mondo”. Non è molto. L'agenda Monti dal punto di vista della politica internazionale non sembra dunque nulla più che un sintetico elenco piuttosto tradizionale (e conservatore)che sembra mancare di una visione innovativa. A meno che non si prenda il rafforzamento della rete degli italiani all'estero come un novità. Che però aveva già avanzato il ministro Mirko Tremaglia nel 2006.