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sabato 23 marzo 2013

PERCHE' TERZI E DI PAOLA DOVREBBERO DIMETTERSI

Mentre dai due militari riconsegnati all'India, arriva una lezione di stile per due ministri della Repubblica, Terzi e Di Paola si preparano a rispondere in parlamento. Con le spiegazioni che daranno martedi alla Camera, dovrebbero forse consegnare al governo e ai deputati anche le loro dimissioni



Se alle spiegazioni che martedi prossimo Terzi e Di Paola dovranno dare in parlamento sulla vicenda “marò”, i due ministri aggiungessero le loro dimissioni, la partita aperta l'11 marzo scorso con la decisione di trattenere Latorre e Girone in Italia avrebbe forse una degna conclusione. Ma già ieri sul Corriere della sera, il titolare della Farnesina metteva le mani avanti, convinto che tra l'aver trattenuto i due militari in Italia e averli poi restituiti dieci giorni dopo non ci sia nulla di strano.

Ieri Palazzo Chigi ha smentito le ricostruzioni secondo cui al Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, l'organismo presso la presidenza del Consiglio in cui si trattano materie delicate, si sarebbe svolto una sorta di processo a Di Paola e Terzi, sin dall'inizio indicati come coloro che avevano pensato e poi attuato la “svolta” dell'11 marzo, quando Roma comunicò a Delhi che i marò, in licenza elettorale, non sarebbero tornati in India. Che un governo che non gode di ottima salute e che è ormai agli sgoccioli non voglia proprio dare l'idea di essere stato alla fine anche un colabrodo si può capire, ma il fatto resta. Il malumore di Monti e Napolitano (e di parte del corpo diplomatico e delle Forze armate) parla da solo e isola i titolari dei due dicasteri che per ora cercano di non dover pagare un prezzo troppo alto per una delle peggiori figure dell'Italia all'estero che la storia repubblicana ricordi.

La tesi italiana è che Roma non ha ceduto alle pressioni indiane ma che da Delhi ha ottenuto garanzie scritte sulla non applicazione della pena capitale. Tesi fragile perché non esiste esecutivo che possa garantire per un soggetto indipendente come la magistratura. E poi resta la questione della giurisdizione e del tribunale, dunque del giudice. Per ora gli indiani rifiutano l'arbitrato internazionale e insistono sulla corte speciale ma le cose potrebbero ammorbidirsi. La ministra Severino è ottimista: «Le ultime notizie sono di apertura e di dialogo diplomatico forte, che offre la prospettiva di una soluzione garantita della vicenda». Quanto ai possibili danni d'immagine dell'Italia, «contano i risultati», dice. Non è chiaro quali.

Sulla retromarcia italiana fioccano le ipotesi. C'è la chiave interna (Napolitano e Monti infuriati perché male informati) e quella internazionale: nei dieci giorni in cui si consuma il caso, la Ue resta tiepida quando non se ne lava le mani. Prende posizione sull'immunità dell'ambasciatore Mancini, ma sembra in realtà farlo solo perché la vicenda costituirebbe un pericoloso precedente per altri diplomatici Ue. Dal caso in sé prende invece le distanze, anche perché non coinvolta dall'Italia e neppure avvertita (nemmeno del rientro in India). Poi la presa di distanze arriva anche da Washington, una doccia fredda che a Terzi, molto sensibile alle sirene di Washington (tanto da aver, unico ministro Ue, consigliato ai palestinesi di non chiedere lo status di Osservatore all'Onu) deve essere suonata come la vera resa dei conti.

Leggi l'articolo completo su Lettera22 o su il manifesto

martedì 11 dicembre 2012

APPROVATA LA LEGGE DI PAOLA

La legge di revisione delle Forze armate voluta dal ministro Di Paola è legge dello Stato. Blanda, durante il dibattito (unica eccezione Turco), l'opposizione del Pd che, ignorando le richieste della piazza (e di Vendola), ha votato a favore. Contro l'Idv, che si è battuto strenuamente (Di Stanislao). Tutti gli altri han detto si (295) salvo pochi contrari (25) in ordine sparso (Pezzotta, ad esempio, Terzo Polo), oppure (53) astenuti (Sarubbi Pd). E' il primo paradosso del Monti a fine corsa: il Pd vota a favore per responsabilità e la destra vota compatta, nonostante abbia appena bocciato il governo.
Tutto adesso è nelle mani del prossimo esecutivo e dei decreti attuativi su cui ci sono 60 giorni di tempo perché il futuro parlamento dica la sua.

Stamane a Roma c'è stato un sit in davanti a Montecitorio (a sinistra due scatti della manifestazione davanti alla Camera). Ma il ddl è passato a larghissima maggioranza ignorando la piazza

Il resoconto intero domani su Lettera22 e su il manifesto

lunedì 16 luglio 2012

LE BOMBE A FARAH, IL SILENZIO A ROMA

Il comunicato della Rete Afgana

Secondo reiterate notizie di stampa che da oltre una settimana riportano di intense attività di bombardamento nella provincia afgana di Farah con i caccia Amx in forza al contingente italiano e dopo le reiterate conferme da parte di ufficiali e funzionari della Difesa, la rete della società civile italiana “Afgana” ritiene inspiegabile e inaccettabile il silenzio che circonda la vicenda. A quanto ci risulta infatti, nessuna forza politica ha finora preso ferma posizione o ha chiesto spiegazioni al ministro della Difesa e al governo stesso. Afgana chiede che questa attività cessi immediatamente e invita le forze politiche a esprimersi a riguardo.

A nostro avviso quanto avviene è assai grave in quanto l'attività di bombardamento è in netto contrasto con i caveat finora adottati nel rispetto del mandato costituzionale: appare come una decisione che, avendo completamente esautorato il parlamento italiano dalle sue prerogative, avrebbe, non si sa per quale via, concesso al titolare della Difesa di decidere di armare i caccia e di usarli per bombardare, a quanto risulta, da almeno sei mesi. Riteniamo che decisioni di questo tipo, prese in totale solitudine e senza alcun dibattito politico in parlamento, possano essere gravide di ricadute pericolose per l'immagine dell'Italia e la sicurezza stessa del contingente.

Ancor prima però, la nostra viva preoccupazione va alle possibili o potenziali vittime civili che, anche incidentalmente, possono essere causate da bombe del peso di 250 chilogrammi. Ci chiediamo anche se sia vera l'ipotesi che l'attuale titolare della Difesa aspiri a un posto di segretario generale della Nato, come riportato ieri da un organo di stampa, e quale sia la politica di un Paese che alla Conferenza dei donatori di Tokyo si è speso con vigore per i diritti delle donne e della società civile afgana e che, alla vigilia dell'uscita delle nostre truppe dal Paese, decide invece di mostrare i muscoli nel modo peggiore: armando i caccia.

domenica 15 luglio 2012

SE LE BOMBE NON FANNO RUMORE

La guerra, forse, è anche un fatto di abitudine. Ci si abitua ai morti, dunque anche alle bombe. La notizia che gli Amx italiani hanno bombardato, probabilmente molte volte, la provincia di Farah, riportata una settimana fa dal Sole24Ore, non ha suscitato grandi polemiche. Anzi, nessuna. Un silenzio assordante assai simile a quello che seguì le dichiarazione di Giampaolo Di Paola nel gennaio scorso, quando al ministro ammiraglio in abiti civili riuscì quello che al ministro civile in divisa Ignazio La Russa non era riuscito: nel novembre del 2010 aveva incautamente proposto di armare i nostri aerei in Afghanistan. Allora ci fu una levata di scudi. Adesso nulla.

Abbiamo appreso che non si tratta di giocattolini ma di bombe da 250 chili (500 libbre), ma la vera notizia è il silenzio che ha circondato la vicenda. Scritta da Gianandrea Gaiani (direttore di Analisi Difesa) per il giornale di Confindustria, la notizia gli viene riferita da fonti anonime che obbligano però il generale Luigi Chiapperini, comandante della missione in Afghanistan, a confermarla a una giornalista di Libero che si trova con altri colleghi “embedded” a Camp Arena, la base militare Nato di Herat sotto comando italiano. A Camp Arena si erano ben guardati però dall'avvisare i colleghi delle operazioni in corso. Ma una volta denudato il re, le conferme piovono come l'acqua: dal comandante della Task Force South, colonnello Francesco Paolo D'Ianni (su Cybernaua.it) a Francesco Tirino, portavoce del contingente italiano in Afghanistan, che candidamente spiega a E-il mensile che le missioni si sarebbero addirittura «moltiplicate» nelle ultime settimane con il «lancio dell’operazione Shrimp Net». Ancora Chiapperini conferma al Giornale «che i bombardamenti sono iniziati subito dopo il 28 gennaio» con il via libera del ministro Di Paola. Mancava solo la voce ufficiale dello Stato maggiore della Difesa (vedi intervista a fianco) su una vicenda a dir poco controversa e che sembra far carta straccia, nel silenzio più assoluto, delle prerogative del parlamento. Tutto comincia il 18 gennaio scorso.

Il protagonista è l'ammiraglio Di Paola, l'autore di una riforma del sistema di Difesa contro cui è stata scatenata la campagna “Tagliamo le ali alle armi”, forte di 75mila mail inviate ai parlamentari perché si sveglino sulle intenzioni del ministro. Si presenta a una sessione congiunta di Camera e Senato con un linguaggio sibillino: «Intendo far sì che i nostri militari e tutti i loro mezzi schierati in teatro siano forniti delle dotazioni e capacità necessarie a garantire la massima sicurezza possibile del nostro personale e dei nostri amici afgani e alleati...». Nessuno obietta. Qualche giorno dopo però una nota dell'Ansa – è il 28 gennaio – spiega che «le bombe andranno sugli Amx italiani, ma non sui predator». Poi Di Pala va oltre: «Tutti i mezzi che abbiamo verranno utilizzati sulla base di tutte le loro capacità, perché noi abbiamo il dovere oltre che il diritto di difendere i nostri militari, i nostri amici afgani e i nostri alleati ... i predator italiani non hanno queste capacità e quindi non le possono usare». Di Paola si guarda bene dall'usare la parola “bombe” ma qualcuno se ne accorge lo stesso: la frase non piace al senatore Pd Marco Perduca che (con la radicale Poretti e gli Idv Pedica e Caforio) propone un ordine del giorno che impegni il governo «a rimettere al Parlamento la decisione sull'uso di ordigni bellici a caduta libera o guidata da parte dei velivoli dell'Aeronautica militare italiana impiegati in Afghanistan». L'Odg però non viene accolto.

Cala il sipario fino a luglio, quando “esplode” la notizia proprio mentre è in corso il vertice di Tokyo sull'Afghanistan. La rete «Afgana» rileva come il governo giochi una partita «bifronte»: a Tokyo l'Italia si spende per la pace e i diritti di donne e società civile mentre a Farah bombarda. Flavio Lotti, della Tavola della pace, che già in gennaio si era infuriato e che, proprio nei giorni scorsi, ha incontrato i responsabili del Pd delle commissioni di esteri e difesa di Camera e Senato, chiede loro ufficialmente di fare un'interrogazione al ministro. «Ma – dice oggi – finora non ho registrato nessuna azione, se non, quel giorno, un discreto imbarazzo. Se è questo quello che facciamo in Afghanistan, credo che sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna ritirare immediatamente i nostri soldati anche perché, a quanto pare di capire, questi bombardamenti non sono un novità». Lo dice anche il generale Mini, autore di “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?”. «Bombardiamo con gli Amx? Se è per quello, gli elicotteri Mangusta possono fare anche più male. Hanno fatto almeno 300 missioni. Proprio qualche settimana fa un collega mi ha parlato di un'operazione con 60 “insorti” uccisi. Non erano Amx ma elicotteri».

Secondo Mini «a quanto sembra di capire gli americani hanno fatto la voce grossa con gli alleati. Hanno chiesto di dimostrare unità di intenti. Ecco la risposta: per dimostrare loro che l'Italia c'è». Gli chiediamo cosa ne pensa della voce secondo cui il ministro Di Paola, che ha già un passato Nato alle spalle, concorrerebbe volentieri per la poltrona del dopo Rasmussen. «Se fosse davvero così – risponde - allora altro che venir via presto.... Vorrebbe dire che dovremmo rimanere anche dopo il 2014. Perché un italiano diventi segretario generale della Nato bisogna offrire in cambio qualcosa».

domenica 8 luglio 2012

AFGHANISTAN, SE L'ITALIA E' BIFRONTE

Mi sono ripromesso di riferire del summit di Tokyo e lo farò. Ma intanto c'è, come dire, un'emergenza che viene dalla cronaca. Posto dunque il comunicato di "Afgana" sul summit ma anche su quanto avviene a Farah...

E' singolare che mentre a Tokyo l'Italia ha tenuto un altissimo profilo e si sia battuta come un leone per includere nella dichiarazione finale della Conferenza dei donatori un più preciso impegno della comunità internazionale a favore dei diritti delle donne, dei diritti umani e della società civile afgana, notizie di stampa di ieri e di oggi riferiscono che i caccia Amx italiani, ufficialmente impiegati per sola ricognizione, stanno bombardando la zona di Farah. Due novità di segno totalmente opposto nello stesso giorno, l'ultima della quali, proprio alla viglia del ritiro del nostro contingente, fa temere una pericolosa schizzofrenia del governo italiano che sta surrettiziamente cambiando il profilo della missione militare proprio mentre la nostra diplomazia sta cercando di dare un segnale preciso della posizione dell'Italia come attore primario nella ricostruzione e nello sviluppo dell'Afghanistan.


La rete Afgana, che ha sempre condannato l'uso dei bombardamenti da parte degli alleati Nato dell'Italia e a cui non risulta che vi sia alcun mandato parlamentare che abbia cambiato le regole d'ingaggio dei nostri aerei (idea lanciata ma poi ritirata dall'ex ministro Ignazio La Russa), chiede che le notizie di stampa vengano smentite o confermate ufficialmente dal ministro Giampaolo Di Paola. In questo secondo caso, che dimostrerebbe anche una totale incoerenza politica nella scelta dei tempi o, peggio, un'azione a lungo tenuta segreta, chiediamo che la vicenda sia oggetto di un dibattito parlamentare preciso che indichi se il ministero della Difesa può o meno autorizzare l'uso dei bombardamenti aerei, finora – a quanto si sapeva – mai utilizzati.


Afgana rileva invece che l'Italia ha tenuto a Tokyo una profilo molto preciso che indica una più profonda coscienza del governo italiano sul tema dei diritti, in particolare della condizione femminile, e del ruolo della società civile, in questo recependo pienamente anche indicazioni parlamentari. Al punto che il sottosegretario Staffan De Mistura, nel suo discorso durante la plenaria, era arrivato a minacciare il possibile ritiro della firma italiana dal documento finale se questo non avesse contenuto una relazione diretta tra il denaro con cui Roma si impegna finanziare Kabul e quanto Kabul fa e farà nel rispetto di questi temi. Una posizione molto apprezzata dalla delegazione di “Afgana” presente a Tokyo.


Afgana, come già sapete se seguite i miei post, è una rete della società civile italiana che comprende associazioni, Ong, sindacati, accademici, giornalisti e cittadini. E' nata nel 2007 e si occupa di sostenere la società civile afgana e di promuovere in Italia un più approfondito dibattito sull'Afghanistan

domenica 3 giugno 2012

QUALE RIFORMA PER LE FFAA

Come ha rilevato qualche giorno fa sulla’Unità Flavio Lotti, la presentazione in parlamento del disegno di legge sulla revisione della spesa militare, tutto fa fuor che le due cose che avrebbe dovuto mettere nero su bianco: definire chiaramente i tagli al bilancio delle Forze armate, che invece ne esce niente affatto ridotto ma semmai rafforzato, e definire quali obiettivi deve avere oggi un esercito “moderno”. Ecco perché il dibattito sulle operazioni in corso e sui conflitti nei quali l’Italia è coinvolta dovrebbe rientrare a pieno titolo nella discussione parlamentare di questi giorni. Sono un pezzo fondamentale di un processo di revisione, sia dal punto di vista del risparmio - e, soprattutto, sulla riconversione della spesa militare - sia sugli obiettivi e i compiti che i soldati sono chiamati a svolgere....


segue su Lettera22

lunedì 30 gennaio 2012

TORNA LA POLEMICA SU ARMARE I CACCIA IN AFGHANISTAN

"In un momento così difficile di crisi economica e sociale - scrive in un comunicato di stamattina Pax Christi Italia - riteniamo grave e incomprensibile che il ministro-ammiraglio Di Paola continui a difendere il progetto dei cacciabombardieri F-35 e dichiari che il governo vuole intensificare la presenza militare italiana in Afghanistan dotando i nostri AMX di capacità di attacco al suolo". La polemica sugli F-35 è nota. Meno la presa di posizione di Di Paola, riferita un paio di giorni fa su Repubblica da Giampaolo Cadalanu. Pax Christi prosegue: "Siamo dentro una logica distruttiva. Da un lato si sta progettando un accordo tra Italia e Afghanistan per la ricostruzione del paese. Dall'altro si pensa di sperimentare una più forte capacità di attacco, utile solo a rilanciare una politica di riarmo che comprenderebbe anche l'acquisto e l'uso degli F-35". Davvero difficile non essere d'accordo con loro. E comunque, almeno per ora, sembra soltanto un'idea di Di Paola.

venerdì 27 gennaio 2012

VISITA DI STATO

Dalla visita di Stato del presidente afgano Hamid Karzai a Roma di novità ne è emersa solo una: l'invito a Mario Monti ad andare in Afghanistan. Un po' più che una richiesta di rito, come sempre si fa per ricambiare la cortesia dell'ospitalità.

Se infatti il professore di Palazzo Chigi dovesse imbarcarsi per l'Hindukush, sarebbe la prima volta di un premier italiano dal 2007, quando Romano Prodi si recò a Kabul. Un po' poco per un Paese che schiera in Afghanistan 4200 soldati per i quali l'Italia spende circa de milioni di euro al giorno. Silvio Berlusconi di Afghanistan non ne ha mai voluto sapere: lasciava volentieri la palla al ministro Ignazio La Russa, noto per le sfilate in mimetica che facevano venire l'orticaria a chi la mimetica deve portarla tutti i giorni in prima linea, sul fronte di Bala Murghab o nella valle del Gulistan. E se la tradizione ha un senso, si potrebbe argomentare che per ora è soprattutto l'attuale titolare della Difesa, Giampaolo Di Paola, che fa e disfa la politica italiana in Afghanistan: è lui che decide quando come e quanti soldati torneranno a casa e se i caccia di base in Afghanistan debbano o meno rispettare i caveat imposti alle nostre truppe dal parlamento. Un attivismo più composto di quello di La Russa ma che non sembra allineare l'Italia su una scelta sempre più condivisa da Washington a Berlino: più politica e più impegno civile e sempre meno opzione militare.

Anche il testo che Monti e Karzai hanno firmato ieri a Roma, dice chi l'ha letto, non contiene grandi novità. Meramente protocollare e assai simile a quello concordato tra Kabul, Parigi e Londra – prossime tappe di Karzai – anche se l'Italia ha avuto la chance di essere la prima meta nel calendario degli appuntamenti di Karzai. Una scelta, dicono i diplomatici, non causale, ma dettata da una vecchia passione per il nostro Paese visitato in più occasioni , come Karzai stesso ha ricordato a Gianfranco Fini, quando veniva a trovare re Zhaer in esilio all'Olgiata, alle porte della capitale. Il luogo dove si organizzarono le premesse della Conferenza di Bonn del 2001 che incoronò Karzai e diede l'avvio alla nascita dell'Afghanistan post talebano. Per il resto abbiamo saputo quel che già sapevamo e cioè che il nostro impegno andrà oltre il 2014 data del ritiro delle truppe che non sappiamo invece come avverrà.

Della nebulosa Afghanistan (il parlamento se ne ricorda solo quando va rifinanziata la missione militare o quando muore un soldato), ci sono comunque almeno due ombre che forse sarebbe stata l'occasione buona di fugare: una politica, l'altra economica. Quella politica riguarda il dimissionamento di tre commissari (che erano effettivamente in scadenza) della Aihrc (La Commissione afgana indipendente per i diritti umani), tra cui Nader Naderi e Fahim Hakim, due autorevoli membri che si sono distinti per autonomia e capacità critica nei confronti del governo. Karzai, con quello che a molti è sembrato un colpo di mano, li ha sostituiti con suoi fedelissimi. Non un bell'inizio nella prima fase del dopo Bonn2, il vertice appena conclusosi in Germania in dicembre. Può darsi che glielo sia stato segnalato, o almeno c'è da augurarsi che sia stato fatto.

La seconda riguarda gli affari: Roma ha prestato a Kabul 137 milioni di euro per sistemare il polo aeroportuale di Herat, una notizia (è di fine dicembre) passata del tutto inosservata e annunciata attraverso un breve lancio di agenzia dopo un viaggio tra le nevi dell'Hindukush di Paolo Romani, già titolare del dicastero guidato attualmente da Corrado Passera (il ministero dello Sviluppo economico) che, senza fanfare, lo ha nominato – notizia che creò un certo scompiglio - suo inviato personale per l'Afghanistan.

In tempi di sacrosanta trasparenza anche questo punto sarebbe forse stato da chiarire al contribuente, chiamato in causa da Karzai come il vero mulo che traina la missione italiana. E che avrebbe il diritto a non portare il paraocchi.

mercoledì 18 gennaio 2012

LA SCARSA LOQUACITA' DEL GOVERNO ITALIANO

ALLA VIGILIA DELL'ARRIVO di Karzai in Italia, il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha spiegato che a fine 2013 ci saranno le prime riduzioni del contingente italiano impegnato in Afghanistan, attualmente composto da 4.200 militari. Nella fase di transizione verso il passaggio della responsabilità del territorio alle forze di sicurezza afgane ''saranno possibili colpi di coda'' da parte degli insorgenti e quindi rischi per i soldati italiani, ha detto ancora - riferisce l'Ansa- il ministro nella sua informativa alle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Senato e Camera.

Insomma ecco il calendario. Via qualche soldato a fine anno. Quanto, come, in che modo? Si vedrà. Un po' poco in un momento in cui sarebbero necessari segnali forti tra cui una riduzione del contingente un po' più numerosa. Ma Di Paola non è l'unico taciturno nel governo Monti. Quest'ultimo non si è ancora sbilanciato sul conflitto. E anche il ministro Terzi è poco loquace. Noi ad esempio cosa pensiamo del negoziato coi talebani? Che ruolo possiamo, vogliamo giocare? Come gestiremo la transizione? Per ora l'unica cosa che è nota è che presteremo dei soldi a Kabul per rifare l'aeroporto di Herat. E anche su questo siamo stati molto riservati.

Ogni settimana butto un occhio sul sito del Ministero dello sviluppo economico e guardo alla voce "Afghanistan": ma ci trovo sempre, come ultima news, quell'intervista del mio amico Fausto Biloslavo all'ex ministro Paolo Romani. Un po' pochino anche su questo fronte,

giovedì 15 dicembre 2011

LA GUERRA INFINITA VISTA DALL'ITALIA E DAGLI USA

Visita lampo del capo del Pentagono che vede il bicchiere mezzo pieno: «Resteremo anche dopo il 2014». Pure l’Italia fa i conti sul suo ritiro. Che non si sa quando inizierà. Intanto i talebani aprono un ufficio in Qatar e Kabul protesta

Il Segretario alla Difesa americano Leon Panetta, in visita in Afghanistan, è tranquillo e sereno. Il ministro italiano Di Paola, in visita a Palermo, anche. Entrambi pensano che in Afghanistan tutto stia andando per il suo verso. Per motivi differenti. Panetta è certo che «stiamo vincendo questo difficile conflitto». Chi si contenta gode, verrebbe da dire. Di Paola conferma il ritiro dei nostri soldati ma non dice quando. C'è tempo. Intanto Kabul striglia il Qatar dove i talebani starebbero per aprire un ufficio di rappresentanza.

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sabato 26 novembre 2011

L'ULTIMA BATTAGLIA DI IGNAZIO LA RUSSA

Non fu soltanto la contrarietà di Giorgio Napolitano, che non voleva dare l'impressione di “pilotare” le scelte di Palazzo Chigi dal Colle, a bloccare la nomina a ministro della Difesa del generale Rolando Mosca Moschini, dal 2006 consigliere militare del presidente della Repubblica. E non fu quella di Giampaolo Di Paola
la prima carta da giocare venuta in mente al premier incaricato Mario Monti.

Una volta deciso che non sarebbe toccato a Mosca Moschini, la scelta era caduta su Vincenzo Camporini, il penultimo capo di Stato maggiore della Difesa, in seguito passato alla Farnesina come consigliere di Frattini (e attualmente vice presidente dello Iai, l'istituto italiano di studi internazionali fondato da Altiero Spienlli e diretto da Stefano Silvestri ed Ettore Greco).

Il fatto è che sul nome di Camporini, dicono i bene informati, era immediatamente calata la mannaia del veto dell'ormai ex titolare della Difesa, l'ex “ministro in mimetica” Ignazio La Russa. L'ex Alleanza Nazionale ed ex Msi pare sia stato irremovibile: tutti ma non Camporini, l'uomo che, quando era capo di Stato maggiore, aveva osato qualche volta dirgli “signornò”. Benché Camporini goda di stima professionale e politica nei diversi schieramenti politici e sia indubbiamente un “tecnico” di valore che conosce sia la macchina della Difesa, sia quella degli Esteri, La Russa, scontratosi in più occasioni con lui quand'era in servizio in Via XX settembre, l'ha avuta vinta. Dunque Ignazio La Russa almeno una vittoria politico-militare può adesso appuntarsela sul maglione (tanto per ricordare la più recente polemica sul suo abbigliamento casual, preferito, in alcuni casi alla mimetica).