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lunedì 1 novembre 2021

Il brutale sogno dei generali brimani


Human Security n.16 a cura di Stefano Ruzza
qui per scaricare il numero
qui l'articolo a 4 mani con Alessandro De Pascale sulle munizioni italiane in Myanmar

lunedì 22 marzo 2021

Ue vs Tatmadaw: ma la montagna partorisce un topolino


Sanzioni a Tatmadaw, l’esercito del Myanmar. Ma sono misure blande e vaghe mentre il bilancio delle vittime supra i 260 morti e gli arresti sfiorano quota 2700. Continuano i ritrovamenti di cartucce italiane

Bisogna arrivare a pagina 40 del testo che riassume le decisioni del Consiglio dei Ministri degli Esteri Ue per trovare la scheda che riguarda il Myanmar. Un paio di paginette che mettono sotto scrutinio i militari birmani impedendo loro l’ingresso in Europa e congelando i loro beni. Ma è un testo vago e blando tanto che – commenta l’Associazione Italia-Birmania Insieme - il mancato blocco delle imprese riconducibili al Tatmadaw (l’esercito birmano), comprese le banche e le assicurazioni, “permetterà ai militari di continuare a fruire dei profitti accumulati e consentirà l’accesso alle risorse finanziarie all’estero”.... continua su Lettera22



Nell'immagine cartucce italiane fotografata a Loikaw qualche giorno fa e pubblicata sulla pagine FB di Myanmar Now. Leggi qui l’inchiesta

giovedì 5 settembre 2019

Kabul alza la testa (e Bruxelles e Roma la chinano)

Marginalizzato e politicamente indebolito dai negoziati solo bilaterali tra Talebani e Americani, il
governo di Kabul prova a fare la voce grossa. Ieri Seddiq Sediqui, il portavoce del presidente Ashraf Ghani, ha reso noto che il governo “è preoccupato e per questo chiede ulteriori chiarimenti per esaminare accuratamente rischi potenziali e conseguenze negative” dell’accordo di Doha tra i Talebani e l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad. Che lunedì ha portato il testo a Ghani e ne ha anticipato alcuni contenuti in un’intervista alla tv ToloNews: ritiro entro 135 giorni dalla firma di 5.400 dei circa 14.000 soldati Usa. Il resto del testo non è pubblico, ma è chiaro il nodo politico. Gli afghani, spalle al muro, si sentono in parte traditi da Khalilzad, che ha derubricato come secondario ciò che fino a pochi mesi fa riteneva prioritario: che alla “pace” tra Americani e Talebani corrisponda quella tra il governo di Kabul e la guerriglia.

La preoccupazione non è solo sua. Dagli Stati Uniti – dove Ghani ha vissuto a lungo – arriva una dichiarazione congiunta di 9 tra ex ambasciatori e inviati speciali Usa in Afghanistan. Sostengono con forza la soluzione negoziata al conflitto, ma chiedono “che il ritiro completo delle truppe avvenga solo dopo una vera pace”, non prima, e che il governo afghano venga sostenuto, non tagliato fuori dai negoziati, come fin qui avvenuto. Rigettano inoltre una delle ipotesi ventilate nelle scorse settimane – un esecutivo a interim dopo la firma dell’accordo – e si dicono a favore dello svolgimento delle presidenziali del 28 settembre. Nessuno sa se si terranno o meno.

Ghani, in cerca del secondo mandato, assicura che le elezioni sono indispensabili per la legittimità del sistema ma alcuni candidati poco convinti si sono già ritirati mentre uno dei favoriti, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, ha sospeso la campagna e il premier Abdullah è disposto a rinunciarvi "per favorire la pace". Sul voto un funzionario internazionale da anni a Kabul e che preferisce restare anonimo è sconsolato: “Continua a stupirmi la mancanza di conoscenza diretta della realtà dell'Afghanistan quotidiano di vari analisti che pontificano sul futuro... se solo chiedessero in strada e nelle campagne alla gente cosa pensa delle elezioni che, secondo la consumata narrativa americana, ogni non talebano vorrebbe disperatamente…”. Sfiducia sul voto dunque ma anche rabbia e rumor di ogni tipo tra cui quello, riferisce una fonte, secondo cui gli americani sparerebbero addirittura sui soldati afgani. Clima teso e preoccupato. Anche tra gli umanitari che lavorano nel Paese. Luca Lo Presti di “Pangea” se ne fa tramite: “Al tavolo negoziale sono assenti i temi legati alla popolazione: i diritti delle donne o quello all’istruzione. Solo controllo e spartizione del potere. Che trattativa è”?

Non la spiega nemmeno il segretario generale della Nato Stoltenberg che, incontrando Mike Pompeo, si limita a ribadire “sostegno pieno agli Usa”. Si, ma i suoi 16mila soldati che faranno? In Italia la cosa è nelle mani di due neoministri: Di Maio e Lorenzo Guerini, che dal Comitato parlamentare per la sicurezza (Copasir, controllo parlamentare sui servizi segreti) è stato mandato alla Difesa a sostituire la ministra pentastellata Trenta che si è distinta per le sue visite in mimetica (uno stile ereditato da La Russa) al contingente italiano in Afghanistan (800 uomini) che il governo gialloverde, nonostante le posizioni “ritiriste” in campagna elettorale, ha ridotto solo di un centinaio di unità. Lodigiano e già vicesegretario del Pd si spera che almeno smetta l’uso della mimetica. Ma soprattutto il nuovo capo della Farnesina potrebbe prendere una posizione visto che erediterà dal silenziosissimo Moavero Milanesi il dossier afgano che il suo predecessore aveva avocato a sé sottraendolo al sottosegretario per l’Asia Manlio Di Stefano. Per tenerlo nel cassetto.

A quattro mani con Giuliano Battiston


martedì 29 gennaio 2019

Italia/Afghanistan. Ci ritiriamo. Con calma

La base Usa di Bagram. E entrata nel negoziato?
Se l’accordo in fieri tra talebani e americani enucleato nel Qatar è ancora figlio delle indiscrezioni, anche il ritiro dell’Italia dall’Afghanistan – bandiera elettorale dei partiti ora al governo – è poco più di un’indiscrezione che recita così: il ministro della Difesa Elisabetta Trenta “ha dato disposizioni al Comando operativo di vertice interforze (Coi) di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan con un orizzonte temporale che potrebbe essere quello di 12 mesi”. In buona sostanza, senza essere riusciti a ridurre il contingente quando gli americani han preteso che la Nato restasse, adesso - che da Washington si suona il “liberi tutti” - tutti si dovranno accodare: anche tedeschi, inglesi (per citare i contingenti più ampi) e tutti gli altri partner della missione Nato Resolute support potranno seguire a ruota e fare le valige.

Un negoziato di pace è sempre una buona notizia, chiunque sia il mediatore e qualunque sia il
La ministra Trenta in visita a Camp Arena (Herat)
base Nato a comando italiano
risultato se le armi finalmente inizieranno a tacere. Ma è grave quanto triste che la diplomazia italiana – e con lei quella europea - non siano riuscite a dire a riguardo una sola parola per non disturbare il manovratore verso il quale noi europei abbiamo sempre agito in totale sudditanza. Politica e militare. Soprattutto militare, tanto che noi italiani abbiamo delegato soprattutto alla Difesa il dossier afgano specie da quando La Russa ne divenne il titolare, inaugurando la pratica di vestire la mimetica. Da quanto tempo un premier italiano non va in Afghanistan? Di regola ci va il ministro di Via XX settembre che non passa mai a trovare il capo di Stato – come un seria etichetta richiederebbe - ma solo i suoi militari nelle caserme ospiti del Paese. Un registro che il governo gialloverde non ha cambiato.

In dodici mesi dunque si dovrebbero ritirare i nostri 900 militari, i 148 automezzi, gli 8 velivoli e i diversi droni in gran parte dislocati ad Herat e in piccola parte a Kabul. E potrebbe essere questa l’occasione per dimostrare agli afgani che un impegno civile può continuare il che sta sempre in capo alle decisioni politiche. Ormai da anni la cooperazione è interdetta alle Ong, disincentivate e sconsigliate dal mettere piede in Afghanistan (salvo rare eccezioni come Emergency o Pangea che vivono di fondi propri). Dopo aver perso la guerra, forse potremmo almeno tentare di sostenere la pace.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto

sabato 22 dicembre 2018

Da gialloverdi a grigioverdi


Alcuni giorni fa la ministro Trenta ha compiuto la sua missione di rito in Afghanistan dove ha visitato il comando di Herat a guida italiana. Si è presentata in mimetica come già aveva fatto – per nulla apprezzato da chi la divisa la porta per mestiere – da un suo predecessore di nome Ignazio La Russa. Nemmeno il messaggio rivolto al contingente è stato molto diverso anche se, in campagna elettorale, M5S in primis, si era fatto del ritiro della truppa un cavallo di battaglia. Poi, un po’ come per la finanziaria, le cose sono cambiate. La gestione del lodo afgano è passata direttamente al ministro Moavero Milanesi, uomo che non nasconde le sue simpatie per la Nato e che ne ha sottratto la competenza al sottosegretario incaricato dell’Asia. Di conseguenza, benché il governo Renzi avesse programmato un ritiro di 200 soldati, il governo gialloverde si è accontentato di ritirarne solo cento. O almeno così era stato detto a ottobre. Al momento, sul sito della Difesa restano i dati al 30 settembre 2018, con “...un impiego massimo di 900 militari, 148 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei” suddivisi tra Herat e Kabul, escluso quindi il nostro personale della logistica negli Emirati.

Mentre Trump vuole ritirare parte dei suoi soldati, mentre i francesi han fatto le valige da tempo seguiti da altri più o meno alla chetichella, l’Italia resta impegnata col terzo contingente per numero di uomini, solo da poco superato dalla Gran Bretagna. Restiamo dunque. E il ritiro è tanto “graduale” che persino gli americani ci battono sulla velocità dopo averci chiesto, un anno fa, di restare. Più realisti del re. E più che gialloverdi, grigioverdi.

domenica 21 ottobre 2018

Italia/Afghanistan. Storia di un disinteresse



Questo articolo è 
un  contributo
 al un dossier sulle elezioni afgane
 uscito il 18 ottobre su ispionline




Per capire l’orientamento dell’Italia nella vicenda afgana è necessario prendere in considerazione diversi aspetti: dalla permanenza del nostro contingente militare – fino a qualche settimana fa numericamente il secondo dopo quello statunitense – alla politica migratoria o di cooperazione civile. Il ministero degli Esteri ha un ufficio dedicato al Paese asiatico – col quale Roma si era impegnata inizialmente soprattutto a sostenere il “pilastro” giustizia e a contribuire significativamente alla missione Nato-Isaf (fino a 4mila soldati); attualmente però l’ufficio è senza la direzione di un “inviato speciale” (figura creata alcuni anni fa su ispirazione americana e adottata anche da altri Paesi europei) dal momento che l’ultimo in carica –Alberto Pieri – è stato nominato ambasciatore a Nairobi ai primi di settembre. Quanto alla politica di migrazione, l’Italia segue le direttive impresse nel 2016 dalla Ue con un accordo con Kabul per favorire il rientro degli afgani. Una decisione che sollevò polemiche per il carattere coattivo della misura – cui ha fatto seguito nel gennaio di quest’anno, ufficialmente per motivi di sicurezza, la chiusura degli uffici consolari di tutti i Paesi Ue, che ora rilasciano visti per l’Europa solo eccezionalmente. Va comunque notato che l’Italia è tra i pochi Paesi europei a non effettuare rimpatri forzati, pur avendo aderito, come membro dell’Ue, all’accordo tra Bruxelles e Kabul. Quanto all’aspetto militare e di strategia politica, ci si può invece affidare solo a dichiarazioni di intenti, soprattutto pre elettorali, da parte di chi regge l’attuale esecutivo. Dunque lo scenario si presenta abbastanza nebuloso e incerto, pur comprensibilmente visto che, dall’insediamento del governo, son passati solo pochi mesi e alcune scelte o indirizzi si presentano particolarmente spinosi specie se riguardano le sensibilità del nostro maggior alleato: gli Stati Uniti.

Ritirarsi o restare?

La missione militare che costa al contribuente italiano grosso modo 500mila euro al giorno, impegna circa 1000 soldati (tra il teatro afgano e la logistica nel Golfo) e ha tecnicamente il mandato di contribuire solo all’addestramento dell’apparato di sicurezza afgano. Per il quale effettivamente mille uomini sembrano un numero sovradimensionato. Chi si aspettava svolte clamorose, sul piano del ritiro o sulla riconversione della spesa militare in un maggior contributo alla cooperazione civile, è rimasto per ora deluso e non c’è segno che le cose possano cambiare a breve sebbene in passato partiti e movimenti ora al governo (M5S e Lega) abbiano fatto del ritiro dei nostri soldati un cavallo di battaglia.

"Sull'intervento in Afghanistan siamo sempre stati chiari. Per noi quello è un intervento che per la spesa pubblica italiana è insostenibile". Così a novembre del 2017 Luigi Di Maio, in visita a Washington in veste di vicepresidente della Camera e candidato premier in pectore del Movimento 5 Stelle: “È già nel nostro programma ed era già nelle nostre proposte. Ma non siamo pregiudizialmente contro missioni di pace all'estero, specialmente quelle a guida italiana… Non c'è pregiudizio ideologico". Posizione reiterata in campagna elettorale a febbraio 2018: «Pensiamo che il contingente italiano non debba più restare in Afghanistan. Questa missione espone i nostri soldati a rischi inutili».

Il 29 giugno 2018 la ministra Trenta, intervistata dalla rivisita americana Defense News, parla di un “cambio di passo” con una possibile riduzione dei militari da 900 a 700 unità (già stabilita però dal precedente governo). Ma aggiunge: "Non vogliamo ridurre la stabilità o ridurre il sostegno per gli afgani… non vogliamo indebolire la missione, quindi cercheremo altri partner per assumere compiti come la logistica." Il ritiro in realtà, si è saputo a inizio ottobre, sarà soltanto di 100 soldati dall’Afghanistan entro la fine di ottobre e di 50 dall’Irak.

La Lega, per anni favorevole al ritiro delle truppe non solo dall’Afghanistan, è invece diventata più silenziosa sulla questione. La parola ritiro non figura più nei messaggi del ministro Salvini e ricorre semmai nelle esternazioni di qualche parlamentare. Non di meno il contratto di governo, siglato dai due partiti per formare l’esecutivo, recita al paragrafo 9: «È opportuno rivalutare la nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l’interesse nazionale».

500mila euro al giorno. Tanto costa
 la missione militare
La patata bollente è dunque nelle stanze del ministro Enzo Moavero Milanesi che regge il dicastero degli Esteri. Moavero ha avocato a sé tutte le competenza che riguardano aree di conflitto e di conseguenza l’Afghanistan, che avrebbe dovuto essere attribuito al sottosegretario M5S Manlio Di Stefano con delega all’area asiatica (tra i più favorevoli al ritiro, reiterato il giorno del suo insediamento). Il dossier resta dunque nelle mani di un ministro estremamente cauto e parco di esternazioni. Il mese più intenso è lo scorso giugno ma le poche parole usate da Moavero sulla vicenda afgana riguardano soprattutto il nostro rapporto con la Nato cui il capo della diplomazia italiana ha dedicato più spazio che non ad altri argomenti su cui si è espresso stringatamente (per la visita di Abdullah a Roma o la tregua tra Kabul e la guerriglia di Eid el-fitr). Sempre in giugno, nel “più che cordiale colloquio” col Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, Moavero cita l’Afghanistan solo per ricordare come “l’Italia, quinto contributore al bilancio, abbia profuso un grande impegno in termini di uomini, mezzi e risorse nelle operazioni NATO, quali Afghanistan e Kossovo”. Fonti diplomatiche sostengono che il ministro abbia ricevuto forti pressioni, sia da Stoltemberg sia dagli americani, per non toccare il nostro contingente. Che alla Farnesina regnino le parola d’ordine “continuità” e “rassicurazione” non è un mistero. E solo i prossimi mesi potranno dire se il “cambio di passo” non resterà solo nelle intenzioni.

Cooperazione civile

Se il costo della partecipazione alle missioni militari in Afghanistan a partire dal novembre 2001 (Enduring Freedom fino al 2006, ISAF fino 2014, Resolute Support dal 2015) è stato finora di quasi 8 miliardi (185.343.173 milioni nel 2018 con copertura sino al 30 settembre dell’anno in corso), gli investimenti in cooperazione civile sono stati in totale di soli 280 milioni in diversi settori, dalla sanità alle infrastrutture, con una sostanziale riduzione (20 mln l’anno) a partire dal 2013. A questi vanno aggiunti i fondi veicolati dalle Ong, attualmente scoraggiate dall’intervenire nel Paese – per motivi di sicurezza – e non più finanziate dal ministero degli Esteri (che gestisce il flusso di cassa in bilaterale o con versamenti agli organismi internazionali) e che si sono pertanto ridotte di numero dovendo dipendere dai soli fondi privati o europei. Il futuro potrebbe essere quello di una continuità equivalente a quella militare ma al vertice della neonata Agenzia di cooperazione (Aics) – cui era a capo la dimissionaria Laura Frigenti - manca però ancora un direttore e voci insistenti alla Farnesina dicono che il ministero vorrebbe riprendere il controllo della creatura nata due anni fa e non dimostratasi particolarmente efficiente. Il candidato numero uno è infatti un diplomatico. Ma si devono fare i conti con la neo viceministra con delega alla cooperazione, Emanuela del Re, neoeletta deputata del M5S e nominata a fine luglio. Gode della stima degli ambienti non governativi e della fiducia del governo. Finora però nemmeno lei ha chiarito cosa intende fare in Afghanistan.


lunedì 24 settembre 2018

La calda estate dell’Agenzia delle Entrate (2)

Quanto denaro dobbiamo all’ente statale subentrato a Equitalia? Tantissimi devono pochissimo e pochissimi devono tantissimo ma l’accanimento è sui piccoli. Viaggio nel pianeta italiano del debito


“Il valore contabile residuo dei crediti che i diversi enti creditori hanno affidato, prima a Equitalia e poi all’Agenzia delle entrate-Riscossione, nel periodo dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017... è complessivamente pari a 871 miliardi di euro.” Così racconta in una audizione di luglio in Parlamento il direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini sull’operatività dell’ente pubblico (Agenzia delle entrate e Agenzia delle entrate – Riscossione) che dal luglio 2017 ha sostituito Equitalia. Per dirla in soldoni, ogni cittadino dello stivale deve allo Stato... 17 mila euro. I crediti vantati riguardano “una platea di oltre 20 milioni di contribuenti” che devono quattrini a soggetti diversi: dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, a quella del Demanio, dai ministeri alle prefetture. Ma per l’81% si tratta di “crediti di natura erariale”: a prendere il termine in senso letterale sembrerebbe trattarsi di imposte sugli incassi di spettacoli e manifestazioni sportive. Per il 14% si tratta invece di “crediti di natura contributiva o previdenziale affidati dall’INPS e dall’INAIL” ossia per lo più ditte, società di ogni tipo, imprenditori, professionisti che non hanno versato il dovuto. Resta un “2% da crediti affidati da altre tipologie di enti impositori (Regioni, Casse di previdenza, Camere di commercio, Ordini professionali ecc.)”.

venerdì 11 maggio 2018

La morte di Sana tra verità e sciacallaggio

Mustafa Ghulam, il padre di Sana Cheema, già in stato di fermo da tre settimane e ora agli arresti in Pakistan con altri due famigliari, ha confessato di aver ucciso la figlia, morta a casa dei genitori il 18 aprile scorso. La confessione del padre della ragazza - che abitava a Brescia ed era venuta in visita a Gujrata nel Punjab, chiude il cerchio di una vicenda messa in luce dal Giornale di Brescia e che era diventata un giallo anche per le autorità pachistane. Ma proprio il clamore delle notizie in Italia aveva convinto la giustizia del Paese dei puri e riesumare il cadavere e a praticare l’autopsia.

I risultati del Punjab Forensic Laboratory – responsabile del distretto di Gujrat dove risiede la famiglia - hanno svelato mercoledi che la ragazza non era morta per un attacco cardiaco, come i suoi famigliari avevano detto, ma per strangolamento: facendosi aiutare da uno dei figli maschi – così riferiscono i media locali – il padre l’ha soffocata fino a romperle l'osso del collo, come ha evidenziato l'autopsia eseguita sul corpo disseppellito in aprile. La confessione non fa oggi che confermare l’evidenza dell’esame autoptico.

Scelte editoriali. Diversi media hanno subito dato
 per scontato, oltre all'omicidio, anche il modo barbaro
con cui sarebbe stato eseguito dai pachistani
Sana, 25 anni, cresciuta a Brescia (che ha aperto un fascicolo) dove lavorava e aveva un fidanzato, sarebbe stata uccisa per aver rifiutato un matrimonio combinato ma su questo si tratta per ora soltanto di ipotesi non ancora confermate in ambito giudiziario. L’iter, che con la confessione di ieri apre le porte del carcere per i colpevoli, è dunque quello di un procedimento che parte da un’accusa di omicidio per strangolamento. Per ora gli arrestati sarebbero tre: Mustafa, il padre (che, come la figlia, ha cittadinanza italiana), il fratello Adnan, e lo zio Iqbal Mazhar. Ma le cose si mettono male anche per un cugino di Sana ( e forse anche per la madre) che avrebbe trasportato il cadavere fino al luogo di sepoltura. Infine c’è il medico che ha firmato il certificato di morte anche se sarebbe stato proprio il dottore ad accusare la famiglia, come ha spiegato all’Ansa Raza Asif, segretario della comunità pachistana in Italia. Una comunità che ha preso subito le distanze da qualsiasi giustificazionismo e che ha anche dovuto difendersi dalle strumentalizzazioni sempre in agguato (alcuni media e lo stesso Matteo Salvini avevano scritto su fb di una ragazza “sgozzata”).
Stando alle ultime ricostruzioni, padre, zio e fratello avrebbero anche avuto in mente una fuga in Iran ma le autorità pachistane hanno agito con rapidità e fermezza smentendo un lassismo che viene di solito attribuito al Paese asiatico.

Difficile dire cosa succederà ora: il Pakistan ha sospeso la moratoria sulle esecuzioni capitali e dunque il padre e forse anche i complici rischiano persino la pena di morte, a maggior ragione dopo tanto clamore internazionale sulle vicenda. Difficile per gli avvocati ricorrere all’escamotage del delitto d’onore perché qui si tratterebbe di un omicidio preventivo dovuto forse a un semplice rifiuto verbale della ragazza. In Pakistan inoltre sono molto attivi movimenti e associazioni della società civile che hanno messo sotto accusa leggi che ancora prevedono che tali delitti siano in qualche modo giustificati.

Sui giornali pachistani il caso ha fatto rumore: e nonostante i molti passi avanti della società pachistana – dove il delitto d’onore è ormai sempre più spesso messo sotto accusa dagli attivisti come dalla magistratura – il timore è che il caso di Sana – purtroppo non l’unico – possa alimentare odio e discriminazione verso una comunità numerosa che risiede e lavora nel nostro Paese.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto

martedì 10 ottobre 2017

Afghanistan, quanto costa la guerra

La guerra di Afghanistan, secondo un rapporto di  Milex, è costata complessivamente  900 miliardi di dollari. Dopo 16 anni di conflitto il costo della partecipazione italiana alle operazioni in Afghanistan a partire da novembre 2001 è stimata dal dossier a "oltre 7,5 miliardi, a fronte di 260 milioni investiti in iniziative di cooperazione civile".

Scarica il rapporto dal sito di Milex

giovedì 24 agosto 2017

La nebulosa afgana disastro annunciato. Ora di tornare a casa

Nicholson durante la conferenza stampa.
La foto correda l'articolo sulle esternazioni del generale
Rinfrancato dal fatto che per ora non sarà mandato a casa e bypassando le più elementari categorie della diplomazia negoziale, il generale Jhon Nicholson, al comando delle truppe Usa e Nato in Afghanistan, ha detto la sua dopo le esternazioni del presidente. Il generale, sicuro del fatto che ormai Trump abbia passato la mano ai McMaster (sicurezza) e Mattis (Difesa) di turno (generali come il suo capo gabinetto Jhon Kelly, pensa che ormai tocchi a lui interpretare anche politicamente la confusa idea che Trump vuole applicare in Afghanistan per vincere la guerra. E così ha definito i talebani  una “criminal organization that is more interested in profits from drugs, kidnapping and murder for hire.” Un testo che non mi pare il caso di stare a tradurre...

domenica 30 luglio 2017

Italiani a Farah: assistere o combattere?

In seguito alla minaccia di un possibile attentato talebano al governatorato di Farah, soldati italiani e americani si sono spostati nella provincia centroccidentale afgana che ricade sotto la responsabilità militare italiana del Regional Command West della missione Nato Resolute Support. I solerti PIO (Public Information Offfice), distaccati nei “teatri” dove è impegnato l’esercito italiano, solitamente pronti a informare di questa o quella visita e di quel corso di formazione, stavolta però la notizia non l’hanno trasmessa ai giornalisti del loro elenco. Resa nota dai media afgani, non c’è nemmeno nel sito della Difesa dove un’immagine di Gentiloni campeggia sull’approvazione della missione di sostegno alla guardia costiera libica. Bisogna dunque affidarsi alle fonti locali e al portavoce del governatore Nasir Mehri secondo cui americani e italiani sono arrivati aerotrasportati giovedi scorso nella capitale di provincia. Quanti sono non è dato sapere. Non è la prima volta che gli italiani sono a Farah da che la missione Isaf della Nato ha chiuso i battenti tramutandosi in Resolute Support, col compito di formare e assistere l’esercito afgano. Ma se dei bersaglieri dislocati a Farah all’interno di una forza di 200 uomini per lo più italiana qualche mese fa non si è saputo granché - anche allora la notizia era passata abbastanza inosservata - la differenza è che adesso il quadro è cambiato.

venerdì 30 giugno 2017

Più truppe in Afghanistan: la Nato risponde signorsi

Non è  una novità quanto sta emergendo dal summit Nato a Bruxelles. Già sapevamo che gli Stati Uniti (che - ha detto il capo della Difesa Usa - vogliono "finire il lavoro") stanno decidendo l'invio di 3-5mila soldati in Afghanistan. E già sapevamo che la richiesta è stata fatta anche agli alleati, in via diretta o indiretta attraverso appunto la Nato. Sappiamo anche che l'Italia avrebbe in animo di mandare 100 soldati per aumentare il secondo contingente straniero numericamente più importante. Ma oggi veniamo a conoscenza del fatto che  gli americani non si accontenteranno di "centinaia" di soldatini a far da sostegno ai loro ma ne vogliono "migliaia". Quante migliaia? Sembra di capire che la richiesta sia per un numero più o meno equivalente alle scelte americane e dunque, probabilmente, attorno ai 4mila uomini. Attualmente la Nato ha 13mila soldati da 29 nazioni (gli italiani sono 1000). Forse si arriverebbe a 17mila. Gli americano di soldati ne hanno 8500 e dunque salirebbero a circa 13mila. In totale potremmo dunque avere entro la fine dell'anno un corpo di spedizione di circa 30mila soldati. Non sono i 130mila di alcuni anni fa ma è pur sempre un bell'impegno che si profila per altro del tutto inutile. Se la Nato non ha vinto la guerra con 130mila militari come spera di farlo con un quarto di quei soldati? Anche perché, vero o falso, la Nato dice che le truppe inviate non saranno "combat". Che ci vanno dunque a fare?

lunedì 19 giugno 2017

Armiamoci e partiamo: anche i nostri stivali nel deserto afgano

Leggendo La Repubblica di domenica scorsa abbiamo saputo che il ministero della Difesa italiano ha in mente di spedire altri cento soldati in Afghanistan. Non contenti di avere il contingente più numeroso dopo quello americano, qualcuno ha già deciso, ancor prima che ne fosse informato il parlamento (che almeno teoricamente deve avere l'ultima parola) che altri cento ragazzi partano per una missione militare che ormai sta per compiere diciott'anni e che, nonostante si sia rivelata un disastro, anziché uscire di scena sceglie di restare e anzi di rilanciarsi. Cosa faranno cento soldati in più non si sa ma par di capire, dall'articolo del giornale, che ci sia anche una necessità di scambio di favori perché ci sono in ballo posti di comando che qualche nostro generale potrebbe occupare. Dove? Nella casa della guerra, quell'Alleanza atlantica sempre in cerca di nemici che ne giustifichino l'esistenza. Fare un favore a Trump in questo momento potrà pure fruttare qualche poltrona ma è anche l'ammissione di un vassallaggio privo di strumenti critici in una guerra che tutti sanno perduta e dove la presenza straniera è un elemento che anziché frenarla continua a gettare benzina sul fuoco. Distratti dal sistema tedesco (a proposito, la Merkel ha risposto picche alla proposta di aumentare i suoi soldati)  i parlamentari e le forze politiche subiscono: dal governo all'opposizione, dalla Sinistra ai Cinque stelle, che tanto si erano vantati di aver reiterato la richiesta di ritiro dei nostri soldati. Il tema è il solito: a furia di guardarci l'ombelico lasciamo che le cose in politica estera vadano come devono andare e come il padrone comanda. Che triste esempio di sovranità nazionale. Chissà se i vari sovranisti nazionali se ne rendono conto

Il “si” italiano seguirebbe quello di altri Paesi che, come Regno Unito e Danimarca, hanno già promesso alla Nato il loro appoggio al surge americano, anche quello per ora affidato solo a indiscrezioni di stampa. Stando al capo del pentagono James Mattis.  i dettagli della nuova missione saranno chiariti definitamente a metà luglio. Il dibattito intanto infuria. E mentre sui giornali ci si chiede a cosa serve il nuovo “surge” americano in un Paese dove la missione militare non sta ottenendo risultati, il massimo teorico del “surge”, il generale in pensione David Petraeus, non solo ha dato il suo appoggio all’invio di nuovi soldati ma ha chiarito, in un'intervista, alcuni dei dettagli che probabilmente Mattis si prepara e mettere nero su bianco: non solo, dice l’ex teorico del surge in Irak e Afghanistan, 3 o 5mila soldati sono un numero “sostenibile”, ma gli Stati Uniti devono “sciogliere le restrizioni" ancora in piedi nell’uso della forza aerea. Se non si dovesse render più conto nemmeno a Kabul di quel che si fa, quello militare diventerebbe uno strapotere che ha già comunque dato un segno nell’aprile scorso col lancio della famosa Moab da 11 tonnellate di esplosivo. Operazioni di cui, ancora una volta, stiamo diventando non solo silenti spettatori ma solerti conniventi.

A seguire per il manifesto un'analisi a 4 mani con G. Battiston

lunedì 9 gennaio 2017

Afghanistan. L'Italia torna in prima linea

Benché ufficialmente si tratti di una missione di una settimana con scopi addestrativi, la Nato ha deciso l'invio di 200 soldati a Farah (Afghanistan occidentale) che, in gran parte, saranno italiani di stanza nella base di Camp Arena a Herat, dove Roma ha 950 soldati. Come sottolinea Al Jazeera, anche se il numero è esiguo, l'impegno segna un nuovo coinvolgimento delle truppe straniere nella guerra afgana che segue la decisione americana per altri 300 marine destinati nell'Helmand. Dopo la diffusione di voci, alla fine dell'anno scorso, di un coinvolgimento di aerei italiani nei cieli dell'Afghanistan (voci non confermate), l'invio dei militari a Sud non è un buon segno e sembra anche poco credibile che la missione sia "non combat". Qualcosa sta accadendo nel Paese, con una nuova fase della guerra sulla quale abbiamo poche e frammentarie notizie. Quel che appare certo è che Trump non intende lavarsene le mani come aveva detto in campagna elettorale. Seguirà le indicazioni di Obama che ha chiesto che l'impegno Usa resti tale. Sembre che anche Roma conserverà questo atteggiamento.

C'è  intanto un'emergenza profughi che non accenna a diminuire. Anzi. Secondo il governo afgano, 200mila sono a rischio per freddo e fame nel Paese e 1500 fra loro, nel 2016, han perso la vita. La situazione attuale segna un bilancio di circa un milione di sfollati interni cui si è aggiunto l'anno scorso un altro milione di afgani rientrati in Afghanistan - in molti casi perché cacciati - dal Pakistan e dall'Iran.


venerdì 29 luglio 2016

Tutto il mondo è palese




Minareti d'Italia.  Lombardia, sull'Adda.
(Spino d'Adda, villa Zineroni-Casati-Dell'Orto)

mercoledì 29 giugno 2016

Onu/Italia: accordo salva la faccia all'Aja e a Roma

Accordo sul filo del rasoio tra l'Italia e l'Olanda per il seggio come membro non permanente al
Consiglio di Sicurezza dell'Onu. I due Paesi si divideranno il seggio un anno per ciascuno. Renzi, riferiscono le agenzie, avrebbe proposto per l’Italia il 2017, quando Roma avrà la presidenza del G7, mentre all’Olanda andrebbe bene avere il seggio l'anno successivo, nel 2018. Una maratona dolorosa conclusasi dopo una giornata di votazioni (cinque) senza risultato e senza che nessuno dei due raggiungesse il quorum di 128 previsto. L'Assemblea dovrebbe oggi ratificare il bizzarro accordo.
 Proviamo a ricapitolare.

Messa ormai da parte la battaglia per una riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’Italia si è fatta avanti per ottenere il suo settimo mandato come membro non permanente del CdS. All’inizio va male: l’Assemblea plenaria dell'Onu ha eletto nel CdS al primo turno di votazioni la Svezia, l’Etiopia e la Bolivia. La Svezia ha ottenuto 134 voti, Amsterdam 125, Roma 113. C’erano dunque in ballo due seggi: uno per l'Europa occidentale - per cui restavano in ballottaggio Italia e Olanda - e uno per l'area asiatica - per cui correvano Thailandia e Kazakistan. Ma al ballottaggio con l'Olanda, Roma ha ottenuto solo 94 voti contro i 96 dei Paesi Bassi. L'Assemblea ha aggiornato la seduta. Nel secondo turno ha invece vinto il Kazakistan sulla Thailandia. Al voto seguente il nostro paese ha ottenuto 95 voti, e l'Olanda 96. Dopo 5 votazioni i due governi si sono salomonicamente accordati salvando il salvabile.

domenica 18 ottobre 2015

Afghanistan: vado anzi resto. La nuova Guerra fredda nel vecchio Grande gioco

L’ormai certa decisione italiana, come quella tedesca, di rinnovare l’impegno militare in Afghanistan risponde alle esigenze dell’Amministrazione americana che, forse ancor prima dell’annuncio pubblico di Obama, si era già assicurata l’appoggio degli alleati. Ora manca solo che la Nato, che ha buoni motivi per farlo, formalizzi anche il suo in maniera sostanziale, trasformando le modalità operative della missione Resolute Support in una permanenza che abbia a che fare assai più con la guerra che non con la semplice formazione dei quadri militari afgani.

Le motivazioni che hanno mosso Obama le conosciamo: la presa di Kunduz da parte dei talebani, le secche del processo di pace, le spinte dei Repubblicani e di parte dei Democratici americani, le richieste – più o meno formali – di Kabul e soprattutto di Abdullah Abdullah, il presidente in seconda del governo bicefalo retto da Ashraf Ghani in cui Abdullah rappresenta soprattutto il Nord del Paese (dove Kunduz si trova) e i centri di potere della vecchia Alleanza del Nord. Scavando un po’ però - e se la geopolitica non è un’opinione – c’è forse qualcos’altro nel risveglio americano: c’è un motivo strategico profondo che si accompagna al desiderio delle lobby militari – in America come in Europa – cui non dispiace affatto continuare una missione data per persa e per la quale invece si ricomincerà a spendere ancora molto mentre si potranno testare nuovi tipi d’arma. Facciamo un passo indietro.

Gli Stati uniti hanno firmato con Kabul un patto si partenariato strategico sulla sicurezza che prevede di fatto il controllo su una decina di basi aeree nel Paese dell’Hindukush e la gestione totale della grande base di Baghram, a due passi dalla capitale. Le basi significano garanzia di presenza operativa in un’area strategica e soprattutto, almeno sino a qualche mese fa, un buon posizionamento in caso di una guerra con l’Iran che con l’Afghanistan confina. Lentamente e con fatica, ma alla fine con successo, Washington e Teheran si sono però riavvicinati, raffreddando le tensioni anche sul piano militare. Dunque ci si poteva ritirare lasciando solo una piccola forza per controllare, comunque, le basi aree. Ma adesso il quadro è cambiato. Non è più Teheran a preoccupare, o meglio lo è se si pensa al suo alleato più pericoloso per Washington: Mosca. La Russia sta tentando da tempo un riavvicinamento con Kabul che in parte sta funzionando. E non è un caso che abbia bollato la recente scelta americana come un "passo forzato … un'altra eloquente testimonianza del completo fallimento della campagna militare portata avanti per 14 anni dagli Usa e dai suoi alleati in Afghanistan". Ai russi piacerebbe infatti una nuova forza militare che comprenda i Paesi vicini a magari la Russia stessa. Via la Nato dall’Afghanistan insomma, per far avanzare un’altra pedina sullo scacchiere mondiale che al Nord vede la crisi ucraina e al centro la nuova prova di forza in Medio oriente.


Gli americani temono l’aggressività russa e conoscono e temono il piano di riavvicinamento di Mosca che in questi giorni recita un mantra ormai comune, quello dell’addestramento insufficiente delle forze armate afgane che dunque rischiano di soccombere alla forza talebana. Il gioco appare abbastanza chiaro: gli afgani sono degli incapaci e ci vuole una mano. Washington e Mosca sono pronti a offrirla. E’ importante arrivare per primi in queste cose con la differenza che Usa ed Europa a Kabul già ci sono. Non è proprio il caso di andar via.  Meglio restare, in forze, un altro po’.

martedì 17 marzo 2015

Armi, chi compra e chi vende

I dati contenuti nel rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale che studia il commercio delle armi e ha base a Stoccolma,  sono sempre una lettura importante e interessante. Soprattutto per noi, Paese a vocazione pacifista. Archivio Disarmo ne ha fatto una sintesi che mi permetto di riportare proprio perché puntualizza la posizione del nostro Paese. I  cinque maggiori esportatori nel 2010-14 sono stati Stati Uniti, Russia, Cina, Germania e Francia e i cinque maggiori importatori sono stati India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Pakistan. E l'Italia? Come si vede dal grafico accanto è ben piazzata: all'ottavo posto (non eravamo appunto l'ottava potenza mondiale?).



Vediamo intanto i big: l'export armato  statunitense ha visto un incrementato del 23% tra il 2005–2009 e il 2010–14, diretto a 94 acquirenti. L'export cinese è cresciuto del 143% tra il 2005–2009 e il 2010–14 e così la Cina passa dal 3 a 5% delle esportazioni mondiali. Anche Mosca ha aumentato il suo export del 37 % tra il 2005–2009 e il 2010–14, fornendo armi a 56 stati (e alle forze ribelli in Ucraina) nel 2010–14. Le esportazioni tedesche dei maggiori sistemi d'arma, invece, sono diminuite del 43% tra il 2005– 2009 e il 2010–14. Invio a 55 stati. Eccoci a noi: Roma si piazza all'ottavo posto a livello mondiale prima di Ucraina e Israele, esportando agli EAU (9% del suo export totale), India (9%) e Turchia (7%). L'Italia si segnala per l'accresciuto export di UAV (droni). In totale, le esportazioni italiane tra il 2005–2009 e il 2010–14 sono cresciute di oltre il 30% (a sinistra la tabella degli importatori).

Archivio Disarmo sottolinea che si  è in attesa della relazione governativa sull'export militare italiano nel 2014, che a breve dovrebbe essere consegnata - ai sensi della legge 185/90 - al Parlamento italiano. "Peraltro, nel corso degli anni, tale relazione - scrive Maurizio Simoncelli di AD -   è diventata sempre meno trasparente e più opaca, mentre la rispondenza ai criteri fondanti la legge (non esportazioni a paesi in guerra, dittature o assenza di rispetto dei diritti umani) appare sempre meno stringente, come hanno dimostrato lo scorso anno la consegna dei caccia da addestramento e da bombardamento leggero M346 ad Israele, proprio all'inizio dell'ennesimo conflitto "Margine di protezione" contro i palestinesi, o le forniture all'Arabia Saudita (48 contratti), agli Emirati Arabi Uniti (23 contratti) e all'Oman (8 contratti), noti per il loro scarso rispetto dei diritti umani".