Human Security n.16 a cura di Stefano Ruzza
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qui l'articolo a 4 mani con Alessandro De Pascale sulle munizioni italiane in Myanmar
Marginalizzato e politicamente indebolito dai negoziati solo bilaterali tra Talebani e Americani, il | La base Usa di Bagram. E entrata nel negoziato? |
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| La ministra Trenta in visita a Camp Arena (Herat) base Nato a comando italiano |
Questo articolo è
La
missione militare che costa al contribuente italiano grosso modo
500mila euro al giorno, impegna circa 1000 soldati (tra il teatro
afgano e la logistica nel Golfo) e ha tecnicamente il mandato di
contribuire solo all’addestramento dell’apparato di sicurezza
afgano. Per il quale effettivamente mille uomini sembrano un numero
sovradimensionato. Chi si aspettava svolte clamorose, sul piano del
ritiro o sulla riconversione della spesa militare in un maggior
contributo alla cooperazione civile, è rimasto per ora deluso e non
c’è segno che le cose possano cambiare a breve sebbene in passato
partiti e movimenti ora al governo (M5S e Lega) abbiano fatto del
ritiro dei nostri soldati un cavallo di battaglia.![]() |
| 500mila euro al giorno. Tanto costa la missione militare |
Quanto denaro dobbiamo all’ente statale subentrato a Equitalia? Tantissimi devono pochissimo e pochissimi devono tantissimo ma l’accanimento è sui piccoli. Viaggio nel pianeta italiano del debito![]() |
| Scelte editoriali. Diversi media hanno subito dato per scontato, oltre all'omicidio, anche il modo barbaro con cui sarebbe stato eseguito dai pachistani |
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| Nicholson durante la conferenza stampa. La foto correda l'articolo sulle esternazioni del generale |
In seguito alla minaccia di un possibile attentato talebano al governatorato di Farah, soldati italiani e americani si sono spostati nella provincia centroccidentale afgana che ricade sotto la responsabilità militare italiana del Regional Command West della missione Nato Resolute Support. I solerti PIO (Public Information Offfice), distaccati nei “teatri” dove è impegnato l’esercito italiano, solitamente pronti a informare di questa o quella visita e di quel corso di formazione, stavolta però la notizia non l’hanno trasmessa ai giornalisti del loro elenco. Resa nota dai media afgani, non c’è nemmeno nel sito della Difesa dove un’immagine di Gentiloni campeggia sull’approvazione della missione di sostegno alla guardia costiera libica. Bisogna dunque affidarsi alle fonti locali e al portavoce del governatore Nasir Mehri secondo cui americani e italiani sono arrivati aerotrasportati giovedi scorso nella capitale di provincia. Quanti sono non è dato sapere. Non è la prima volta che gli italiani sono a Farah da che la missione Isaf della Nato ha chiuso i battenti tramutandosi in Resolute Support, col compito di formare e assistere l’esercito afgano. Ma se dei bersaglieri dislocati a Farah all’interno di una forza di 200 uomini per lo più italiana qualche mese fa non si è saputo granché - anche allora la notizia era passata abbastanza inosservata - la differenza è che adesso il quadro è cambiato.
Leggendo La Repubblica di domenica scorsa abbiamo saputo che il ministero della Difesa italiano ha in mente di spedire altri cento soldati in Afghanistan. Non contenti di avere il contingente più numeroso dopo quello americano, qualcuno ha già deciso, ancor prima che ne fosse informato il parlamento (che almeno teoricamente deve avere l'ultima parola) che altri cento ragazzi partano per una missione militare che ormai sta per compiere diciott'anni e che, nonostante si sia rivelata un disastro, anziché uscire di scena sceglie di restare e anzi di rilanciarsi. Cosa faranno cento soldati in più non si sa ma par di capire, dall'articolo del giornale, che ci sia anche una necessità di scambio di favori perché ci sono in ballo posti di comando che qualche nostro generale potrebbe occupare. Dove? Nella casa della guerra, quell'Alleanza atlantica sempre in cerca di nemici che ne giustifichino l'esistenza. Fare un favore a Trump in questo momento potrà pure fruttare qualche poltrona ma è anche l'ammissione di un vassallaggio privo di strumenti critici in una guerra che tutti sanno perduta e dove la presenza straniera è un elemento che anziché frenarla continua a gettare benzina sul fuoco. Distratti dal sistema tedesco (a proposito, la Merkel ha risposto picche alla proposta di aumentare i suoi soldati) i parlamentari e le forze politiche subiscono: dal governo all'opposizione, dalla Sinistra ai Cinque stelle, che tanto si erano vantati di aver reiterato la richiesta di ritiro dei nostri soldati. Il tema è il solito: a furia di guardarci l'ombelico lasciamo che le cose in politica estera vadano come devono andare e come il padrone comanda. Che triste esempio di sovranità nazionale. Chissà se i vari sovranisti nazionali se ne rendono conto
Accordo sul filo del rasoio tra l'Italia e l'Olanda per il seggio come membro non permanente al
L’ormai certa decisione italiana, come quella tedesca, di rinnovare l’impegno militare in Afghanistan risponde alle esigenze dell’Amministrazione americana che, forse ancor prima dell’annuncio pubblico di Obama, si era già assicurata l’appoggio degli alleati. Ora manca solo che la Nato, che ha buoni motivi per farlo, formalizzi anche il suo in maniera sostanziale, trasformando le modalità operative della missione Resolute Support in una permanenza che abbia a che fare assai più con la guerra che non con la semplice formazione dei quadri militari afgani.
Gli Stati uniti hanno firmato con Kabul un patto si partenariato strategico sulla sicurezza che prevede di fatto il controllo su una decina di basi aeree nel Paese dell’Hindukush e la gestione totale della grande base di Baghram, a due passi dalla capitale. Le basi significano garanzia di presenza operativa in un’area strategica e soprattutto, almeno sino a qualche mese fa, un buon posizionamento in caso di una guerra con l’Iran che con l’Afghanistan confina. Lentamente e con fatica, ma alla fine con successo, Washington e Teheran si sono però riavvicinati, raffreddando le tensioni anche sul piano militare. Dunque ci si poteva ritirare lasciando solo una piccola forza per controllare, comunque, le basi aree. Ma adesso il quadro è cambiato. Non è più Teheran a preoccupare, o meglio lo è se si pensa al suo alleato più pericoloso per Washington: Mosca. La Russia sta tentando da tempo un riavvicinamento con Kabul che in parte sta funzionando. E non è un caso che abbia bollato la recente scelta americana come un "passo forzato … un'altra eloquente testimonianza del completo fallimento della campagna militare portata avanti per 14 anni dagli Usa e dai suoi alleati in Afghanistan". Ai russi piacerebbe infatti una nuova forza militare che comprenda i Paesi vicini a magari la Russia stessa. Via la Nato dall’Afghanistan insomma, per far avanzare un’altra pedina sullo scacchiere mondiale che al Nord vede la crisi ucraina e al centro la nuova prova di forza in Medio oriente.
I dati contenuti nel rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale che studia il commercio delle armi e ha base a Stoccolma, sono sempre una lettura importante e interessante. Soprattutto per noi, Paese a vocazione pacifista. Archivio Disarmo ne ha fatto una sintesi che mi permetto di riportare proprio perché puntualizza la posizione del nostro Paese. I cinque maggiori
esportatori nel 2010-14 sono stati Stati Uniti, Russia, Cina, Germania e Francia e i cinque maggiori importatori sono
stati India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti (EAU) e
Pakistan. E l'Italia? Come si vede dal grafico accanto è ben piazzata: all'ottavo posto (non eravamo appunto l'ottava potenza mondiale?).
Vediamo intanto i big: l'export armato statunitense ha visto un incrementato del 23% tra il 2005–2009 e il 2010–14, diretto a 94 acquirenti. L'export cinese è cresciuto del 143% tra il 2005–2009 e il 2010–14 e così la Cina passa dal 3 a 5% delle esportazioni mondiali. Anche
Mosca ha aumentato il suo export del 37 % tra il 2005–2009 e il
2010–14, fornendo armi a 56 stati (e alle forze ribelli in Ucraina) nel 2010–14. Le esportazioni tedesche dei maggiori sistemi d'arma,
invece, sono diminuite del 43% tra il 2005– 2009 e il 2010–14. Invio a 55 stati. Eccoci a noi: Roma si piazza all'ottavo posto a livello mondiale prima di Ucraina e
Israele, esportando agli EAU (9% del suo export totale), India (9%) e
Turchia (7%). L'Italia si segnala per l'accresciuto export di UAV
(droni). In totale, le esportazioni italiane tra il 2005–2009 e il 2010–14
sono cresciute di oltre il 30% (a sinistra la tabella degli importatori).