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martedì 16 marzo 2021

La Grande Illusione afgana compie 41 anni


La Grande Illusione dopo 40 anni di guerra afgana (recente) 

GIULIANO BATTISTON | Analista e giornalista free-lance, direttore di Lettera22
ANDREA C ARATI | Università degli Studi di Milano
ELISA GIUNCHI | Università degli Studi di Milano
EMANUELE GIORDANA |  giornalista di Lettera22 e direttore atlanteguerre.it


Un dibattito sul  volume La Grande Illusione. L’Afghanistan
in guerra dal 1979 (a cura di E. Giordana, Rosenberg&Sellier 2019)
Per partecipare contattare elisa.giunchi@unimi.it oppure andrea.carati1@unimi.it

Facoltà Scienzen occasione della pubblicazione del
Politiche,
Economiche e Sociali

lunedì 16 dicembre 2019

La Grande Illusione: presentazione a Roma

Domenica 22 dicembre
Cappella Orsini
Roma
ore 18,30
Via di Grotta Pinta, 21
(dietro campo dei Fiori)

Eric Salerno e Luigi Spinola discutono con
Soraya Malek ed Emanuele Giordana curatore del volume


La Grande Illusione 
L’ Afghanistan in guerra da 40 anni
Rosenberg&Sellier 

Letture di Federica Bassetti


Iniziata con l’invasione sovietica, l’ultima guerra afgana compie quarant’anni con attori diversi ma sempre con le stesse vittime: i civili. Una lunga guerra della quale Usa e alleati – tra cui l’Italia - sono tra i maggiori responsabili anche per per l’ennesima grande illusione: diritti, lavoro, dignità, uguaglianza. A diciotto anni dall’ultima fase del conflitto iniziato nel 2001, il disastroso bilancio è anche il manifesto di come si possa utilizzare la bandiera dei diritti per violarli ripetutamente. I saggi scritti da autorevoli osservatori delle vicende afgane disegnano illusioni e sofferenza, le responsabilità di guerriglia, governo e alleati stranieri, i giochi degli attori regionali e lo spregiudicato uso di una propaganda cui non credono più nemmeno i suoi inventori. Una fotografia in bianco e nero dove il nero trionfa. Un atto d’accusa che, pur riconoscendo la buona fede di molti, mette il dito nella piaga della malafede tipica di ogni conflitto.

Cappella Orsini a Roma ospita l'incontro
Verso la fine del 1979 l’Unione Sovietica, inizialmente riluttante a inviare truppe in Afghanistan, invadeva il Paese dell’Hindukush con 80mila uomini e 1800 carri armati. Iniziava una guerra di logoramento durata dieci anni che alla fine fece decidere al Cremlino il ritiro. Ultimo conflitto della “Guerra Fredda” e terreno di scontro tra sovietici e americani, la campagna afgana era costata a Mosca 30mila morti e oltre 50mila feriti. Fu il colpo decisivo all’implosione dell’Urss. Ma agli afgani la guerra era costata molto di più: morte, distruzione, degrado e povertà. Finita una guerra però ne iniziavano altre: tra i mujahedin e il governo, quella interna alla guerriglia, quella poi condotta dai Talebani. Anche queste però erano solo l’anticipo di un conflitto ancora più lungo e non ancora concluso, iniziato con una nuova occupazione militare guidata dagli Stati Uniti e dagli alleati della Nato. La guerra infinita, che nel 2019 compie quarant’anni, segna uno dei più lunghi conflitti della Storia con il suo corollario di vittime civili e militari, distruzioni, miseria, illusioni e dolore a fronte di promesse non mantenute, di una ricostruzione incompiuta e di un fallimento delle speranze riposte dagli afgani in un intervento che, anziché essere risolutivo, si è manifestato come un ennesimo capitolo dell’epopea del “Grande Gioco”, iniziata nell’Ottocento tra Regno unito e Russia zarista. Tassello geopolitico ineludibile, schiacciato dalle mire egemoniche di Paesi vicini e lontani, l’Afghanistan è un caso emblematico di come un Paese di montagne e deserti, povero di risorse energetiche e naturali, possa diventare il teatro di un incubo spaventoso e apparentemente senza fine in cui da quarant’anni si agita il fantasma quotidiano della guerra.


I saggi di questo volume disegnano la storia recente del Paese e del suo ultimo conflitto. Le promesse e le speranze ma anche il cinismo e le ambizioni, gli errori umani e i calcoli politici. Con un solo grande protagonista da sempre utilizzato solo come comparsa: la sua popolazione civile. Inascoltata, repressa, ignorata. Saggi di: Affatato, Battiston, Carati, De Maio, Foschini, Giordana, Giunchi, Giustozzi, Sulmoni, Recchia, Sergi, Shiri e un saluto della principessa Soraya. Prefazione di Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia

martedì 3 dicembre 2019

L'illusione del re afgano

Giovedi 5 dicembre alle ore 18.30
Eur Sala Nettuno viale Asia 44
organizzato da Afgana / Rosenberg & Sellier / Lettera22 / Atlante delle guerre e dei conflitti 
Festival di Roma  Più Libri più liberi 

Presentazione con gli autori de
La Grande Illusione 
L’ Afghanistan in guerra da 40 anni
Rosenberg&Sellier  2019, 12,50 eu  pp 150
a cura di Emanuele Giordana


Saggi di: Affatato, Battiston, Carati, De Maio, Foschini, Giordana, Giunchi, Giustozzi, Sulmoni, Recchia, Sergi, Shiri e un saluto della principessa Soraya. Prefazione di Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia

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Il 24 giugno 1929, un re afgano di nome Amanullah* e la sua famiglia - accompagnati da altri quaranta connazionali - partirono dall’India - dove si erano rifugiati da esiliati - alla volta dell’Italia. Il viaggio sulla nave da crociera Mooltan (a destra) durò sino al 4 settembre quando il monarca venne accolto con tutti gli onori nel Belpaese dove si trasferì a Roma.

Mussolini vedeva di buon occhio gli afgani come possibile spina nel corpo orientale della Perfida Albione, l’odiata Gran Bretagna. Ma Hitler non vedeva invece fattibile una rivolta afgana ed era anzi restio ad aprire un fronte sudorientale. Non di meno, le dittature europee – come anche il pugno di ferro con cui Ataturk governava i turchi – esercitavano un doppio fascino su molti asiatici che vedevano in Paesi come la Germania, l’Italia o la Turchia, modelli di sviluppo possibili e un futuro libero dalle catene britanniche di cui l’Afghanistan restava schiavo nonostante fosse divenuto indipendente dieci anni prima.

A Roma Amanullah venne infatti mantenuto dal regime che gli passava una prebenda e che intanto lo illudeva su un suo possibile ritorno in Afghanistan appoggiato dall’Asse. Ma anziché metterlo al corrente, come si farebbe con un alleato alla pari, di quel che si pensava a Berlino, gli italiani coltivarono nel re riformista (che aveva avviato un processo di modernizzazione dell’Afghanistan, motivo per il quale era stato cacciato) l’idea di un ritorno alla testa di rivoltosi che sarebbero stati anche una quinta colonna dell’Asse in Asia. Ma era appunto un’illusione come i diplomatici sapevano benissimo.

Giovedi 5 dicembre a Roma, presentiamo una piccola summa di queste grandi e piccole illusioni coltivate dagli afgani, da noi e da altri e che sono il segno inequivocabile dell’ipocrisia e del cinismo della politica su cui però è bene strappare il velo per cercare di capire come stanno oggi le cose.

Se i parallelismi tra situazioni diverse son sempre pericolosi, è corretto però osservare le linee di continuità. Che in Afghanistan si  son giocate - e si giocano - sul filo della grande illusione.


* Avari come siamo di memoria, su Amanullah in italiano c’è poco. Segnalo: Luca Monzali, Un Re Afgano in esilio a Roma, Le Lettere, 2012 e Amanullah Khan e le Relazioni Internazionali con l’Italia, tesi magistrale di Roberta Bin, Ca’ Foscari, 2014

sabato 30 novembre 2019

La Grande Illusione afgana: presentazione a Roma il 5 dicembre

Giovedi 5 dicembre alle ore 18.30
Eur Sala Nettuno viale Asia 44
organizzato da Afgana / Rosenberg &Sellier / Lettera22 / Atlante delle guerre e dei conflitti
Festival di Roma  Più Libri più liberi 

la presentazione nazionale de


La Grande Illusione 
L’ Afghanistan in guerra da 40 anni
Rosenberg&Sellier  2019
a cura di Emanuele Giordana

12,50 eu  pp 150

Saggi di: Affatato, Battiston, Carati, De Maio, Foschini, Giordana, Giunchi, Giustozzi, Sulmoni, Recchia, Sergi, Shiri e un saluto della principessa Soraya. Prefazione di Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia

Iniziata con l’invasione sovietica, l’ultima guerra afgana compie quarant’anni con attori diversi ma sempre con le stesse vittime: i civili. Una lunga guerra della quale Usa e alleati – tra cui l’Italia - sono tra i maggiori responsabili anche per per l’ennesima grande illusione: diritti, lavoro, dignità, uguaglianza. A diciotto anni dall’ultima fase del conflitto iniziato nel 2001, il disastroso bilancio è anche il manifesto di come si possa utilizzare la bandiera dei diritti per violarli ripetutamente. I saggi scritti da autorevoli osservatori delle vicende afgane disegnano illusioni e sofferenza, le responsabilità di guerriglia, governo e alleati stranieri, i giochi degli attori regionali e lo spregiudicato uso di una propaganda cui non credono più nemmeno i suoi inventori. Una fotografia in bianco e nero dove il nero trionfa. Un atto d’accusa che, pur riconoscendo la buona fede di molti, mette il dito nella piaga della malafede tipica di ogni conflitto.

Verso la fine del 1979 l’Unione Sovietica, inizialmente riluttante a inviare truppe in Afghanistan, invadeva il Paese dell’Hindukush con 80mila uomini e 1800 carri armati. Iniziava una guerra di logoramento durata dieci anni che alla fine fece decidere al Cremlino il ritiro. Ultimo conflitto della “Guerra Fredda” e terreno di scontro tra sovietici e americani, la campagna afgana era costata a Mosca 30mila morti e oltre 50mila feriti. Fu il colpo decisivo all’implosione dell’Urss. Ma agli afgani la guerra era costata molto di più: morte, distruzione, degrado e povertà. Finita una guerra però ne iniziavano altre: tra i mujahedin e il governo, quella interna alla guerriglia, quella poi condotta dai Talebani. Anche queste però erano solo l’anticipo di un conflitto ancora più lungo e non ancora concluso, iniziato con una nuova occupazione militare guidata dagli Stati Uniti e dagli alleati della Nato. La guerra infinita, che nel 2019 compie quarant’anni, segna uno dei più lunghi conflitti della Storia con il suo corollario di vittime civili e militari, distruzioni, miseria, illusioni e dolore a fronte di promesse non mantenute, di una ricostruzione incompiuta e di un fallimento delle speranze riposte dagli afgani in un intervento che, anziché essere risolutivo, si è manifestato come un ennesimo capitolo dell’epopea del “Grande Gioco”, iniziata nell’Ottocento tra Regno unito e Russia zarista. Tassello geopolitico ineludibile, schiacciato dalle mire egemoniche di Paesi vicini e lontani, l’Afghanistan è un caso emblematico di come un Paese di montagne e deserti, povero di risorse energetiche e naturali, possa diventare il teatro di un incubo spaventoso e apparentemente senza fine in cui da quarant’anni si agita il fantasma quotidiano della guerra.

I saggi di questo volume disegnano la storia recente del Paese e del suo ultimo conflitto. Le promesse e le speranze ma anche il cinismo e le ambizioni, gli errori umani e i calcoli politici. Con un solo grande protagonista da sempre utilizzato solo come comparsa: la sua popolazione civile. Inascoltata, repressa, ignorata.

mercoledì 27 novembre 2019

"La Grande Illusione" in libreria dal 5 dicembre

Copertina di R. Martinis
La Grande Illusione
A cura di E. Giordana

Saggi di: Affatato, Battiston, Carati, De Maio, Foschini, Giordana, Giunchi, Giustozzi, Sulmoni, Recchia, Sergi, Shiri e un saluto della principessa Soraya. Prefazione di Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia

pag 150 

eu 12,50

Rosenberg&Sellier 2019

In liberia da dicembre


“La Grande illusione” è una raccolta di saggi che raccontano un Paese in guerra da quarant’anni, da quando, nel dicembre del 1979, l’Afghanistan venne invaso dall’Armata Rossa. Cosa distingue quell’invasione da quella che, vent’anni più tardi, doveva vedere l’impiego di 130mila soldati sotto bandiera Nato a salvaguardia di una nuova stagione di pace? La mia tesi – non per forza quella degli altri autori – è che non vi sia nessuna differenza.

Nel violare il primo dei diritti che una guerra nega – il diritto a vivere – sovietici prima e occidentali poi utilizzarono proprio la bandiera del diritto per giustificare la permanenza in armi nel Paese dell’Hindukush. Mosca non agitò il vessillo della libertà e della democrazia ma quello di un’equa distribuzione della terra, del diritto ad avere servizi sanitari e scolastici e del diritto delle donne a essere ministre o direttrici di giornali, non dovendo per forza utilizzare il burqa. Noi agitammo la bandiera della parità di genere e del cambiamento da una società feudale arretrata a una società moderna e democratica che si sarebbe sviluppata con libere elezioni in un Paese dove tutti potevano andare a scuola. La bandiera dei diritti fu dunque utilizzata due volte per due invasioni che non portarono, se non in qualche segmento della popolazione, i benefici promessi. La seconda invasione smantellò inoltre quanto fatto dalla prima: riformando l’esercito o distruggendo il già decotto sistema sanitario nazionale.

Gli afgani poi ci hanno messo del loro, dai mujahedin ai talebani, dai signori della guerra alle élite corrotte e disposte ad agitare vessilli etnico identitari. Ma la nostra responsabilità, accanto a quella di altri comprimari (Islamabad, Teheran, Delhi, Riad), resta la maggiore: per aver coltivato l’ennesima grande illusione e averla tradita. E per la pervicacia con cui continuiamo a restare giustificando una guerra a cui non crediamo più ormai da anni.

lunedì 25 novembre 2019

Una grande illusione

Ci siamo, solo qualche giorno e  La Grande Illusione sarà in libreria. Grande Illusione? Si, per gli afgani soprattutto, cui - a turno - è stata promessa prosperità, benessere, diritto e diritti. E per noi: per chi si illude che la pace si faccia usando solo il fucile e per chi pensa che la democrazia si costruisca coi raid aerei. Ma anche per coloro - e mi ci metto per primo - che si sono illusi che avremmo potuto dare una mano a quel povero popolo infelice... Con la guerra la buona fede non basta. 

Forse questa è una delle vere grandi lezioni che la guerra più lunga a cavallo di sue secoli ci sta insegnando. 


sabato 23 novembre 2019

La Grande Illusione afgana

Questione di qualche giorno e in libreria arriva La Grande Illusione, una raccolta di saggi sulla più lunga guerra a cavallo degli ultimi due secoli...


Tutto comincia (e finisce) con una fotografia...