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venerdì 10 aprile 2020

Ultraortodossi, ultrascemi e antisemiti

A fine marzo le autorità indiane hanno messo in quarantena circa 40.000 persone dopo che un predicatore religioso sikh, morto di Covid-19, aveva visitato 22 villaggi con preghiere collettive, sfidando le indicazioni del governo che lo voleva in quarantena dopo il suo arrivo da un viaggio in Paesi europei tra cui l’Italia. Baldev Singh è morto di Covid-19 il 18 marzo nel distretto di Shahid Bhagat Singh Nagar, 11 giorni dopo il suo ritorno. Ma il danno era fatto. In questi giorni invece in Italia, il leader della Lega Matteo Salvini si augura preghiere collettive per Pasqua: templi aperti – anche se con una sorta di fila come al supermercato e pochi fedeli alla volta - per pregare contro il virus benché il Papa per primo si sia espresso in direzione opposta. Non c’entra il credo religioso o la spiritualità. C’entrano incoscienza, superficialità e sfida ai decreti dettati da scienza e cervello. Il coronavirus sembra davvero dividere il mondo tra chi lo sfida e chi cerca di contrastarlo. Tra chi pensa che si possa pregare senza discutere i decreti e chi sembra far il possibile per dare una mano al contagio purché porti consenso.

Da fine marzo, da quando i primi casi di Covid-19 sono apparsi anche in uno degli ultimi Paesi che ne erano immuni, la premier birmana Aung San Suu Kyi ha cominciato a lavarsi le mani in tv. E la macchina statale si è messa in moto bloccando aeroporti e frontiere come aveva già fatto con la Cina dopo l’annuncio del virus a Wuhan. Può essere che non basti ma ha intanto cancellato il capodanno buddista di metà aprile e chiuso i luoghi di culto. Si vede bene a Bagan, sito Unesco con oltre tremila pagode, monasteri, biblioteche e altri manufatti che attirano turisti internazionali e pellegrini locali. Non è stato così - e in parte ancora non lo è – per altre manifestazioni religiose o piccole comunità di qualche clone cristiano, musulmano, indù che si ostina ad aggirare i divieti. Se gli Ulema dell'egiziana Al-Azhar hanno emesso, seppur solo il 25 marzo, una fatwa che vieta le preghiere collettive nelle moschee e se la chiesa cattolica, pur con qualche distinguo, ha blindato la messa, c’è chi resiste. Piccole e grandi sette, preti ribelli, movimenti antisemiti e luoghi di culto che non rispondono a un’autorità centrale. Rifiutano l’idea che pregare significhi ammalarsi. O vedono nel virus un elemento salvifico.

Nello scatto di Aswami Yusof, una riunione
 di Tablighi Jama’at del 2009 in Malaysia
Lo sa bene la Chiesa di Gesù Shincheonji in Corea del Sud, i cui riti segreti sono sotto inchiesta perché i suoi membri - che avevano contratto il virus in Cina - potrebbero aver contribuito a un'enorme ondata di casi nel Paese. Ma l’episodio più inquietante riguarda la Tablighi Jama’at, movimento missionario musulmano ultraortodosso, che il 27 febbraio ha organizzato un incontro di 4 giorni nella moschea di Sri Petaling a Kuala Lumpur, Malaysia. Tra gli oltre 15mila partecipanti almeno 1500 provenivano da altri dieci Paesi tra cui la Cina. Qualche giorno dopo la Malaysia si è ritrovata con un aumento esponenziale dei casi. Non contenta, Tablighi Jama’at si è guardata bene dal cancellare un altro convegno di pellegrini in Indonesia. Le autorità di Giacarta, sotto tiro perché accusate di aver sottovalutato il virus, sono intervenute bloccando l’evento quando ormai migliaia di pellegrini erano arrivati sul posto.

Che gli assembramenti siano fonte di contagio è noto. E che gli eventi religiosi siano e siano stati una delle forme migliori per l’espansione di un virus è evidente anche se non tutti sono d’accordo. Gli storici del tempo ad esempio, ritengono che il Crocefisso della Chiesa romana di San Marcello al Corso sia il responsabile della fine di un'epidemia di peste nel 1522 grazie a una solenne processione penitenziale della durata di ben due settimane: vi parteciparono nobili e plebei, vecchi e bambini. Le autorità, temendo il contagio, tentarono invano di bloccare i cortei ma alla fine l'epidemia cessò. Merito del crocefisso? Il 15 marzo papa Francesco è andato a pregare proprio davanti a quell’icona. Ma lo ha fatto da solo.

Nel saggio che uno storico locale ha dedicato alla peste che colpì il barese nel 1600, Pasquale Tandoi scrive che durante la metà del 1600, c'era una «drammatica richiesta di intervento soprannaturale di fronte all’inefficacia della "scienza medica” del tempo (e che) anche a Corato, come in tutti i borghi del Regno, si svolsero processioni di penitenza che spesso peggioravano la situazione... l’ammassarsi della popolazione allargava il contagio. Successivamente, per ordine dell’Arcivescovo e delle autorità furono fatti rientrare in città gli ordini religiosi... innalzate forche a spavento di chi infrangesse la legge... creati lazzaretti, uccisi cani e gatti; proibito uscire dalle case… i pochi che avevano il permesso, non dovevano conversare con nessuno né salutarsi».

In molti casi il panico porta a veri e propri pogrom o a preghiere segrete forzate quanto affollate: lo sanno i musulmani cambogiani accusati di aver partecipato ai riti della Tablighi Jama’at in Malaysia, o gli ebrei che qualche gruppo neo nazi vorrebbe oggi "purificare" col virus, da diffondere nelle comunità ebraiche.

Non è PURTROPPO una novità: «Alla metà del Trecento mentre la peste infuriava in Europa, – scrive Anna Foa nel suo monumentale Ebrei in Europa: Dalla Peste Nera all'emancipazione (2013) – una grande ondata di violenza si scatenò contro gli ebrei nelle città e nelle terre del mondo cristiano… i loro quartieri vennero assaliti… furono massacrati o costretti all’esilio… accusati di avvelenare pozzi e sorgenti... processati e bruciati sul rogo».

Ma non c’è solo l’assembramento religioso o il diffondersi dell’odio razziale tra i responsabili della diffusione di un virus. C’è anche la guerra. E’ il caso della Peste di Atene che colpì la città-stato durante uno dei conflitti del Peloponneso nel 430 a.c. La sua diffusione (forse una forma di tifo) era dovuta all'affollamento causato dall'afflusso di rifugiati per la guerra con Sparta. Ammucchiati, con poco cibo e acqua accanto a cumuli di rifiuti, convivevano con topi, mosche, zanzare e pidocchi. E ovviamente col virus.




Questo articolo è uscito venerdi scorso su Il Venerdi di Repubblica. Oggi invece lo stesso tema a Radio3mondo


venerdì 12 ottobre 2018

A quando la stella gialla sulla giacca? Salvini sta superando persino mullah Omar

"Stiamo pensando alla chiusura, entro le 21, dei negozietti etnici, che la sera diventano ricettacolo
di spacciatori, di gente che beve fino alle tre di notte, che pisciano e cagano".

Il ministro Matteo Salvini, nel suo linguaggio greve come le sue idee, ha aggiunto un altro tassello razzista alla schedatura dei rom. I negozietti etnici infatti sono quelli gestiti in molte città da persone che risiedono stabilmente nel nostro Paese ma vengono da altrove. Non sono italiani insomma, oppure magari lo sono ma la loro provenienza etnica continua a pesare. Quando nazisti e fascisti chiudevano i locali degli ebrei, prima in Germania e poi in Italia, la gente lasciò fare. Come opporsi del resto a chiusure imposte dalla forza pubblica? Passerà, diceva qualcuno. Fan bene, dicevano altri. Oggi sarebbe complicato dire che vanno chiusi i negozi dei bangladesi e dunque si usa il termine negozietto etnico per indicare i colpevoli della gestione di luoghi frequentati, oltreché da bevitori di lungo corso, anche da chi si è dimenticato di fare la spesa. Fatti i debiti distinguo, a me pare che il concetto vada nella stessa scia di quelle usanze barbare che nazisti e fascisti utilizzarono con gli ebrei che vivevano in Europa subito prima di spedirli nei campi di concentramento dove trovarono la morte.

Nemmeno i talebani giunsero a tanto. Si disse che avevano obbligato gli indù a mettere una fascia attorno al braccio che indicasse la loro appartenenza etnica. Ma anche se il movimento dei barbuti era particolarmente rigido, la notizia è una bufala come mi hanno testimoniato testimoni oculari dell'epoca. Nemmeno loro chiusero gli esercizi degli indù anche se certo non ne amavano la presenza sulla quale ancora oggi qualcuno storce la bocca.

La vicenda negozietti potrebbe essere derubricata come una delle tante volgarità che escono dalla bocca di un ministro oggettivamente sboccato e xenofobo ma a me questa sembra l'anticamera di un fascismo rivisitato che oggi non si chiama più Fascio e che sullo stemma non ha più Musssolini ma che sembra ripeterne in molte cose il percorso. A cominciare dalla guerra per fare un esempio che mi sta a cuore. Nel prossimo decreto missioni - a quanto è dato sapere -  ritireremo dall'Afghanistan 100 soldati: cento in meno rispetto a quelli che voleva ritirare persino la  ministra Pinotti del governo Gentiloni.

Questa storia meriterebbe una levata di scudi e non solo una levata di capo virtuale sui social o nelle discussioni tra amici. Si comincia coi rom, poi si passa ai bangla, poi.... Ci salverà essere italiani? Per quel che mi riguarda mi sono già autodenunciato come rom. Ma non ho un negozietto. Posso solo rivendicare di essere un giornalistucolo etnico.



domenica 5 agosto 2018

Una scuola ebraica per...musulmani


La Jewish Girls’ School di Calcutta è un istituto fondato dalla comunità di ebrei della città. Situata in uno dei quartieri tradizionali dell’islam cittadino è però aperta a tutti senza preclusioni religiose. E costa un terzo rispetto agli altri college

Alle 8 del mattino, quando ormai la grande città indiana si è risvegliata da un pezzo e il traffico comincia a diventare insopportabile, anche la piccola stradina laterale di Royd Street inizia la sua quotidiana e trafficata vita urbana in uno dei quartieri musulmani di Calcutta nel centro della terza città dell’India che conta, con i sobborghi, 15 milioni di abitanti. Royd Street e Park Street hanno una particolarità che le rende speciali. Non sono i ristoranti e i grandi alberghi affacciati sulle arterie laterali, né le luci delle vie dello shopping e nemmeno una vecchia Guest House rifugio di viaggiatori sacco-in-spalla. In questo quartiere abitato da famiglie musulmane c’è infatti una scuola ebraica. Il cartello, al numero 65 di Park Street o nella parallela Royd Street – vie che racchiudono un vasto edificio - è inequivocabile: Jewish Girls’ School. La curiosità inizia però a diventare stupore quando arrivano le prime ragazze: scendono dai risciò, dalle biciclette o dai motorini accompagnate da padri e fratelli ma assai più spesso dalle madri: tutte rigidamente velate. Alcune addirittura col niqab, il velo islamico che copre tutto il corpo, lasciando fuori solo gli occhi.