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giovedì 25 aprile 2019

Sri Lanka: i musulmani temono ritorsioni

Crescono in Sri Lanka le preoccupazioni dei musulmani locali per possibili attacchi contro la comunità sull’ondata delle emozioni suscitate dalla strage nelle chiese cattoliche. E mentre prosegue l’indagine sulla pista islamista, presidente e governo continuano a non essere in sintonia e sostengono che nelle loro mani non è mai arrivato l'allerta che avrebbe potuto evitare gli attentati


Il presidente Maithripala Sirisena, che aveva promesso "un'azione severa" verso chi non aveva trasmesso i famosi allerta arrivati dall’intelligence indiana e americana che prospettavano attacchi alle chiese e che già facevano il nome del gruppo islamista ora indicato come l’organizzazione che ha progettato la Pasqua di sangue, è sempre al centro della una polemica: l’esecutivo sostiene che la presidenza sapeva mentre il governo non era stato informato. Sirisena ribatte che non ne sapeva nulla. Così è passato dalle parole ai fatti: ha chiesto le dimissioni di due pezzi grossi della macchina statale. Il primo è il segretario alla Difesa Hemasiri Fernando, anche a capo dello staff presidenziale e del Board of Investment del Paese. Il secondo è l'ispettore generale della polizia, Pujith Jayasundara. E’ il memo dell’11 aprile redatto dal suo vice Priyalal Dassanayake ad aver messo in imbarazzo il presidente. E a questo punto non si capisce più chi quel memo abbia letto, chi lo abbia ignorato o sottovalutato o addirittura cestinato. Sia presidenza sia governo negano infatti di essere stati informati... continua su atlanteguerre

domenica 5 agosto 2018

Una scuola ebraica per...musulmani


La Jewish Girls’ School di Calcutta è un istituto fondato dalla comunità di ebrei della città. Situata in uno dei quartieri tradizionali dell’islam cittadino è però aperta a tutti senza preclusioni religiose. E costa un terzo rispetto agli altri college

Alle 8 del mattino, quando ormai la grande città indiana si è risvegliata da un pezzo e il traffico comincia a diventare insopportabile, anche la piccola stradina laterale di Royd Street inizia la sua quotidiana e trafficata vita urbana in uno dei quartieri musulmani di Calcutta nel centro della terza città dell’India che conta, con i sobborghi, 15 milioni di abitanti. Royd Street e Park Street hanno una particolarità che le rende speciali. Non sono i ristoranti e i grandi alberghi affacciati sulle arterie laterali, né le luci delle vie dello shopping e nemmeno una vecchia Guest House rifugio di viaggiatori sacco-in-spalla. In questo quartiere abitato da famiglie musulmane c’è infatti una scuola ebraica. Il cartello, al numero 65 di Park Street o nella parallela Royd Street – vie che racchiudono un vasto edificio - è inequivocabile: Jewish Girls’ School. La curiosità inizia però a diventare stupore quando arrivano le prime ragazze: scendono dai risciò, dalle biciclette o dai motorini accompagnate da padri e fratelli ma assai più spesso dalle madri: tutte rigidamente velate. Alcune addirittura col niqab, il velo islamico che copre tutto il corpo, lasciando fuori solo gli occhi.

venerdì 9 marzo 2018

Dietro le violenze a Sri Lanka

Il governo dello Sri Lanka ha ordinato nuovamente ieri dalle sei di sera il coprifuoco nell’intero distretto di Kandy, nello Sri Lanka centrale. La misura, già presa dopo un week end di violenze ai danni della comunità musulmana, era stata rinforzata con lo stato di emergenza e l’invio di soldati, ma un’ennesima ondata di violenza ha preso di mira mercoledi alcuni villaggi nei sobborghi di Kandy – la capitale di distretto - mettendo a ferro e fuoco alcune zone della periferia di Akurana, ampio sobborgo che dista da Kandy una decina di chilometri. L’intero distretto e la stessa città di Kandy - che conserva un dente del Budda e che è meta di turisti e commercianti di tè la cui produzione l’ha resa famosa nel mondo - sono nell’occhio del ciclone. Il bilancio dell’ennesima giornata di violenze ha portato a oltre ottanta arresti mentre non è ancora chiaro il bilancio di vittime e feriti. Sono stati incendiati negozi e bruciate case di musulmani mentre sono stati colpiti, seppur sommariamente, alcuni templi buddisti. Tutto comincia a fine febbraio quando, dopo un incidente stradale, un autista singalese viene bastonato da un gruppo di musulmani. Sabato 3 marzo muore. I responsabili vengono arrestati e così alcuni singalesi che cominciano a vendicarsi. Ma il loro arresto viene contestato e da lì sarebbero scattate le violenze del week end scorso.

L'inviato Onu Feltmn
L’episodio ricorda da vicino quanto accadde nelle isole Molucche dell’Indonesia nel 1999: un banale incidente dette la stura a un conflitto settario tra musulmani e cristiani che durò dal 1999 al 2002. Ma quel fatto banale nascondeva una strategia del caos che mise in crisi la neonata democrazia indonesiana che si era appena liberata della dittatura di Suharto. Dietro agli scontri, più che l’odio tra comunità delle Molucche, c’era la pianificazione di una crisi che doveva colpire Giacarta.

mercoledì 7 marzo 2018

Lo stato di emergenza a Sri Lanka non ferma la violenza

Il simbolo della Bodu Bala Sena
organizzazione radicale buddista
accusata degli incidenti
Lunedi le autorità dello Sri Lanka hanno imposto il coprifuoco a Kandy, capitale di un distretto centrale del Paese asiatico, dove si sono verificati gravi incidenti tra estremisti buddisti e musulmani. Fortunatamente senza vittime. La polizia, sostengono alcune fonti, avrebbe agito tardivamente durante i due giorni di scontri, sebbene sui social fossero stati diffusi gli appuntamenti dei buddisti radicali che son poi sfociati in violenze e incendi contro moschee e negozi. Ieri però il governo ha deciso di estendere a tutto il Paese lo stato di emergenza, una misura estrema che restituisce il clima di questi giorni e che fa paventare la possibilità di nuove violenze che non si sarebbero limitate infatti alla sola regione di Kandy - famosa per essere una meta turistica e nota per le piantagioni di te - ma sarebbero esplose anche in altre zone del Paese dove vive la minoranza di circa 2 milioni di musulmani (il 10% dei 21 milioni di abitanti). Il 75% sono singalesi buddisti con cui convive anche una importante comunità hindu: i tamil del Nord, arrivati nell’isola secoli or sono, e quelli che lavorano proprio a Kandy, figli dell’immigrazione che i britannici imposero a diverse famiglie indiane costrette a lavorare nelle piantagioni, logica ricorrente nell’Impero d’Oltremare di Londra. Lo stato di emergenza non sembra però aver impedito nuovi attacchi a siti religiosi  e negozi nell'area suburbana di Kandy che si sono verificati anche dopo l'imposizione della drastica misura. Nessun morto ma diversi feriti e arresti.

giovedì 7 settembre 2017

Rohingya? Una montagna di bugie dice Suu Kyi

Mentre Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e ministro degli Esteri del Myanmar, liquida la questione rohingya come un "enorme iceberg di disinformazione", fonti del governo di Dacca citate dalla stampa locale accusano i soldati birmani di aver disseminato mine antiuomo lungo il confine col Bangladesh per impedire ai profughi di far ritorno nel “loro” Paese. Il governo di Dacca ha consegnato ieri pomeriggio una protesta formale ai diplomatici di Naypyidaw e, anche se nelle note ufficiali non si fa menzione di ordigni, nell'incontro al ministero degli Esteri della capitale bangladese la questione sarebbe stata affrontata. Se la notizia fosse confermata (cioè causando vittime) sarebbe di estrema gravità proprio nel momento in cui le prime reazioni alla persecuzione della minoranza musulmana del Myanamr cominciano sempre di più a travalicare i confini nazionali dei due Stati coinvolti: il Myanmar che caccia e il Bangladesh che accoglie. Il flusso dei profughi si sarebbe attestato a oltre 10mila unità al giorno e, secondo le Nazioni unite, martedi scorso il bilancio sarebbe già stato di 125mila. Non è però chiaro quanti riescano di fatto a passare il fiume Naf che divide come frontiera i due Paesi: molti sarebbero infatti imprigionati nello no man's land tra i due Stati asiatici.

lunedì 11 gennaio 2016

A Oriente del Califfo: Daesh e il Paese dei Thai /2

Benvenuti in Thailandia: un'immagine
di serenità offerta dalla compagnia di bandiera
Agli inizi del dicembre scorso i giornali tailandesi hanno reso pubblico un memo che risaliva al 27 novembre con cui l'anti terrorismo avvisava i comandi di polizia che, secondo l'intelligence di Mosca (Fsb), tra la metà e la fine di ottobre alcuni militanti siriani erano entrati in Thailandia allo scopo di attaccare turisti russi. La polizia non deve aver preso molto alla lettera le informazioni del Fsb o perlomeno, come ha poi spiegato pubblicamente, non era in grado di confermare la minaccia. Eppure il Fsb era stato molto preciso: si trattava di una decina di uomini che viaggiavano separatamente. Due si erano diretti a Bangkok, due a Phuket, altri due verso una destinazione sconosciuta e altri quattro a Pattaya, con Puket una delle più note località turistiche del Paese. Le presenze russe in Thailandia superano largamente il milione di turisti l'anno. Nel 2013 ne son venuti un milione e mezzo.

Per ora non è successo nulla ai visitatori russi e anche l'attentato che in agosto ha ucciso a Bangkok una ventina di persone – in un tempietto nel centro della capitale frequentato dai turisti - non sarebbe stato organizzato da islamisti ma da musulmani uiguri (della regione occidentale cinese dove è forte un movimento separatista) che però non sarebbero legati a movimenti politici ma al traffico di persone. Già dalle prime ore la polizia aveva escluso la pista islamica ma non è chiaro se ciò non risponda più al desiderio di tenere bassa l'attenzione che non alla realtà dei fatti. Sono troppo vicine le ferite di una guerra con la minoranza musulmana che abita le province del Sud, anche se ormai è passato qualche anno da una stagione violentissima di attentati, assalti e durissima repressione, pur se la tensione resta elevata. Per Bangkok il movimento islamico autonomista del Sud rimane un pericolo ed è abbastanza chiaro il timore che quella regione possa essere un possibile bacino di reclutamenti e nuovi problemi.

Satun, Songkhla Yala, Pattani e Narathiwat, le cinque province dove
 vive una minoranza musulmana per lo più
 di origine malese: circa il 5 % dei 68 milioni di tailandesi 
La storia è vecchia, anzi antica. Nel Sud della Thailandia ci sono cinque province (Satun, Songkhla Yala, Pattani e Narathiwat) dove vive una minoranza musulmana per lo più di origine malese, circa il 5 % dei 68 milioni di tailandesi per l'80% thai e per il 95% buddisti. Yala, Pattani e Narathiwat – aree, che con altre oggi sotto la Malaysia, formavano il sultanato semi indipendente di Pattani dal 1909 definitivamente tailandese – sono le più turbolente: lì sono nati i primi movimenti indipendentisti nella seconda metà del Novecento anche se si deve arrivare al 2001 per vedere un risveglio recente del separatismo. Con azioni cui il governo nel 2005 (e dopo una durissima repressione) ha risposto con la legge marziale e i pieni poteri nel 2006 all'esercito. Alternando bastone a carota, Bangkok ha ricompensato nel 2012 i familiari delle vittime di un'ondata di violenze che, benché non abbia più visto azioni eclatanti, non è affatto diminuita. Il Bangkok Post, nel 2012, ha reso note le stime delle vittime di quasi dieci anni di guerra: otre 5.200 morti e quasi 9mila feriti. Tra i decessi: 4.215 civili, 351 soldati, 280 poliziotti, sette monaci e 242 “sospetti insorgenti”. Una guerra che potrebbe piacere a Daesh.

La prima puntata è  uscita ieri