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giovedì 27 dicembre 2012

AFGHANISTAN, IL PUNTO A FINE ANNO

Colloqui di pace, kamikaze, posizioni ondivaghe, inverno. Il punto a fine 2012 in un riepilogo scritto per il manifesto

Il bilancio è ancora incerto tra i poliziotti e i civili uccisi o feriti dopo che un kamikaze si è fatto esplodere ieri mattina nei pressi di una base Nato nella provincia orientale di Khost. Un veicolo stava per entrare in un vecchio aeroporto usato come base Nato: fermato dalla polizia afgana, il mezzo è esploso uccidendo almeno un poliziotto e due civili. L'attentato è stato rivendicato dai talebani ma ha fallito, come spesso accade, se l'obiettivo erano gli stranieri. Morti e feriti sono tutti afgani. E' solo l'ultimo episodio di una guerra che nemmeno l'inverno spegne, anche se gli attacchi si limitano a operazioni suicide per tener alta la tensione in attesa che neve e freddo lascino posto ad azioni più mirate.

La guerra non si ferma nonostante una ventina di afgani, tra cui membri importanti del movimento talebano, del governo Karzai, della cosiddetta Alleanza del Nord e della fazione di Gulbuddin Hekmatyar, si siano riuniti giovedi e venerdi prima di Natale, nel castello di la Tour, à Gouvieux, vicino a Chantilly, a 50 chilometri da Parigi. Benché i talebani avessero da subito chiarito che non si trattava di colloqui di pace, qualcosa è successo: ne fa fede un comunicato dell'emirato, riportato dall'agenzia afgana Pajhwok, in cui i turbanti chiedono una nuova Costituzione, reiterano che ogni cosa dipende dall'uscita di scena degli stranieri, ma – questo il fatto rilevante – fanno l'occhiolino alle elezioni del 2014. Cui sembrano interessati a partecipare. Secondo qualche osservatore, sarebbero dunque disposti, se mai si costituissero in partito politico, a condividere il potere con altri. E' un passo avanti. Secondo l'agenzia ToloNews ce n'è un altro: vorrebbero istituire una sorta di commissione che tenga conto di organizzazioni non governative, un passaggio per ora piuttosto oscuro ma che segnala un'apertura verso forme comunque poco gradite all'amministrazione Karzai che, del resto e seguendo l'atteggiamento ondivago che le è proprio, ha partecipato al meeting ma poi ne ha preso le distanze: «Non è ben chiaro chi abbia partecipato all'incontro – ha detto dopo il ministro degli Esteri Zalmai Rasool – e comunque non c'è bisogno di far questo tipo di cose fuori dal Paese. I colloqui di pace vanno fatti in Afghanistan». Posizione concorde con quella espressa dal Pakistan alla viglia del meeting francese (cui Islamabad non è stata invitata).

Come che sia l'incontro (il terzo, ma ai precedenti aveva partecipato solo l'ex talebano Abdul Salam Zaef) c'è stato, preparato dalla Fondation pour la Recherche Stratégique, centro vicino al Quay d'Orsay diretto da Camille Grand. Complicato sapere chi c'era esattamente: le informazioni dicono che Karzai era rappresentato da Haji Din Muhammad, suo consulente per gli Affari tribali (il precedente è stato ucciso dai talebani), dall'ex vice presidente Zia Massoud (fratello minore di Shah Massoud, il "leone del Panjshir") e dal nipote Hekmat Karzai. Per l'Alleanza del Nord c'era Yunus Qanooni, già speaker del parlamento. I talebani erano rappresentati da Shahabuddin Dilawar, ex ambasciatore dell'emirato a Riad e Islamabad e da Mohammad Naeem, membro dell'Ufficio aperto da loro in Qatar il 3 gennaio scorso. Per l'Hezb-i-Islami, c'era invece Ghairat Baheer, genero di Gulbuddin Hekmatyar.

Se non erano “colloqui di pace”, qualcosa comunque si muove: oltre alle due precedenti conferenze francesi (anche questa è stata definita dai talebani una “conferenza scientifica”), in giugno s'era svolto un incontro simile a Tokyo alla Doshisha University (prima del summit dei donatori), ma era stato solo una sorta di seminario. E all'inizio dell'anno in Qatar, Stati uniti e Arabia saudita avevano iniziato un'ipotesi di percorso negoziale coi talebani, subito arenatosi. Adesso l'Onu, secondo il capo di Unama Jan Kubis, ha in mente un "intra-Afghan dialog" in Turkmenistan in febbraio. Ma per ora i talebani sembrano freddi. Va inoltre registrata la freddezza dei pachistani già espressa sul meeting di Parigi e, adesso, la gelata di Rasool. Quanto a Parigi, avendo ritirato tutte le sue truppe, è probabilmente ritenuta dai turbanti un interlocutore possibile come mediatore di altri possibili incontri. Hollande sta giocando bene le sue carte.

martedì 31 maggio 2011

ATTACCO ALLA FORTEZZA ITALIA

Cosa sia esattamente accaduto ieri a Herat ancora non è ancora perfettamente chiaro. La dinamica resta incerta ma l'effetto c'è tutto. Un altra fortezza della Nato viene violata dalla guerriglia che vi penetra all'interno, attacca, uccide, ferisce. Uno schiaffo su cui a metà giornata fa il punto il ministro La Russa perché questa volta la fortezza Bastiani è italiana e l'attacco è stato portato al cuore della presenza civile-militare italiana in Afghanistan: il Provincial Reconstruction Team (Prt) di Herat.

Con una conferenza
stampa al Senato convocata d'urgenza il titolare della Difesa chiarisce che “i soldati italiani feriti sono cinque, di cui uno grave. Si tratta di un capitano, colpito all'addome. Le notizie però sono incoraggianti” dice, ma invita comunque alla prudenza: “...dobbiamo accendere un cero, poteva andare peggio”, conclude biblicamente. I cinque feriti, dice il ministro, sono stati evacuati e trasferiti a Camp Arena nell'ospedale militare spagnolo Role 2 e tra i feriti c'è anche un italiano del ministero degli Esteri, in stato di choc. Aggiunge che, nell'attacco, sono stati uccisi molti talebani e alcuni poliziotti afgani: un “attacco complesso, con un mezzo carico di esplosivo che ha investito il muro di cinta, seguito da attacchi dei ribelli con armi dai tetti delle case civili che circondano il Pr” mentre la guerriglia attaccava anche altri punti della città. Il bilancio complessivo degli attacchi, aggiornato da fonti sanitarie locali, è di almeno cinque morti e una trentina di feriti. A pagare, alla fine, sono come sempre i civili afgani...

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sabato 17 gennaio 2009

UNA GIORNATA DA DIMENTICARE



Il botto arriva alle 9.30 circa. All'incrocio maledetto, tra l'ambasciata tedesca e una grande caserma americana, un kamikaze si fa esplodere. L'incertezza sul numero dei morti continua per tutto il giorno e poi si ferma a tre, tra cui un americano. Ventitré i feriti ma forse qualcuno di loro potrebbe non farcela (in seguito il bilancio è salito a quattro civili morti e un soldato americano ma i numeri potrebberop salire). Se alcuni soldati americani e parte del personale d'ambasciata sono stati colpiti da schegge, un pulmino carico di afgani ha preso fuoco. Anche un bambino è stato ucciso da questo attentato che rompe una tregua invernale imposta, evidentemente, più dalla neve che da altri sentimenti. Un portavoce dei talebani rivendica e fa anche il nome del suicida: Shumse Rahman, della provincia di Kabul, dice il resoconto di Cnn. Era lui al volante dell'auto e si è fatto esplodere (o lo hanno fatto esplodere) vicino a un'autobotte piena di gasolio. Fosse stata benzina i danni sarebbero stati enormi. Molta più gente sarebbe morta.
Mi colpisce questa storia di fare i nomi, di dare un'identità a questo inutile martirio sanguinario. Mi chiedo cosa ne pensa la gente di qui del fatto che queste incursioni magari colpiscono anche l'obiettivo, ma alla fine massacrano sempre degli innocenti. Sempre degli afgani, spesso dei bambini. A Kabul i talebani non piacciono, non sono mai piaciuti. Questa è una città che, nonostante tutto, guarda avanti anche se alle tradizioni ci tiene. “Questa gente legge il Corano ma non lo applica – mi dice un residente – perché non si uccidono altri musulmani. Eppoi siamo stanchi di guerra”. Fa spallucce: “ormai siamo abituati, non è la prima volta”. Non sarà l'ultima.
Ed è anche questo senso dell'abitudine che fa masticare amaro. Il fatto che via, in fondo è andata bene a chi non passava da quelle parti. E domani è un altro giorno. Ma vien voglia che venga sera presto per andare a letto e dimenticare.