Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta attentato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta attentato. Mostra tutti i post

venerdì 4 novembre 2022

Imran Khan, Garibaldi del Pakhtunkhwa



Imran Khan l’ha scampata per un soffio. Uno o più uomini armati hanno cercato di uccidere l’ex premier pachistano durante la “lunga marcia” che ha per meta Islamabad l’11 novembre per chiedere elezioni anticipate. Il “leone del Pakhtunkhwa”, la provincia occidentale dove il suo partito è più forte e da cui ha scalato la gerarchia del potere pachistano, è stato ferito a una gamba e se la caverà. Anzi, non meno di un Garibaldi orientale, Imran diverrà probabilmente solo più popolare in un Paese spaccato e dove l’ex premier, sfiduciato questa primavera e poi sospeso come deputato, gode di un sostegno popolare vastissimo. Come dicono i numeri della sua marcia sulla capitale.

Dell’uomo – o del commando - che ha tentato di ucciderlo ieri sera e che ha ferito almeno altre sei persone tra cui dirigenti del suo partito, il Pakistan Tehreek-e-Insaf, per ora si sa poco e non è giunta nessuna rivendicazione. In serata la polizia del Punjab ha emesso un primo bilancio di sette feriti e un morto in seguito all’attacco.

La dinamica dell’attentato avvenuto a Wazirabad – città che si trova sulla direttrice della marcia tra Lahore e Islamabad - è ancora poco chiara ma una salva di proiettili ha investito il mezzo su cui Imran e altri viaggiavano. Per ora in manette c’è un solo sospetto catturato dalla polizia che ha affermato di aver voluto uccidere il presidente del Pti perché "stava fuorviando la gente". “Non potevo sopportare di guardarlo – dice in un video che girava ieri su twitter - quindi l'ho ucciso ... ho tentato di ucciderlo… Ho fatto del mio meglio per ucciderlo. Volevo uccidere solo Imran Khan e nessun altro". E’ un tipo smilzo che non avrà quarant’anni e che dice di aver fatto tutto da solo. L’ipotesi di un commando di più persone giustificherebbe però la salva di colpi. E sulla probabilità che l’arrestato sia il vero colpevole aleggia qualche dubbio visto che, stando al Pti, inizialmente la polizia aveva fermato una guardia del corpo di Imran scambiandola per l’assassino.

Il governo ha intanto deciso di formare un team investigativo congiunto per indagare l’accaduto che si è nel frattempo trasformato in una nuova occasione di pressione sull'esecutivo: da Peshawar a Karachi, da Quetta a Islamabad la gente è scesa nelle strade circondando gli edifici delle istituzioni o, come a Rawalpindi, la residenza del ministro dell'Interno Rana Sanaullah.

Il clima dunque si fa ancor più infuocato di quanto già non fosse quando Imran Khan ha deciso il 26 ottobre che il venerdì successivo sarebbe partita un’ennesima marcia sulla capitale (non è la prima) per chiedere elezioni anticipate: partenza da Lahore il 28 e arrivo a Islamabad l’11 novembre, sempre che adesso l’agenda venga rispettata. Il governo, che ha subito condannato l’episodio (e così i capi dei partiti che hanno sempre osteggiato Imran), ora vorrebbe approfittare dell’attentato per negoziare con il Pti ed evitare che la marcia si ingrossi ancora di più. Quanto al Pti, alcuni suoi esponenti non hanno nascosto qualche tesi complottista, alludendo ad alcuni sospetti che lo stesso Imran avrebbe confidato ai suoi prima di entrare in ospedale per farsi levare proiettile e schegge, anche se appare fin troppo chiaro che l’ultima cosa nella testa dei contrari a Imran nel governo sia quella di farne un martire più di quanto già non sia.

Le proteste dei sui sostenitori vanno avanti da quando, in aprile, il Parlamento lo ha sfiduciato e sono riprese con forza dopo che in ottobre la Commissione elettorale del Pakistan (Ecp) lo ha dichiarato colpevole di aver venduto illegalmente regali di Stato, rimuovendolo così anche dal suo seggio parlamentare e mettendo a rischio una sua futura candidatura all’Assemblea. La reazione alla sentenza dell’Ecp per false dichiarazioni e appropriazione di beni statali per 650 euro aveva già visto scendere in piazza migliaia di suoi sostenitori accompagnati dai primi incidenti. Poi Imran aveva chiesto alla piazza di calmarsi in attesa di una grande “marcia”, annunciata pochi giorni dopo. Tutto ciò mentre il presidente del Pti non solo gode di un’ampia popolarità ma il suo partito ha continuato a vincere in una serie di elezioni suppletive. Persino in Punjab, roccaforte dei suoi avversari, primo fra tutti il premier e capo della Lega musulmana Shehbaz Sharif.

sabato 13 luglio 2019

Strage nel giorno delle nozze

Il distretto afgano di Pachir Aw Agam, nella provincia orientale di Nangarhar al confine col Pakistan, non ha una bella fama. Comprende le grotte di Tora Bora antico rifugio talebano sottoposto a pesantissimi bombardamenti. Ieri è tornato sotto i riflettori della cronaca per l’ennesimo fatto di sangue che continua a segnare la vita quotidiana degli afgani. Un kamikaze, che secondo alcune testimonianze sarebbe stato un minorenne, si fa esplodere nelle prime ore di venerdi durante un matrimonio, l’investimento più importante per ogni uomo o donna afgani. La scelta è meticolosa: è il matrimonio del nipote di Malak Tor, comandante locale di una milizia pro governativa.

Il giovanissimo martire si fa esplodere nel momento in cui sta arrivando il rinfresco e dunque c’è già molta gente. Lo sposo muore e con lui almeno altre otto persone. I feriti sono oltre una dozzina.
In quella provincia di confine povera e remota dove le strade asfaltate si perdono in tratturi polverosi, la declinazione afgano-pachistana dello Stato islamico ha le sue roccaforti. La provincia di Nangarhar è infatti il centro degli scontri tra gli affiliati del neo califfato e il governo sostenuto dalla Nato ma è anche il cuore della battaglia tra talebani e adepti – locali e stranieri – del mantra islamista di al-Baghdadi. La guerriglia in turbante, impegnata a Doha nei negoziati di pace con gli americani da ormai un anno, fa subito sapere che con la strage non c’entra nulla. E infatti l’attentato arriva a un pugno di giorni dalla firma su un documento congiunto, siglato a Doha tra talebani ed esponenti della società civile afgana, in cui si sottoscrive un impegno a cercare di ridurre a zero le vittime civili di una guerra il cui pallottoliere è sempre in movimento. Che lo Stato islamico della provincia del Khorasan volesse proprio reagire a quel documento è una possibilità. L’altra è, più semplicemente, che la cosa fosse preparata da tempo per punire chi sta contro di loro.... (continua su atlanteguerre)

venerdì 15 gennaio 2016

Giacarta, nuovi progetti e vecchie nostalgie

Può rassicurarci, oltreché allarmarci, sostenere che Giacarta è come Parigi e Istanbul. Che Daesh ha un progetto globale e che il Paese delle 13mila isole è il tassello più gustoso del Califfato allargato. Ma la targa Stato islamico sull'attentato di Jakarta non deve farci dimenticare di che Paese parliamo. Ogni nazione ha una storia nella quale il jihadismo, al netto dell'imperscrutabile richiamo che esercita sopratutto su alcuni giovani musulmani, può giocare un ruolo eterodiretto. E non solo da Raqqa.

L'Indonesia, fino ad allora sopratutto meta turistica e, per i più edotti l'ex regno di una dittatura ultratrentennale, fece parlare di sé nel 2002 con la bomba di Bali. Duecentodue morti in maggioranza stranieri quando ancora colpire i turisti era una novità. Le indagini, indirizzate sulla Jemaah Islamiyah e sul controverso guru islamico Abu Bakar Bashir, rivelarono piste che puzzavano di bruciato. Alcune infatti portavano più in là del jihadismo locale, tutto sommato un fenomeno – oggi come allora – residuale. Portavano a figure oscure che si muovevano tra la potente malavita indonesiana, ricchi businessman, settori dell'esercito, l'unico soggetto in grado di possedere esplosivi e che vantava una lunga storia di infiltrazioni nei movimenti islamisti e settari perché servissero a scatenare il caos: prima in funzione anti comunista, poi – dopo il golpe del 1965 e con l'avvento di Suharto – per controllare possibili ribelli. Poi ancora - nella nuova e fragile stagione di una neonata democrazia – per poter di nuovo servirsi del caos e instillare l'idea che un ritorno della vecchia guardia al potere fosse la panacea: ordine, la stessa parola che aveva segnato la stagione del dittatore che l'aveva appunto chiamata Orde Baru, ordine nuovo.

Dunque malavita, potentati economici legati al crony capitalism della famiglia Suharto, pezzi dei servizi militari deviati e riconducibili al periodo della dittatura. Questa società nascosta e segreta aveva e ha in odio la nuova stagione democratica. Se n'è fatta in parte una ragione ma rimpiange la belle epoque della dittatura. Legami diretti tra la stagione stragista iniziata nel 2002 (e ripetutasi sino al 2009 con le bombe negli alberghi e poi ancora, solo qualche tempo fa, con un'esplosione davanti alla casa del sindaco di Bandung) non son mai stati dimostrati ma a tratti i nomi di qualche businessman o di qualche agente o di qualche militare saltava fuori. Poi – complice una magistratura molto morbida – le sigle Al Qaeda e Jemaah Islamiyah coprivano tutto.

Joko Widodo
Se dietro ai fatti di ieri ci sia qualche burattinaio locale è presto per dirlo ma nel conto bisogna metterci anche questa ipotesi se non si vuole che il brand Daesh serva a insabbiare possibili piste dove si muovono i protagonisti di un'epoca che ancora non è passata. Anzi, proprio il nuovo segno della politica indonesiana, incarnata dall'outsider Joko Widodo, deve mettere in guardia. Quando si presentò alle presidenziali del 2014 sfidò nientemeno che un genero di Suharto, primo marito di Titiek, la più giovane delle figlie dell'ex dittatore ormai defunto. A Prabowo Subianto, ex generale e uomo d'affari, guardava proprio il vecchio mondo del crony capitalism e dei nostalgici della dittatura. Jokowi vinse. Ma quelle forze oscure che rimpiangono il passato sono tutt'altro che sconfitte: prova ne sia che a distanza ormai di cinquantanni è ancora vietato discutere del golpe del 1965 e delle stragi che ne seguirono. E' in quell'oscura trama di interessi che Daesh o chi per lui può trovare alleati. Ancor prima che tra qualche giovane dei sobborghi di Jakarta o di Bandung abbagliato dall'utopia jihadista di Al Bagdadi.

giovedì 19 novembre 2015

Il Bangladesh e l'ombra di Daesh

Parolari al'ospedale in un'immagine di ieri del Daily Star
E' andato a vuoto il tentativo di omicidio in Bangladesh ai danni del missionario italiano Piero Parolari, ferito mentre era in bicicletta a Dinajpur, 350 chilometri a Nord di Dacca dove svolge, oltre al servizio pastorale, anche l'attività di medico nell'ospedale della missione locale e come volontario al Dinajpur Medical College Hospital. Tre uomini in moto gli avrebbero sparato ma nessun proiettile è andato a segno anche se Parolari ha ferite alla testa. Ora è ricoverato a Dacca e se la caverà. E' andata molto peggio ad altri due stranieri uccisi meno di due mesi fa e la cui morte è stata rivendicata da Daesh: il cooperante Cesare Tavella, ucciso nella capitale il 29 settembre, e Kunio Hoshi, giapponese, ammazzato a Rangpur il 3 ottobre Il 5 invece, un prete battista bengalese, Luke Sarkar, era riuscito a fuggire dopo essere stato accoltellato da uomini entrati nella sua chiesa a Pabna.

Un frame dalla tv bangladese
Per ora una rivendicazione non c'è e il governo del Bangladesh ha sempre negato che Daesh esista nel Paese anche se è nota l'attività di un'organizzazione in particolare (di sei messe al bando): Ansarullah Bangla Team, un gruppo di ispirazione qaedista nato diversi anni fa, poi sparito ma ora riaffacciatosi sulla scena. Le sue rivendicazioni per ora sono tre: l'uccisione dei due stranieri e un attacco simultaneo contro templi sciiti a Dacca. Inoltre, poco prima dell'attentato a Tavella, Abt aveva pubblicato una lista di blogger e attivisti minacciandoli di morte (bangladesi espatriati e non e altri nel mondo). Abt potrebbe essere responsabile delle uccisioni di diversi blogger per le quali sono stati eseguiti molti arresti e processi. Ma spesso i legami sono confusi: Al-Qaeda nel subcontinente indiano (Aqis) ne ha rivendicati e la polizia ha arrestato, sempre per la vicenda blogger o editori laici, persone legate al Jamaat-e-Islami, la maggior organizzazione islamista del Paese la cui costola giovanile studentesca, Chatra Shibir, non sarebbe estranea alle attività dell'Abt.

Blogger, editori, attivisti sono nel mirino degli islamisti anche per le vicende che riguardano le condanne a morte di islamisti che si macchiarono di crimini durante la guerra per la separazione dal Pakistan negli anni Settanta. Un capitolo difficile del Bangladesh con continue condanne a morte per i fatti dell'epoca che hanno provocato reazioni e su cui gli islamisti pensano di far leva.

domenica 23 agosto 2015

Thailandia: la bomba e la nuova Costituzione

L'identikit dell'attentatore di Bangkok
A cinque giorni dalla strage di Bangkok, gli investigatori tailandesi sembrano per ora brancolare ancora nel buio. L'attentato in pieno centro, avvenuto in una zona molto frequentata e a ridosso di un piccolo tempio buddista dedicato a Brahma, non ha per ora che due riflessi politici evidenti: il primo è che polizia ed esercito non sembrano avere una pista e per ora si limitano a smentire le ipotesi circolate in questi giorni senza però escluderne nessuna, il che non fa loro fare una brillante figura. Il secondo è che la vicenda sta facendo passare in secondo piano l'approvazione della nuova costituzione voluta dal governo militare (civile in realtà ma il cui premier è il generale Prayuth Chan-ocha, a capo dell'esercito da cinque anni e autore del colpo di Stato del maggio del 2014).

La nuova costituzione è nelle mani del Consiglio nazionale per la riforma cui è stata consegnata da un Comitato costituente (Cdc) sul cui sito si può leggere (in tailandese) il testo: è molto lungo e pieno di particolari in linea con un governo di salute pubblica. Prevede un “Comitato di crisi” dai contorni confusi che, a certe condizioni, può prendere il posto di un governo eletto dalle urne. E, guarda caso, prevede che il premier possa essere un non parlamentare. Una costituzione evidentemente nelle grazie di Prayuth....

leggi tutto su Lettera22

giovedì 27 novembre 2014

Le diverse tattiche e strategie della guerriglia afgana (aggiornato)

Questa mattina un terrorista suicida ha preso di mira a Kabul l'ambasciata britannica colpendo un convoglio nella zone Est della città sulla Jalalabad Road  (l'ambasciata si trova  invece nel lungo vialone che collega Shar-e-Naw a Wazir Akhbar Khan). Le vittime sono già almeno sei e tantissimi i feriti. Praticamente tutti civili anche se non è ancora chiaro chi c'era nell'auto presa di mira dal kamikaze davanti alla legazione del Regno unito e che apparteneva appunto all'ambasciata (a quanto pare un funzionario della stazione diplomatica). Per ora non c'è rivendicazione  ma probabilmente arriverà (la rivendicazione è arrivata in effetti qualche ora dopo): per quanto odioso, l'attentato rientra nella tattica dei talebani dal momento che l'auto di un'ambasciata cui fanno capo gli invasori è un obiettivo militare. Infine, come nel pomeriggio si è capito, faceva parte di un piano preordinato che nella tarda giornata ha colpito il centralissimo quartiere di Wazier Akbar Khan, non molto lontano proprio dal luogo in cui si trova l'ambasciata del Regno unito (è stata colpita la International Relief & Development, una Ong americana che per l'80% utilizza fondi Usaid. Anche questo elemento è in parte una novità ma va considerato che l'Ird è uno dei principali colossi umanitari americani che gestisce un budget - in una quarantina di Paesi tra i quali l'Afghanistan fa la parte del leone - di circa 500 milioni di dollari l'anno. Solo nel settore delle costruzioni stradali ha gestito un progetto triennale nel Sud del Paese dell'Hindukush del valore di 400 milioni di dollari).

domenica 9 novembre 2014

Attacco al cuore della città

L'HQ della polizia di Kabul è in pieno centro città
C'era da aspettarselo e in effetti il colpo è arrivato. Travestito con una divisa, un guerrigliero talebano è entrato nel quartier generale della polizia afgana in pieno centro a Kabul. Elusa ogni sorveglianza si è recato al terzo piano dove si è fatto esplodere uccidendo il colonnello Mohammad Yasin Khan. Le indagini sono in corso ma come che sia  il colpo è duro da digerire. A pochi metri dal municipio cittadino e a un isolato dal ministero dell'Interno - dunque in una delle zone più sorvegliate della città - un uomo, ancorché in divisa, riesce a entrare nel centro propulsore della sicurezza imbottito di esplosivo e si fa esplodere ammazzando un alto ufficiale.

Salterà forse qualche testa e le misure saranno riviste e probabilmente rafforzate, ma i talebani riescono quantomeno  a far parlare di sé. Non possono far di più nella capitale blindata ma l'effetto immagine è indubbiamente forte. Nessuno è al sicuro, nemmeno la polizia.

martedì 31 maggio 2011

ATTACCO ALLA FORTEZZA ITALIA

Cosa sia esattamente accaduto ieri a Herat ancora non è ancora perfettamente chiaro. La dinamica resta incerta ma l'effetto c'è tutto. Un altra fortezza della Nato viene violata dalla guerriglia che vi penetra all'interno, attacca, uccide, ferisce. Uno schiaffo su cui a metà giornata fa il punto il ministro La Russa perché questa volta la fortezza Bastiani è italiana e l'attacco è stato portato al cuore della presenza civile-militare italiana in Afghanistan: il Provincial Reconstruction Team (Prt) di Herat.

Con una conferenza
stampa al Senato convocata d'urgenza il titolare della Difesa chiarisce che “i soldati italiani feriti sono cinque, di cui uno grave. Si tratta di un capitano, colpito all'addome. Le notizie però sono incoraggianti” dice, ma invita comunque alla prudenza: “...dobbiamo accendere un cero, poteva andare peggio”, conclude biblicamente. I cinque feriti, dice il ministro, sono stati evacuati e trasferiti a Camp Arena nell'ospedale militare spagnolo Role 2 e tra i feriti c'è anche un italiano del ministero degli Esteri, in stato di choc. Aggiunge che, nell'attacco, sono stati uccisi molti talebani e alcuni poliziotti afgani: un “attacco complesso, con un mezzo carico di esplosivo che ha investito il muro di cinta, seguito da attacchi dei ribelli con armi dai tetti delle case civili che circondano il Pr” mentre la guerriglia attaccava anche altri punti della città. Il bilancio complessivo degli attacchi, aggiornato da fonti sanitarie locali, è di almeno cinque morti e una trentina di feriti. A pagare, alla fine, sono come sempre i civili afgani...

Continua su Lettera22

giovedì 28 aprile 2011

AEROPORTO MORTALE

Il primo comunicato è laconico in perfetto stile militare: ''...alle 10.25 e' stata segnalata una sparatoria con armi automatiche all'interno della base di addestramento aeronautico della Nato per cui e' stata inviata una Forza di reazione rapida...'' Una brutta storia che col correre delle ore presenta un bilancio da strage: nove militari della Nato e un contractor uccisi e cinque soldati afgani feriti. Il colpevole, di nome Ahmad Gul anche lui morto, era un pilota dell'esercito afgano. I talebani rivendicano a breve giro di comunicato anche se qualche dubbio è lecito avanzarlo e si avanza l'ipotesi di un diverbio finito nel sangue. Le rivendicazioni del resto seguono sempre qualsiasi azioni: “mettono il cappello”, anzi il turbante, salvo smentite.

Rissa o attentato che sia conviene intanto situare il luogo del conflitto a fuoco: l'aeroporto militare internazionale ai confini settentrionali della capitale afgana, nel Nordest di Kabul. Fino a ieri sinonimo di sicurezza inviolabile.

L'aeroporto militare di Kabul è una struttura completamente rinnovata da due anni e, in molte strutture, nuova di zecca. Entrarci è difficile come uscirne. Se se non siete su un mezzo militare, se non siete passeggeri di una macchina con targa diplomatica (che le targhe spesso non le esibiscono), con un permesso speciale, anzi specialissimo, l'accesso è vietato. Il check point è severissimo e, comunque, una volta entrati, ci sono da fare quasi due chilometri per arrivare al gate delle partenze. Se vi hanno depositato all'ingresso e non avete qualcuno che vi viene a prendere, dovreste vagare a piedi in una sorta di terra di nessuno protetta da alti muri di cemento armato che circondano un perimetro rettangolare arido e vastissimo, una delle zone più off limits della città.

continua su Lettera22