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sabato 15 dicembre 2018

I marine, il cellulare e Virgin Radio

Posseggo un telefono LG che ho comprato per 100 euro dopo il furto del mio Huawei. Non è male, funziona bene. Ma da che continuo a sentire la pubblicità che insistentemente mi tempesta sopratutto su Virgin Radio vorrei gettarlo dalla finestra e tornare alla vecchia buona marca cinese. La pubblicità in questione vanta la spettacolarità del nuovo LG perché testato dai militari e la voce che me lo propone scimmiotta quella di un addestratore dei marine che spiega urlando al suo pubblico di subalterni rapati a zero le qualità del telefonino. Una pubblicità pessima (anche perché ricorda  quella di un famoso film pacifista) che mi equipara, come utilizzatore di LG, a un militare – scemo e sottomesso – di carriera. Ognuno sceglie il messaggio che vuole e il pubblico a cui rivolgersi, ma i geni del marketing che hanno inventato lo spot – e i geni del marketing della radio in questione – dovrebbero sapere che lo spot va on air su  Rock Classic, uno dei canali di Virgin che preferisco. Se uno ha scelto quel canale, dedicato ai classici degli anni Settanta, dovrà pur essere un fruitore che, quantomeno,  non ama la guerra e così i suoi protagonisti in divisa specie se la firma apposta sul contratto li spedisce in qualche teatro di battaglia. Certo, basta oscurare il messaggio per qualche secondo e poi via con Dylan, i Queen o i Beatles. Ma in macchina è rischioso. Meglio cambiare canale.

I geni del marketing radiofonico hanno fatto di più: ci appiccicano, dopo la performance marine, altri due spot in fila. E vabbé direte voi, è il mercato bellezza. Si ma uno degli spot in voga adesso è quello di Costa crociere dove una giovane donna con una voce molto sensuale, nella classica performance dell'oca giuliva (con sospiro similorgasmico), vanta i vantaggi di una crociera sottocosto se prenotata per tempo. Fino all’altro ieri (13 dicembre) lo speaker spiegava che la promozione vantata dallo spot scadeva il 30 novembre….!  Irritante.

Consiglierei Virgin di cancellare entrambi gli spot. Perderanno la pubblicità ma non perderanno gli ascoltatori.

venerdì 13 gennaio 2012

L'URINA DEL MARINE NON FERMA IL NEGOZIATO

Mentre ieri alle quattro del mattino, nella provincia meridionale di Kandahar, l'ennesimo attacco suicida ammazzava il governatore del distretto di Panjway, Sayed Fazludin Agha, i due figli e le guardie del corpo, una bomba mediatica veniva postata su Live Leak. Il sito, che consente agli utenti (come su Youtube) di caricare i propri video (privilegiando immagini di guerra o di documentazione giornalistica) e che, con una media di 200mila visitatori al giorno, è un potente veicolo di diramazione di immagini e filmati, ha tenuto in homepage per tutto il giorno le prodezze di un gruppetto di marine che orinano sul corpo di alcuni guerriglieri uccisi. Una scena abbastanza raccapricciante e girata con la complicità dei protagonisti che fanno battutacce e commentano l'azione.

Mentre il video gira sul web, con le ovvie reazioni che immagini del genere possono suscitare, il Washington Post annuncia l'intenzione degli americani di fare nuovamente pace con Karzai dopo le schermaglie nate dall'accordo tra americani e talebani, per ora soltanto un'ipotesi, che consentirebbe alla guerriglia in turbante di aprire un ufficio in Qatar. Scelta mal digerita dal governo afgano, irritato da negoziati segreti che hanno tagliato fuori Kabul (e Islamabad).

E mentre Karzai condanna il video e gli stessi marine prendono le distanze dal corto promettendo un'inchiesta, anche i talebani decidono di dire la loro sul fatto che diventa, alla fine, e paradossalmente, una carta in più a favore del processo di pace. I talebani infatti, che non si stupiscono della brutalità connaturata all'occupante, sostengono però che il video non comprometterà gli sforzi perché il negoziato vada avanti. Purché alle loro condizioni. In un altro messaggio, che risponde forse alle aperture americane rilanciate dalla stampa statunitense, i talebani ribadiscono infatti di concordare sulla scelta dell'ufficio a Doha sottolineando però come ciò non significhi automaticamente, il riconoscimento del governo di Kabul o della Costituzione afgana. E se sul primo punto Washington potrebbe anche chiudere un occhio (Karzai ovviamente no), il riconoscimento della Costituzione è uno dei tre pilastri (la famosa linea rossa) che, con la rinuncia alla violenza e la fine di ogni legame con Al Qaeda, resta per Washington un punto fermo. Come in giornata ribadito dal segretario di Stato Hillary Clinton.

I talebani non hanno presumibilmente nessuna difficoltà (almeno la fazione della shura di Quetta che fa capo a mullah Omar) a rinunciare ai proclami di Al Qaeda, cosa in parte negli anni già avvenuta. E sulla violenza ci si può intendere: i talebani hanno infatti chiarito che non deporranno il kalashnikov ma non sono contrari a una tregua preliminare che sembra anzi essere uno degli argomenti più facili da mettere sul tavolo di un futuro negoziato.


Resta dunque
il nodo della Costituzione ma anche quello della partecipazione di Kabul al processo, un tema che Karzai discuterà con l'inviato di Obama per l'AfPak. Marc Grossman. Una solida carriera alle spalle (ambasciatore ad Ankara e due volte sottosegretario) è l'uomo che sostituisce Richard Holbrooke dal febbraio scorso e dunque il tessitore dell'ultima fase dei contatti coi ribelli(sotto traccia, dicono a Kabul, da due anni e mezzo). Settimana prossima andrà sia a Kabul, sia a Doha e l'ispirazione del pezzo del Post di ieri deve essere venuta dal suo ufficio: l'articolo dice che solo se ci sarà la benedizione di Karzai il negoziato coi talebani potrà andare avanti. Apertura che cerca evidentemente di mettere fine all'irritazione di Kabul che aveva ritirato l'ambasciatore a Doha e rispolverato la polemica sui raid notturni e sul carcere in cui gli americani detengono i guerriglieri afgani. Tutto ciò mentre si discute un delicato accordo tra Afghanistan e Usa sulla permanenza di basi e soldati stellestrisce dopo il 2014.

Dopo Kabul
, Grossman visiterà anche Ankara e Riad (le due capitali che Karzai avrebbe preferito a Doha) e gli Emirati arabi uniti. Dovrà convincere un recalcitrante Karzai e fare in modo che Arabia saudita e Turchia gli diano una mano. Ma poi bisognerà far accettare ai talebani una Costituzione che, pur se riconosce all'islam un ruolo preminente negli affari di Stato, consente anche alle donne di essere al pari degli uomini e ad entrambi di scegliersi, con libere elezioni, un presidente che non sia per forza ispirato da Dio. Ma se il buon giorno si vede dal mattino, l'Afghanistan sta entrando in una nuova fase. Che potrebbe essere migliore della precedente.

anche su il riformista

sabato 8 gennaio 2011

L'AFGHANISTAN DELLE VITTIME

Con un attacco suicida in un affollato bagno pubblico di Spin Boldak, un villaggio alla frontiera col Pakistan nella provincia meridionale di Kandahar, i talebani hanno ucciso ieri almeno 17 persone ferendone un'altra ventina. L'obiettivo era un posto di polizia che si trova nel medesimo edificio, ma la strage ha finito per colpire soprattutto civili inermi. Regola ormai osservata con scrupolo. Nella stessa giornata anche tre soldati della Nato sono stati uccisi in due attentati nel Sud e nell'Est del Paese.

Giornata di ordinaria follia bellica in un Paese senza pace e con nessuna prospettiva all'orizzonte e di cui Al Jazeera, utilizzando fonti diverse, ha dato ieri un tragico riepilogo numerico di un sanguinario 2010: secondo l'emittente del Qatar, il tributo in termini di vittime civili è stato l'anno scorso di 2.412 persone e 3.803 feriti in soli dieci mesi (fino a ottobre) con un aumento rispetto all'anno precedente del 20%. Altissimo anche il numero di morti nell'esercito (821) e nella polizia afgani (1.292). Quanto alle truppe straniere il 2010 ha visto morire 711 soldati contro i 521 del 2009 (soprattutto americani e britannici: 35 gli italiani con Matteo Miotto, ucciso l'ultimo dell'anno a due settimane dalla fine della sua missione).

E' in questo quadro che la guerra infinita d'Afghanistan si snoda tra dichiarazioni sull'imminente ritiro (luglio 2011) e la decisione, apparsa sui giornali americani, di inviare però almeno altri mille marine (1.400 secondo altre fonti) nel teatro asiatico anche se il Pentagono sta rifacendo i conti con i tagli previsti dall'Amministrazione. Tagli che però non mineranno la spesa della Difesa per le truppe in Afghanistan.

Con quella che il Washington Post ha definito una “prima volta” dalla fine della Guerra Fredda, la Difesa americana si è infatti ormai rassegnata al fatto che il tasso di crescita della spesa militare non è più sostenibile. La forbice amministrativa però non inciderà troppo e soprattutto non toccherà la spesa militare per Afghanistan e Iraq. I 553 miliardi per il 2011 che la Casa Bianca ha proposto al titolare del Pentagono, Robert Gates, vedranno infatti un taglio di 78 miliardi in cinque anni (la richiesta dell'Amministrazione era di 150) e, lasciano capire i giornali americani, qualcosa si dovrebbe risparmiare anche col ritiro delle truppe impegnate in Afghanistan previsto per luglio. Ma quanti saranno i militari a tornare a casa? Si dice da qualche migliaio a ventimila ma sono soltanto voci.

La stampa afgana si fa invece latrice di altre preoccupazioni. La riduzione del budget militare appare infatti del tutto insignificante se si guarda a quella prevista per la spesa civile in Afghanistan, ossia i finanziamenti alla ricostruzione. Secondo ToloNews il Congresso vorrebbe ridurre drasticamente il nuovo programma civile finora costato all'Amministrazione, dal 2002, 56 miliardi di dollari. Sono i repubblicani a fare la voce grossa: favorevoli a mantenere l'impegno militare pensano che i sacrifici vadano fatti sul civile con un taglio “grasso” che i democratici vorrebbe evitare. Per ora però la quantità dell'operazione non è nota.

Sul fronte politico le cose stagnano: l'ultima buona notizia è stato il riconoscimento politico indiretto dei talebani come parte politica negoziale visto che Karzai (ma non tutti sono d'accordo con lui nel suo governo) si è detto pronto a salutare la nascita di un ufficio della guerriglia in un Paese terzo, la Turchia ad esempio. Partner in un certo senso ideale (fa parte della Nato ma si vanta di non aver mai ucciso un afgano), Ankara ha qualche ambizione. Ma deve fare i conti con sauditi e pachistani. E ovviamente con gli americani.

venerdì 3 luglio 2009

OBAMA, LA STAMPA E IL SILENZIO DEGLI EUROPEI

A giudicare da quanto appare in questi ultimi giorni sulla stampa americana a proposito della nuova strategia afgana di Obama, sembra che l'Amministrazione abbia scelto l'offensiva mediatica e impartito seri ordini di scuderia, soprattutto ai militari, per delineare quella che appare ancora come una nebulosa. E dopo che ieri mattina un articolo del Washington Post, dal titolo (Key in Afghanistan: Economy, Not Military) e dalla firma inequivocabili (nientemeno che Bob Woodward), è sembrato abbastanza chiaro come, forse stanco di essere frainteso, il presidente abbia deciso di far filtrare sulla stampa ciò che pensa. Per mettere un punto fermo, senza dover proprio pronunciare direttamente le parole, sull'andirivieni di notizie che interpretano il suo nuovo corso.

Uno dei dubbi infatti riguarda soprattutto la strategia militare: Obama ha dato il via libera a 17mila marine più altri 4mila istruttori (non combattenti), ma da mesi, sulla stampa vicina ai conservatori, sono continuate le indiscrezioni su un possibile aumento dei soldati. Addirittura 100mila in totale, quanti ne aveva Mosca ai tempi dell'occupazione sovietica. Woodward racconta un retroscena del viaggio in Asia del consigliere per la sicurezza James Jones. La chiave di tutto, racconta l'uomo che incastrò Richard Nixon, è in una riunione a Camp Leatherneck, nell'Helmand, dove l'emissario di Obama incontra il generale dei marine Lawrence D. Nicholson (che ne comanda 9mila) subito dopo aver visto a Kabul il generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe Usa e Nato nel paese. Il presidente – dice Jones ai due - non aumenterà le truppe: la chiave di volta è l'economia e un maggior impegno degli afgani, a cominciare dall'esercito. Perdete ogni speranza, la guerra non si vincerà con le pallottole.
La risposta però non è mancata: e in un'intervista al Los Angeles Times, l'Ammiraglio Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, ha voluto dir la sua dopo l'articolo uscito sul Post a firma di Bob Woodward (ne abbiamo riferito ieri), in cui un inviato di Obama aveva detto proprio a Nicholson che il presidente non avrebbe mollato un soldato in più. Mullen ha invece controbattuto che non esiste alcun veto e che i suoi uomini sul campo stanno facendo i conti su quel che servirà. Una sorta di rettifica in piena regola dopo il pezzo del re del giornalismo americano che riferiva di un colloquio tra Nicholson e il consigliere per la sicurezza del presidente James Jones in missione speciale in Afghanistan.

Però. Nelle stesse ore James Stavridis, il capo operativo fresco di nomina delle forze americane in Europa e del Comando supremo alleato della Nato (ha sostituito il meno malleabile generale John Craddock, maniaco dell'aumento delle truppe) fa una chiacchierata con i giornalisti. Dice l'ammiraglio Stavridis che contro i talebani, più delle armi servono strade, scuole e fabbriche. E a breve giro di intervista interviene, rispondendo alle domande di Radio Free Europe, anche il generale McChrystal. Mc Chrystal, che non è proprio considerato un angioletto, lavora su due tesi: accrescere e sviluppare un buon governo (una good governance afgana), proteggere i civili. Su quest'ultimo punto era già intervenuto più volte e va ormai ripetendo che gli Stati uniti hanno preso a cuore il problema delle vittime civili e che non sono in Afghanistan per uccidere ma per garantire sicurezza (una rapporto Onu dice però che nel 2009 le vittime civili sono aumentate del 24%!). Pare che una direttiva sia già stata impartita ai bombardieri perché riducano le loro attività e i “danni collaterali”. Dossier sensibile dopo la strage di Bala Bolok in maggio (140 morti secondo i locali), assurdo raid a tappeto che ha raso al suolo due villaggi... proprio mentre Obama riceveva alla Casa bianca i presidenti afgano e pachistano. Una mossa che il presidente non deve aver digerito.

Quanto a Holbrooke, l'inviato speciale di Obama per la regione, qualche giorno fa ha detto che Washington vuole chiudere con le radicazioni dell'oppio (care a Londra) e cambiare passo. E infatti, durante questa settimana è partita una grossa operazione nell'Helmand, a caccia di narcotalebani: sarebbe la più vasta operazione aviotrasportata mai compiuta dalle truppe d'assalto dopo la guerra nel Vietnam


Il bizzarro di tutto ciò è che non una parola di quanto filtra sulla stampa Usa è stato detto chiaramente al summit del G8 di Trieste. Multilateralismo si, ma forse Obama si fida più dei giornali di casa che non dei ministri europei. Chissà che dopo queste uscite non prendano il coraggio di dire quel che pensano veramente della guerra.

Nelle immagini: dall'alto in basso, Woodward, Stravridis, la bandiera dei marines